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Naruto |
Piume nella cenere di _ayachan_ | Leggi le 26 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 30/08/2008 | Stampa questo capitolo | Stampa tutta la storia
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Naruto3-0

Prologo





Se fossi liberato dal peso del fallimento,
forse le mie ferite farebbero meno male...




Era rimasto così poco, di quel tratto di foresta.
Lo sguardo spaziava in cerchio per centinaia di metri, percorrendo una desolazione pressoché assoluta, e sorvolava tronchi spezzati e anneriti, foglie accartocciate che turbinavano nella brezza fredda, dune di cenere che si alzava e mulinava infilandosi giù per la gola.
Un deserto bianco e nero.
Ma, nei suoi occhi, ancora scarlatto, oro e giallo. E rovente.
Eppure quel giorno faceva freddo. La pelle d’oca sulle sue braccia non era dovuta alla paura, all’ansia, all’angoscia che aveva provato davanti alle fiamme, ma soltanto al vento gelido che soffiava sullo spiazzo. E il vuoto che sentiva dentro non era il semplice e quasi confortante nulla dell’incoscienza.
Un tuono rombò lontano, tra le nubi basse. I lampi correvano da una parte all’altra del cielo, inseguendosi rapidi come un battito di ciglia.
La prima goccia di pioggia cadde su un mucchietto di cenere, e uno sbuffo bianco si sollevò nell’aria; poi un altro, e un altro ancora. Finché, nel giro di pochi minuti, il terreno non si trasformò in un pantano vischioso e uniformemente grigio.
Kotaro non sentiva le gocce che picchiettavano dure sulle spalle, né i capelli che si appiccicavano alla fronte e alla nuca. Non sentiva il freddo, anomalo per quel mese, insinuarsi sotto i vestiti, sotto le bende, fino alla carne, e non sentiva nemmeno il suo cuore che batteva. Nelle orecchie avvertiva soltanto il rombo lontano dell’incendio. E davanti agli occhi vedeva le fiamme danzare.
Abbassò lo sguardo, allontanandolo dai resti lasciati dal fuoco, ma incapace di far scomparire il suo fantasma, e rivoletti d’acqua gelida corsero lungo il collo e la schiena, senza strappargli alcun brivido.
Si sentiva inutile. Debole e inutile.
Lentamente strinse a pugno le mani fasciate, ignorando il dolore che saliva lungo le braccia e oltre le spalle, e i ricordi trovarono il modo di insinuarsi, ancora una volta, oltre le sue fiacche difese.


Lingue di fiamma s’alzavano e abbassavano con ritmo irregolare, risucchiando l’aria e la vita stessa, portandosi via anni, sentimenti e un passato intero. Parole dolorose gli rintronavano in testa, ossessive e terribili. Sentiva il calore del fuoco sulla pelle, il dolore dei polmoni che cercavano ossigeno, eppure avanzava, stordito, incapace di comprendere, di realizzare; avanzava e gridava.
Ma alla fine cadeva, impotente. Alla fine cadeva, precipitando nel nulla più oscuro.


«Maledizione...» mormorò con voce roca, tra i denti serrati convulsamente. «Maledizione!» ripeté in un grido, il collo teso e i muscoli doloranti, i capelli che stillavano gocce d’acqua gelida.
Una fitta alla schiena lo colse impreparato, correndo lungo la spina dorsale ed espandendosi dalla testa ai piedi; le gambe cedettero e cadde in ginocchio, affondando nella cenere impastata. Ansante, sentì le mani immergersi nella poltiglia fredda sotto di sé, e ne provò disgusto. Cadaveri. Resti di vita distrutta.
«Non doveva andare così!» ansimò, stringendo i pugni attorno alla melma grigia. «Non così!»
In quel momento, ancora offuscati dai residui del dolore, i suoi occhi distinsero qualcosa accanto ai resti di un tronco carbonizzato. Con un gesto automatico, Kotaro tese la mano e lo afferrò, estraendolo dalla cenere.
Era una piuma, un oggetto tanto fuori dal contesto da sembrare surreale. Era sporca, bagnata, ma sorprendentemente intatta. E lui sapeva perché era lì. Sapeva qual era il suo vero colore, sotto il grigio spento della melma.
«Non doveva andare così...» gemette di nuovo, piegando le spalle sotto il peso del rimorso, stringendo la piuma in una morsa dura e dolce al tempo stesso.
E un’ombra, nascosta tra gli alberi poco distanti, sorrise nell’oscurità del temporale.
Il lampo fece brillare sinistramente una fila regolare di denti bianchi, e poco più in basso, tra le dita, il metallo affilato.
«Hai perfettamente ragione»
Un sibilo veloce, che si confuse con lo scroscio della pioggia, e il breve luccichio della lama che fendeva l’aria. Un tonfo leggero e attutito, un gemito involontario.
Dalla sua posizione tra i rami, l’ombra vide il kunai affondare nel petto dello shinobi, tra la seconda e la terza costola, poco sotto il cuore. Le sue labbra si incresparono di nuovo, mentre il ragazzo si piegava e cadeva riverso in avanti, mentre gli occhi ancora sorpresi, smarriti, si accecavano nella cenere pastosa.
E allora ci fu lo sbuffo di fumo, subito dissipato dall’acqua. E l’ombra non fu più lì.
Testimoni di ciò che era accaduto restarono soltanto la pioggia, e piume nella cenere.





* * *



Si ricomincia!
Dopo la necessaria pausa estiva, rieccomi su EFP, con il seguito de "Il peggior ninja del villaggio della Foglia!".
Questo Prologo sarebbe dovuto comparire sui vostri schermi non prima del 3 settembre,
insieme al capitolo che dà vero e proprio inizio alla storia,
perché sembrava che l'1 e il 2 sarei stata impegnata - metaforicamente parlando; diciamo che vado a Mirabilandia, ecco.
Tuttavia l'impegno è stato posticipato al 7 e 8 settembre, e dunque ho deciso di separare prologo e capitolo
e regalarvi questo oggi, e il prossimo l'1.

Spero di avervi fatto una sorpresa gradita!

Ciò detto, ora passiamo alle note dolenti.
Gli aggiornamenti, salvo il primo, non saranno più ravvicinati come i precedenti.
A causa di impegni su cui non mi dilungherò, e della maggiore consistenza dei capitoli,
mi vedrete nella pagina delle ultime storie soltanto una volta ogni cinque giorni.
Inoltre, niente più preview per voi.
Non qui, almeno...

So che presentare le notizie negative non è il miglior modo di concludere,
ma perdonatemi e non fatemene una colpa, vi prego!
Non sarebbe stato nemmeno il miglior modo di cominciare, dopotutto!

Aya

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