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Autore: kenjina    12/03/2017    0 recensioni
La situazione peggiorò quando trovarono un tavolo da biliardo libero e pronto solo per loro e, ovviamente, finì invischiato in un due contro due in coppia con la sua manager - almeno quella era una piccola fortuna in mezzo a tanta sfiga, si disse per farsi forza. Non avrebbe saputo di che morte morire, se avesse dovuto scegliere tra il Porcospino e la Scimmia; per non parlare della nuotatrice che, grazie a Buddha, non aveva mai giocato a biliardo e non sapeva neanche da che parte iniziare.
«Ehi, guarda che hai le palle piene tu, intesi?», gli fece Hanamichi, puntandogli la stecca contro.
Rukawa sollevò gli occhi al cielo. «Scimmia, non c'era bisogno di dirmelo. Che ho le palle piene di te lo sapevo da tempo».
(Tratto dal capitolo 17)
I ragazzi selvaggi son tornati, più selvaggi di prima... Ne vedremo delle belle!
Storia revisionata nell'Agosto 2016
Genere: Commedia, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Hisashi Mitsui, Kaede Rukawa, Nobunaga Kiyota, Nuovo personaggio, Un po' tutti
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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- Questa storia fa parte della serie 'Wild Boys'
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Capitolo 24

Nella tana della Scimmia

 

 

 

Una testa indiavolata fece capolino dalla porta, dopo aver bussato, e Hanamichi si illuminò come se avesse appena visto la sua Harukina cara. «Hicchan!»

Senza troppe cerimonie, la sorella gli si gettò addosso e lo abbracciò con forza. «Hana! Non vedevo l’ora che questa mattinata finisse per venirti a trovare!», esordì la ragazza, accucciandosi sul letto accanto a lui. «Ho portato anche i compiti, così posso farli qui in tua compagnia e aggiornarti su quello che abbiamo fatto in classe».

«E ha portato anche il tuo fidanzato! Oh, che tenerezza!», gongolò la vecchietta vicina di letto di Hanamichi, che, il caso volle, era anche la stessa che aveva importunato fino allo sfinimento Hisashi e il suo presunto ragazzo Akira.

Sakuragi per poco non la gettò dalla finestra e sbuffò nel sentire le risate della sorella e il sospiro rassegnato di Kaede. «Kit, che cavolo ci fai qui?»

«Non montarti la testa, Do’aho. Devo vedere il Vecchio».

«Non è vero, era preoccupato a morte», sussurrò Hime all’orecchio del fratello.

Kaede, in risposta, le lanciò contro la cuffia in lana e se ne andò alla ricerca del padre.

«Come stai, Hana?».

Il numero 10 si strinse nelle spalle. «Annoiato a morte. Niente allenamenti, oggi?».

«Iniziamo un’ora più tardi», replicò la sorella, sistemandosi meglio su un fianco, per guardarlo in viso. «Alcuni signori stavano prendendo le misure per comprare una sorta di moquette per coprire il parquet, durante la festa di fine anno. Altrimenti qualcuno potrebbe svenire, se dovessero rovinarlo».

Sakuragi sorrise, pizzicandole il naso. «Tu per prima».

«Dimentichi il Gorilla; farebbe una strage se qualcuno dovesse rovinare la sua palestra».

«L’ira del King Kong!»

I due gemelli scoppiarono a ridere e chiacchierarono con leggerezza sulla giornata appena trascorsa.

«La mamma?»

«Ha pranzato con me, poi è tornata a casa a farsi una dormita. Tu perché non sei venuta qui a mangiare?», domandò il ragazzo, col labbro all’infuori. «Ci siamo sentiti tanto soli».

«Oh, come no. Stavate pettegolando come due vecchie comari, lo so cosa fate quando non ci sono!», ridacchiò Hime. «Kanbe-san che dice?»

«Dovrò stare qui un paio di giorni per fare controlli e analisi, e devono insegnarmi a fare nuovi esercizi per la zona lombare. A quanto pare sembra che il mio problema non andrà migliorando, se non faccio qualcosa».

La sorella si rabbuiò immediatamente. «Intendi dire che potresti– potresti dover smettere di giocare?».

Alla sola idea Hanamichi sentì il cuore farsi pesante. Non aveva mai combinato nulla nella sua vita, prima del basket. Cosa sarebbe stato di lui se non avesse potuto più giocare? Era uno strazio starsene su quel letto a guardare il soffitto, non voleva immaginare farlo tutti i giorni. «No, non nell’immediato futuro. Rukawa Senior dice che se faccio bene e costantemente la scaletta che mi daranno, e un paio di punture al giorno, per il momento non avrò problemi. Devo solo cercare di non prendere altri colpi, ecco. Non so dirti esattamente cosa abbia, perché quell’uomo parla in medicinese e non capisco mai una mazza, ma non dovrebbe essere nulla di grave, Hicchan. Stai tranquilla».

«Hm», mugugnò lei. «Non posso stare tranquilla... dovrai marcare e sarai marcato da quel bestione di Daichi Anami, tra una settimana!».

«Bah, se gli appunti che hai rubato a Hikoichi sono giusti, sarà un gioco da ragazzi. Tanto è grosso, tanto è tonto, no?», ridacchiò lui. «E poi, sono così contento di aver battuto quei palloni gonfiati del Kainan, che sarei anche disposto a perdere contro il Porcospino! Ahaha!».

«Oh, il Porcospino!», fece la voce della nonnetta vicina di letto. «Il fidanzato di quel ragazzo che era qui qualche settimana fa, sì?».

I gemelli scoppiarono a ridere come invasati, finché gli addominali non iniziarono a fare male per l’ilarità, e fu così che Rukawa li ritrovò, completamente spalmati sul letto che si tenevano la pancia dolorante. Il padre fece capolino alle sue spalle e agitò una mano in cenno di saluto.

«Kanbe-san!», esclamò Hime, saltando giù dal letto e abbracciandolo. «Grazie, grazie mille per il suo aiuto! Le farò una statua, prima o poi!».

Rukawa Senior ridacchiò. «Mi basta che vinciate il Campionato Invernale, niente statue».

«Allora meglio che il Do’aho rimanga chiuso qui fino alla finale».

«Checcosahaidetto?!», sbraitò Hanamichi, facendo saltare la povera nonnetta dalla paura. «Guarda che contro la Nobu-Scimmia abbiamo vinto grazie al Genio qui presente! Se fossi rimasto fuori a quest’ora starem– Kitsune, non voltarmi le spalle quando ti parlo!».

Parole al vento: Kaede aveva già fatto retro-front per tornare allo Shohoku e iniziare gli allenamenti pomeridiani. Il tutto condito dalle risate di Mr. Rukawa, che nel frattempo gli si era avvicinato e cercava di calmarlo con qualche bonaria pacca sulla testa.

«Hicchan, tu non vai agli allenamenti?», domandò Hanamichi una volta calmatosi, mentre Kanbe Rukawa si avvicinava al letto della vecchietta per darle un’occhiata.

«No, oggi sto con te. Mi sono portata anche i compiti, ricordi?», replicò lei, agitandogli gli appunti sotto il naso.

Il fratello ingoiò un’imprecazione. «Ma... ma, Hicchan! Non possiamo, che so, giocare a carte?».

«Hana, devo ricordarti l’ultima volta che abbiamo giocato a poker?».

Quello divenne più rosso dei suoi capelli e si affrettò a cambiare argomento. «Mitchi riprende ad allenarsi oggi, vero?».

Dopo un sorrisino, la ragazza annuì. «Non farà niente di impegnativo, giusto un po’ di palleggi e qualche esercizio di stretching. Era esaltato alla sola idea!».

«E ci credo! Sono fermo qui da un dannato giorno e già mi prudono le mani. Come farò a stare qui fino a domani?», borbottò imbronciato, osservandosi i palmi e le dita affusolate come se potessero dargli una risposta.

Hime gliele prese tra le sue e gli baciò il dorso con infinito affetto. «In realtà ho un regalo per il mio Genio preferito».

A quelle parole le orecchie di Hanamichi si fecero attente e alzò subito lo sguardo su di lei, all’erta. «Un regalino per me?», ripeté come un ebete.

La sorella annuì con un sorriso smagliante e ficcò la testa dentro la borsa, per cercare il pensiero che aveva raccolto strada facendo. «Ta-daaan!».

Il nuovo numero della sua rivista di basket preferita – che in realtà aveva iniziato a leggere solo da pochi mesi e solo perché non voleva stare indietro con le chiacchiere tra i suoi compagni – gli si materializzò davanti agli occhi castani e sbrilluccicanti. «Hicchan! Grazie! Ho la sorella migliore del mondo!», esclamò, guardando la copertina platinata su cui Michael Jordan eseguiva una gloriosa schiacciata.

Trascorsero il pomeriggio così, tra la rivista di basket, qualche chiacchiera e i compiti di scuola, senza alcun pensiero cattivo né ricordi passati. Hanamichi, però, continuò a lanciare occhiate preoccupate alla sorella, che nonostante gli impegni e i finti sorrisi, continuava a soffrire per la rottura con Kiyota. Non aveva idea di come farglielo dimenticare, ma ci avrebbe provato.

Anzi, ci avrebbero provato, si corresse mentalmente quando i loro amici comparvero sull’uscio della camera.

«E allora, Hanamichi!», esordì Yoehi, agitando qualcosa davanti al viso. «Guarda un po’ qua cosa abbiamo per te!».

«Ohh! Le mie patatine preferite alla paprika!», sbavò il rossino, allungando le mani per prendere il suo regalo.

«Peccato che questo maiale le abbia mangiate strada facendo», aggiunse Noma, indicando Takamiya. «Accontentati delle briciole».

«O sniffa la busta, temo che abbia leccato via anche quelle», fu il consiglio di Okusu. Il maiale in questione, nel frattempo, si ripuliva le dita con la lingua, ridendosela sornione.

«Ma porco che non sei altro!», s’inalberò Hanamichi, agitando la busta delle patatine stretta in pugno, come se fosse stato il collo dell’amico.

Hime ridacchiò, conscia che lo stessero provocando perché sapevano che non avrebbe potuto reagire con movimento bruschi e testate varie.

Quei quattro disgraziati!

Quella sera stessa, dopo gli allenamenti, anche l’intero Shohoku era passato a salutare il suo numero 10 e, per fortuna, l’infermiera di turno era proprio la madre, che li fece entrare tutti insieme con la promessa di non far venire un infarto alla vecchietta accanto. Anche Sanako, prima del suo turno al bar, aveva deciso di fare una capatina e con uno scopo ben preciso in mente: far distrarre Hime Sakuragi nel modo migliore che conoscesse: facendo casino sugli spalti.

«Allora, verrai? Sì? Ho convinto anche Kaede-kun!», le stava dicendo da dieci minuti.

Rukawa lanciò all’amica un’occhiata supplichevole, ma se fosse per accettare e farla smettere o per salvare anche lui non seppe dirlo.

«Si tratta solo di un paio d’ore, poi torniamo qui a farti compagnia, Hana-chan», continuava Sana, annuendo e sorridendo come un’ebete nella speranza di convincerli tutti a seguire il suo piano. «Sono le semifinali, del resto! Non potete mancare!».

Posso eccome!, avrebbe risposto Kaede, se non fosse stato che avrebbe dato retta a quella matta di sua cugina solo perché sapeva lo stesse facendo a fin di bene - anche se la location non era esattamente la migliore.

«Ma è al... al Kainan, no?», domandò infatti Hime, crucciandosi e grattandosi la punta del naso, come sempre faceva quando era nervosa.

«Sì, ma c’è assemblea d’istituto come da noi! Le possibilità di incontrare–». Sana si zittì non appena una gomitata al fianco le fece mancare il fiato, e guardò con occhi lucidi e doloranti Kaede, che ricambiò con apparente innocenza.

«In effetti, Hicchan, non sarebbe una cattiva idea», diede manforte Hanamichi. «Insomma, non devi rimanere per forza qui con me».

«Ma–».

«Niente ma!», esclamò Ayako, colpendola con forza col ventaglio, sorda alle sue lamentele. «Domani si tifa Kobayashi e ci serve il nostro capo ultrà. Te!».

E mentre Hisashi e Miyagi si sganasciavano dalle risate nel vedere la loro seconda manager accucciata in un angolo con le mani in testa, a protezione da altre eventuali sventagliate di Ayako, l’Armata Sakuragi inveiva contro quest’ultima, giacché erano loro i più casinisti di tutti e meritavano quel titolo più della ragazza.

«Allora, verrai?».

 

*

 

Il giorno dopo Kaede si presentò a casa sua puntuale come la morte e, proprio come la morte, aveva un aspetto terribile.

«Ede!», lo salutò Hime, sollevandosi sulle punte dei piedi per baciargli la guancia gelida. «Va tutto bene? Stai male?».

Quello parve lanciarle un missile terra-aria con la forza del solo sguardo. «È l’alba. Ho sonno».

«Uh, sono le dieci di mattina».

«Appunto. È l’alba e ho sonno», ripeté il numero 11. «Avrei potuto dormire, oggi».

«Ede, tu dormi ovunque e comunque, dov’è il problema?», ridacchiò la ragazza, infilandosi gli stivali e battendo le mani coperte dai guanti. «Pronto?».

«Hn».

E mentre il Volpino si chiedeva, per l’ennesima volta, chi gliel’avesse fatto fare a lasciare il suo adorato letto confortevole e caldo, Hime gli si era appesa al braccio e aveva iniziato a chiacchierare a raffica su qualsiasi argomento, pur di non pensare al fatto che si stessero dirigendo alla tana del lupo – o della scimmia, vista la situazione.

Le possibilità di trovarlo a scuola, in quel giorno freddo e di “vacanza” erano minime, e sapeva per certo che non avesse chissà quale interesse per il nuoto – se non quello di accompagnare lei, quando glielo aveva chiesto. Il pensiero l’aveva tranquillizzata quel tanto che bastava per convincerla ad accettare la proposta di Sana, con la promessa di scappare non appena Kiyo e la Azamui avessero gareggiato, per tornare dal suo fratellone. Fortuna che l’avrebbero dimesso quel giorno, pensò stringendo il braccio dell’amico quando si ritrovarono sull’affollato treno che li avrebbe portati al Kainan.

Un dito contro la fronte la fece risvegliare dai pensieri e concentrò l’attenzione sull’amico. «Uhm?».

«Ho detto, non ci sarà anche Sendoh. Vero?».

Hime non poté esimersi dal scoppiargli a ridere in faccia. Era una persona orribile, ne era pienamente consapevole, ma l’espressione di puro terrore che gli lesse negli occhi fu memorabile. «Certo che ci sarà! Deve tifare per la cugina! Non sei contento di vederli entrambi?».

Se possibile, l’espressione gli si oscurò ulteriormente e Hime dovette consolarlo con qualche pacca sorniona sul braccio – che servì solo a sortire l’effetto contrario.

«Su, su, ci divertiremo un mondo».

«Mi divertirò di più quando lo straccerò in finale».

L’altoparlante annunciò la prossima fermata e si avviarono con fatica in prossimità delle porte, stringendosi nei cappotti e nelle sciarpe per non essere schiaffeggiati troppo brutalmente dal gelo esterno.

Notarono che molti scesero con loro, diretti anch’essi verso la piscina del liceo, e si stupirono di quanto quello sport fosse seguito. Ma d’altronde, erano entrambi così innamorati del basket che per loro non esisteva nessun altro sport al mondo degno di tanto amore.

Scorsero subito la testa appuntita di Sendoh, che neppure con la neve e tre gradi sotto zero si arrischiava a indossare una cuffia, pur di non rovinarsi la pettinatura. Hisashi era accanto a lui, con un braccio intorno alle spalle di Kiyoko, mentre lei e la Azamui salutavano i due prima delle semifinali. Sanako era con loro, avvolta come un salame in un cappotto beige, sciarpa e cuffia condita di pon-pon.

Nel vedere i cugini più sorridenti di Kanagawa, Kaede pensò che l’avventura non potesse iniziare in modo peggiore. Hime, accanto a lui, soffocò le risate dietro la sciarpa.

«Ehilà, baldi giovani!», li salutò Akira, candido come la neve che li circondava. «Dimmi un po’, Hime, che hai fatto per convincerlo a mettere fuori il naso da casa con questo tempo?».

«Io nulla. Ha fatto tutto lei!», esclamò la rossa, indicando la barista.

«Intende dire che l’ha preso per sfinimento», spiegò la Kobayashi, che ben conosceva i metodi massacranti di Sana. Quest’ultima divenne più rossa dei capelli di Hime, che la coccolò per consolarla.

«Ah! Le cugine! Sanno sempre come raggirarti, vero Kaede?», ammiccò Sendoh, con una gomitata mentre indicava la sua.

Il Volpino per poco non ringhiò. Strattonò Hime per un polso, deciso a trovare un posto lontano da quei due, mentre questa rideva ora senza ritegno, imitata dai quattro poco più indietro di loro. Ogni ilarità le si spense in gola non appena i suoi occhi incontrarono una familiare testa di capelli neri e incasinati. Accanto a lui una bella ragazza, appesa al suo braccio, gli sussurrava qualcosa all’orecchio, che lo fece scoppiare a ridere nella sua irritante e adorabile risata sguaiata.

Kaede fermò i propri passi e seguì il suo sguardo. L’elegante linea della mascella gli si serrò in un moto di stizza e la strattonò con più grazia. «Andiamo dentro».

Hime scosse il capo, notando i due avviarsi verso una delle entrate alla piscina liceale. «No, non posso», sussurrò con voce spezzata. «Ho sopportato la partita, ma questo... e lui è con… no, scusami, Ede, non ce la faccio. Vado da Hanamichi, scusami».

E con quelle parole, corse verso la stazione, sotto lo sguardo attonito degli amici. Persino Akira, che era stato informato degli ultimi avvenimenti da Hisashi, divenne una maschera di impassibilità. Fu lesto a fermare Rukawa, deciso una volta per tutte a pestare quel gran pezzo di idiota, e grazie al cielo anche Hisashi giunse in soccorso, nel tentativo di farlo ragionare.

Insicuro sul da farsi – seguirla o tornarsene a casa? – Reiko Azamui gli si avvicinò con fare conciliante. Proprio quello di cui non aveva bisogno.

«Lasciala andare, ha bisogno di stare un po’ sola».

«E tu che ne sai?», sbottò lui, stringendo i pugni.

Reiko sorrise, tristemente, e scrollò le spalle. «Ci sono passata anche io, campione. Ora vai e goditi lo spettacolo; dopo andiamo a trovarla tutti insieme, ok?».

Kaede la sorpassò senza una parola, oltremodo irritato da quel tono da mamma chioccia e quel falso sorriso che le aveva increspato le labbra solo pochi secondi prima. Ci era passata anche lei? Era stata mollata?

Sbuffò, scuotendo il capo. Ovvio che sì, solo un folle starebbe con una così.

«Allora, come sta il Genio?», domandò Akira, mentre si dirigevano sugli spalti.

«È più idiota di prima, se possibile», fu il suo pacato commento.

Hisashi, per una volta, gli diede ragione. «Non smette di vantarsi della vittoria sul Kainan, tutto merito suo».

«Beh, in parte lo è», gli fece gentilmente notare la sua ragazza, che vide bene di svignarsela per non beccarsi qualche ritorsione.

«Maledetta ingrata! Cosa ne capirai di basket, tu!», le gridò dietro il numero 14, che si prese un bel dito medio in risposta, prima che sparisse per la via degli spogliatoi.

Come ovvio che fosse, Akira si sedette accanto al Volpino, sempre più nero per la piega che quella giornata neppure iniziata aveva preso. Sana era all’altro suo fianco, che confabulava fitto fitto con Mitsui sui nuovi turni al bar, ora che era tornato operativo, mentre alle loro spalle arrivarono i casinari per eccellenza, privi del loro capo curva ma non per questo meno agguerriti del solito.

Yoehi li salutò con un cenno del capo, riservando un’occhiataccia al Sendoh Nazionale. «Allora, ragazzi! Pronti per– ehi, dov’è Hime?».

Sana scosse il capo, abbattuta, e Hisashi indicò con un cenno del capo la Scimmia Saltante dall’altro lato delle tribune, in piacevole compagnia.

«Quello stronzo!», esclamò Okusu, rimboccandosi le maniche del cappotto. «Se la fa già con un’altra!».

«Io dico di fargli sparire quel sorriso dalla faccia!», continuò Noma. «Non è servita neppure la batosta che gli abbiamo dato in campo?».

«No, ragazzi, vi prego! Niente botte!», strillò Sana, scattando in piedi per fermarli. «Se conosco Hime un poco, non ve lo perdonerebbe mai. E la violenza non è la risposta».

Takamiya sbuffò. «Oh, ma almeno è liberatoria! Dai, solo qualche cazzotto! Se lo merita!».

«Ragazzi, finitela», decretò Mitsui. «Non ora».

Scocciati e affranti, i quattro dementi si sedettero alle loro spalle, quieti come cani bastonati. La coppia del secolo li raggiunse poco dopo, scuri in viso. Avevano incrociato Hime correre come una furia verso il treno in partenza per il loro quartiere e non avevano impiegato molto a fare due più due.

«Dei, quanto avrei voluto fare il ritiro con– con– quegli altezzosi dello Shoyo, pur di non aver permesso a quella Scimmia di avvicinarsi a Hime!», esclamò con ira Ayako, con uno sguardo che avrebbe fuso il ferro, diretto verso il numero dieci del Kainan. Il modo schifato con cui aveva pronunciato il nome della squadra avversaria, nonostante la situazione e l’argomento, li fece scoppiare a ridere.

Kaede fu l’unico a non unirsi all’ilarità, gli occhi blu fissi sul pezzo di scemo che si pavoneggiava con la ragazzetta al fianco e alcuni amici, tra cui Jin. Quanto avrebbe voluto spaccargli il muso e dare una mani a quei deficienti degli amici del Do’aho.

«So cosa vorresti fare, ma non farlo».

Il Volpino si girò verso Sendoh, che aveva parlato, e crucciò la fronte. «Fatti gli affari tuoi».

«Non se di mezzo ci sono i miei amici, Kaede. E si dia il caso che Hime lo sia e non sarebbe felice della cosa».

«Quel coglione se lo merita».

«Sì, ma non è con un pugno in faccia che lo farai rinsavire – oltre al fatto che la settimana prossima avremo la finale: non vorrai saltarla per una squalifica? O magari vuoi farlo proprio perché non vuoi batterti contro di me?», aggiunse sornione, picchiettando un dito sul mento, mentre un adorabile quanto irritante sorriso gli increspava le labbra.

«Ti piacerebbe».

Akira rise e distese le gambe sullo schienale della poltroncina vuota davanti a sé. Alcune ragazze poco più in là sospirarono a cotanto adone, ma lui come sempre non ci fece alcun caso.

Poco prima che Rukawa voltasse lo sguardo dal babbuino del Kainan, questo si accorse del loro gruppo di casinisti e incrociò subito l’occhiata raggelante del suo acerrimo nemico. Parve spaesato dall’assenza di Hime, ma non ebbe il tempo di ragionare sulla cosa, che quei teppisti dello Shohoku iniziarono a inveire contro di lui e a lanciargli gestacci degni della loro raffinata educazione.

La situazione sarebbe degenerata – erano pur sempre studenti dello Shohoku al Kainan – se non fosse stato per l’inizio delle batterie della giornata di semifinali.

Le prime dieci atlete, tra cui Reiko Azamui, entrarono in vasca una decina di minuti dopo, tra il caos e le urla di incoraggiamento. Per l’ennesima volta, e non l’ultima, Kaede si domandò cosa diavolo ci trovassero di entusiasmante in quello sport ma, più di ogni altra cosa, in quella ragazzina dal sorriso irritante che, udite udite, arrivò prima anche quella volta e si avviava verso la sua seconda medaglia dal personale inizio dei campionati liceali.

Il cugino, che non aveva smesso di sorridere come l’ebete che era da quando era arrivato, si diresse verso gli spogliatoi, per aspettarla e portarla sugli spalti. La sola idea lo fece rabbrividire.

«Kaede-kun? Va tutto bene?», domandò Sana. «Ti stai annoiando, vero?».

Da spararmi in bocca. «Hn. Non preoccuparti».

«Dai, adesso tocca alla nostra nuotatrice! E poi possiamo tutti andare a trovare Hana-chan!». Il sincero entusiasmo nella voce della sua ritrovata cugina fu così contagioso che persino lui dovette rassegnarsi all’idea che fosse lì e non potesse scappare, e che almeno a fine mattinata si sarebbe distratto un poco rompendo le palle al Do’aho.

Per il momento le palle se le stava rompendo lui. L’arrivo della Azamui finì di fracassargliele senza via di ritorno, perché ovviamente Akira le cedette il posto e se la ritrovò accanto come l’ultima volta. Glielo stavano facendo apposta, ne era più che convinto.

«Ehilà, campione».

E ora perché diavolo stava prendendo l’abitudine di chiamarlo così? «Hn».

«Ti stai addormentando?».

«Ma che razza di domande fai?», fece Mitsui dall’altra parte. «È un narcolettico, cosa ti aspetti?».

«Io davvero non capisco come faccia», stava dicendo Akira. «Con tutte queste belle ragazze in cost–»

«Oh no, non di nuovo! Stai un po’ zitto, Sendoh!», si lagnarono tutti, mentre quello sghignazzava alzando le braccia al cielo.

«Monotono», borbottò Kaede, sbuffando.

«La settimana prossima verrò a vedere la partita», continuò Reiko, gli occhi blu fissi sulla vasca olimpionica sotto di loro, mentre la seconda batteria prendeva posto in pedana.

Perché, capisci qualcosa di basket? «Hn.»

«Insomma, non sono una cima di pallacanestro, ma qualcosa la capisco».

Kaede per poco non cadde dalla sedia. Era una strega, per caso? Gli leggeva la mente o cosa?

«Akira non fa altro che parlare di quanto giochi bene; sono proprio curiosa di vedere quanto esagera».

«Io non esagero mai!», esclamò con fare melodrammatico il cugino, le mani sul cuore in pezzi.

«Ecco, appunto», ridacchiò Reiko.

Rukawa alzò gli occhi al cielo. «Al massimo ha minimizzato».

«Ecco l’altro sbruffone», borbottò Mitsui, scuotendo il capo. «Sono circondato».

«Ma sentitelo!», esclamò Ryota. «mvp dei miei stivali, chi è il Capitano, eh?».

Reiko, Sana e Ayako si scambiarono un’occhiata mesta. «Che branco di palloni gonfiati».

Kiyo gareggiò alla terza e ultima batteria della giornata e, sebbene prevedibile, passò il turno con un amaro secondo tempo che non la soddisfò affatto. L’unica che parve capire il suo disappunto fu proprio Reiko, che delle volte non era soddisfatta di se stessa neppure quando migliorava i suoi tempi perché non aveva nuotato al suo massimo potenziale.

Kaede cercò con lo sguardo Kiyota, per intercettarlo e dargliene quattro, ma quello parve sparito nel nulla. La ragazzetta con cui civettava era rimasta al suo posto, in compagnia di Jin.

«Deve aver fiutato il pericolo, quella scimmia», mormorò Mitsui, in piedi al suo fianco mentre si dirigevano verso l’uscita, tra la calca disumana del resto del pubblico. «Capiterà di beccarlo da solo, vedrai. Possiamo anche non pestarlo, dato che Hime tiene ancora a quella bella faccia di cavolo... ma un magnifico spavento non glielo leva nessuno», concluse con un sorriso poco promettente.

Il numero 11 perse di vista la Guardia poco dopo, che andò alla ricerca di Kiyo per congratularsi e portarla chissà dove a festeggiare. I dementi degli amici di Sakuragi si diressero al Bar America, insieme a Sana e a Sendoh – quest’ultimo le aveva proposto di andare a pesca, ma nel vederla cianotica per il freddo aveva optato per un cambio di programma.

Così Kaede si ritrovò in compagnia della coppia dell’anno e della bisbetica dello Shoyo. Con un cenno del capo in segno di congedo, decise di defilarsi alla volta dell’ospedale, per accertarsi che Hime non si fosse gettata sotto un treno e che il Do’aho fosse ancora tutto intero – non che gli importasse più di tanto: in realtà non voleva che suo padre passasse dei guai per colpa di quello scemo.

Sistemò il colletto del pesante cappotto invernale, rabbrividendo a una nuova folata di vento e neve, e maledisse la mancanza di lettore cd per distrarsi durante il tragitto. Sfiga volle che la compagnia non gli mancò e si ritrovò in metropolitana seduto accanto a Reiko Azamui, che sorrideva al mondo come se la vita fosse stupenda e lui non volesse sopprimerla da un momento all’altro.

«Allora, dove andiamo?».

 

 

 

 

Continua...

 

 

   
 
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