Era
un angelo? Un’ancestrale dea dell’amore? Nonostante la mia vista si stesse
annebbiando di secondo in secondo di più, posso giurare che colei che era
uscita di corsa dalla casa di Elijah con gli occhi arrossati, velati di lacrime
e le gote pallide, oltre ad essere la creatura più bella che io avessi mai
visto, rispondeva certamente al nome di Arja. Cercai di fare qualche passo in
avanti, pochi, a dir la verità, per raggiungerla, ma la testa mi girò così
forte e fui sopraffatto da una tale ondata di freddo e dolori vari che dovetti
appoggiarmi all’auto per tenermi in piedi; respirai profondamente e rialzai lo
sguardo da terra, dove si era posato, cercando di ignorare l’indicibile dolore
ed il cuore che pulsava insistente nella zona delle tempie: lei mi era di
fronte, gli occhi dipinti di una preoccupazione che non avevo mai visto, ed
aveva avvicinato e sue mani alle mie, stringendole poi fra le sue esili dita.
Io chiusi gli occhi, cercando di frenare la lotta tra sentimenti contrastanti
che si stava consumando feroce dentro di me: sapevo di non meritare la sua
pietà, la sua compassione, le sue lacrime, il suo sorriso, i suoi occhi…sapevo
di non meritare lei. Eppure…la guardai, o, almeno, sperai che il mio
sguardo oramai così annebbiato che non riuscivo a distinguere che vaghe ombre,
si fosse posato su di lei e strinsi le sue mani:
-Mi
dispiace-, sussurrai, sperando che lei, fra il vento e tutto il resto, avesse
sentito -mi dispiace…-, le dissi ancora, ignorando il dolore lancinante alla
testa. Appoggiai piano la fronte alla sua spalla, respirandole sul collo. Non
sapevo che altro dire. Scusami, Arja…Poi, tutto divenne buio.
****
Fu tutto molto, troppo veloce. Le sue scuse sincere, il
suo fiato sul mio collo, e poi…non seppi reagire prontamente quando lui, sconvolto
e senza forze a causa dell’alta febbre, cadde in parte a me, nella neve,
svenuto. Mi chinai accanto a lui, cercando di scuoterlo, di svegliarlo, ma
inutilmente. L’unica cosa che mi venne in mente di fare in quel momento fu di
tornare in casa e chiedere aiuto, ma quando mi alzai e mi voltai verso
l’ingresso, vidi Elijah stesso in piedi davanti all’uscio aperto, che mi
fissava tra lo sbalordito, l’arrabbiato ed il disperato. In quel momento mi
disinteressai completamente dei suoi sentimenti, di tutto ciò che doveva
provare, gli corsi semplicemente incontro pregandolo di aiutare Orlando. Mi
chiedevo perché il suo volto e la sua espressione fossero così combattuti,
perché non si sbrigasse a soccorrere il suo amico steso sulla neve, senza tener
conto di quello che era successo solo pochi istanti prima. Più tardi mi sarei
data dell’egoista, ma in quel momento pensavo solo ad Orlando, a lui, alla sua
salute e basta. Il resto era nullo. Probabilmente fu per questo che mi
arrabbiai, anzi, mi schifai quando mi chiese:
-E’ più importante l’amore o l’amicizia secondo te, Arja?-
Frustrata, scossi piano la testa, incredula:
-Cosa c’entra ora?!-, urlai -Aiutami, Elijah, per favore!
Orlando sta male!-
Lui mi guardò, come un bambino che sta per offrire una
caramella, riluttante.
-E poi…?-, chiese.
Ero al limite, quando gli dissi:
-E poi che cosa?!-
-Poi tu aiuterai me, Arja?-, riprese lui, calmo.
Non so se fu più per Orlando, per la frustrazione o per la
rabbia, ma sta di fatto che non riflettei assolutamente quando gli risposi:
-Certo, Elijah, ora aiutami!-
Lui annuì, e ci avviammo di corsa verso Orlando che aveva
un respiro regolare ma affannoso a causa dell’elevata temperatura corporea. Lo
sollevammo e lo trasportammo in casa, dove lo sdraiammo sullo spazioso divano.
Gli stesi poi un asciugamano umido sulla fronte e, per non so quale motivo,
presi inconsciamente ad accarezzargli un braccio, sperando stupidamente che
questo l’avrebbe fatto tornare in sé. Non mi ero accorta dello sguardo fisso e
possessivo che Elijah aveva posato su di me.
****
Aprii gli occhi piano, e la prima cosa che vidi fu una
figura vaga, chinata su di me. Sbattei le palpebre un paio di volte, e
finalmente quella figura assunse un aspetto conosciuto:
-Arja…-, mormorai.
Lei mi guardò e sorrise, tenendomi la mano, poi mi disse:
-Mi hai fatto preoccupare da morire, sai? Sei proprio un
gran cretino…-
Il suo sguardo però era scherzoso, sollevato, felice. E io
non meritavo nulla di tutto quello da lei…
-Che ti prende?-, mi chiese, notando il mutamento della
mia espressione. Scossi la testa:
-Nulla…-, dissi.
-Ti senti in colpa, eh Orlando?-
Alzai lo sguardo: era stato Elijah a parlare. Aveva
assunto un’aria di superiorità che non mi piaceva per niente, ma contro la
quale io, al momento, non potevo fare assolutamente nulla, dato che ero
sdraiato mentre lui era in piedi. Lo guardai a lungo, ma sapevo che aveva
ragione, quindi spostai per primo gli occhi di lato. Elijah riprese:
-D’altronde, Arja, diglielo anche tu…non avevi forse
appena finito di piangere quando ti ho trovata all’aeroporto?-
Spostai il mio sguardo su di lei, pur sapendo già che la
risposta sarebbe stata affermativa. In effetti lei annuì, ma piano, quasi
vergognandosene. Quasi la considerasse acqua passata.
Elijah sorrise e mi chiese:
-E tu credi di riuscire a sopportare i sensi di colpa
causati da questo, anche se lei ti ha perdonato?-
Voltai nuovamente gli occhi: non riuscivo a sostenere il
suo sguardo, e non era colpa della febbre, o dei dolori. Sapevo che aveva
ragione. La mano di Arja si strinse più forte attorno alla mia:
-Elijah-, disse, con voce ferma -io l’ho perdonato. Posso
capire cosa lui abbia provato, mi ha chiesto scusa, ora è finito tutto. Non è
il caso di tirarsela dietro a vita, è stato un errore ammesso e perdonato. Non
fargli credere cose che non sono vere-, concluse, sempre fermamente.
Elijah sorrise di nuovo:
-Oh, mai io non gli faccio credere proprio niente…-,
disse, insopportabilmente superbo -…semplicemente, gli faccio notare alcune
cose importanti…-
-Ha ragione-, intervenni inaspettatamente.
Arja mi guardò incredula, poi scosse energicamente il
capo:
-No, non è vero, Orlando! Non sentirti in colpa, non è
giusto!-, disse.
Io voltai lo sguardo da un lato. Era doloroso vederla
affannarsi così per me, dopo che io l’avevo fatta soffrire. Anche se non era
una cosa gravissima, e lei mi aveva perdonato, io l’avevo fatta piangere, avevo
fatto ciò che mi ero giurato di non fare mai. E lei, invece, continuava
instancabilmente ad amarmi, e, ora che ero malato, ad accudirmi…non capiva?
Come poteva non capire? La guardai silenziosamente, involontariamente triste.
Solo più tardi sarei stato abbastanza cosciente da rendermi conto di averla
fatta piangere di nuovo: le lacrime che le solcavano ora le guance la facevano
apparire unicamente più bella, e rimasi, oserei dire cinicamente, incantato a
guardarla. Finché, aspra e divertita, arrivò la risata di Elijah:
-Ma guarda, Orlando, l’hai fatta piangere di nuovo pur
cercando di evitarlo…non credi che essendo lei così triste con te forse farebbe
meglio a stare con qualcun altro? In fondo, quando si è innamorati, si vuole
solo che la tua lei sia felice, no?-, disse, seguitando a ridere.
Lo guardai sgranando gli occhi e pronto a scagliarmi
contro di lui, nonostante i dolori, nel caso avesse provato a toccarla. Ma poi,
le sue parole mi colpirono come fulmini a ciel sereno: lei era triste con me.
Forse aveva ragione Elijah, era il caso che stesse con qualcuno che sapesse
renderla felice…
Guardai Arja, ma lei aveva il viso nascosto tra le mani,
così mi rivolsi verso Elijah che mi guardava con aria di sfida. Ma era una
sfida che io non potevo combattere, certo in partenza di perdere: la posta in
gioco era qualcosa che io ero incapace di dare…
Ciao a tutti! (Che faccia tosta…ndTutti) Vi chiedo scusa,
mi dispiace! Ma stavolta non è colpa mia! Il destino (o il demone celeste, come
preferite chiamarlo…) si accanito brutalmente contro di me, mandandomi in panne
il computer…è stato un sacco a riparare e quando finalmente è ritornato a
casina bella, mio padre ha avuto la brillantissima idea di perdere i cd dove,
si da il caso, ci fossero TUTTI i miei files…sigh T__T…spero che non me ne
vogliate troppo, anche se so di meritarmelo…Sorry a tutte…
Un bacio, Sun