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Autore: Human_    20/02/2011    6 recensioni
Un disastroso pomeriggio ad aiutare nonno con gli animali, con cadute, conigli che non sembrano conigli, capre assassine e galline psicotiche.
Ma non tutto deve sempre andare male, no?
Genere: Commedia | Stato: completa
Tipo di coppia: non specificato
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«Tesoro, non reggerti al cavo che lo sfondi!».

Distolgo lo sguardo dai miei piedi e fisso l'ometto basso ed abbronzato che mi ritrovo per nonno negli occhi, astiosa. «Nonno, io ti voglio bene, ma come diamine pretendi che io scenda giù per questo scivolo della morte fangoso senza supporto alcuno?».
Mi sorride e saltella allegramente fino in fondo alla discesa, per poi guardarmi con un sorrisetto, indicandosi. «Così».
Costringo i miei occhi a restare nelle orbite ed la mia mascella a starsene buona buona, guardandolo piuttosto risentita. «Beh, scusa tanto, Vecchio dell'Alpe, se io sono cresciuta con l'asfalto sotto i piedi e se con queste scarpe slitto sul fango come neanche un ippopotamo ubriaco con la labirintite su una lastra di ghiaccio, eh».
Scoppia a ridere e se ne va.
Sbuffo. Piglia anche per il culo.
Torno a fissare critica il sentierino scosceso e fangoso, comunemente noto come “Trappola mortale per la sottoscritta”, e metto un piede in avanti. Ovviamente, inizia a procedere verso il basso come animato da vita propria, facendomi entrare in panico per un secondo.
Scruto ansiosa la fine della discesa, dove si erge un muro, e metto l'altro piede innanzi a Pinocchio -il piede che ho appena scoperto essere vivo-. Anche lui inizia a scendere da solo.
Provo a fermarmi, ma i miei piedi si son messi d'accordo con il fango. Ma porca merda.
Inizio a correre, ponendomi come unico scopo quello di non far entrare in collisione il mio didietro fasciato dai miei jeans nuovi e il terriccio.
Tanto, al massimo, c'è il muro.
Muro che mi accoglie a braccia aperte.
Per essere precisi, accoglie con grande impeto la mia fronte ed i palmi delle mie mani, che ora bruciano come neanche il culo quando m'ingozzo di cioccolata per la befana.
«Dio santo, che hai fatto?» chiede nonno, sbucando dal capanno degli attrezzi con una pala in mano.
Lo guardo sofferente e indico l'aggeggio con l'indice. «È per raccattare me, quella?».
Aggrotta la fronte. «Veramente è per spalare la merda dei conigli» mi risponde, con un'innocenza incredibile.
Mi porto le dita sulla fronte, appurando d'essermela graffiata tutta. Ho già detto “Porca merda”?
Realizzo cos'ha detto e sollevo lo sguardo di corsa, terrorizzata. «Chi dovrebbe spalarla, la merda? No, perché suddetta merda è stata da me offesa un sacco di volte nel giro di neanche cinque minuti, e potrebbe decidere di saltarmi addosso in qualsiasi momento per ripicca».
Mi guarda comprensivo, dolce, compassionevole, e inizia a camminare verso un cancelletto piuttosto malridotto. «La spalo io, la merda. Tu dai da mangiare alle bestie».
Sospiro di sollievo e lo seguo. «Per bestie intendi gli adorabili coniglietti di cui mi parlavi, vero?».
«Certo» ribatte, aprendo il cancello. «E le capre».
«Oh, sì, ovviamente, le capr- LE CAPRE?!».
Stormi d'uccelli s'alzano in volo, spaventati dal mio urlo beduino, e se entrando trovassi conigli fatti secchi da un infarto non me ne stupirei poi tanto.
«Sì, le capre. Non sapevi che avevo le capre?» chiede nonno, con le sopracciglia praticamente attaccate ai capelli neri.
«No, non sapevo che IO sarei dovuta entrare in contatto con quei quadrupedi malvagi, muniti di corna e puzzolenti!» mi lamento, quasi piangendo.
Io sono terrorizzata dalle capre.
«Non puzzano!» li difende, quasi offeso.
«Non so se te ne sei accorto, ma hai eliminato il meno rilevante degli aggettivi» ribatto, sollevando un sopracciglio.
Sospira. «Tesoro, non ti faranno niente. Sono delle capre. Sotto la categoria “Animali pericolosi” in genere ci sono leoni, puma, barracuda e squali, non capre».
«Chi ha stilato quella lista non è mai stato quasi ucciso da un caprone» borbotto, incrociando le braccia sotto il seno. «Io alle capre non mi avvicino. Piuttosto torno da Arturo».
Aggrotta la fronte. «Da chi? Chi è Arturo?».
«Il muro».
«Hai dato un nome al muro?».
«Nonno, per qualche istante siamo stati una cosa sola, mi sembrava opportuno presentarci».
Butta la testa all'indietro, fissando il cielo. «E pensare che quando mi dicevano “Tua nipote non è normale” rispondevo sempre “È solo un po' stravagante”, o anche meglio “Ma no, è solo una fase, passerà!”».
Sollevo un sopracciglio. «“È solo una fase, passerà”? Nonno, questa frase orribile si propina alla gente quando le bambine impiccano le bambole».
«Hai ragione, avrei dovuto capire subito che era più grave di quanto pensassimo» sospira. «Ora vieni, tu darai da mangiare ai conigli ed io spalerò la merda e nutrirò le mie belle caprette».



«Nonno, ma tu sei proprio sicuro che questo sia un coniglio?» domando, osservando da vicino il roditore più grande di un gatto.
«Che cosa dovrebbe essere, uno scoiattolo?» chiede, sarcastico, buttando il letame in una carriola.
«Un castoro, per esempio». Stringo gli occhi, osservando quest'essere marrone che di un coniglio ha solo le orecchie. «O una nutria. Anche una pantegana, volendo».
«È stato partorito dalla coniglia della gabbia alla tua sinistra, mi pare ovvio che sia un coniglio» mi risponde.
«Beh, mai sentito parlare di incroci, tipo il mulo che è figlio di asino e cavalla?».
Il coniglio scopre i denti, ed io gli allungo una carota.
«E come avrebbe fatto una nutria ad infilarsi nella gabbia e ingravidare la mia coniglia?». Il tono di mio nonno è un misto tra il disperato e il rassegnato.
«Mah, una nutria non so. Ma per una pantegana non sarebbe stato un problema. E i castori sono abilissimi col legno. Magari un castoro è venuto, t'ha rotto la gabbia, è entrato a fare fiki fiki con la tua coniglia e t'ha risistemato la gabbia prima d'andar via» spiego, passando a dar da mangiare agli altri animali.
«Che castoro gentile!» commenta, sarcastico.
«Beh, era il minimo. Ormai il fattaccio era fatto».
Sospira ed alza gli occhi scuri al cielo. «Ma che ho fatto di male?».



«Mi fai un favore? Porta la carriola con il concime laggiù, dove quella collinetta».
«E poi?» chiedo, aggrottando la fronte.
«E poi ti chiederei di rovesciarla, ma viste le condizioni in cui ti sei ridotta la fronte dopo aver dovuto scendere un metro di sterrato non vorrei doverti ripescare in mezzo al letame, quindi lasciala lì che poi ci penso io» sospira, finendo di sistemare il fieno.
Annuisco e faccio per incamminarmi, poi lo sguardo mi cade sul contenuto della carriola. «Nonno, ma come fanno i conigli a fare la cacca così perfettamente tonda?».
Insomma, questi sono dubbi che t'arrovellano il cervello. Sono sicura che neanche quelli di National Geographic sanno la risposta.
«Avranno il buco del culo tondo» risponde, sputacchiando del fieno che gli era andato in bocca.
Sbuffo. «Nonno, anche noi abbiamo il buco del culo tondo, ma non caghiamo a palline».
«Loro ce l'avranno più tondo!» ribatte, continuando ad armeggiare con il fieno. Che dovrà mai farci, poi.
Aggrotto la fronte, pensierosa. «Questa spiegazione non mi convince».
Sospira. «Magari la fanno tonda perché si concentrano, pensando intensamente a un cerchio, e esce fuori perfettamente sferica» butta lì.
M'illumino. «Sono furbi, eh! Pensa se si concentrassero, chessò, su un quadrato!».
«Che dolore al culo, eh?» mi risponde, sconsolato.
«Ma veramente. Sai gli spigoli? Una sofferenza atroce».
«Magari una volta cagavano a cubetti, poi si son fatti furbi e son passati alle palline».
Il mio nonno. Ne sa una più di quelli di National Geographic.
Lo guardo quasi commossa, e lui, avendo finito col fieno, mi guarda confuso.
Poi lo sguardo gli cade sulla carriola, alza gli occhi al cielo, e l'afferra, iniziando a spingerla. «Da' qua».
«Nonno, ma dici che se mi concentro riesco a fare la cacca a forma di unicorno?».



«Quindi, riassumendo, adesso abbiamo spalato la merda e dato da mangiare ai quadrupedi...».
«No, ferma. Io ho spalato la merda, dato da mangiare alle capre e rovesciato la merda dove il resto del letame, e tu hai dato da mangiare ai conigli» mi corregge.
«Ma noi siamo una squadra, nonno». Stringo la mano destra a pugno e sorrido, sollevandola come i tizi delle squadre di baseball nei film americani.
Sospira. «Prosegui con il tuo riassunto».
«Dicevo, ora che abbiamo sistemato queste bestie, che dobbiamo fare?».
«Ora tocca alle galline».
...
Ha detto galline?
«MA HAI UNA PASSIONE PER GLI ANIMALI ASSASSINI?» grido, facendo un salto all'indietro.
Mi guarda con gli occhi sgranati, per poi passare ad un'espressione piuttosto disperata. «Non dirmi che hai paura anche delle galline!».
«Io non ho paura delle galline» rispondo offesa, e sembra essere sollevato. «Io sono terrorizzata dalle galline, che è diverso».
Sbuffa. «Ma che ti hanno fatto?».
«Se ne stanno lì, con i loro becchi appuntiti e le loro unghie affilate, a guardarti con quegli occhietti diabolici, facendo le indifferenti, e poi quando ti giri... BAM! Ti colpiscono a morte».
«Sono galline» esclama, sofferente. «Sono dei pennuti alti neanche mezzo metro!».
«Pennuti che potrebbero potenzialmente uccidermi» specifico.
«Se gli dai un calcio se ne vanno!».
«'Sti caz- cavolfiori! Ho le gambe corte, io. Sommate al busto e alla testa raggiungono appena il metro e sessantacinque, se non mi piastro i capelli il metro e sessantasette, ma una gallina non si fa certo intimidire dalle mie gambe flaccide! Senza contare che se alzo una gamba per dare un calcio a quell'essere immondo rischio di cadere ed essere sommersa dall'intero pollaio». Al solo pensiero mi viene da piangere.
Sbuffa. «Va bene. Ho capito. Tu mi aspetti fuori dal pollaio».
Gli sorrido, sollevata. «Grazie nonno».
Gli bacio una guancia e lui si avvia.
«Intanto faccio due chiacchiere con Arturo!» gli urlo dietro.
«Fai due chiacchiere con chi ti pare» lo sento borbottare. «Basta che non combini niente».



«Okay, io ho fatto. Ora aspettiamo Miguel».
«Aspettiamo chi?» domando, sgranando gli occhi.
«Miguel, quello che mi aiuta sempre a sistemare gli animali. Oggi deve venire qui per aiutarmi ad aggiustare la gabbia là in fondo» spiega nonno, sedendosi tranquillo sull'erba.
E io sono venuta qui perché...?
«Nonno, scusami, eh. Ma se viene questo Miguel, perché hai insistito perché venissi anche io?» chiedo, sollevando un sopracciglio.
Lo tiro subito giù. La fronte mi brucia.
«Perché poi tu devi accompagnare Miguel a farmi la spesa, perché tua nonna oggi sta tutto il giorno da tua zia e quando la faccio io non va mai bene» spiega.
«E questo quando me l'avresti detto?».
«Adesso».
Sbuffo. Quest'uomo è un genio.
Appoggio la schiena ad Arturo ed incrocio le braccia. «Tra quanto arriva 'sto tizio?» chiedo.
Dà un'occhiata all'orologio e si gira verso la strada. «Arriverà a momenti».
Annuisco e sospiro, in attesa di quello che si presume essere un amico di nonno certamente baffone.
Poi, una domanda mi sorge spontanea. «Nonno, ma sarà mica il Miguel della canzone che stava in Cordigliera da mattina a sera e che spara quattro colpi di pistola a Pedro?».



«Scusate il ritardo, non mi partiva la macchina!».
Distolgo lo sguardo dai fili d'erba, preparando una risposta sarcastica che mi muore miseramente in gola quando vedo l'aitante giovincello che scende agilmente (agilmente!) lo sterrato.
Di baffi, Miguel, non ne ha. In compenso ha dei muscoli che fan suicidare il mio ultimo neurone.
Ed è abbronzato.
Con i capelli neri.
E gli occhi chiari.
Ed ha una maglia dei Ramones. Dei Ramones.
Anche le sopracciglia sono stuprabili, di 'sto Miguel.
«Non preoccuparti, tanto abbiamo appena finito con gli animali» gli risponde nonno.
«Oh, meno male». Miguel si ferma a un passo di me con un saltello (con un saltello, cazzo!) e mi sorride. «Io sono Miguel» si presenta, tendendomi la mano.
«Lo so» rispondo, ancora un po' imbambolata, senza stringere la mano.
Vedo un'espressione un po' imbarazzata sul suo viso, e mi riprendo, arrossendo.
Gli stringo la mano. «Io sono Leila».
«Sì, va bene, tu sei Miguel e lei è Leila. Adesso vieni ad aiutarmi con la gabbia, così voi ve ne andate ed io vado a dormire quindici ore filate, che dopo oggi ne ho tanto bisogno».
Guardo nonno un po' offesa. «Senti, era il mio primo giorno da contadina e ne ho pagato abbondantemente le spese!».
«Che hai fatto?» mi chiede Miguel, aggrottando la fronte.
Indico prima la mia fronte, poi il muro. Lui sembra capire, e infatti gli viene da ridere. «Ti sei schiantata contro il muro?».
«A causa del destino avverso» gli rispondo.
«Destino avverso o goffaggine?». Ma cazzo ride? Okay che sei tanto carino quando ridi, ma se potessimo ridere, chessò, di come camminano i pinguini, sarebbe molto più divertente.
«Destino avverso. Io non sono goffa, sono... diversamente agile».
Nonno scoppia a ridere, e Miguel sembra fare di tutto per trattenersi.
Sbuffo. «Su, andate a sistemare 'sta benedetta gabbia» borbotto.
S'avviano, e nonno gli dà una pacca sulle spalle.
Tutta questa solidarietà maschile non mi piace.



Siamo nella macchina di Miguel, se macchina si può definire questo incrocio tra un'ape e una scatola di cereali.
«Ma tu sei proprio sicuro che quest'affare ci porterà fino al supermercato e ritorno?» gli chiedo, guardandomi intorno critica.
«Sì, Miss. Ci porterebbe anche in Congo, volendo» mi risponde.
Si aggancia la cintura ed io lo imito. Cerchiamo di proteggerci come possiamo, in questo trabiccolo.
«Semmai in Congo facciamo un'altra volta, eh. Per oggi non sforziamo troppo Kitt. Supermercato, casa mia, casa tua. Niente di più».
«Non sforziamo troppo chi?» chiede, sorridendo.
«Kitt! Mai visto Supercar, il telefilm con David Hasselhoff che interpreta Michael Knight?» domando con un sopracciglio alzato. La fronte non brucia più.
Scoppia a ridere. «Tuo nonno l'aveva detto che eri stravagante».
Stringo le labbra. «Ti ha per caso anche detto che la mia è solo una fase e passerà?».
«No» ribatte, confuso.
«Oh, allora l'avrà detto a qualcun altro. Evidentemente, in te non voleva alimentare inutili speranze».



«Perché non parcheggi anzi lì?».
Mi guarda con le sopracciglia aggrottate e si allunga a guardare l'altro parcheggio. «Che differenza fa?».
«Beh, quello è più vicino all'ingresso» rispondo, ovvia.
«Di due metri» scandisce.
«Dimmi niente!». Tesoro mio, tu avrai pure due gambe e un culo che neanche un'atleta, ma io sono una fragile creatura discendente dai panda, eh.
«Convincimi».
Sgrano gli occhi. «Mi stai sfidando?».
«Una specie» ghigna.
«Dirò a tutti che hai ammazzato Pedro» butto lì.
Scoppia a ridere. «Ti prego, anche tu con Maracaibo no!».
Lo fisso seria. «Hey, non c'è niente da ridere».
Cerca di calmarsi con dei respiri profondi. «Scusa».
Assumo un'espressione strafottente e incrocio le braccia. «Se non sposti la macchina, dopo dovrai portarmi in braccio. E non scherzo».
Sorride. «Perfetto». Toglie le chiavi dal quadro e scende, venendo ad aprirmi la portiera. «Sarà un piacere portarla in braccio, Miss. Adesso scenda, prego».
Lo guardo stupita, e scendo. «Ma che bravo lacchè».
«Istinto di sopravvivenza, Miss».



«Quale?» domando, agitandogli due barattoli di fagioli davanti agli occhi.
«Se li tieni fermi, magari...» si lamenta, afferrandomi i polsi. «Sono identici!».
«No che non sono identici» sbuffo, spazientita. «Questo ha l'apertura facile e questo no!».
«Vada per quello con l'apertura facile».
Fa per afferrare il barattolo che tengo nella mano destra e lo blocco. «E se non è facile da aprire, in realtà?».
Alza gli occhi al cielo. «Useranno l'apriscatole».
«E allora non è meglio comprare subito quello senza l'apertura facile?».
Sta per rispondermi, ma si blocca, pensieroso.
«Vedo che hai afferrato» sospiro.
Mi strappa entrambi i barattoli dalle mani e li mette nel carrello. «Melius abundare quam deficere».
Mi fa l'occhiolino e io quasi mi sciolgo.
Dei, Miguel, pure quando parli in latino sei stuprabile.



«Biscotti al cioccolato o alla panna?» chiedo.
«Cioccolato».
«Risposta sbagliata! Panna».
Metto le macine nel carrello e continuo a camminare.
«Cosa me l'hai chiesto a fare?» domanda, seguendomi con il carrello e con l'espressione a metà tra il divertito e l'offeso.
Faccio spallucce. «Per vedere se eri attento».
Mi afferra per i fianchi e mi dà un pizzico, facendomi scappare un grido soffocato. «Io sono sempre attento a tutto, Miss» sussurra. Poi mi lascia andare e inizia di nuovo a spingere il carrello, superandomi.
Ormoni, cuccia.
«Non chiamarmi “Miss”» borbotto, in trance.
Annuisce distrattamente e continua a camminare.
«Mi prendi il caffè, per favore? Alla tua destra in alto» gli chiedo, dopo essermi ripresa.
Lo afferra, ma non lo mette nel carrello. «Sbaglio o i tuoi nonni non possono bere caffè?».
«Infatti non possono» rispondo, allungandomi per prendere la confezione.
Alza il braccio in modo che io, tappa, non c'arrivi. «E allora perché lo compri?».
«È per me. Andrò a trovarli prima o poi, no?» domando, saltellando per arrivare a quel benedetto bene primario.
Mi guarda ghignando. «Non ci arrivi?». E alza ancora di più il braccio.
Sbuffo, guardandolo male, poi mi allungo a prenderne un'altra confezione dallo scaffale, lanciandola nel carrello.
Gli sorrido trionfante e continuo a camminare.
«Sei incredibile» mormora, incredulo, raggiungendomi.
Lo guardo ed ammicco. «Sapevo che prima o poi avresti ceduto al mio fascino».




Metto il carrello al suo posto, recuperando la monetina, e vado sulla soglia del supermercato.
Miguel è vicino alla macchina, intento a mettere la spesa nel bagagliaio.
Chissà dove si è nascosto, tutti questi anni. Insomma, se nonno lo conosce perché non ha condiviso tale meraviglia con me? Mica è corretto.
Chiude lo sportello e mi guarda con aria interrogativa.
Incrocio le braccia e sollevo un angolo della bocca.
Scoppia a ridere, raggiungendomi. «Hai ragione, una promessa è una promessa».
Si china, portando il braccio dietro alle mie ginocchia, e mi solleva.
Allaccio le braccia dietro al suo collo e gli sorrido. «Grazie, Miguel».
«Non c'è di che, principessa».



«Allora, ehm... La spesa è tutta sistemata, tu sei sana e salva... direi che ci dobbiamo salutare».
Guardo Miguel e annuisco. Chissà perché questa prospettiva non mi piace.
Aggrotto la fronte e mi appoggio con la schiena alla sua macchina barra catorcio barra trabiccolo, guardandolo speranzosa. «Ma se io, del tutto casualmente, andassi ad aiutare mio nonno con gli animali anche sabato, potrei del tutto casualmente incontrarti?» gli chiedo.
Sorride e si avvicina a me. «Mmm, io ho una domanda migliore. Se io, del tutto casualmente, capitassi domani sotto casa tua, verresti casualmente a fare un giro con me?».
M'illumino. «Dipende da dove del tutto casualmente mi porteresti».
«Beh, sbaglio o abbiamo un viaggio in Congo in sospeso?».


















Oookay.
Avevo completamente smesso di scrivere cose leggere, e questo è un po' il mio grande ritorno al buon umore, ecco.
Tutto ciò che è scritto qui... ebbene, è realmente accaduto alla sottoscritta. Tutto.
Tranne l'appuntamento con 'sto benedetto Miguel, purtroppo. ._.
Ah, una spiegazione sul titolo credo sia d'obbligo, ma non credo di potervi spiegare per iscritto, sicché, cliccate qui. Cliccate davvero, fidatevi, che non ve ne pentirete xD.
(Piccola precisazione: ovviamente il Miguel della storia è diverso da quello del video, eh!).
Bòn. Niente.
Alla prossima!


   
 
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