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Autore: Guntxr    17/01/2024    1 recensioni
un amore può cambiare la propria vita?
non dirò altro
buona avventura in questa storia scritta alla cieca, senza trama né finale preimpostati
non è un romance
ma nemmeno un horror
sarà il mio solito libro psicologico
Genere: Drammatico, Malinconico, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«Sono davvero cambiata?»
 

 
 
Un inverno più freddo mai s’era fatto sentire in quegli ultimi anni. Le foglie volavano e continuavano a muoversi all’unisono e danzare nelle onde del vento gelido. Nulla faceva rumore, si poteva udire solo il massaggiare dell’aria sulla strada e sulle chiome degli alberi.
 
Una cittadina silenziosa e vuota e anche se molto piccola mostrava le sue bellezze, come monumenti, grandi fontane, spaziose piazze e una vera e propria cattedrale che immensa mostrava la sua maestosità nel centro del paese.
 
In giro vi erano solo degli animali randagi, le pattuglie della polizia che continuavano a girare annoiate senza sosta e un gruppo di persone sedute sulla scalinata di una banca. Erano tutti e tre uomini, ragazzini, avevano i capelli uno più lunghi dell’altro e ognuno di essi faceva una cosa diversa.
 
Il primo, il più in alto era intento a sistemare quelle che sembravano essere delle maschere antigas un po’ malandate. Le teneva messe insieme con il nastro adesivo nero, quello isolante. Non aveva la minima idea di cosa stesse facendo, ma dava agli altri l’impressione di avere tutto sotto controllo.
 
Il secondo, invece, era intento a selezionare tra le bombolette spray di vernice quelle che più sarebbero servite e le iniziò a spostare. Prima ne mise una nel lato destro dello zaino, poi un’altra sul lato sinistro e mentre faceva tutto questo gioco di spostamenti pareva essere parecchio impacciato e insicuro, nonostante sapesse benissimo quello che stava facendo.
 
Il terzo, infine, stava a guardare gli altri due e nel frattempo era intento a fumarsi una lunga e stretta sigaretta che sembrava non finire mai. Non aveva nulla da fare, perciò si sentì quasi il membro di troppo. Il suo compito era quello di accompagnare i due, nulla di più, nulla di meno. Passò davanti a loro un’alta ragazza, osservata dai loro occhi seri e che davano l’aria di qualcuno che è sulla difensiva. Lei li ignorò e continuò a camminare dritto.
 
Aveva un cappello morbido giallo che le copriva una chioma di capelli neri legati in due trecce e che sulla fronte si affacciavano in una frangetta. Si stropicciò i due occhi color castagna, li tenne chiusi per una frazione di secondi a causa del vento che le aveva soffiato oltre i suoi rotondi e larghi occhiali da vista. Sulle sue asciutte, ma morbide guance si poteva notare un po’ di trucco che a suo parere non guasta mai.
 
Non era tanto il tragitto che le interessava, in fondo, la strada era sempre quella e non sarebbe di sicuro cambiata. La destinazione, invece, la intimoriva e non poco. Aveva le mani che le tremavano all’unisono.
 
Continuava a camminare e dopo qualche minuto notò che dal cielo iniziarono a piangere gocce di pioggia fredda. «Dannazione.», osservò lei sbuffando. «Come al solito ho dimenticato l’ombrello a casa.»
 
Aveva una bellissima voce che risuonava dolce in quell’insieme di rumori della pioggia che le cadevano sulle orecchie e che non le permettevano di sentire le proprie stesse parole. In un certo senso, questa condizione era per una cosa bella, perché in quel modo non sarebbe riuscita a sentire per bene i propri pensieri. Gli stessi pensieri che le rovinavano le giornate e la facevano stare in pensiero tutto il tempo.
 
Non era una novità il suo essere anche troppo pensierosa riguardo ogni minima cosa. Quella mattina era andata più o meno come tutte le altre, con una particolarità, l’alto specchio appoggiato alla parete della sua camera da letto era scoperto. Di solito, infatti, su di esso la ragazza era abituata a mettere un lenzuolo che lo nascondesse; per qualche misterioso motivo, però, non c’era più e lo specchio era difatti nudo e pronto all’uso.
 
Erano le sette del mattino quando la sveglia impostata sul cellulare della ragazza iniziò a fare la sua comparsa, squillando all’impazzata. Una suoneria dolce e delicata ma abbastanza noiosa e ripetitiva continuava a risuonare in tutta la stanza. L’aveva personalmente impostata lei, pensando che sarebbe stata sicuramente perfetta come sveglia, una canzone che ti mette di buon umore ma che non vuoi riascoltare più di una volta.
 
«Va bene! Va bene!», disse lei dopo essersi destata. «Mi alzo dal letto!», si sollevò poi con la schiena, mettendosi seduta sul proprio materasso e guardandosi attorno. Era seminuda, aveva addosso soltanto il reggiseno e le mutande. Un’altra delle sue abitudini era, infatti, esagerare con il numero delle coperte e indossare il minimo indispensabile sotto di esse, così da potersi sentire più libera nei movimenti e non sentirsi incollata ai vestiti.
 
Il problema era però uscire da queste ultime, le comode trapunte che la riscaldavano tanto. All’inizio era difficile, ma una volta che ci fece l’abitudine la cosa non le pesava più come prima.
 
«Ci sei anche tu.» Osservò guardando il gatto nero che si stiracchiava ai piedi del letto guardandola. «Hai dormito bene, Corvino?», era il suo nome.
 
La ragazza si mise quindi fuori dal letto e iniziò a vagare per tutta la casa godendosi la solitudine e quindi anche la possibilità di girare seminuda senza problemi di imbarazzo. Lei ripeteva che poteva risultare noioso all’inizio, ma una volta fatta l’abitudine si iniziano a vedere i lati positivi, tornò poi in camera da letto, dove la aspettava la solita riflessione del mattino.
 
Quando ancora abitava a casa dei genitori, infatti, le erano vietate alcune cose, come ad esempio girare nuda per le stanze senza pudore. “Inaccettabile” lo definivano loro, lei la chiamava semplicemente normalità delle cose.
 
Una volta in piedi iniziò a guardarsi allo specchio, non diede attenzione al resto del proprio corpo, si concentrò, invece, sul proprio volto.
 
«Che io abbia le orecchie troppo grandi?», la domanda fu la scintilla che accese la miccia di mille altri dubbi. «Le persone sicuramente lo noteranno, lo notano e ne sono certa. Non puoi ignorare delle orecchie così grandi.», spostò lo sguardo poi verso il letto disfatto. «Beh,», cominciò lei cercando di consolarsi, «almeno non sono un insetto enorme. Avrei potuto svegliarmi e ritrovarmi senza alcuna spiegazione nel corpo di una gigante formica nera e socializzare, continuare la mia vita sarebbe stato impossibile.»
 
Tornò poi con lo sguardo sullo specchio, mirando al proprio volto con una certa asprezza. «Ma cosa sarebbe peggio? Avere le orecchie troppo grandi? O forse risvegliarsi nel corpo di una formica? Voglio dire…», rifletté lei tra sé e sé, «io le orecchie grandi già ce le ho e a parte qualche scherno durante l’infanzia da parte dei miei compagni di classe non mi ha mai causato alcun problema. Ma è questa la verità? O sono solo io che da protagonista non vedo quello che mi circonda? La gente nota davvero le mie orecchie così grandi? E poi, sono davvero così grandi? Loro le notano sicuramente, sì, ne sono più che certa.»
 
Si sedette poi ai piedi del materasso, continuando a guardare il proprio riflesso impresso nello specchio che sembrava giudicarla più di quanto lei stesse giudicando sé stessa. «Se diventassi un insetto enorme sarebbe anche più difficile, a dirla tutta, nessuno si avvicinerebbe a me e soprattutto io non sarei capace nemmeno di uscire di casa. Morirei di fame, qui, da sola e senza nessuno che si possa prendere cura di me. Voglio dire, c’è Giulia,» (migliore amica della ragazza) «ma le verrebbe di certo un infarto a vedermi in quel corpo. E se anche lei nota le mie orecchie a sventola? Troppo grandi dico io. Magari non dice nulla per non ferirmi, magari nemmeno a lei piacciono. No, non è quel tipo di persona che giudica le persone dal proprio aspetto. Ma di tipi così ce ne sono a bizzeffe, che non sarebbero tue amiche solo perché sei brutto nei loro canoni di bellezza.»
 
Sospirò poi stese la propria schiena sul comodo letto.
 
«Non capisco questa smania di dover essere per forza i più belli. La bellezza esiste soltanto nella bruttezza di qualcun altro, per questa società. Per me, invece, la bellezza sta negli occhi di chi se ne innamora. Non devi per forza essere nei loro standard. Inoltre, a mio parere, non esiste la bellezza fissa e generale, ma il fascino e la cura di sé stessi. E poi avrei una domanda che mi balza in testa, se tutti fossimo delle giganti e orripilanti formiche, allora conterebbe ancora la bellezza? Conterebbero ancora gli standard sociali? O sarebbe strano? Perché se io, con le orecchie troppo grandi fossi l’unica ad averle, allora sarebbe strano, ma se fosse un dato comune, un fattore di tutti, allora sì che sarebbe nella norma.»
 
Nel mentre continuava a fissare il soffitto, riflettendo ad alta voce su un tema che aveva a cuore in quel momento. Quella era inoltre una delle tante libertà che poteva prendersi non avendo coinquilinз. Poteva parlare sola senza essere giudicata come pazza o persona triste.
 
«Te lo immagini, Corvino?», «Se fossimo tutti delle formiche giganti sarebbe tutto normale, certo, i primi giorni, forse anni, sarebbe molto disagiante come cosa, nessuno capirebbe l’altro e ci saranno molti problemi che piano piano aumenterebbero. Ma dopo un po’ sarebbe tutto nella norma. Cos’è la normalità, in fondo, se non la quotidianità della stranezza?»
 
S’alzò poi in piedi e seguita dal gatto nero se ne andò verso la piccola e modesta cucina. Dove la attendeva un tavolo vuoto e due sedie messe ai lati di quest’ultimo, lei si sedette su una di queste e l’animale la copiò, facendo la stessa cosa sull’altra sedia vuota. Si guardarono per un paio di secondi in silenzio, poi la ragazza si sciolse in una piccola risata. «Non sarà mai strano come il parlare con un gatto. Ma per me è normale, non lo trovi anche tu?», il piccolo amico si limitò soltanto a battere le palpebre un paio di volte e leccarsi le zampe per pulirsi.
 
Lei s’alzò quindi in piedi, dirigendosi verso i fornelli, prese il giusto necessario per potersi preparare la colazione e guardandosi attorno iniziò a sentire il peso del silenzio della propria casa vuota. Quasi si sentiva sola, senza nessunǝ che potesse abbracciarla mentre si riscaldava il latte, nessunǝ che potesse baciarla e ringraziarla per aver preparato la colazione. Lei amava cucinare, infatti, ogni volta che sognava a occhi aperti, immaginava tutto ciò che ne sarebbe derivato e insieme a questo, riusciva a fantasticare appunto su una dolce colazione fatta da lei con amore.
 
Secondo lei, cucinare per una persona amata non era un dovere innato, anzi, odiava del tutto lo stereotipo sociale per il quale la donna avrebbe dovuto cucinare. Per lei cucinare per una persona era come dimostrare il proprio amore in un modo né verbale né fisico. «Come quando mi prendo cura di te.», disse ridacchiando al gatto. «Ma è un discorso ben diverso.»
 
Una volta finito ciò che stava facendo si rimise al tavolo, dopo aver avvicinato la ciotola del gatto al tavolo e averla riempita.
 
«Così facciamo colazione insieme, no?»
 
E mentre camminava continuava a ripensare alla mattinata trascorsa, quel pensiero della formica e delle orecchie continuava a tornarle in mente e non capiva per qualche motivo gli stesse dando così tanto peso. In fondo era una semplice riflessione sull’essere, una delle tante che faceva di solito, quindi nulla di nuovo. Anche in strada era seguita da Corvino e quest’ultimo sembrava non volerla lasciare mai un minuto da sola.
 
Il freddo iniziò a farsi sentire sempre di più, tanto che la ragazza si sfregò le mani davanti alla bocca, per poterle riscaldare con il proprio alito fragrante di fragola, causa il suo dentifricio preferito.
 
Usava quello per i più piccoli, questo perché per lei la cura dell’igiene personale è importante che sia un piacere; perciò, aveva sostituito il classico alla menta con uno più fruttato. “Una saggia scelta”, diceva sempre la sua amica quando se ne parlava.
 
Dopo aver finito la colazione, tirò fuori dal pacchetto di sigarette che era al suo fianco una di quelle che lei chiamava “caramelle della morte”, la fece ondeggiare tra le proprie dita e dopo averla riposta tra le proprie labbra l’accese. Iniziò così a fumare la prima del giorno e quella che non era certamente l’ultima. Lei aveva, infatti, una forte dipendenza da tabacco e nicotina, tanto che in media in un giorno arrivava a fumarne almeno dalle otto alle dieci. Aveva appena finito di mangiare, eppure, aveva come l’impressione di avere ancora un po’ di fame. L’orario però non giocava a suo favore.
 
Decise quindi di mangiare due biscotti velocemente e poi andare a passo svelto verso il bagno. Fece uscire il gatto e senza pensarci oltre iniziò a fare una doccia calda che l’avrebbe aiutata a togliersi lo sporco e il sudore nauseabondo di dosso. Ne riscontrò dei benefici anche a livello mentale, si sentiva, infatti, più rilassata e più invogliata ad uscire di casa.
 
Una volta finita tutta la preparazione, vestita nel modo più comodo possibile, un po’ truccata e con le chiavi in mano era pronta per uscire e incamminarsi per la sua destinazione.
 
«Secondo te se la prenderà?» Disse al gatto durante il tragitto, riferendosi alla persona che stava andando ad incontrare. «Voglio dire, è passato molto tempo da quando non ci vediamo, non le ho lasciato nemmeno un messaggio.», l’animale non rispose nulla. Non che potesse fare altro, ma anche avesse potuto non l’avrebbe sicuramente fatto.
 
Arrivò dopo una decina di minuti davanti a un edificio tutto grigio, la quale porta d’ingresso si aprì e dalla quale uscì una donna abbastanza giovane, più grande della ragazza di una ventina d’anni. Le due si scambiarono una stretta di mano imbarazzata da parte della più giovane. Poi entrarono e la porta si chiuse alle spalle di Corvino che entrò dopo di loro.
 
 
Quello che accadde lì non ve lo posso narrare per filo e per segno, rovinerei il senso di questa storia, ma posso raccontarvi chi era quella donna e chi sono io. Lei era la mia psicologa e psichiatra e una volta entrate abbiamo parlato di quello che mi è successo nell’arco di tempo in cui non ci siamo viste. Io, come penso abbiate intuito, sono la ragazza che è andata a farle visita. Lei, dopo il mio racconto e dopo averle detto quanto la cosa mi abbia segnata, mi ha consigliato di scriverci un libro. Ho deciso però di farlo come se questa storia non mi appartiene, la scriverò in terza persona, io sarò per voi da ora soltanto una mera narratrice.
 
 
P.S. Non prometto che non scenderò nell’essere soggettiva e/o commentare alcune delle cose che mi sono successe.
 
 
 Questa è la storia di come ho visto morire un pettirosso.  
 
Buona lettura.
   
 
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