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Autore: Aniel_    03/02/2013    3 recensioni
Seguito di We can still be brave: Dean viene catturato da un gruppo di Phade e l'unica persona in grado di salvarlo è quella che ha visto allontanarsi pochi mesi prima.
Genere: Angst, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Castiel, Dean Winchester
Note: AU, OOC | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Nessuna stagione
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Fandom: Supernatural
Pairing/Personaggi: Dean/Castiel, Uriel, Anna, Balthazar, Raphael, Sam
Rating: SAFE
Genere: introspettivo, sentimentale, angst
Warning: AU!COW-T3, Slash, OOC
Words: 6216
Note: scritta per la prima missione della
seconda settimana del COW-T 3 di maridichallenge. La storia è il seguito di "We can still be brave", vi consiglio di leggerla prima di iniziare questa lettura.
Note importanti:
The Clash of the Writing Titans è un universo creato dagli amministratori di maridichallenge e fiumidiparole
per una delle loro iniziative. Minthe è un pianeta simile alla terra, abitato da quattro popolazioni in lotta tra loro: Crest, Phade, Suthi e Faràs. I Crest sono molto simili agli essere umani mentre i Phade sono caratterizzati da corpi sinuosi e tribali scuri sulla pelle che, una volta adulti, si tramutano in ombre ancora visibili ad occhio nudo. Per tutte le informazioni sui popoli di Minthe e sulle loro caratteristiche, andare qui.
Disclaimer: non mi appartiene né Dean, né Sam, né Cas, né l'universo di Minthe. #tristezza



I'm not giving up
 

C'erano stati anni in cui l'inverno veniva accolto come una divinità su Minthe: era uno di quegli eventi ordinari ma attesi. I templi si riempivano di doni, i bambini giocavano felici sotto la luce di Leuce[1], il tempo sembrava congelarsi a contatto con quel freddo pungente e tuttavia piacevole.
Ma la guerra aveva portato via tutto e persino l'inverno arrivò e quasi passò nel silenzio degli abitanti, in mezzo al sangue che era stato versato.
Dean sfregò nervosamente le mani l'una contro l'altra, nella speranza che l'attrito generasse un po' di calore. Il vento gelido e tagliente fischiava e si insinuava tra gli spifferi di un'antica caverna in cui lui e la sua squadra avevano trovato un riparo di fortuna.
Sbuffò Dean, rimpiangendo il suo letto morbido e la cena succulenta che lo avrebbe atteso se fosse riuscito a tornare a casa. Ma non poteva: Bobby li aveva mandati in un linguaggio Fàras in cui, a dir di sentinelle, stava per essere organizzato un attacco ai danni dei Crest.
Ma la squadra non aveva trovato alcun villaggio e il buio li aveva costretti a rimandare la ricerca di qualche ora.
Dean odiava quei piccoletti dei Faràs: minuscoli, subdoli e intelligenti, sapevano mimetizzarsi tra gli alberi e le rocce. Loro e tutte quelle stronzate sugli dei e sulla forza degli elementi della natura lo indisponevano senza una reale ragione, forse perché Dean non riusciva a concepire neanche lontanamente l'esistenza di dei che permettessero una guerra simile.
Scosse il capo, intimandosi di non pensarci.
«Dean non hai toccato cibo» si lamentò Sam, affiancandolo, entrambi non molto lontani dal resto del gruppo.
Il maggiore guardò il piatto che l'altro aveva tra le mani con diffidenza. «Se quello lo chiami cibo...» rispose con una smorfia.
Sam sbuffò, reprimendo a stento un sorriso. «So che non è la tua bistecca preferita ma è salutare.»
«È verde!» sputò con disgusto, come se descrivere il cibo attribuendogli un colore lo rendesse più disgustoso.
«Non essere razzista» lo prese in giro il fratello, poggiando il piatto pieno di strane erbe e bacche sul suo ventre. «Devi mangiare qualcosa.»
«Sammy, io non credo che questa roba sia commestibile. E se mi venisse qualche malattia?»
«Dean tu mangi quella che molti definirebbero spazzatura. Un po' di frutta e cibo verde non può farti che bene. E cerca anche di dormire stanotte. Sono quasi due mesi che non riposi come si deve.»
Dean attese che la paternale salutistica del fratello scemasse e si spegnesse spontaneamente. Eppure Sam aveva ragione: dopo la lavata di capo per averle prese da un Phade messo male, lasciando che scappasse non aveva dormito più molto.
Non che l'insonnia fosse provocata dalle lamentele del suo popolo, questo era chiaro.
Il fatto era che Dean non riusciva a chiudere gli occhi la notte senza trovare ad attenderlo l'immagine di quel dannato Phade: lo vedeva ovunque, lo ritrovava in sogni così vividi da farlo fremere e svegliare nel cuore della notte. Per un momento ritenne di essere impazzito e in fondo sapeva anche che prima o poi, con tutto quello che era costretto a vedere e compiere giorno dopo giorno, la pazzia lo avrebbe raggiunto.
Ma, se non altro, sperava che la quella follia dalla risata roca e dagli occhi fottutamente unici lo lasciasse dormire la notte.
Forse qualche dio c'era davvero e aveva deciso di prendersi gioco di lui. Ad un dio del genere avrebbe creduto senza battere ciglio: aveva ventisette anni di pessime situazioni alle spalle che non l'avrebbero messo in dubbio.
Uno dopo l'altro caddero tutti in un sonno profondo, attorno ad un fuoco ormai spento. Dean sentì il respiro tranquillo di Sam proprio alla sua destra e si sorprese a fissarlo tra le braccia protettive di Jessica. Da quando la ragazza si era unita al gruppo, Dean aveva iniziato a capire cosa il fratello intendesse in passato a proposito di tutte quelle stronzate sentimentali e no, i sogni che aveva fatto sul Phade non c'entravano nulla con la sua nuova presa di coscienza. Assolutamente no.
Si addormentò quasi senza accorgersene, in quell'istante di dormiveglia in cui si è liberi di andare ovunque, senza paura, senza sentirsi in colpa, prima di cadere definitivamente nel buio e lasciarsi andare nelle acque di un sogno nuovo.
Ma Dean quella notte non riuscì a sognare. Un frastuono lo fece trasalire mentre urla sconnesse lo circondavano senza che però riuscisse a capirne la provenienza. Un paio di grandi occhi rossi lo scrutavano divertiti e qualcosa gli colpì la nuca, poi il buio.
 

*°*°*

 
Castiel si passò stancamente una mano sul viso, ascoltando solo in parte il resoconto completo della giornata: esplorazioni, morti, provviste, bisogni. Solo una lunga lista che lui non avrebbe comunque ricordato. Lasciò correre lo sguardo su Anna, accovacciata sul pavimento, con alcuni pastelli colorati in una mano e un foglio scarabocchiato nell'altra. Inclinò il capo e assottigliò le palpebre, cercando di capire chi fosse il soggetto di quella piccola opera d'arte ma non riuscì a cogliere granché.
«Castiel ma mi stai ascoltando?» domandò l'altro uomo nella stanza, piccato.
«Sì Balthe, ti sto ascoltando. È solo che...»
L'altro incrociò le braccia. «Sì?»
«Non sta cambiando nulla. Sono sempre le solite notizie, sempre le solite richieste. Io non so che altro fare, davvero. Non facciamo che catturare prigionieri su prigionieri e gettarli in pasto a Raphael da quando Michael se ne è andato.» concluse, sconfitto.
Era così stanco. Se fosse dipeso da lui avrebbe dormito per giorni, ma a quanto sembrava, tutti avevano bisogno di lui, dei suoi consigli, delle sue strategie di guerra. Persino Raphael, uno dei tre capi dell'ultimo villaggio Phade rimasto, dopo un'iniziale diffidenza aveva smesso di frapporsi tra Castiel e il comando. Ma non era compito suo e sembrava essere l'unico a capirlo davvero.
«Ti capisco Cas, davvero. Ma se possiamo fare qualcosa, qualsiasi cosa, allora che altra scelta abbiamo?» domandò retorico Balthazar, affacciandosi da una finestra. «Ne è arrivato un altro» annunciò.
Castiel sospirò. «Un'altra sentinella Faràs?»
«No. Un Crest direi, chissà cosa ci fa un Crest qui.»
Anna si alzò subito in piedi, con i lunghi capelli rossi che svolazzavano da ogni parte, e raggiunse Balthazar, aggrappandosi al suo collo per guardare meglio.
«Piano affarino.» finse di lamentarsi l'uomo, tenendola stretta mentre questa guardava il Crest raggiungere le prigioni.
«Anna, è tardi. Dovresti già essere a letto.» realizzò Castiel, ancora chino sulle mappe del territorio, guardando l'ora.
«Ma io non ho sonno» replicò la bambina, indicando poi fuori dalla finestra. «Cas, guarda, guarda là.»
«Anna, per favore, vai a casa e mettiti a letto.»
«Ma Cas, quello lì...» insistette lei, divincolandosi dalle braccia di Balthazar e raggiungendo il fratello, afferrandolo per una manica.
«Non costringermi a chiamare Rachel, so che la detesti.»
La bambina sbuffò, infastidita, e incrociò le braccia apparendo agli occhi di Castiel più buffa che minacciosa.
«Facciamo così allora. Prepara qualcosa da mangiare per il prigioniero e poi subito a letto, siamo intesi?» si arrese infine il maggiore, beandosi del sorriso che incurvò le labbra della sorellina.
«Questa cosa del cibo per i prigionieri non l'ho ancora capita, Cas.» ammise Balthazar quando Anna si richiuse la porta alle spalle, lasciandoli soli.
«Se li volevamo morti li avremmo uccisi, non portati qui. E poi un po' di cibo si offre a chiunque.»
«Oh già è vero» mugugnò l'altro, sorridendo sornione. «La storia di quel Dean che ti ha offerto prestazioni sessuali e un pasto caldo come ultimo desiderio e poi ti ha liberato. Lui non c'entra con questa tua inclinazione pacifista, vero?»
Castiel alzò gli occhi al cielo, nascondendo un lieve rossore alle guance con una mano davanti al viso. «Dico solo che non dobbiamo comportarci come animali. Almeno noi, Balthe.»
Il sorriso di Balthazar si spense lentamente. «Sai li vedo sempre arrivare, i prigionieri, sapendo che finiranno tra le mani di Uriel e poi tra quelle di Raphael. Una sorte simile non la augurerei neanche al mio peggior nemico.»
Castiel chinò il capo: nessuno straniero era mai uscito vivo da quel villaggio.
 

*°*°*

Anna sorrise, infagottandosi in un cappotto troppo grande per lei per proteggersi dal freddo, e prese tra le mani con un po' di difficoltà il vassoio che aveva preparato: una zuppa calda, una bistecca al sangue, acqua e un pezzo di torta. Anna la torta non la concedeva mai a nessuno, ma questa volta avrebbe fatto un'eccezione.
Si incamminò verso la prigione con un sorrisino allegro stampato sulle labbra, non curandosi degli sguardi perplessi degli altri Phade che proprio non riuscivano a capire perché quella bambina fosse così entusiasta nel portare da mangiare a prigionieri che non avrebbero comunque meritato certe cortesie.
Quando arrivò di fronte alla grande e mastodontica porta d'acciaio della prigione, la scalciò con un piedino, sperando che qualcuno fosse così gentile da aprirle. Ma non vi era gentilezza sul viso di Uriel quando le aprì e la guardò truce.
Anna non lo sopportava. Era cattivo e lo sapevano tutti, anche Castiel, solo che non lo ammetteva mai.
«Sparisci Anna, non è posto per i mocciosi questo» tuonò, tendendo la mano per afferrare la fetta di torta dal vassoio.
La bambina si ritrasse e scosse il capo, decisa. «Devo dare questo a un prigioniero.» spiegò.
Le labbra dell'uomo si piegarono in un ghignò che le fece accapponare la pelle. «Non credo che ne abbia bisogno. Io invece sto morendo di fame...»
«Non è un mio problema. Mio fratello mi ha chiesto di portare da mangiare al prigioniero e se non mi fai passare allora dovrai risponderne direttamente a lui.»
La bambina sostenne lo sguardo dell'uomo fin quando questi si arrese, lasciandola passare. «Solo cinque minuti.» ringhiò.
Anna dovette trattenersi dal rispondere con una linguaccia.
La prigione era vuota: tutti quelli che l'avevano occupata prima di quel giorno, quelli a cui Anna si dedicava e portava da mangiare, sparivano entro poche ore. Castiel non aveva mai voluto dirle dove andassero a finire.
Conoscendo quei corridoi come le sue tasche, la ragazzina raggiunse in fretta la stanza in cui venivano rinchiusi i prigionieri più pericolosi: era vuota e bianchissima, senza porte e finestre, sigillata da uno spesso strato di vetro impossibile da scalfire.
Anna si prese qualche istante prima di avvicinarsi, guardando il Crest accovacciato in un angolo, ferito, il viso macchiato dal sangue che sgorgava da una taglio ancora aperto sulla guancia destra. Prese un respiro profondo e camminò verso il piccolo sportello attraverso il quale gli avrebbe porto il vassoio. Si chiese anche se avesse fame, a quell'ora.
«Ehi» lo chiamò, mostrandogli il vassoio. «Ti ho portato questo.»
Il Crest aggrottò la fronte e si avvicinò all'apertura di quella strana scatola di cui era prigioniero. Non appena fu abbastanza vicino, Anna si alzò sulle punte e fece passare il vassoio dall'altra parte e mollò la presa solo quando fu certa che l'altro l'avesse afferrato.
Lo vide guardare quel cibo con sospetto, eppure lei era una brava cuoca, lo sapeva.
«Guarda che è buono» gli fece notare, infastidita. «L'ho fatto io.»
Il ragazzo sbatté le palpebre velocemente, assorto, prima di sorridere. «Ti ringrazio.»
Anna sorrise a sua volta, raggiante, e indicò la ferita sul viso dell'altro. «Ti fa male?» chiese.
Il Crest scosse il capo. «No, non mi fa male.»
«Ti ho portato anche la torta. Io non la lascio mai a nessuno, nemmeno a mio fratello. È troppo goloso e rischia di finirla tutta mentre sono ancora a letto.»
«Sono speciale?»
«Certo che lo sei! Io so chi sei. Io... mi ricordo di te. Tu hai salvato mio fratello, ti ho visto. Sei tu vero?»
Il Crest aprì le labbra dalle quali, però, non uscì alcun suono. Dalle palpebre sgranate trapelava qualcosa come stupore e speranza.
«Come hai detto che ti chiami?» le chiese, la voce che tremava appena.
«Anna.»
«Sei la sorella di Castiel?»
La bambina annuì lentamente.
Il ragazzo si inginocchio così da essere della stessa altezza della bambina e la guardò implorante. «Io sono Dean. Dì a Castiel che sono qui, digli che sono io. Ho bisogno di parlargli, Anna. Per favore. Puoi fare questo per me?»
Anna annuì nuovamente e, prima di rendersene conto, iniziò a correre.
 

*°*°*

Castiel si strofinò gli occhi, sbadigliando rumorosamente mentre si richiudeva alle spalle la porta della base operativa. Era sfinito e non dormiva da giorni e l'unica cosa che al momento sarebbe stata in grado di farlo sentire meglio - visto anche il freddo pungente e quasi insopportabile- era una zuppa calda e magari qualche ora di sonno non disturbata da incubi.
Non che tutti gli incubi fossero spiacevoli: paradossalmente per quanto potessero essere forti, cruenti e disturbanti, se riusciva anche solo per un istante ad incrociare gli occhi di Dean non sembravano poi così spaventosi.
Balthazar non faceva che ripetergli di essersi preso una cotta spaventosa, ma se fosse stata realmente una cotta avrebbe ringraziato Lith[2] per quell'atto di misericordia. Una cotta l'avrebbe potuta superare. Ma non lo era. Maledizione, non lo era affatto.
Sconsolato da verità che iniziavano prepotentemente a farsi largo tra i suoi pensieri nonostante stesse facendo di tutto per nasconderle, si incamminò verso casa quando qualcosa si schiantò contro le sue ginocchia.
«E tu cosa ci fai ancora in giro?» domandò sorpreso, fissando dall'alto in basso la sorellina.
«Cas, è successa una cosa...» provò a spiegare la bambina, ma il ragazzo la tirò su prontamente e la sistemò sulla propria spalla.
«Ti avevo detto di tornare subito a casa. Non puoi andare in giro a quest'ora.» la sgridò, mentre la piccola si divincolava inutilmente cercando di liberarsi.
«Ma Cas...»
«Niente ma. Domani resterai tutta la giornata a casa, sono stato chiaro?»
Anna sbuffò. «Castiel ascoltami per favore. È Dean!» sbottò, facendo arrestare l'avanzata del fratello.
Castiel rimase immobile per qualche istante, stralunato, come se qualcosa lo avesse appena colpito in pieno viso. Afferrò Anna quasi automaticamente e la poggiò a terra, con gentilezza.
«Cosa?»
«Nella prigione... è Dean. Lui ha detto di chiamarti. Ha detto che vuole parlare con te.»
Castiel fu attraversato da una scarica di emozioni contrastanti: sollievo, desiderio, rabbia, paura, ansia. Dean era lì, lo avrebbe finalmente rivisto, ma non era lì per lui. In realtà, non era lì per nessuno.
Dean era lì per essere torturato, per morire, e Castiel non sapeva cosa fare.
«Ascoltami bene» mormorò, stringendo le mani di Anna, «vai a casa, resta lì e non aprire a nessuno.»
La bambina annuì, solenne, e non appena la vide girare l'angolo, Castiel si avviò febbrilmente verso le prigioni, senza un piano, senza scuse, solo con la speranza che stesse bene.
Fece per bussare ma la porta d'acciaio si aprì con uno scatto secco rivelando il viso divertito di Uriel. Castiel gli osservò le nocche, macchiate di sangue, e solo quell'immagine gli fece venire la nausea.
«Buonasera Castiel.» lo salutò, sospettoso. «O forse dovrei dire buongiorno. Come mai non sei a casa?»
«Io...» mormorò, come ipnotizzato, indicando alle spalle dell'altro. «... devo assicurarmi di una cosa.»
«Di cosa?»
«Mi ha mandato Raphael. Devo parlare con il prigioniero... da solo.» spiegò, cercando di nascondere il tremolio della propria voce.
«Sprechi il tuo tempo, Castiel. Non credo che ci dirà qualcosa. È solo un ragazzino arrogante ma credo che per stanotte gli sia passata la voglia di fare lo spiritoso, se sai cosa intendo.»
Castiel sapeva benissimo cosa intendesse ed era proprio quello il motivo che continuava a spingerlo quasi fisicamente verso l'interno della prigione.
«Gli parlerò lo stesso se non ti spiace» insistette, reggendo lo sguardo dell'altro, fin quando Uriel non sospirò e fece per andarsene.
«Vado a darmi una ripulita allora. Se vuoi domani possiamo interrogarlo insieme.»
Se vuoi domani possiamo torturarlo insieme, fu quello che Castiel capì realmente.
«Certo.» rispose, accennando un sorriso così tirato ed estraneo sul suo viso da essere sicuro che l'altro lo avrebbe smascherato da un momento all'altro. Invece Uriel annuì e se ne andò, lasciando Castiel libero di correre verso la stanza in cui Dean era tenuto prigioniero, così velocemente da sentire i polmoni in fiamme, sensazione piacevole in confronto a ciò che si ritrovò davanti.
Dean era disteso sul pavimento, accanto ad un piatto infranto - probabilmente quello che Anna gli aveva portato- e con gli occhi serrati. Il viso gonfio e ferito, le palpebre livide, i vestiti stracciati come se una bestia feroce si fosse accanita su di essi.
Castiel poggiò entrambi i palmi sulla superficie vitrea che non avrebbe potuto superare, non senza l'intervento di Raphael, e si lasciò cadere in ginocchio, poggiando la fronte sul vetro freddo.
«Dean?» lo chiamò, mentre la gola grattava e una sensazione quasi dolorosa serpeggiava dentro il suo petto. «Dean?» ritentò, ma il ragazzo non si mosse.
Si sentiva così inutile, Castiel, così stanco. Avrebbe voluto solo buttare giù quella parete e portarlo via con sé, al sicuro. Si sarebbe preso cura di lui, nessuno lo avrebbe più ferito, e forse sarebbero stati felici, insieme.
Ma quell'incantesimo rendeva la sua prigione inespugnabile e Castiel non poteva fare altro che restare inginocchiato con un groppo in gola tale da impedirgli di parlare.
«Non frignare, non ti si addice» mormorò Dean improvvisamente, aprendo con un po' di difficoltà un occhio e scrutandolo ancora nella medesima posizione.
«Dean, come... come...»
«Come mi sento?» domandò retorico il Crest, avvicinandosi alla barriera e poggiando la schiena contro di essa. «Pestato e in trappola.» rispose.
Castiel poggiò una mano proprio in corrispondenza della sua testa, immaginando di poterlo accarezzare, sfiorando appena con i polpastrelli la superficie.
«Dean mi... mi dispiace. Mi dispiace così tanto.»
«Sto bene, Castiel. Beh, sono stato meglio ma non sono ancora passato a miglior vita, no? Io volevo vederti. Avevo bisogno di vederti.»
«Cosa vuoi sapere?»
«Quando mi hanno portato qui ero svenuto, non ricordo niente dall'attacco. Sono solo? Mio fratello è qui? Sta bene?»
Castiel sentì il proprio cuore stringersi in una morsa: nonostante tutto, Dean continuava a preoccuparsi più per gli altri che per se stesso.
«Io non lo so, Dean. Sei arrivato qui da solo, magari gli altri sono fuggiti...»
«O sono morti.» aggiunse il ragazzo, evitando di guardarlo.
«Posso chiedere in giro cosa è successo.»
Dean annuì, poco convinto, per poi voltarsi e notare il palmo dell'altro poggiato dietro il vetro. «Tu puoi farmi uscire da qui? Ho provato a buttare giù questa parete ma penso di essermi solo slogato una spalla.»
«È protetta da un incantesimo. Io non posso spezzarlo, non sono in grado.»
Dean sorrise amaramente. «Quindi è la fine della corsa, vero? Come funzionano le cose qui? Quanto mi resta?»
«Ti farò uscire. In un modo o nell'altro, ti farò uscire.» promise il Phade ma Dean scosse il capo.
«Ti prego rispondimi. Quando mi resta?» chiese nuovamente.
Castiel sospirò e si alzò in piedi, misurando a grandi passi la stanza. «No» sbottò, passandosi una mano tra i capelli. «No, non lascerò che...» la sua voce si spezzò e deglutì, incapace di sostenere il suo sguardo.
«Quindi manca poco» appurò il Crest, tirandosi anch'egli in piedi. «È tutto ok. Non è colpa tua.»
«Ho detto che non permetterò che ti accada nulla.»
«Ma non puoi evitarlo!» replicò Dean, esasperato. «Guarda come mi ha ridotto quell'Uriel. Sai, forse è un bene... forse doveva andare così.»
Castiel spalancò gli occhi, stralunato. «Di che cosa stai parlando?»
«Non sono un santo, Castiel. So cosa ho fatto, so quanto male ho fatto. Credi che non sappia come va a finire a quelli come me?»
«Non puoi dire sul serio.»
«Ti sembra che stia scherzando? Io voglio solo sapere se Sammy e gli altri stanno bene, non mi interessa di nient'altro.»
Castiel accorciò le distanze e si ritrovò di fronte al viso dell'altro, ad un paio di occhi stanchi e rassegnati che lo fecero solo indisporre più del destino che lo avrebbe atteso. Inclinò il capo, confuso.
«Credi di non meritare di essere salvato?[3]»
Dean chinò lo sguardo e Castiel sentì il bisogno impellente di buttare giù quella dannata parete e abbracciarlo, stringerlo fino a togliergli il fiato.
«Tieni duro, va bene? Troverò il modo di tirarti fuori da qui, te lo prometto.»
 

*°*°*

 
Dean gridò, un urlo muto che solo lui avrebbe percepito con il viso immerso in una tinozza piena d'acqua. Si divincolò inutilmente mentre una mano artigliava i suoi capelli, impedendogli di riemergere. Avrebbe voluto aggrapparsi a qualcosa, fare leva sulle braccia per tirarsi su ma le mani erano state legate da corde così strette dietro la sua schiena da rendere vano ogni tentativo.
Uriel lo  tirò su per pochi secondi, impedendogli di svenire per la mancanza di ossigeno, e Dean annaspò e tossì, i polmoni stretti in una morsa insopportabile.
«Proviamo un'altra volta» cantilenò l'altro, avvicinando le labbra al suo orecchio. «Quali sono i piani dei Crest?»
Dean sentì il cuore battere all'impazzata dentro il suo petto, sapendo che una risposta sbagliata equivaleva a parecchi istanti in più con il viso sott'acqua.
«Te lo ha mai detto nessuno che sei davvero brutto?» biascicò, mostrando uno dei suoi sorrisi migliori.
Prese un respiro profondo e attese ma questa volta l'altro lo fece cadere sul pavimento - legato ed esposto- e lo colpì ripetutamente: colpi ben assestanti sul viso, calci violenti sullo stomaco. Dean soffocò un urlo quando il piede di Uriel esercitò una tale pressione sul suo fianco che dopo qualche istante sentì una costola spezzarsi con un sommesso crack.
Dean si chiese quante ore di torture fossero necessarie prima che quel tizio capisse che non avrebbe detto nulla; si chiese cosa sarebbe accaduto dopo aver capito che non li avrebbe aiutati.
Chiuse le palpebre, attendendo un altro calcio che non arrivò.
Debole e semi cosciente si sentì trascinare nuovamente verso la sua prigione. Per un breve momento si chiese se Castiel sarebbe venuto a trovarlo: dopotutto, vederlo gli sarebbe bastato.
Anche solo per pochi minuti.
Con quel pensiero ad accarezzarlo come il tocco gentile di un amante, svenne.
Quando riaprì gli occhi dovevano essere passate alcune ore. Si sentiva intontito e dannatamente debole, persino spostarsi di pochi centimetri si rivelò un'impresa titanica. Mugugnò sommessamente, tossendo appena piccole quantità di sangue, prima di rendersi conto di non essere solo.
Sorrise quasi involontariamente, come se i muscoli del viso non riuscissero proprio a farne a meno, anche se l'espressione di Castiel diceva tutt'altro. C'era dolore su quel viso pallido, c'era ansia in quegli occhi che aveva sognato quasi ogni notte, e Dean avrebbe voluto soltanto afferrare senza alcuna logica una delle sue mani tra le proprie, ma tutto quello che riuscì a fare fu tendere un braccio e sfiorare con le dita il vetro freddo. Desiderava solo un po' di calore, Dean, ma Castiel era lì e pensò di potersi accontentare, che la sua sola visita potesse essere abbastanza.
«Ti prego dimmi che dietro quell'espressione affranta si nasconde una bistecca. Sto morendo di fame» biascicò, facendo forza sugli avambracci e tirandosi su alla bell'e meglio.
Quando Castiel non rispose, Dean sentì qualcosa stringersi attorno al proprio cuore. «È per Sam? Lui è...»
Castiel scosse prontamente il capo. «No, Sam sta bene. Ho chiesto in giro e ho saputo che dopo l'attacco sono riusciti a fuggire.»
Il Crest sospirò, sollevato. «Allora perché hai quell'espressione?»
Le labbra dell'altro tremarono appena, quasi impercettibilmente, e solo allora Dean notò il suo sguardo vacuo e i pugni stretti. «È per te. Hanno capito che non rivelerai nulla e domattina ti porteranno da Raphael.» spiegò, con la voce monocorde, come se fosse troppo intontito per crederci lui stesso.
«Ho capito.» rispose secco Dean, passandosi una mano sulle labbra.
Non aveva mai pensato alla morte. In realtà sì, ci aveva pensato, ma l'aveva sempre vista come qualcosa di lontano, indefinito, quasi improbabile nonostante ci avesse a che fare giorno dopo giorno. Non era mai riuscito ad immaginarsi la propria morte o se l'aveva fatto, era qualcosa come morire durante il sesso o ingurgitando eccessive quantità di cibo.
Quella situazione era paradossale perché questa volta sarebbe morto davvero e non doveva ridere, non voleva assolutamente ridere, eppure non riuscì a trattenersi sotto lo sguardo incredulo di Castiel.
«Ho capito? È tutto quello che dirai? Finisce così, con te che rispondi "ho capito"?»
Il sorriso di Dean si raggelò sulle sue labbra. Tutto ad un tratto quella storia non era più così paradossale, non era più così divertente.
«Cosa vuoi che cambi? Quello che dico è irrilevante. Quello che dico non cambierà le cose.» mormorò sommessamente.
«Ti stai arrendendo.» osservò Castiel, livido di rabbia. «Dovresti incazzarti, dovresti cercare di buttare giù questo muro, e invece non fai nulla!»
«Ci ho provato» tuonò Dean, improvvisamente in forze, alzandosi e sorreggendosi alla parete per poter sostenere lo sguardo dell'altro.
«Non è vero!» gridò il Phade, così forte da sentire la sua voce rimbombare nella stanza. «Ti sei arreso e io non lo permetterò.»
Dean non seppe esattamente cosa fosse accaduto, ma Castiel aveva iniziato a lanciare la qualsiasi contro la barriera, a scalciarla, a prenderla a pugni fin quanto Dean non notò le sue nocche bianchissime macchiarsi di sangue. Era disperato. Si stava ferendo in ogni modo possibile, consapevole che non sarebbe riuscito comunque a tirarlo fuori, solo per lui.
«Castiel fermati! Ti prego, calmati» urlò, puntellando i palmi sulla superficie.
Il Phade respirò affannosamente prima di abbandonarsi sul pavimento. Dean si inginocchiò a sua volta e poggiò la fronte sulla sua, separati solo da uno spesso strato di vetro. «Mi dispiace tanto, Cas.»
Castiel scosse il capo e Dean notò una patina lucida di lacrime ad annebbiare quegli occhi troppo blu.
«L'ho chiesto a Jo, sai? Cosa significa quella parola che mi hai detto.» gli rivelò, notando con piacere un lieve rossore colorargli le guance. «Sai, è molto incinta adesso.»
Castiel alzò lo sguardo, sorpreso. «Davvero? Ma sono passati solo due mesi!»
«Sì ma era incinta anche prima, solo che noi non lo sapevamo. Ha detto di voler chiamare il bambino Castiel... hai fatto breccia nel suo cuore, dovresti esserne onorato.»
Il Phade sorrise appena, imbarazzato. «Peccato che lei non abbia fatto breccia nel mio.»
Dean rise sommessamente. «Andiamo, non puoi averlo detto!»
«Ho detto qualcosa di sbagliato?»
«No» lo tranquillizzò «è solo che io non sono il tipo... sai, queste stronzate sentimentali... però...»
«Però?»
Il Crest si inumidì le labbra, a disagio. «Se fossero state circostanze diverse, se non fossi solo un prigioniero sul punto di tirare le cuoia, mi sarebbe piaciuto stare con una persona come te, ecco.» bisbigliò quasi sotto voce e, notando l'espressione dell'altro tingersi di sollievo e tristezza, si affrettò ad aggiungere «non è una dichiarazione. Io non faccio certe cose.»
«Ma certo. Non preoccuparti.»
«Dico solo che forse avevi ragione tu su tutta la linea e che quelle donne non erano quelle giuste. Non ho mai pensato di poter dire una cosa del genere.» concluse, sorridendo.
Improvvisamente tutta la rabbia, la paura e il dolore erano spariti, risucchiati via da quell'increspatura sulle labbra del Phade. Non provava nulla Dean se non il desiderio di poterlo toccare, solo per un attimo, solo per potergli dire addio.
«Posso fare ancora qualcosa» mormorò Castiel, con la fronte aggrottata, un'espressione che non lasciava trapelare nulla di buono.
«Che cosa?» domandò, più terrorizzato che curioso, ma l'altro si limitò ad alzarsi in piedi e correre verso l'uscita. Urlò ancora, Dean, sperando che tornasse indietro e pregando che non facesse nulla di stupido.
Scacciò via quella fastidiosa sensazione di angoscia e la voce dentro la sua testa che gli sussurrava che se non l'avesse più rivisto la colpa sarebbe stata solo sua.
 

*°*°*

 
Castiel scivolò silenziosamente nella casa di Raphael: le luci spente e l'ora tarda lo avrebbero aiutato a passare inosservato mentre si dirigeva verso il piccolo soggiorno dove sapeva che il padrone di casa tenesse al sicuro la sua spada. Trovava un po' stupido - oltre che megalomane- imprimere un incantesimo su una spada, ma se non altro non sarebbe stato poi così difficile trovarla.
Una chiave avrebbe creato sicuramente più problemi.
Tastò con cura ogni superficie, controllò ogni parete, guardò sotto ogni tavolo e quando la luce si accese sentì il proprio cuore fermarsi.
«Pensavi davvero che non mi sarei accorto del tuo interesse quasi maniacale nei confronti di quel Crest, Castiel?» domandò la voce melliflua di Raphael alle sue spalle.
Castiel sospirò e si voltò lentamente, scorgendo l'elsa della spada tra le sue mani. «Dammi quella spada, Raphael.»
«E perché mai dovrei farlo?»
«Lui non merita tutto questo, mi ha salvato la vita!»
L'altro uomo ghignò, divertito, accomodandosi su una delle sedie. «Già, e questo è per me un motivo valido per farlo fuori. Anche se, a quanto pare, non sarà il solo.»
Castiel fece per ribattere quando qualcosa lo colpì alle spalle, facendolo crollare rovinosamente in ginocchio, sorretto per le braccia da due Phade che non aveva mai visto.
Raphael gli fu immediatamente accanto e afferrò una manciata dei suoi capelli per assicurarsi il suo sguardo. «Penso che ti farei anche un favore, non trovi? Passare qualche ora con il tuo Crest prima che arrivi il mattino. Sono molto generoso.» disse soddisfatto, facendo cenno ai due uomini di trascinarlo via.
«E Castiel, non preoccuparti, mi prenderò io cura di tua sorella.»
Castiel inspirò profondamente, furioso. Si dimenò nel tentativo di liberarsi, svicolando per qualche istante dalla presa ferrea dei due uomini, e colpì Raphael in pieno viso, con tutta la forza e la rabbia possibili prima di essere nuovamente afferrato e portato via.
Il ghignò ancora ben presente sulle labbra macchiate di sangue di Raphael fu l'ultima cosa che vide prima di voltare l'angolo.
 

*°*°*

 
Un rumore sordo di vetri infranti spezzò il silenzio della stanza. Balthazar stirò le labbra, confuso, alzandosi dalla scrivania e nascondendo Anna dietro di sé. Diversi uomini armati irruppero pochi secondi dopo. Balthazar strinse il pugnale, nascosto dentro la giacca.
«Qualunque cosa abbiate in mente, io non la farei.»
 

*°*°*

 
Dean rimase sbigottito quando la porta della sua prigione venne aperta e Castiel vi fu gettato dentro senza troppi complimenti. Vide il Phade rimanere carponi per qualche istante, tossendo: la sua maglia ridotta a brandelli era segno che chiunque lo avesse catturato non si era limitato a rinchiuderlo, non senza prima averlo pestato per bene.
E forse Dean avrebbe dovuto aiutarlo a rimettersi in piedi, finalmente avrebbe potuto toccarlo e bearsi di quel calore, ma tutto quello che riuscì a fare fu afferrarlo malamente per una spalla e colpirlo in pieno volto, così forte da farlo cozzare contro la parete.
«Era questo il tuo piano geniale, figlio di puttana?» ringhiò, avvicinandosi per assestare un nuovo pugno. «A che cosa è servito? Ti sei fatto catturare, sei solo un idiota!»
Castiel non si ritrasse da quei colpi così duri, li incassò tutti, uno alla volta, senza dire una parola.
«Dì qualcosa maledizione» urlò disperato. «Non ti ho chiesto questo. Non ti ho chiesto di morire per me.»
La mano del Phade raggiunse la sua e solo in quel momento Dean si rese conto di essergli così vicino, tanto che se Castiel avesse sbattuto le palpebre, lui avrebbe sentito le sue ciglia accarezzargli le guance.
«Dovevo fare qualcosa e mi dispiace che non abbia funzionato» rispose Castiel, percorrendo con i polpastrelli tutto il braccio sino ad aggrapparsi con la mano alle sue spalle. «Ma se tornassi indietro lo rifarei. Se ti aspettavi che mi sarei fatto da parte, ti sei sbagliato molt...»
Dean interruppe qualsiasi scusa sul nascere, troncandola con le proprie labbra premute su quelle dell'altro: erano più morbide di come le aveva immaginate o sognate, e calde, e la sua bocca aveva un sapore così buono che non era certo di volersene più separare.
Avrebbero dovuto giustiziarlo con la lingua di Castiel in bocca, non vedeva altra via d'uscita.
Castiel si staccò da lui lentamente, stralunato, accarezzando ancora le sue labbra con lo sguardo.
«Niente male per essere un verginello» constatò il Crest, facendolo arrossire - dannazione, arrossire! Come se avesse dodici anni!- e stringendolo a sé. «Per quello che vale, sono felice di vederti.»
«Sì anche io sono felice di vedervi» esordì una voce alle loro spalle. Dean squadrò quel Phade che gli ricordava vagamente uno spaventapasseri biondo e ci mise qualche secondo per catalogarlo o meno come nemico.
L'espressione di Castiel fu però abbastanza eloquente.
«Quella è la spada di Raphael» osservò, incredulo, indicando l'arma che l'altro impugnava. «Dove accidenti l'hai presa?»
«L'ho rubata.» rispose Balthazar, semplicemente.
«Ho cercato di rubarla ma mi hanno messo dentro.»
Balthazar alzò gli occhi al cielo. «Sì, lo so. Peccato che io e tua sorella formiamo una piccola squadra di criminali niente male.» indicando la piccola nascosta in un angolino. «Quindi cosa devo fare esattamente? Devo dire qualcosa o basta colpire il vetro con questo affare?»
«Io non... io non lo so.» rispose semplicemente Castiel, cercando lo sguardo di Dean.
«Cioè tu volevi rubare qualcosa che non sei nemmeno in grado di usare?» domandò incredulo il Crest.
«So usare una spada, non so usare questa spada!»
«Vi dispiacerebbe rimandare le liti fra innamorati a più tardi? Perché forse mi sono dimenticato di dirvelo ma c'è il pandemonio l'ha fuori. Credo che i compagni di questo qui siano venuti a prenderlo.»
«Cosa? Sam è qui?» chiese Dean.
Era tornato indietro per lui. Perché era circondato da idioti che avvertivano lo strano impulso di farsi ammazzare per proteggerlo?
«Se per Sam intendi un gigante dalla chioma fluente, allora sì. Ma vorrei evitare che i tuoi sterminino la mia gente quindi se te ne vai in fretta, forse possiamo evitarlo, non credi? Ora state indietro» ordinò, alzando la lama e scagliandola contro il vetro che andrò immediatamente in frantumi. «Oh beh, non era poi così difficile. Cas, credi che funzioni anche con la porta di quel soprano che continua a non rispondere alle mie lettere?»
Castiel alzò gli occhi al cielo e guardò Dean, come se si aspettasse che gli dicesse cosa fare.
Il Crest si limitò ad afferrargli la mano. «Andiamo via adesso.»
 

*°*°*

 
«Maledizione Balthazar!» sbottò Castiel, quando l'amico infilzò l'ennesima guardia. «Conosci gli incantesimi, potresti farli addormentare!»
«Non mi sono mai piaciuti questi. Sono quelli che ti hanno pestato tra l'altro.» osservò, vagamente divertito. «E poi ho una spada magica, perché sforzarmi nell'usare la mia di magia?»
Castiel sospirò, arrendendosi, e stringendo febbrilmente la mano di Dean. Ogni tanto, durante la fuga, si voltava a fissarlo solo per accertarsi che fosse reale, che erano finalmente insieme, che forse una speranza per loro poteva esserci, da qualche parte. Dean di rimando gli sorrideva, mostrando un'espressione così pura e felice da fargli tremare il cuore.
Balthazar, davanti ad entrambi, stringeva la manina di Anna, che non aveva detto quasi nulla da quando erano fuggiti.
Dovrò parlarle alla fine di tutta questa storia, si disse, accarezzandole i capelli con un tocco appena accennato.
«Ehi!» ringhiò un Crest di fronte a loro, tenendo in entrambe le mani due coltelli affilati.
«Ehi!» salutò allegro Balthazar, mostrando la spada. «Sei invidioso vero? Mi piacciono i tuoi stuzzicadenti!»
«Balthazar ti prego» si lamentò Castiel, vagamente divertito. Dean strinse forte la sua mano per pochi istanti prima di lasciarla e dirigersi verso quel Crest, abbracciandolo. Solo allora Castiel notò i tratti simili, lo stesso sorriso, gli occhi dello stesso verde impossibile di cui, probabilmente, non avrebbe mai smesso di stupirsi.
Era felice per lui - per loro- ma improvvisamente sentì la propria mano così inutile, come se avesse un senso solo insieme a quella di Dean. Tutto ad un tratto tutte le sue speranze erano andate in frantumi: non sarebbero rimasti insieme, in realtà non avrebbero neppure iniziato a stare insieme. Erano diversi, erano ricercati, erano tante cose ma non sarebbero stati mai insieme.
«Andiamo» mormorò quello che doveva essere Sam, tirandolo per un braccio. «Andiamo, Dean.»
«Aspetta.» lo fermò il maggiore.
«Cosa? Dean maledizione, non abbiamo tempo.»
«Dammi solo un minuto, Sammy. Per favore.» rispose secco, tornando sui suoi passi e avvicinandosi a Castiel.
Il Phade non riuscì ad alzare lo sguardo dai propri piedi. Era una cosa così stupida!
«Cas?» lo chiamò, fino a quando quest'ultimo non fu costretto a guardarlo, cercando di mascherare al meglio la delusione sul proprio volto. «Vieni con me.»
«Cosa?»
«Vieni con me. Andiamocene insieme.» spiegò, speranzoso.
Castiel capì cosa c'era di straordinario negli occhi del Crest: emanavano una luce, una speranza, che lui non aveva mai provato. Se possibile, se ne innamorò un po' di più.
«No.»
«Perché no?»
«Non posso, Dean.»
Dean assottigliò le palpebre e rifletté qualche minuto. «Anche Anna, ovviamente. E anche il tuo amico. Non mi importa, potete venire tutti, ma non posso lasciarti qui.»
«Perché?»
«Se resti qui, ti uccideranno.» bisbigliò Dean, confuso. «Non permetterò che ti uccidano.»
«Cosa credi che mi succederà una volta arrivati nel tuo villaggio?» chiese il Phade, sperando che l'altro ci arrivasse da sé.
Dean spalancò le palpebre e scosse il capo, prendendogli una mano tra le proprie. «Non è la stessa cosa. Io non permetterò che ti accada nulla, te lo prometto.»
Castiel sorrise amaramente. «Non puoi garantirlo e io non posso esporre Anna ad un pericolo così grande. Non resterò qui» rispose, liberandosi dalla sua presa. «Ma non posso neanche venire con te. Mi dispiace.» aggiunse.
Il Crest aprì le labbra dalle quali però non uscì alcun suono. Il fratello lo afferrò per un braccio e lo trascinò via. Castiel continuò a reggere il suo sguardo fino a quando non lo vide scomparire tra gli alberi.
Si chiese se fosse quello il dolore di un cuore che si spezza, nel momento in cui si dice addio alla persona che si ama.
«Sei un imbecille» sentenziò Balthazar. «Sei un grandissimo imbecille.»
«Ho fatto la cosa giusta» mormorò Castiel, voltando le spalle agli alberi e rivolgendo la sua più completa attenzione all'amico.
«No, hai solo preso la decisione più comoda» replicò, prendendo Anna tra le braccia. «Nessuno ti ha chiesto di sacrificarti per gli altri.»
«Io non ho preso nessuna decisione comoda, Balthazar...»
«No, infatti. Ti sei semplicemente arreso» ringhiò Dean, alle sue spalle, voltandolo.
«Che ci fai ancora qui?» chiese esasperato.
«Non me ne vado da qui senza di te. Per quanto ti abbia dato ragione a proposito di tutte quelle stronzate sugli sfatsei dubito seriamente che ti rivedrò ancora se adesso ti lascio andare.» sbottò.
«Dean...»
«Non tornerò al mio villaggio. Andremo dovunque vorrai ed evita di propinarmi scuse come "non c'è posto per noi qui" perché ci sarà anche una guerra, ma questo non mi impedirà di restarti accanto. Quindi te lo ripeto: non me ne vado senza di te.»
Castiel deglutì e annuì lentamente, sentendo vagamente il risolino di Anna alle sue spalle. Sorrise e aspettò che il viso dell'altro si addolcisse prima di rispondere.
«Sai, credo che tu ti stia impegnando» sussurrò, divertito.
Dean alzò gli occhi al cielo. «Possiamo continuare questa conversazione più tardi, quando non rischieremo la pelle magari?»
Castiel rise e si lasciò trascinare verso gli alberi.
Forse un posto in cui potevano stare insieme c'era, nonostante tutto.

FINE
 

[1] Una delle due lune di Minthe
[2] La dea a cui i Phade sono particolarmente devoti
[3] La frase che Cas dice a Dean nella 4x01

   
 
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