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Autore: Vedra    27/06/2013    1 recensioni
E se Lucius Malfoy fosse stato condannato ad Azkaban? E se Narcissa non avesse retto alla separazione?
E se fosse concesso agli studenti di entrare nella mente dei loro professori? Di scavare nel loro passato?
E cosa ha provato Pansy quando Draco l’ha lasciata per Astoria?
Tutto questo sulle note delle canzoni di Lucio Battisti.
1. Orgoglio e Dignità
2.Emozioni
3.Dieci ragazze per me
Genere: Drammatico, Introspettivo, Song-fic | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Draco Malfoy, Madama Bumb, Rubeus Hagrid, Severus Piton | Coppie: Albus Silente/Minerva McGranitt, Draco/Pansy, Lucius/Narcissa
Note: Missing Moments, Raccolta, What if? | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Emozioni
 

 
È qualcosa di comune vederli schierati come veterani dell’esercito dietro il lungo tavolo sul palco. Con i loro sguardi severi, con il volto stanco. Sono professori. Sono bastardi. Sono i mai-abbronzati, i visi pallidi, gli occhi tristi. La maggior parte di essi sono odiati dalla maggior parte degli studenti. Sono persone contro cui scaricare tutte le invettive che il cervello riesca a produrre. Eppure, prima di essere professori, prima di essere bastardi, sono persone. Persone con un passato alle loro spalle, un passato di cui gli studenti non conoscono che una sottile sfumatura, una eco lontana, oppure nulla. Eppure dietro a quei volti arcigni, dietro le parole autorevoli, dietro le punizioni, c’è sempre un uomo, una donna, una persona. E questo è un particolare che gli studenti tendono a dimenticare. I professori hanno emozioni dentro di sé, ma, per chissà quali motivi, non vogliono mostrarle eccessivamente, e quando una cosa non si vede, raramente ci si rende conto della sua esistenza. I ragazzi a cui insegnano dovrebbero sapere le piccole, quotidiane, emozioni che i professori provano e i piccoli grandi eventi che hanno segnato la loro vita.
 
 
«Ce la puoi fare, Rolanda, coraggio». Una bambina di non più di nove anni è in piedi al fianco di un vecchio manico di scopa. Ha gli occhi gialli e i capelli neri tagliati così corti che da lontano essa pare un ragazzo.
«Papà…»
«Non aver paura, non è difficile».
«Certo, tu sei un giocatore di Quidditch…».
«Fidati di me: prova a volare, Rolanda.» La bambina fissa con sguardo incerto il manico di scopa, accarezzandolo con gli occhi. È in riva a un fiume, che scorre come un nastro argentato attraverso i prati. Quel manico di scopa è molto importante per suo padre: è stato il primo, sul quale ha scoperto la magica ebbrezza del volo. E adesso desidera che anche sua figlia, la sua bellissima Rolanda impari, e ami, il volo.
«Coraggio» L’uomo la prende in braccio e la posiziona delicatamente sul manico di scopa.
«Papà…»
«Lo vedi quell’airone, Rolanda? Lui non ha paura di volare».
«Ma lui è un uccello, come le rondini, e loro volano sempre, è ovvio che non hanno paura».
«E allora pensa anche tu di essere un uccello, così non avrai paura nemmeno tu».
Rolanda chiude gli occhi, e immagina che sulla schiena le spuntino due ali nere, come quelle delle rondini, e un becco giallo, e una coda grande e bella. Una sottile e leggera brezza estiva infastidisce le foglie verdi brillanti degli alberi, e il sole splende meraviglioso in un cielo limpido e profondo. E un sorriso si apre sul volto della bambina: tutto è bello, tutto felice, in questo mondo, e Rolanda si lascia trasportare da questa dorata felicità.
«Ce l’hai fatta, Rolanda, sei bravissima». È solo il grido gioioso del padre che la induce ad aprire gli occhi. Il prato si sta allontanando sempre di più da lei, in alto la attende il cielo azzurro. L’ebbrezza del volo la pervade, la straordinaria sensazione di libertà che esso conferisce a tutti coloro che lo praticano la sommerge. Rolanda è felice.

 

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare.

 

 

*************
 

 

I pomeriggi di Ottobre sono, quasi per definizione, lenti e immobili, sospesi nel passaggio tra le stagioni. E su di essi il buio scende lesto, e la luce scompare in fretta. Una luce rossastra brilla nella nebbia del crepuscolo e proviene da una casetta posta lungo il confine di una foresta. È fatta di pietra, e circondata da un orto nel quale crescono, arancioni e lucenti, bellissime zucche, quasi pronte per essere colte. Dalla canna del camino si leva un sottile filo di fumo, e l’atmosfera è tranquilla, densa di pace. Un uomo dai capelli fiammanti cammina speditamente verso la casetta, con un mantello scuro sulle spalle e un ombrello rosa tra le mani. Sembra abbia molta fretta e poco desiderio di essere notato. Quando arriva a destinazione bussa frettolosamente alla porta. Essa si apre, e rivela un uomo alto quasi il doppio di lui, dai tratti giovanili e, al posto dei capelli, quel che sembra un intricato groviglio di rovi.
«Professor Silente, signore!»
«Ciao Hagrid, vorrai scusare la mia fretta, ma devo chiederti di farmi entrare immediatamente».
«Ma certo, professore, non ci deve avere problemi, ecco, entri». Hagrid si scosta e lascia entrare il professore, richiudendo subito dopo la porta dietro di sé. La casetta ha un’unica stanza, arredata in modo confusionario: una sedia lì, un paio di enormi pantaloni dall’altra parte, un piatto al centro del tavolo e infine un grande camino, in mattoni rossi, che ospita un fuoco scoppiettante.
«Vuole un tè, professore?»
«Oh, grazie Hagrid, ma sono di fretta e non ho tempo di fermarmi».
«Ma certo, ma certo, già mi ci ha fatto un grande piacere a venire da me» Un sorriso si apre sul volto del giovane.
«E mi dispiace non poterlo fare più spesso… Dimmi Hagrid, sei felice qui?»
«Sicuro professore». Eppure nei suoi occhi Silente scorge una scintilla di malinconia.
«Ne sei certo?»
«Mi mancano i miei, professore, lei può capire, e quindi mi sdraio sull’erba e penso a loro… ma non fraintenda: io sono felice qui, è solo che certe volte mi prende quella cosa proprio qui e perciò mi sento triste».
«Certo che posso comprendere, Hagrid. Sono venuto proprio perché ho notato, ultimamente, che non suoni più tanto spesso»
«Eh, ma lì fuori comincia a farci freddo professore, non è che si può suonare sempre».
«Anche tu hai ragione, tuttavia ho ritenuto opportuno portarti questo». Il professore gli tese il grosso ombrello e Hagrid lo prese titubante
«E che ci dovrei fare?»
«Non so, spero che ancora ricordi come si eseguono gli incantesimi, vero?» Il professore sorride, fissando il giovane Mezzogigante da sopra le lenti a mezzaluna. Hagrid non riesce a parlare, tanta è la sua sorpresa: è ingenuo, ma non stupido, e la sua mente ha compreso alla svelta il sottinteso della frase. I suoi occhi viaggiano tra l’ombrello e il volto del professore. La bocca è spalancata.
«Orbene, ora devo lasciarti».
«Professore…!Il Ministero lo ha vietato» .
«E continuerà ad essere vietato, ma solo per il Ministero. Sarà il nostro piccolo segreto».
«Professore! Grazie!»
 
E da quel giorno Hagrid è stato un mago completo, come tutti gli altri, anche se tutti gli altri non lo hanno mai saputo. Eppure la felicità vera non è mai arrivata. C’è sempre stato quel sottile dispiacere che si insinuava nel suo cuore, come un filo invisibile, perché, sebbene abbia una bacchetta, non sarà mai come gli altri. Si sdraia sull’erba, e ascolta il respiro della foresta, ed è felice, perché colui che l’ha fatto espellere, che l’ha cacciato dalla scuola che tanto amava, è finalmente morto, ma una tristezza senza nome continua ad alleggiare su di lui come un’ombra scura. Perché non sarà mai come gli altri.
 

 

E sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare
un sottile dispiacere
 

 
 

**********

 
 
Hanno sempre detto che l’amore porta gioia, ma Minerva non lo crede affatto in questo momento. Le lacrime scorrono come sottili rivoli d’argento sulle sue guance, perché sta iniziando a capire.
 
«Minerva… sei bellissima…»
«Dougual io…»
«Non dire nulla».
«Ti amo».
«Minerva…»
«…»
«…»
«Dougual, prometti che non mi dimenticherai, quando partirò?»
«E come potrei, amore mio?»
«Non so, ma…»
«Shhh, ascoltami, adesso, prima che parti voglio…».
«… Sì?»
«A breve erediterò la fattoria di mio padre, sarò in grado di mantenere una famiglia».
«…»
«Minerva… vuoi sposarmi?»
«Oh Dougual, sì, sì lo voglio».
 
È stata la risposta sbagliata. Doveva rifiutare doveva pensare prima di agire, e adesso non sa più cosa fare, non si riconosce più: le lacrime, la disperazione, la divisione interiore, non sono tratti che l’accompagnano e la caratterizzano. La brughiera scozzese è quasi invisibile nell’ora che precede l’alba: una spessa foschia impedisce allo sguardo di spaziare sui verdi prati chiazzati dai fiori colorati. È tutto così diverso da ieri pomeriggio: adesso tutto è umido, ieri tutto era secco e caldo, bagnato solo dai raggi dorati del sole; le spighe ondeggiavano, mosse dalla brezza estiva, quelle stesse spighe che ora non vede. Il cielo era limpido e terso, adesso nemmeno può scorgerlo. Ha sbagliato. Si è fatta trasportare dalle emozioni, dai sentimenti. Ha permesso al cuore di trionfare  sulla ragione, e ha sbagliato.
 
Come potrà dire a Dougual della magia?
E se non potrà dovrà forse nascondere per sempre la bacchetta?
E insegnare ai figli a mentire per evitare che lo Statuto di Segretezza venga infranto?
Cosa deve fare, adesso?

Vede nel suo futuro una vita triste e malinconica come quella di sua madre: un segreto inconfessabile che grava sul cuore come un macigno, il rimpianto del passato, le lacrime d’invidia quando i suoi figli riceveranno la lettera di ammissione a Hogwarts… E se lui nemmeno l’amasse più, se gli dicesse che è una strega? Allora dovrai rifiutarlo, allontanarti da lui, dimenticarlo, trovarti un compagno che sappia apprezzare te e le tue capacità, qualsiasi esse siano. È una decisione che le spezza il cuore nel petto, che le fa scendere ancor più lacrime sul volto, che la fa gemere di disperazione. Ma adesso sente che non è più sperduta. Adesso sa cosa fare. Adesso ha ritrovato se stessa. Ha ritrovato la sua determinazione. Dopo una notte di angosciosa sofferenza, ha capito che dovrà ritirare il suo “Sì”. Ma adesso misto al dolore c’è anche la consapevolezza di compiere, rifiutandolo, un’azione giusta. Un’azione per vivere libera, con la sua bacchetta. Ha scambiato pochi anni di felicità con una vita intera di libertà.



 

Uscir dalla brughiera di mattina
dove non si vede ad un passo per ritrovar se stesso

 

 

 

*************

 
 

La neve cade leggera e silenziosa dal cielo, posandosi al suolo e imbiancando il paesaggio come se vi fosse steso un velo bianco. Severus osserva la lenta danza dei fiocchi di neve dalla Torre di Astronomia, la più alta dell’intero castello.  Ma un’altra danza si svolge in quell’aula: quella delle sue lacrime. Lily, la sua Lily, il suo Giglio… persa per sempre a causa di una sciocca eppur terribile frase. Una frase dettata da un cuore pieno di rabbia e dolore: rabbia per la propria incapacità di tenerla stretta a sé, dolore per l’amicizia che leggeva nei suoi occhi, dolore perché era solo amicizia. E lui voleva di più, molto di più. Voleva un amore cono cui riempire il vuoto che la famiglia inesistente gli aveva lasciato dentro. Voleva un amore per sentirsi protetto, al sicuro, un amore per sentirsi accettato. Un amore per sentirsi amato, almeno una volta. E aveva sperato che lei potesse dargli quell’amore, ma si era sbagliato: lei lo aveva abbandonato, lo aveva lasciato solo, perché lei non sapeva cosa significa non essere amati da nessuno, nemmeno dalla donna che ti ha generato. Lei non poteva comprendere, anche se lui aveva sperato ne fosse capace.
Severus osserva con gli occhi lucidi e splendenti di lacrime la neve che scende dal cielo plumbeo e ricorda:
 
«Sev… guarda, la neve»
«La vedo, Lily»
«È bellissima, così magica…»
«…»
«Usciamo a giocare, Sev?»
«Ci bagneremo tutti»
«E dai, che ti importa?»
«Ti prenderai un raffreddore»
«Tu ti preoccupi sempre così tanto per me… perché lo fai, Sev?»
«… Sei importante per me, Lily»
«Oh, Sev,anche per me sei importante.  Sei un vero amico, ti prometto che ti vorrò sempre bene»
«Grazie, Lily»
 
 Cosa darebbe per sentirsi dire ancora da Lily che lui è importante per lei. E cosa darebbe perché quella conversazione mutasse il suo colore da bianco a scarlatto:
 
«Sev… guarda, la neve»
«La vedo Lily»
«È bellissima, così magica…»
«…»
«Usciamo a giocare, Sev?»
«Ci bagneremo tutti»
«E dai, che ti importa?»
«Ti prenderai un raffreddore»
«Tu ti preoccupi sempre così tanto per me… perché lo fai, Sev?»
«Perché ti amo, Lily»
«Oh, Sev, anch’io ti amo tanto»
 
E non sarebbe solo quella conversazione a cambiare colore, ma tutta la sua vita. Il suo cuore ora è candido, perché la tristezza che vi cade è bianca e soffice come la neve, silenziosa, ma l’amore che lo riempirebbe sapendo di essere ricambiato lo tingerebbe di rosso lucente, rosso come i capelli di Lily. Ma adesso, l’unico rosso che brilla nella sua mente è quello del sangue che esce da un cuore spezzato, spezzato da un’infinita tristezza e un’incommensurabile dolore. Dicono che il cuore degli uomini è fragile come vetro, ma se lo fosse davvero, quando si spezza dovrebbe risuonare un gran clangore, eppure, quando ciò succede, quando la sofferenza si fa tanto intensa da provocare dolore fisico, quando cade la tristezza sul cuore, e il cuore si frantuma, nessun suono si ode. Come quando cade la neve al suolo.

 

 

Domandarsi perché quando cade la tristezza
in fondo al cuore come la neve non fa rumore
 

 

 ***********

   

La gioia che pervade il cuore di Albus è indescrivibile nel comune linguaggio che si usa ogni giorno. Occorrono le parole della fantasia, della felicità e del cuore per descriverla appieno, ma esse non sono trascrivibili, perciò essa può essere solo immaginata. È la gioia che solo un’anima fanciullesca può provare, un’anima non già gravata dalle sofferenze della vita, non già macchiata del dolore che accompagna inevitabilmente le vicende umane. Una gioia che cattura cuore e anima, una gioia che pervade il corpo intero e fa risplendere gli occhi come se fossero stelle.
 
La causa di ciò?
 
La chiusura di un viaggio e l’approdo a nuovi lidi, ricchi di novità e libertà. E sue questi lidi si erge splendido e maestoso un grande castello dagli alti pinnacoli, e il mare dal quale si giunge è sinonimo d’infanzia.
Ma Hogwarts non è per i bambini.
E Albus, a undici anni compiuti, non è più un bambino. Solo un giorno è trascorso dall’arrivo in questo castello, eppure la gioia e la felicità che esso gli ha trasmesso non sono ancora svanite. Albus è in cima alla Torre di Astronomia, con gli occhi azzurri scintillanti e i capelli rossi che riflettono i raggi morenti del sole. Osserva il sole con sguardo rapito, assorto, come se in esso potesse trovare la risposta alle sue mille domande, domande che vorticano nella sua mente come farfalle su un prato fiorito. E sono così tante le cose che desidera conoscere, così tante da non organizzarsi nemmeno per importanza, perché è troppo confuso per dare loro quell’ordine lucido che richiederebbero. E allora girano, girano come farfalle, come petali di rosa risucchiati da un mulinello.
 
Una leggera brezza che si solleva dal Lago Nero gli smuove i capelli, e il sole inizia a scomparire. Negli occhi di Albus brilla un scintilla che si direbbe minacciosa se non sfavillasse negli occhi di un bambino: è pronto a sacrificare tutto quello che di più caro possiede, pur di eccellere. È pronto ad ingannare, a nascondere, a usare qualsiasi mezzo, lecito e illecito, per giungere al fine che si è predisposto e che, nella sua mente infantile, ancora non si è definito: vuole semplicemente eccellere, e farà di tutto pur di riuscirvi. Ancora non ha compreso che la sincerità in questo mondo è quanto di più prezioso possa esistere, che il desiderio di eccellere che ora lo anima non sarà nemmeno lontanamente paragonabile al rimorso che proverà quando nel suo cuore comincerà a comprendere che la correttezza è l’unica virtù che abbia veramente valore su questo mondo.
 
Ma ora nessuna angoscia è nel suo cuore, e Albus sta solo seguendo con gli occhi il sole. La notte è scesa, e il sole è scomparso dietro una collina. Albus vorrebbe seguirlo, vorrebbe scoprire dove il sole va a dormire.

 


 

E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
dove il sole va a dormire

 

**********
 

  
Troppe volte un giovane uomo o donna, dotato di incredibile talento, viene sprecato per fretta: viene gettato troppo presto nel mondo che per molti sciocchi ha valore, e viene bruciato prima del tempo.
Perché i giovani sono piantine verdi che stendono le loro foglie delicate ai primi raggi della vita, e che non sono pronti per affrontare la terribile luce del mezzogiorno, le prove ardue che solo una maturità di corpo e di spirito possono affrontare con la speranza di superare. Ma Pomona non pensa questo, mentre scorge la giovanissima cugina che si esibisce su un palco, perché la sua giovinezza le impedisce di maturare tali pensieri, perché ancora non ha compiuto quelle esperienze che le permetteranno di formulare quei pensieri che tanti definiscono "adulti". Il pianoforte a coda nero è lucido e splendente, e le mani della dodicenne  si muovono rapidissime e leggere sui tasti bianchi e neri. Pomona prova una sottilissima sensazione di disagio un nodo alla gola, un desiderio oscuro negli occhi: il desiderio di eguagliare in una qualche abilità sua cugina, perché lei è brava, è promettente, mentre Pomona non è ancora nulla.
 
Ma Pomona ancora non capisce che una pianta innaffiata troppo muore, mentre quella che si lascia crescere con i giusti tempi fiorirà e si coprirà di splendidi fiori, forse non saranno rose rosse o bianche, ma ogni fiore ha la sua bellezza, ogni fiore ha la sua particolarità. Eppure Pomona, dall’alto dei suoi tredici anni, dovrebbe sapere che bisogna ricoprir di terra una piantina verde, per sperare che possa nascere un giorno una rosa rossa. Ma la gioventù reclama il successo immediato, la gioventù è rovente, frizzante, non sa aspettare, non sa coltivare, la gioventù vorrebbe saltare il periodo in cui un seme viene avvolto dalle braccia della madre terra, aspettando la primavera per fiorire. Perché pochi sono coloro che riconoscono nel corso delle stagioni il corso della propria vita: la nascita che è paragonabile alla semina, può collocarsi all’inizio dell’autunno, l’adolescenza, nell’inverno, l’età adulta nella primavera e la vecchiaia nell’estate; perché nell’autunno e inverno siamo protetti dalle nostre famiglie, dalle nostre madri, così come un seme riceve protezione dalla Grande Madre; nella primavera fioriamo, ci lasciamo pervadere dalla vita vera; e infine nell’estate raccogliamo i frutti delle nostre scelte, della nostra esistenza, perché un seme che non cresce e non diventa pianta, non potrà mai divenire frutto, né una pianta mal curata può fiorire e maturare.
 
Ma tutto questo Pomona non lo sa, lei guarda la cugina, e la invidia, vorrebbe essere al suo posto. Non può sapere che tra pochi anni quella giovane non avrà più nulla tra le mani, perché tutto le sarà sfilato via troppo presto, da persone senza scrupoli che desiderano il proprio successo e non certamente il suo. Ma questo Pomona non lo sa, perché, come è proprio della sua età, i suoi occhi scorgono la realtà solo attraverso un filtro: il filtro della bellezza, dell’ingenuità, dell’ignoranza, che rendono tutto più bello e più affascinante di quanto non sia realmente agli occhi di coloro che sovrappongono al proprio sguardo tali lenti.


 

E ricoprir di terra una piantina verde
sperando possa nascere un giorno una rosa rossa
 

 
 

E quanto dolore, e quanta gioia, e quanti sentimenti ed emozioni passate si nascondono dietro le iridi dei professori, cose che gli studenti non sapranno mai, ed è per questo che i ragazzi non potranno mai comprendere i propri professori, perché questi ultimi non danno loro la possibilità di farlo. È un comportamento strano, quello che adottano, forse persino illogico: sembra quasi che vogliano essere odiati, perché preferiscono essere respinti che accolti; preferiscono essere nulla più di un volto arcigno per gli studenti, non vogliono essere capiti, non vogliono che i ragazzi entrino nelle loro vite, né loro vogliono entrare i quelle dei loro alunni. Chiudono gli occhi, stringono le mani, respirano a fondo per non trasmettere nulla ai loro discepoli. Nascondono le proprie emozioni sotto un manto di fredda e rigida professionalità, per rimanere piatti, anche se dentro di loro, come dentro ognuno di noi, si agita la tempesta. Il loro è il lavoro più difficile, perché devono mantenere il mare liscio come l’olio anche se sotto la superficie le correnti sono forti e il vento sopra di esse soffia violento.


E chiudere gli occhi per fermare
qualcosa che e' dentro me
ma nella mente tua non c'e'
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi emozioni
tu chiamale se vuoi emozioni


 

 

   
 
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