Recensioni per
Paris
di Capo Rouge

Questa storia ha ottenuto 835 recensioni.
Positive : 826
Neutre o critiche: 9 (guarda)


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Recensore Veterano
19/06/25, ore 12:36

Nel Capitolo 10 si avverte un cambio duìi passo. Se il precedente capitolo era segnato dal tormento interiore e dalla tensione sensuale, qui ci si inoltra in un terreno nuovo: quello del conflitto sociale, dell’infanzia rubata, dell’identità svelata. Con una mano sempre più sicura e una lingua densa e multiforme, l’autrice orchestra un atto corale che ha il tono farsesco della commedia, la minaccia del dramma e il respiro morale del romanzo ottocentesco.
La scena si apre come una pantomima: Nanny, l’irriducibile governante, insegue tra le scale cigolanti dell’Hotel Entrague il piccolo Mòse, randagio refrattario al sapone. È quasi Dickens in salsa francese: la miseria, l’odore di stalla, l’ironia amara. Ma ben presto il tono cambia. Entra in scena André, e con lui una memoria: quella della piccola Oscar, anch’essa riluttante ai bagni, salvata da una barchetta di noce fatta dal suo inseparabile compagno d’infanzia.
Il bambino e Oscar si specchiano. Entrambi travestiti da qualcos’altro (lei da uomo, lui da invisibile), portatori di una dolcezza nascosta sotto la sporcizia del mondo.
La svolta narrativa è racchiusa in una battuta, tagliente come un bisturi.
È Nanny a “tradire” il segreto: Oscar è una donna. Non con una rivelazione drammatica, ma con una stoccata da serva sapiente, che inchioda la direttrice dell’albergo e tutta la compagnia maschile che assiste alla scena. Il sipario dell’ambiguità cala. E mentre la notizia si diffonde nell’atrio, l’identità di Oscar diventa oggetto di scherno, di diffidenza, di fantasie sessiste e oscene.
In questa scelta l’autrice compie una mossa potente: trasforma l'identità femminile di Oscar da segreto nobile a scandalo popolare. Il vero dramma non è che Oscar sia una donna: è che ora il popolo lo sa.
La prosa è come sempre ricchissima: alterna registri comici, popolari, lirici e drammatici con una fluidità sorprendente. Le scene tra Nanny e Madame Velien hanno il sapore di una commedia alla Molière, con battute serrate e duelli verbali degni di attrici consumate. Ma altrove il linguaggio si fa viscerale e violento, come nei monologhi del soldato Vincent Sabin, figura torva e minacciosa che incarna l’odio di genere, di classe, e forse anche un’oscura attrazione repressa.
La sua deriva verbale, che culmina in allusioni di stupro nei confronti del comandante, è scritta senza filtri. Non per compiacimento, ma per denunciare il punto limite di una mascolinità malata, che quando non può controllare una donna cerca di distruggerla.
E poi c’è André, vero cuore silenzioso del romanzo, che in questo capitolo si trasforma da ombra a giustiziere morale. Il trattamento che rifila a Sabin non è solo una reazione d’ira: è un atto di fedeltà a Oscar, al passato, all’innocenza perduta e difesa.
Il suo gesto ricorda quello di un cavaliere antico, ma senza idealismo: è concreto, è fisico, è necessario. E poi lo vediamo con Diane, sorella di Alain, parlare di meringhe e timo, costruire sogni piccoli ma teneri, finalmente a suo agio in un mondo che non lo ferisce. Ma anche qui, tutto è troppo perfetto. L’autrice ci fa sentire che la pace è solo un’illusione tra due battaglie.
Il capitolo si chiude tra barchette di mollica dentro un guscio di noce e biglietti misteriosi. Ma sotto la leggerezza si muove qualcosa di più cupo: l’odio serpeggiante di Vincent, la paura di Diane, la tensione crescente tra soldati e comando. L’autrice ci mostra una Parigi pronta a esplodere, non solo nella Storia, ma anche nei cuori di questi personaggi, che non sanno più chi sono, né se potranno diventarlo.
Il simbolismo è ovunque: nella barca che solca l’acqua (la vita fragile), nei vestiti bruciati (il passato che va distrutto), nei capelli puliti di Mòse (la rinascita possibile), nella puzza che resta nell’aria (quella dell’ingiustizia, del sospetto, del non detto).
Il Capitolo 10 è uno dei momenti più alti finora di Paris: fonde commedia e tragedia, romanzo sociale e psicologia, denuncia e tenerezza. L’autrice non ha paura di mostrare la sporcizia del mondo — ma nemmeno di salvare, con una barchetta di noce, ciò che di buono può ancora galleggiare.
Il vero scandalo non è che Oscar sia una donna.
Il vero scandalo è che, nonostante tutto, lei continui a comandare. E soprattutto a farlo bene.

Recensore Veterano
19/06/25, ore 12:23

Nel cuore di “Paris”, si annida questo capitolo che sembra uscito da un crocevia tra Victor Hugo, Dumas e i fratelli Grimm. Il capitolo 9, ambientato tra una Parigi ancora dormiente e la prigione malsana della Basse Gêole, è un brano narrativo potente, tagliente come una baionetta, vibrante di sentimenti repressi, desideri inconfessabili e simbolismi religiosi che lambiscono il sovrannaturale.
La lingua utilizzata è plastica, visiva e fortemente evocativa, e si spinge ben oltre la rievocazione storica o la fanfiction nostalgica. Il linguaggio mescola registri colti e popolari, sacro e profano, spingendosi talvolta in un ordito lirico. Le frasi si dilatano, a tratti si avvitano su se stesse, ma sempre in funzione dell’introspezione psicologica dei personaggi, mai come ora così tormentati e umani.
Ecco allora che André, eterno comprimario nell'anime, diventa protagonista assoluto di una discesa nel proprio inferno interiore, oscillando tra la colpa, il desiderio, la lealtà e l’amore per Oscar, figura intoccabile e insieme sempre più fragile. L'autrice non racconta: scava. E lo fa con una prosa che è linguaggio dei nervi, più che dell’intelletto.
Oscar stessa, figura cardine del racconto, si denuda emotivamente in una progressiva presa di coscienza del sentimento che la lega ad André. Il suo corpo di comandante si incrina sotto il peso di un destino scelto da altri — un padre, un sistema soaciale, un reame — e l’autrice fa risuonare questa crepa con un’impressionante delicatezza psicologica. Il lettore percepisce la lotta tra il dovere e il desiderio come uno scontro silenzioso che si consuma in ogni gesto trattenuto, in ogni sguardo eluso.
E la tensione, nella cella della Basse Gêole, esplode in una scena d’abbraccio tanto fisica quanto tragica, mai compiaciuta, che sfugge alla retorica romantica e si fissa nella memoria per la sua verità interiore.
A rendere il tutto ancor più perturbante è la figura del prigioniero: il demone di Avignone, simbolo oscuro e semi-mistico, il cui canto di Salmi — mescolando latino, spagnolo e inglese — introduce nel romanzo una vena da thriller esoterico che sorprende e affascina. Questo essere, ambiguo e seducente, parla in parabole e allude a una donna pericolosa: "She is dangerous". Il sospetto che questa donna sia Oscar apre a una lettura simbolica intensa: la donna come portatrice di verità e caos, luce e rovina.
Le citazioni bibliche, usate come nenie deliranti, trasformano la prigione in una cattedrale oscura, dove i personaggi si rivelano a se stessi e al lettore. La Basse Gêole diventa teatro simbolico, una specie di limbo infernale in cui il tempo si sospende e le maschere cadono.
Il merito maggiore dell’autrice è quello di essere riuscita a trasformare un’icona popolare come Lady Oscar in un’opera letteraria adulta, stratificata e originalissima. Non ci troviamo più di fronte a una semplice rivisitazione dell’anime, ma a un’opera autonoma, che sfrutta l’immaginario dell’originale per esplorare i temi eterni della libertà, dell’identità, del ruolo dell’amore non corrisposto e del destino.
Il risultato è una narrazione che a tratti assume una connotazione gotica e visionaria, dove ogni gesto ha un peso, ogni parola un’eco e ogni personaggio una profondità che va ben oltre la bidimensionalità del modello originario.
Il nono capitolo di Paris è unlavoro che non teme di osare: mette in crisi i personaggi, il lettore e l’intero impianto narrativo da cui proviene, portandoci in territori nuovi e sorprendenti. È Lady Oscar, sì, ma come non l’abbiamo mai letta prima: più vera, più viva, più pericolosa.
She is dangerous, dice il prigioniero. E noi, pensando alla sofferenza reiterata di André, lo crediamo bene.

Recensore Veterano
19/05/25, ore 10:52

In questo capitolo di PARIS, tu conduci il lettore dentro una sequenza apparentemente marginale, ma costruita con una cura tale da trasformare un momento di passaggio in una trappola di tensione narrativa. La protagonista, Oscar, figura liminale tra l’ordine e il collasso, attraversa la notte parigina come un sentinella guardinga: ogni suono è sospetto, ogni incontro è un enigma.
La lingua si mantiene salda su un registro colto e misurato, sorvegliato senza risultare artefatto. L’autore predilige una prosa lenta, di respiro lungo, che riflette la forma del pensiero più che l’azione immediata. La punteggiatura lavora per suggerire esitazioni, micro-pause emotive, oscillazioni interiori. I periodi si distendono con naturalezza, senza affaticare, e riescono a rendere credibile una narrazione immersa in uno stato di veglia allarmata.
L’uso di avverbi e aggettivi è contenuto ma strategico; mai ridondante, talvolta volutamente ellittico. Le descrizioni non inseguono la ricchezza visiva fine a sé stessa, ma la funzione atmosferica: la notte, la pioggia, la penombra della carrozza non sono meri sfondi, bensì vettori di senso.
La struttura del capitolo gioca sull’attesa: una dilatazione temporale che ha il respiro del monologo interiore ma l’ossatura di un thriller psicologico. Non succede quasi nulla, eppure si ha l’impressione che tutto possa accadere. Lo sguardo narrativo si flette continuamente verso l’interno, anche quando descrive il mondo esterno. L’effetto è quello di una narrazione filtrata dalla coscienza inquieta di Oscar, che osserva e insieme sospetta, valuta e trattiene.
Il ritmo è spezzato da brevi dialoghi, da gesti che si caricano di intenzione, da segnali deboli che il lettore è chiamato a interpretare. Si coglie qui una lezione di narratologia sottile: il non detto pesa quanto il detto, forse di più.
Oscar emerge come figura stratificata, lacerata da un’identità imposta e da un ruolo che non è più né scudo né maschera, ma ferita aperta. La sua autorevolezza si sgretola silenziosamente in presenza della fragilità opaca di Diane, personaggio costruito quasi per sottrazione. Diane non è mai davvero al centro della scena, eppure la determina con ogni gesto, con ogni parola detta “troppo dolcemente”, con quella sua “bellezza sfiorita” che l’autore tratteggia con delicatezza crudele.
Il loro scambio verbale è un dialogo che pare sempre sul punto di rivelare qualcosa di cruciale e poi si ritrae. Non ci sono rivelazioni, ma solo accenni, interrogativi lasciati in sospeso. La verità qui è un’assenza che pesa.
Sarebbe facile leggere questo capitolo come un episodio di transizione: un semplice tragitto in carrozza, una visita a una donna ammalata, un piccolo segmento che collega due punti della trama. Ma sarebbe un errore. L’autore costruisce in queste pagine una vera e propria soglia narrativa, dove si raccolgono le tensioni non dette del romanzo: la colpa, il dovere, la disillusione, la paura del crollo.
La presenza della pioggia, l’accenno a un sentore d’inganno, l’evocazione della peste — mai nominata ma suggerita — rendono quest’atmosfera qualcosa di prossimo all’incubo. L’intero capitolo si legge come una lunga esalazione trattenuta, con una cadenza che lascia il lettore in apnea.
In un tempo letterario spesso schiavo della rapidità, PARIS osa il contrario: rallenta, ascolta i respiri, mostra ciò che accade prima dell’accadimento. In questo capitolo, l’autore dimostra di saper trattare l’interstizio, l’attesa, il non-detto come veri strumenti narrativi. Un esercizio di scrittura in sottrazione, che non si limita a raccontare una notte, ma la attraversa.

Recensore Veterano
15/05/25, ore 12:52

Nel paesaggio ormai affollato della narrativa storica (o pseudo-tale), dove l’ambientazione si fa spesso cifra d’identità ma anche facile alibi, è raro imbattersi in un’opera che faccia della Storia non uno scenario, ma una sostanza, una materia viva, carica di tensioni interiori e di urgenze morali. Il presente capitolo mostra una sorprendente densità psicologica, un uso sapiente del tempo narrativo e una lingua capace di farsi strumento d’indagine profonda della coscienza.

Nella scena della locanda che è più vista come una casa di piacere, viene elusa sin da subito qualsiasi cliché o compiacimento erotico. Il bordello qui non è luogo di trasgressione o di gioco, bensì di resa e disfatta. Vi approda André, personaggio segnato da un conflitto bruciante tra il desiderio e il senso del limite, tra l’istinto e la lealtà. Quel che viene messo in scena non è nemmeno lontanamente un incontro d’amore, ma un’agonia morale, uno sprofondare lucido e tremante in un abisso interiore, al cospetto della propria miseria e delle proprie illusioni.
La narrazione non ha fretta, e non si lascia attrarre da scorciatoie. Il ritmo è misurato, quasi trattenuto, e proprio in questa reticenza trova la sua forza. L’autore sembra saper dominare il non detto con rara efficacia: molti dei momenti più forti del testo avvengono nei silenzi, nei gesti sospesi, negli sguardi evitati. Ne è esempio il lungo dialogo con Helena che, da semplice figura funzionale, si trasforma rapidamente in personaggio pieno, infine degno di compassione e rispetto. La giovane è tratteggiata con tratti essenziali ma vividi: la povertà che l’ha condotta alla vita che fa, la dolcezza trattenuta, la capacità di empatia che la rende quasi specchio del dolore dell’altro. Ma è André a occupare il centro assoluto della scena, e su di lui si addensa il peso della tensione narrativa e simbolica.

La lingua è uno degli strumenti più efficaci di questa narrazione. Lo stile è colto ma mai affettato, musicale ma saldo, sempre aderente al tono emotivo della scena. Gli scarti di registro — tra il dialogo semplice e la riflessione profonda, tra il linguaggio corporeo e quello etico — sono gestiti con mano sicura. Gli avverbi, spesso evitati nella narrativa contemporanea per ragioni stilistiche, qui trovano collocazione naturale, contribuendo a costruire un tono lirico e intimo. Chissà che nel momento della stesura finale non avessi sotto gli occhi qualche pagine della Yourcenar. Ovviamente è una mia elucubrazione che potresti smentire in quattro e quattr’otto.

Ma è l’architettura psicologica a costituire il vertice dell’efficacia letteraria di questo brano.

André è un uomo sull’orlo del disfacimento: lacerato da una gelosia furiosa che si trasforma via via in vergogna e auto-disprezzo, ingabbiato in un amore che sente come totalizzante e impossibile. Il rapporto con Oscar — la donna amata, la sola, a dispetto di tutte le altre presenze femminili che pure mostrano di non disprezzarlo affatto — non viene raccontato in modo esplicito, ma emerge con prepotenza dalla narrazione obliqua. Oscar, invece, non è presente, e tuttavia domina il brano. Vive nei pensieri di André, nel suo rimuginare ossessivo, nella tensione erotica che egli non riesce a confessare nemmeno a sé stesso. È l’oggetto di un amore che, proprio perché inespresso e irrisolto, si fa devastante.
È di rara finezza la sequenza in cui, ormai avviato all’atto con Helena, André si ritrae, come sconfitto, anche se, noi lo sappiamo, non si tratta di reale sconfitta, e, tuttavia, ciò che avrebbe dovuto rappresentare un atto liberatorio si rivela invece un’ulteriore prigione. Il corpo che inizialmente stringe non è quello che desidera davvero, e ciò che egli cerca non è un piacere, ma un oblio che non arriva.

In un gesto che ha la forza di un’agnizione tragica, André comprende di non poter barattare l’amore con il sesso, né la sofferenza con il sollievo. E quando viene a sapere che Oscar, la notte prima, non era in compagnia di un amante ma in soccorso di un bambino ferito, il colpo è devastante: il rimorso si salda alla vergogna, e la narrazione sprofonda in un silenzio pieno, lancinante.

Oscar, pur lontana, è l’altro polo magnetico del brano. Figura criptica, per qualcuno ambigua e affascinante, comandante militare e donna inaccessibile, è costruita a partire da contrasti che l’autore governa con sottigliezza. Ella rappresenta, per André, un’idea di purezza e forza insieme, di alterità e complicità che rende il suo amore per lei tanto inevitabile quanto irrappresentabile. È evidente che Oscar non è semplicemente l’oggetto di un desiderio, ma piuttosto il luogo di una crisi identitaria più profonda: amare Oscar significa, per André, misurarsi con il proprio ruolo, con la propria inferiorità, con l’impossibilità di vivere una passione che esigerebbe un diverso statuto sociale, e forse anche una diversa epoca, insomma, quella spiacevole sensazione universale che coglie tantissimi di noi: quella di essere nati nel tempo sbagliato.

La forza del brano sta proprio qui: nel raccontare non l’amore, ma il suo ostacolo; non il gesto, ma il ritegno; non l’azione, ma la frattura interiore. È in questa scelta — antiromanzesca, in controtendenza — che si manifesta il coraggio dell’autrice e di chi prima di lei ha trattato tale materia. Una scelta che non teme l’inazione, che non cerca la catarsi, ma si accontenta di illuminare un momento di passaggio, una notte sola, in cui un uomo si guarda allo specchio e non si riconosce più.

In un tempo letterario spesso ossessionato dalla trama e dalla fruibilità, questo brano rappresenta un prezioso controcanto: raffinato, doloroso, etico nel senso più profondo del termine. È il frammento di un romanzo che promette di esplorare la condizione umana con strumenti narrativi maturi, e una consapevolezza rara della complessità delle emozioni. Insomma, qui non si tratta nemmeno più di un semplice omaggio intelligente a un mito letterario del fumetto giapponese, ma una meditazione compiuta sulla solitudine, sull’amore e sul limite, temi eterni che, se trattati con serietà, non temono il tempo e l’avvicendarsi delle mode.

Recensore Veterano
10/05/25, ore 17:49

Nel Capitolo 6 di Paris, si torna a posare lo sguardo implacabile e partecipe su Oscar François de Jarjayes, personaggio di complessità shakespeariana, qui ritratta nel momento forse più drammatico della sua vicenda interiore. Ma ogni personaggio non sarebbe nulla senza le figure di contorno. E senza situazioni che ne fanno da rimando continuo. E questo rimando qui diventa li tema dell’amore impossibile declinato in forme quanto mai differenti.
Alain, ama la giovane Laure in una soffitta umida e malridotta, nella medesima locanda dove la ragazza lavora come prostituta. I due si abbandonano a un rapporto intenso, vissuto con passione e desiderio autentico. Laure, pur consapevole del mestiere che svolge, appare coinvolta sentimentalmente e talora indulge al sogno di un destino diverso. Tuttavia, i vincoli economici e morali imposti da “Madame Nuit”, la tenutaria della casa, le impediscono di liberarsi da quel mondo. Il sogno si infrange presto, tanto che Laure chiede ad Alain di far venire nuovi clienti, in particolare l’amico André, e di convincerlo a “iniziare” con dolcezza una giovane appena arrivata, Helena. Alain è sconvolto e disgustato, ma comprende anche la durezza delle condizioni di vita della ragazza. Il loro amore si rivela impossibile, imprigionato tra povertà, sensi di colpa e compromessi laceranti.
Nel frattempo, André e altri soldati si preparano al servizio d’ordine per una cerimonia a Notre-Dame. Tra i soldati circolano voci: qualcuno insinua che Oscar non abbia trascorso la notte da sola. André, turbato, ferito, non può che tornare a pensare a quanto lei gli sia distante, nonostante i sentimenti confessati, e si tormenta, lacerato tra il desiderio e la convinzione di non avere diritto ad amarla o ad averla accanto.
Oscar, presente alla cerimonia religiosa in onore della famiglia russa, ha ricevuto un biglietto dalla regina Maria Antonietta. Dopo aver incontrato la sovrana, colpita dalla malattia incurabile del figlio, Oscar si sente travolta da un senso di angoscia, dolore e solitudine. Sale allora sulla torre sud di Notre-Dame in cerca di respiro e di sollievo. Lì, investita dal vento e da una percezione quasi sovrannaturale, si confronta con i propri fantasmi: l’amore per André, il peso del ruolo, la sofferenza umana, la morte. La voce interiore che ripete “Ti amo. Da sempre” la sconvolge. Un evento ambiguo (un rumore, una figura in fuga) le fa pensare che qualcuno sia salito fin lì: forse un pericolo, forse un’allucinazione. Scende allora nella navata della cattedrale dove incontra Stevenov, che la riconduce alla realtà e le chiede se la cerimonia sia finita.
Con una scrittura densa, intensa, che dosa lirismo e crudezza, si scolpisce un’architettura di silenzi, di pensieri di mezze frasi, di molti sottintesi e di sguardi mancati. Tutto si consuma nello struggimento di Oscar, incapace – o forse restia – a confessare l'amore che prova. Il tempo sembra sospeso, come nella quiete irreale che precede l’esplosione: in realtà tutto è movimento interiore, sommovimento tellurico. Oscar, in questa pagina della sua esistenza, non combatte con la spada ma con i propri fantasmi, le proprie paure, la propria idea di sé.
Quello che colpisce di questo capitolo – e in generale della scrittura – è l’aderenza perfetta tra forma e sostanza. Le frasi lunghe, nervose, spesso spezzate da trattini o parentesi, restituiscono il tumulto psicologico dei personaggi. Non c’è compiacimento, ma una ricerca costante della verità emotiva. La narrazione non indulge mai nel patetico: anche quando André, nel delirio, confonde Oscar con una madre mai avuta, l’effetto non è melenso, ma straziante. L'autrice suggerisce senza insistere, fa tremare senza colpire.
Il lettore, che conosce già il destino dei protagonisti, si trova qui a desiderare un esito diverso, a sperare che Oscar riesca a parlare prima che sia troppo tardi.
Paris non è un romanzo di costume né semplicemente una riscrittura storica: è un’indagine sul dovere, sulla solitudine, sul sacrificio e sull’identità.
(Recensione modificata il 10/05/2025 - 06:17 pm)

Recensore Veterano
03/05/25, ore 17:06
Cap. 5:

Che dire di questo capitolo V?
A volte le stesse fan fiction, benché considerate un genere minore, una letteratura fatta d’aria fritta, secondo qualcuno, si insinuano, con passo lento ma sicuro, nel cuore di chi ancora crede che il romanzo possa essere uno strumento di rivelazione.
Questo capitolo può dire molto più di quanto non lasci intendere la sua posizione numerica. Uno potrebbe dire che in una economia globale di cinquanta e più capitoli che il meglio deve ancora venire e questo può essere in parte vero, eppure, in queste pagine, che pulsano come carne viva, subito ci si trova immersi nella tensione narrativa e morale che attanaglia i protagonisti, all’alba di un tempo che promette di divorare tutto: i corpi, le idee, i nomi.
Il cuore del brano è Oscar, con le sue sempiterne contraddizioni di soldato e donna, testimone e artefice di un destino più grande di lei. Il dolore che serpeggia nei dialoghi e negli sguardi trattenuti si lega indissolubilmente alla memoria, al peso delle parole non dette, alla spietata trasparenza dei gesti. Oscar osserva, si trattiene, comanda e pensa in silenzio. Ci viene restituita una voce femminile forte e vera, mai compiaciuta. È una donna che non ha tempo per le pose, perché ogni gesto è decisione, ogni emozione un rischio.
Affiora anche nei non detti affiora il sottotesto più profondo di questo capitolo: l'impossibilità di vivere senza conflitto in un mondo che richiede maschere, che pretende fedeltà a ruoli assegnati più che scelti.
Si introduce Mose altra figura tragica nella quale vedremo un ulteriore conflitto tra ciò che è e ciò che appare o deve apparire.
Alain e André – figure concrete, eppure a tratti sfuggenti – agiscono da contrappunto umano e narrativo.
Non mancano i momenti di tensione drammatica, come lo scontro con un ufficiale superiore, ma è nelle parentesi di stasi, negli sguardi condivisi tra soldati e nei pensieri che si aggrappano al presente per non cedere al dolore del passato, che sta tutta la tessitura del capitolo.
La prosa è densa, calibrata, cesellata con cura; le descrizioni non indugiano mai per vezzo estetico, ma servono l'urgenza del racconto. Alcune immagini restano impresse come sigilli nell’anima del lettore.
C’è in queste pagine una scrittura che non si piega al tratto della brevità dettato dalla modernità che non conosce la pazienza. La lettura chiede tempo, attenzione, ma in cambio restituisce profondità. Chi cerca l’azione troverà, soprattutto nel prosieguo, viaggi scontri e marce; chi cerca emozione troverà silenzi rotti da uno sguardo; chi cerca verità troverà una donna in piedi tra le rovine di un’identità negata e riconquistata.
Il Capitolo è, in definitiva, un affondo potente in una storia che rivede il genere narrativo come esplorazione intima, non soltanto come affresco

Recensore Veterano
02/05/25, ore 19:41
Cap. 4:

In questo quarto, densissimo capitolo di “Paris”, porti Oscar, ai margini estremi della città e della propria coscienza. È una discesa agli inferi, scandita da pioggia, fango, memoria e morte: un viaggio che da fisico si fa interiore, e da razionale, irresistibilmente emotivo.
Siamo in una Parigi invernale, inondata di pioggia, dove ogni angolo è degradato e ogni vicolo nasconde disperazione.
Le cose son due: o ami Parigi alla follia, fino al punto di volerle creare un nuovo volto tardo settecentesco – E non andremo a questionare sulla giustezza filologica, certi che hai pur fatto le tue ricerche – oppure hai un talento particolare per la resa ambientale: la città diventa un organismo malato, paludoso, livido. Le sue fogne, il suo obitorio, la Senna che minaccia le rive: tutto è simbolo e realtà insieme, uno scenario perfettamente funzionale alla spirale oscura che avvolge Oscar. L’ambientazione, come sempre, non è mero sfondo, ma sostanza della narrazione. La città vive, soffre, si decompone. Il lettore attraversa le sue piazze, i ponti, le prigioni, gli hotel, con una concretezza sensoriale che ha pochi pari. Le descrizioni non sono mai fine a se stesse, ma specchio fedele della condizione interiore dei personaggi.
L’efficacia narrativa si regge su un ritmo sapientemente modulato: a sequenze descrittive lente e opprimenti si alternano dialoghi serrati, con un uso raffinato della focalizzazione interna. Il lettore entra nei pensieri di Oscar, ne vive la stanchezza, il dubbio, l’umiliazione, il ricordo. Si costruisce così un’empatia intensa, una complicità emotiva con chi legge, in bilico fra tensione e compassione.
La storia si biforca in due filoni potenti e complementari. Il primo è quello “giallo”: la convocazione improvvisa di Oscar da parte del generale Bouillé per occuparsi della custodia di un misterioso prigioniero, sospettato di essere un assassino seriale che ha ucciso e forse mutilato giovani donne nel sud della Francia. Il luogo dell’incontro – lo Châtelet, e in particolare l’obitorio – è costruito con una precisione quasi cinematografica, vischioso e tetro come un girone infernale. Il mistero è quasi gotico e affonda nel perturbante: il prigioniero di cui non vediamo il volto sembra avere poteri occulti, una presenza inquietante che induce paura e freddo solo a sentirla. L’elemento soprannaturale, appena accennato, si insinua con discrezione ma lascia una traccia.
Il secondo filone è l’interiorità di Oscar, e costituisce il vero asse portante del capitolo. Il confronto con il generale è solo un pretesto per un nuovo, poderoso scavo psicologico. Si mette in scena una donna spezzata tra il dovere e il desiderio, l’orgoglio e la paura, l’amore rifiutato e la vertigine della memoria. I flashback con André sono tra le pagine più intense e coinvolgenti: un’infanzia condivisa, le prime emozioni confuse, la scoperta tardiva e struggente dell’amore.
I personaggi sono scolpiti con mano sicura. Oscar è una figura tragica, scissa tra identità pubblica e verità privata, e la sua fragilità è resa con una tensione narrativa che non cede mai all’enfasi.
Il generale Bouillé è odioso e perfetto nella sua funzione di antagonista: misogino, manipolatore, ma mai caricaturale.
Girodel è la voce della coscienza, il tentativo fallito della compassione.
E poi c’è il nuovo personaggio, Stevenov, il colonnello russo, introdotto con eleganza e ambiguità: l’autore ne fa un potenziale punto di rottura, lo si sente con chiarezza, un alter ego o un antagonista destinato a giocare un ruolo cruciale nei capitoli successivi.
In conclusione, il quarto capitolo di “Paris” è una discesa vertiginosa nel cuore oscuro della giustizia e in quello ancora più misterioso dell’animo umano. Una pagina densa, torbida, necessaria, che conferma la maturità stilistica e la profondità psicologica di un’opera che riesce, nel contempo, a parlare di passato e presente, di Storia e sentimenti, di ruoli imposti e libertà interiori.

Recensore Veterano
02/05/25, ore 16:30
Cap. 3:

Nel terzo capitolo di “Paris”, si continua il suo ambizioso lavoro di scavo psicologico e ambientale, e ne viene fuori un affresco narrativo densissimo che fonde realismo storico, tensione emotiva e una raffinata costruzione dei personaggi. Il cuore pulsante di questo episodio è la Parigi tardo-settecentesca, già sull’orlo della rivoluzione, che viene rappresentata come una creatura viva, cupa e febbrile, quasi un terzo protagonista accanto a Oscar e André.
Il capitolo si apre in un paesaggio urbano delineato e carico di simboli come di presagi: pioggia incessante, Senna in piena, baracche scomparse per ordine del re, e una città livida come poche con il malcontento che monta e serpeggia tra le sue strade. Questa ambientazione cupa, ben orchestrata, trasmette immediatamente la sensazione di un mondo al collasso, dove tutto – anche l’amore e non a caso – rischia di venire travolto dalla Storia.
La narrazione si svolge lungo due linee parallele: da un lato, l’introspezione dolorosa di André, diviso tra desiderio, colpa e impotenza; dall’altro, l’azione – o meglio l’inazione – di Oscar, la sua presenza fiera, solitaria, in mezzo a una guarnigione ostile, che la tollera solo per obbligo. Il racconto non procede secondo le logiche classiche dell’intreccio, ma si struttura come un flusso di coscienza intrecciato a momenti di azione e dialogo, costruendo un impianto narrativo che privilegia l’empatia del lettore e la tensione interna ai personaggi.
Oscar è la figura centrale e magnetica del racconto. La sua apparizione nei corridoi della Conciergerie, fradicia e altera, è una scena di potente suggestione visiva, che racchiude in un gesto minimo – la mano che scosta i capelli bagnati – tutto il peso di una vita spesa a combattere una battaglia contro ruoli che sono al tempo stesso imposti eppure accettati. È in questo gesto che André la riconosce: la bambina fiera del passato e la donna stremata del presente coincidono, e il lettore ne è testimone.
André, dal canto suo, è un personaggio tragico e sfaccettato. La sua voce interiore, punteggiata da immagini dolorose e da una rabbia sorda, è forse la più intensa del capitolo. Sei riuscita, seguiendo la traccia narrativa d Osamu Dezaki, a renderlo fragile senza umiliarlo, virile senza farne un eroe positivo. È un uomo che ha sbagliato, lo sa, ma non riesce a redimersi, prigioniero del desiderio e del rimorso.
Alain, invece, è l’elemento di contrasto: ironico, ruvido, rappresentante del popolo che sta per fare irruzione finalmente in armi. Ma anche lui, pur nella sua apparente superficialità, è disegnato con finezza: le sue riflessioni su Oscar, che non riesce a ridurre né a donna né a comandante, sono un piccolo trattato su come diventa disorientato il maschilismo – che in altre circostante esibirebbe una bieca sicumera – davanti a ciò che non comprende.
La lingua del capitolo è ricchissima, stratificata, intrisa di immagini, allusioni e metafore. A volte eccede nella ridondanza, nella sovrabbondanza di aggettivi o riflessioni, ma è una ridondanza voluta, che imita la febbre dei pensieri dei personaggi. Qui non si teme di indulgere nell'introspezione o nell'emotività, e anzi costruisce una prosa quasi “barocca” nella forma, che restituisce con efficacia lo scontro fra tensioni private e l’incombente collasso del mondo esterno. Del resto, si capisce fin da subito che per l’azione ci sarà tempo.
Il capitolo si chiude con una nota sospesa: Oscar che si allontana nella notte sotto la pioggia, sempre più sola, sempre più determinata a non cedere. L’intero brano è percorso da una domanda senza risposta: quanto può resistere una donna contro il mondo? Quanto può reggere chi sceglie, da solo, di essere la propria legge?
“Paris” non racconta solo una storia d’amore: racconta la discesa agli inferi di un mondo e di chi cerca, con dignità e disperazione, di salvarne almeno la propria identità. Il terzo capitolo è una camera oscura dove si sviluppano lentamente i fantasmi del potere, della passione e del fallimento.
Un romanzo storico, sì – ma anche profondamente contemporaneo. Il settecento e gli eroi di Versailles on bara alla temperie della sensibilità moderna.

Recensore Veterano
02/05/25, ore 16:20
Cap. 2:

“Una rosa non potrà mai essere un lillà”
Questo il titolo che avrebbe potuto avere il secondo capitolo se i rimorsi non facessero da contraltare ai rimpianti e viceversa. Giocoforza che, in questo gioco di specchi, assegnato il titolo al primo capitolo, quello del secondo viene di conseguenza.
Ma poi mi viene anche da pensare qualcosa del genere:
“Il tormento dell’identità e dell’amore”
che invece potrebbe essere il titolo nel caso in cui il capitolo fosse una sorta di saggio invece che una pagina di narrativa.
Nella forma di un monologo interiore che si trasfigura in atto tragico e in riflessione disperata, il secondo capitolo del romanzo storico “Paris” si rivela un brano di alta tensione emotiva e letteraria, dove la pagina brucia di passione, rabbia, desiderio e rimorso. Qui ci consegni un testo complesso (qualcuno forse lo troverà addirittura disturbante), che non esita a mettere a nudo la parte più scura e ambigua dell’animo umano. Ma anche – e soprattutto – la ferita irredimibile dell’amore.
Siamo nella mente di André. Tutto il capitolo è immerso nella sua coscienza, nella sua colpa, nel suo desiderio inconfessabile, nella devastazione che segue un gesto estremo. Una notte appena trascorsa ha cambiato tutto. Lo spazio della narrazione è quello sospeso dell’alba – metafora della coscienza che si risveglia e si accorge del male compiuto. Il tempo si condensa in un unico lungo respiro dove memoria, rimpianto, e rabbia si alternano come strati di una coscienza che tenta disperatamente di ricostruire, e forse giustificare, l’irreparabile.
Il capitolo affronta senza veli una scena al limite di un atto irredimibile, e lo fa con la consapevolezza di chi non vuole indulgere, ma nemmeno censurare. Ci sarebbe un pericolo insito nella materia che tratta: che l’ambivalenza della voce narrante può disorientare, eppure qui si cercano facili scappatoie. Non ci sono filtri rassicuranti, né giudizi esterni: c’è solo André, il suo eloqui, a tratti delirante, la sua voce piena di colpa come anche d’orgoglio ferito, di pulsioni trattenute per anni, e infine di rimorso. Il risultato è un brano che mette profondamente a disagio, in senso buono, s’intende e, proprio per questo motivo autentico, umano, crudo.
L’efficacia narrativa del testo risiede tutta in questa immersione assoluta e ininterrotta nella soggettività del protagonista. La lingua è febbrile, nervosa, lirica e ossessiva, come lo era stata quella di Oscar nel capitolo precedente. Il ritmo incalza e si ripiega, si frantuma in frasi brevi, interiezioni, domande – spesso retoriche – e poi si distende in ricordi, in immagini di un tempo perduto che trasforma il desiderio in struggente nostalgia. Si vede molta consapevolezza su come usare la parola come lama, e come balsamo, con un uso sapiente della ripetizione, del contrasto fra luce e ombra, della sensualità che si contamina con la violenza.
I personaggi, pur in un’azione quasi completamente interiore, emergono con forza. André è un uomo dilaniato dalla contraddizione tra il suo amore assoluto e la sua incapacità di accettare la libertà dell’altro. La sua passione si rivela possesso, bisogno, fragilità mascherata da forza. Oscar – presenza quasi muta nel capitolo, evocata, ricordata, desiderata – è una figura potentissima nella sua tensione fra fragilità e orgoglio. È lei il vero centro del conflitto, il nodo inestricabile fra identità e amore.
Gli ambienti, ridotti a pochi dettagli (la stanza, la finestra, il letto, la luce dell’alba), diventano teatro simbolico di uno scontro interiore. Nulla è superfluo, e ogni elemento sembra rispecchiare il tumulto dei personaggi: la luce che ferisce, la brace nel camino, le tende, il letto come confine tra desiderio e violenza. Lo spazio è mentale prima che fisico, ed è perfettamente funzionale alla tensione narrativa.
In definitiva, questo capitolo è un brano di letteratura intensa, aspra, oserei dire pericolosa. Non tutto è risolto – volutamente. Il lettore è chiamato a giudicare, a interrogarsi, a fare i conti con la possibilità che l’amore, quando si fa cieco, diventi distruttivo. L’autore non giustifica, ma nemmeno condanna. Ci mostra il baratro e ci lascia lì, nella luce fredda del mattino, a chiederci se davvero possiamo uscire indenni da una simile passione. Spiace che, a distanza di anni, avendo avuto il tempo di metabolizzare, pensare, riflettere, analizzare, ci siano lettori che bollano il gesto di André come stupro mancato, ma pur sempre stupro, come gesto imperdonabile che si può sublimare solo con il sacrificio della vita. Giova ricordare che non sono pochi quelli che trovano più sensato e drammatico il modo in cui muore André nel manga rispetto a quella tragica fatalità che invece permea la sua morte nell’anime. Eppure sulla valenza letteraria della ‘ananke’, si sarebbero pur scritte pagine e pagine; sia di storie che di saggi.
Un capitolo così non si legge alla ricerca del conforto: al contrario, si legge per sentirsi scuotere dentro e non esagero, davvero.

Recensore Veterano
01/05/25, ore 19:46
Cap. 1:

Bene e ora che sono in dirittura finale posso permettermi di recensire, spero, con più cognizione di causa questo lungo e denso romanzo.
Oscar affronta la sua alba dolorosa. “Rimpianti” è un monologo interiore che brucia come una confessione, anche se una confessione non è.
C’è un coraggio raro nel tentare il racconto dell’indicibile, soprattutto quando l’indicibile affonda le radici in un conflitto profondo tra identità, desiderio e trauma. In Rimpianti, Oscar passa dalla sua rappresentazione classica di figura epica a donna viva, contraddittoria, pulsante.
Questo testo è molto denso, più di una pagina particolarmente approfondita di diario ed ovviamente non lo è. È un flusso di coscienza denso e torrenziale, scandito da immagini sensoriali e frammenti di ricordo, che si fa strada nella mente del lettore come una ferita aperta. La voce narrante – Oscar stessa – ci racconta il giorno dopo: il mattino successivo a un gesto tra desiderio, rabbia e sopraffazione, compiuto da André, da sempre suo compagno e specchio. L’interrogativo che apre e chiude il capitolo – Perché l’hai fatto? – è più di una domanda: è il centro gravitazionale del dolore, che naviga sulla rotta di un lungo viaggio che va dalla perdita, dell’amore fino alla necessità di costruire una nuova consapevolezza.
Lo stile è lirico, ipnotico, a tratti barocco, e volutamente ridondante. Hai scritto come se temessi che un solo vocabolo, una sola sfumatura, potessero essere insufficienti a restituire il tumulto interiore di Oscar. Le ripetizioni, le anafore, le immagini corporee e sensoriali che si rincorrono – la pelle, i polsi, la luce, il letto, il bacio – sono lo strumento con cui Oscar cerca di contenere un’emozione che sfugge a ogni controllo. È un testo che non concede pause, che si costruisce per accumulo emotivo e che non ha paura di esporsi.
Questa densità, però, rischia talvolta di diventare zavorra. Alcuni passaggi si ripiegano su se stessi, come in un moto ossessivo, e la tensione narrativa si annoda, allontanandosi dalla linearità del racconto. Ma con tutta probabilità è proprio questo l’intento: lo smarrimento di Oscar non può che riflettersi in uno stile che si spezza, si ripete, inciampa continuamente per poi tentare di riprendersi. Almeno fino all’inciampo successivo.
Il cuore di questo primo capitolo è lo scontro tra Oscar e André è il classico seguito dell’episodio 28-mo, raccontato a posteriori in una sorta di flashback frantumato. Osi mettere in scena ciò che a molti autori di ff oscariane ripugna: un atto ambiguo, un contatto fisico che nasce dalla rabbia, dal rifiuto, da un amore senza misura né direzione. Il confine tra bacio e aggressione, tra passione e abuso, è sottile e volutamente instabile. Il testo non offre soluzioni semplici. Né giustifica, né condanna: analizza. André appare travolto da un amore assoluto, animalesco, che si traduce in violenza. Oscar, dapprima sopraffatta, poi lucidamente consapevole, infine pietosa.
Questo è anche il nodo più controverso e potente del capitolo: la possibilità che l’amore si manifesti come violazione. Una rappresentazione non nuova nella letteratura, ma qui trattata con una tensione morale dolorosa e sincera. Il punto di vista resta saldamente femminile, filtrato dalla coscienza traumatizzata di Oscar, che non rimuove né idealizza. Anche se perdona, non dimentica. Ma comunque non ne esce più la stessa.
Se dovessi tentare di definire la tua Oscar con tre parole, sceglierei le seguenti: identità, corpo, e limite
Oscar emerge come un personaggio tormentato, complesso, che vive un’esistenza costruita su un ruolo scelto da altri. Il romanzo la coglie nel momento del crollo, della frattura interiore: non può più fingere che la sua identità sia impermeabile all’amore o al dolore. Il corpo, sempre negato e addestrato, si rivela nel momento in cui cede, nel momento in cui viene scoperto – da André ma soprattutto da sé stessa. La scena finale, in cui si guarda finalmente allo specchio, senza l’uniforme che ha sempre cancellato il suo genere, è forse la più bella e simbolica: il riconoscimento – insieme doloroso e liberatorio – di sé come donna.
Rimpianti è un capitolo potente, a tratti disturbante, ma necessario. È un urlo scritto in punta di penna, che non lascia il lettore indenne. La scrittura non cerca il consenso, ma la verità, anche scomoda, anche brutale. Il testo ha i suoi eccessi, le sue ridondanze, ma sono parte del corpo emotivo che lo anima.
Paris prosegue si presenta fin dal suo esordio come un’opera che si candida a raccontare come pochi altri l’identità femminile di Oscar, la lotta tra ruoli imposti e desideri inconfessati, la fragile frontiera tra amore e potere. E questo lo vedremo meglio dopo, declinato in diversi modi, tra cui perfino quello della manipolazione profonda.

Recensore Veterano
23/03/25, ore 10:52
Cap. 32:

Questo è uno dei migliori capitoli che ho letto in questa storia, almeno fino a questo momento.
La tensione cresce, le intenzioni dei russi stanno iniziando a delinearsi in qualche modo, anche se le ragioni profonde del loro agire devono essere ancora rivelate. Non esiste una cattiveria che per quanto profonda e connaturata non sia mossa da qualche intento utilitaristico.
L'incontro fugace di Oscar e André, non rifugge dalla manifestazione inevitabile di una sensualità repressa, sì, ma mai soppressa.
Ma il tempo è poco e meno male che i nostri ragazzi hanno nell'ambasciatore un alleato saggio e anche una voce della coscienza e dell'esperienza che sa mettere un freno all'impazienza di tutti, richiamandoli alla necessaria cautela. Bisogna manovrare nell'ombra e saper attendere, ma non tardano ad arrivare gli imprevisti come questa improvvisa comparsa dei tre nemici, tutti insieme, in un unico fotogramma, e quasi pare di udire la musica di koji Makaino con le sue note lunghe e tenute nei momenti di maggiore tensione.
Elementi tutti dosati alla perfezione.

Recensore Junior
07/10/24, ore 21:51
Cap. 39:

Credo che con fatica e se non altro x la soddisfazione di arrivare in fondo xché sono una caparbia testona, arriverò alla fine ma penso che questa storia stia diventando davvero troppo pesante, questa Oscar ha i tratti della psicopatia, sta diventando insopportabile, prima fugge dalla reggia x cercare André poi lo tratta malissimo. Onestamente l'idea di un amore difficile e tormentato e una storia dark si potevano anche tratteggiare senza dilungarsi così tanto e senza tutti questi continue capriole cerebrali di Oscar.
(Recensione modificata il 07/10/2024 - 09:56 pm)

Recensore Junior
28/05/21, ore 15:33
Cap. 39:

Buongiorno Capo Rouge, avevo immaginato che ci fosse un conto in sospeso tra Alain e Oscar dopo lo scontro avvenuto tra i soldati della guardia e i soldati della guardia reale.
A volte l'ottusità di Alain, o forse dovrei dire la testardaggine con cui accusava Oscar di ogni nefandezze, la trovavo irritante ma comprensibile, aveva dovuto affrontare la scomparsa di sua sorella Diane, forse rapita, forse uccisa. Non si era mai fidato del nuovo comandante, un nobile eppure donna, per lui pensare che tutto ciò che era successo a sua sorella doveva avere un collegamento con la donna comandante.
Dopo aver ritrovato Diane, cioè dopo aver ritrovato la giovane donna che si ritrova difronte, che ha le fattezze di sua sorella minore e che non ha più nulla della persona che era, non mi ha meravigliato la sua reazione. L’avevo messa in conto e non mi ha sorpresa, mi pare chiaro che dovesse capire, sapere cosa fosse successo alla sua adorata sorellina, ha trovato alcune tessere di questo puzzle impazzito, ha un disegno parziale di ciò che è successo la sera in cui Diane è stata aggredita ed è sparita, ora il puzzle sarebbe facile da ricomporre nella sua interezza se lui seguisse la logica del cuore, se ammettesse a se stesso quello che non può non aver capito già da un pezzo, con questo voglio dire che se non fosse così sarebbe tonto, caratteristica che non gli si addice, anzi non l’ha mai fatto!
Alain sa del famoso biglietto che non è mai giunto ad André, sa che fu consegnato ad Oscar e ne ha tratto le conseguenze più logiche, ma errate, cieco a quello che non può accettare.
Lei prese il biglietto e non lo consegnò André, ed è questo che scatenò e scatena ancora i sensi di colpa che l'hanno portata a San Pietroburgo senza tentare la fuga, senza opporre resistenza a tutti i ricatti dei tre pazzi maniaci della fredda Russia.
Ciò che non può sapere Alain, è che Oscar aveva davvero voluto allontanare André da Diane, ma non per i motivi che crede e immagina lui.
Il confronto tra lei e Alain è serrato, non si difende perché vorrebbe dire confessare il suo amore per André, ammettere di averlo voluto tutto per sé anche se per poco tempo. Il lampo del secondo dove amare è permesso.
André ha capito che, seppur per un folle momento, Oscar lo ha voluto tutto per sé e il loro bacio sa di voglia disperata, lui che ora cerca una ammissione che Oscar non vuole fare.
Ho sorriso un po’ perché involontariamente ho associato Oscar al soldato dal fazzoletto rosso... entrambi fanno fatica a verbalizzare quel che sentono, quel che sanno e che è troppo “grande” da ammettere ad alta voce.
Anzi, lei alza un ulteriore muro forse quello più invalicabile, mette tra sé e lui, Diane. Rende, ancora una volta, la libertà ad André, precisamente quella che lui non desidera, e gli affida Diane, un peso che, sono certissima, lui non vuole.
E Oscar è davvero testarda, prima o poi dovrà capire che lui non può essere libero perché non smetterà mai di amarla.
E ci mancava il ritorno di Dorian con le sue arti “ipnotiche” che riesce ad avere la meglio anche sulla suora timorata di Dio e pure del Diavolo!! Altro che vigilare sulle povere anime perdute!
Ah la magnifica ironia di questa storia!!
E per fortuna che Sabin non ha le stesse doti diaboliche di Dorian altrimenti sarebbero stati grossi guai per la piccola Soisson! Non che con Dorian si navighi in acque tranquille e pulite... in effetti, qualunque cosa abbia detto a Diane, non sembra essere niente di buono né per lei stessa, né probabilmente per i nostri.
All'arrivo di André, del resto, Diane reagisce come sempre dopo essere stata a contatto con Dorian, cioè è imbambolata! È strana sembra quasi che il russo le abbia dato precise istruzioni su come comportarsi con André. Lui non può che essere soggiogato da ciò che gli dice Diane, sembra davvero sentire il profumo, e le labbra di Oscar sul corpo dell'altra.
È più che evidente che qualcosa accadrà, perché Diane in veste di seduttrice deve avere un senso e uno scopo.
È ovvio che André voglia sapere cosa sia successo tra lei e Oscar, lui ha capito a cosa allude la ragazza è il suo insinuarsi nel desiderio che gli brucia l'anima è la carta vincente. Sinceramente penso che Diane, dietro suggerimento di Dorian, abbia creato questa scena seduttiva solo per poter uscire dall'ospedale e poter essere libera, di far cosa non mi è chiaro, non so, forse io sogno ad occhi aperti ma, nonostante il senso di diffidenza verso di lei che ormai è difficile da scrollarsi di dosso, vorrei che lei si salvasse anche se non so quanto, in questa fiction, sia praticabile la strada della redenzione.
Ovviamente André non può far altro che portarla via di lì, per proteggerla da Dorian, da Sabin, ma anche perché vuole, anzi no, deve sapere cosa ha detto Oscar in quel momento di abbandono. I tuoi personaggi sono ancora tutti intrappolati perché li hai messi, e ce li consegni, con le spalle al muro, le loro gesta sono ancora dettate dall’imposizione di situazioni che appaiono senza via d’uscita per chi, come loro, ha una morale e un senso dell’onore e della giustizia, di ferro!
Immagino che dovranno trovare, prima o poi, una benedetta via d’uscita senza che la bellezza e la forza di quegli ideali vengano meno, senza far ricorso a inaccettabili compromessi, e allora sarà bellissimo osservarli sotto la nuova ‘veste’ della libertà.
La scena è bella e molto intensa e poi è piaciuto molto l'incontro con Lassalle, che  è uno dei miei personaggi preferiti, spero che abbia davvero l'opportunità di vivere, almeno lui, il suo amore con Helena. Lui è così timido, ingenuo ma ha un cuore grande, vive una storia segreta, difficile sia per la vita che conduce lei, sia per la tenutaria del bordello.
Un altro momento molto toccante di questo capitolo è stato l'incontro proprio con Helena, ci hai mostrato ancora una volta il lato più oscuro di Parigi. Quella  che non dà chance a chi è nato dalla parte sbagliata della barricata, bello ma tanto struggente da fare male.
Helena è una giovane donna che non ha avuto opportunità dalla vita, si è vista costretta ad accettare la vita del bordello ma ha anche deciso di essere padrona di se stessa, di migliorare la propria condizione e di essere quello che vuole essere. Atteggiamento ammirevole anche nella miseria di quella che è la sua situazione!
Ha, però, trovato sulla sua strada un uomo buono come Gerard che le ha offerto il suo amore e poco altro, Helena è consapevole di non avere molte alternative, ogni notte muore un pezzo della sua anima, ma sa anche che da qualche parte, in qualche modo è amata e non solo desiderata, ci vuole poco e niente a desiderare una donna ma altro conto è amare e amarla!
Un'altra giovane donna vittima di un mondo duro che non fa sconti e il mio pensiero è tornato, inevitabilmente, alla piccola Mimose.
Comunque la trama procede quasi inesorabile e grazie a Gerard e Helena, André trova un rifugio per la notte ma iniziano i guai perché Diane non demorde e riprende il suo tentativo di seduzione; l'incedere delle carezze di lei e il suo desiderio sfacciato e quasi arrogante, nascondono la volontà di soddisfare la richiesta di Dorian e così la speranza di salvezza si assottiglia. Adesso Diane ha un incedere diverso da quella ragazzina che lo baciò, sfrutta la debolezza di lui, che vuole ad ogni costo sapere cosa ha sussurrato Oscar nel momento dell'abbandono. Ora Diane prende ciò che vuole, sfrutta le debolezze di André a suo vantaggio, qualunque sia lo scopo che si è prefissati, sa perfettamente come raggiungerlo.
Anche André deve essere alla mercé del desiderio senza più volontà e coscienza, anche se io in fondo non ci credo. Lui deve sapere, perché così potrà conoscere ciò che il cuore di Oscar nasconde.
Diane è determinata, ha ciò che lui vuole, sarebbe facile perdersi nell'eco del profumo di Oscar, nella pelle e nel corpo dell'altra.
Non mi resta che leggere il prossimo e sperare che Diane non ottenga ciò che vuole.
Sempre magnifica, grazie.
PrincessLena

Recensore Junior
13/04/21, ore 21:29

Buonasera Capo Rouge, dunque ciò che sarebbe successo un po' lo avevo immaginato, nel  senso che da ciò che era accaduto nel precedente capitolo era logico supporre che Oscar la sua decisione definitiva l'avesse già presa.
Ed era logico supporre che Oscar sarebbe tornata, dopo un brevissimo periodo di riposo e riflessione, al suo posto e in caserma, di nuovo al comando dei suoi uomini.
Tenendo conto di ciò che era successo a San Pietroburgo, la reazione degli uomini di Oscar, di Romanov e Voltaire, perché su Lassalle non avevo dubbi lui era già stato conquistato da Oscar, immaginavo che, una volta tornati a Parigi, questi due irruenti e sanguigni soldati, avrebbero guardato Oscar in modo diverso, non solo come un capo indiscusso, non solo un leader qualunque, ma uno da ammirare e sul quale riporre ogni anelito di speranza. Finalmente come il loro comandante, seppur nobile e donna, ne hanno riconosciuto il valore, il coraggio e l'integrità. 
Fra Voltaire e Romanov mi sembra che il primo tenga particolarmente al ritorno di Oscar, l'ansia con cui incita André ad affrettarsi per andare a parlare con Oscar mi ha fatto sorridere e sciogliere il cuore.
È lui che prende il comando per impedire ai damerini della guardia reale di interrompere la conversazione tra Oscar e André, gliene sono stata grata e ho fatto il tifo per lui, e lo ha fatto con entusiasmo e divertimento, con convinzione. Vuole che Oscar resti al comando, senza se e senza ma, la sua sincerità e il suo entusiasmo sono palesi. Mi piace veramente il tuo Voltaire!
L'incontro tra André e Oscar è intenso, e mi aspettavo fosse così, ma lascia ancora senza risposte, almeno per André è proprio così perché è difficile superare e abbattere il muro che Oscar ha innalzato, è difficilissimo capire e i sensi di colpa sono inevitabili, purtroppo riaffiorano e sinceramente io li comprendo e li condivido anche se nel caso di Diane li comprendo un po' meno. Difficile comprendere come Oscar avrebbe potuto contrastare il potere che Dorian ha esercitato su Diane, anche lei che è indubbiamente la nostra eroina non è onnipotente e a dir la verità la preferisco umana con le sue colpe e le sue mancanze, è assolutamente una di noi ed è bella così, anzi è ancora più bella e convincente!
Invece penso che ciò che prova Diane è un sentimento che è difficile da decifrare, un vero lavaggio del cervello.
Oscar ha cercato fin dal principio, fin dal viaggio verso San Pietroburgo, di sottrarre Diane al potere oscuro di Dorian. È stato impossibile, per questo, nonostante l'integrità di Oscar, non ne comprendo fino in fondo il senso di colpa verso Diane.
È umano che, sapendo che tipo di ospedale sia la Bicetre, Oscar provi dei sensi di colpa, dei rimorsi, ma non credo, personalmente, che abbia nulla da rimproverarti nei confronti di Diane, si è quasi immolata per lei!
Sinceramente comprendo meglio, e quasi mi immedesimo, nei sentimenti che Oscar prova per Mimose e per la sua tragica fine. Era una bambina che non ha mai avuto la possibilità di scegliere.
In effetti è sempre stata usata Mimose come arma di ricatto da Stevenov, perché la piccola, al contrario di Diane, non si è consegnata volontariamente nelle mani di Dorian. Era una bambina che ha creduto di avere una opportunità, una nuova vita con i russi, ha fatto ciò che non poteva scegliere li ha seguiti ma solo dopo essere caduta, dall’alto di un tetto, nelle loro salde braccia.  Almeno lei era disposta a tornare indietro con Oscar, a lasciare tutta la ricchezza che sfoggiavano i russi per tornare a Parigi con Oscar, certamente più giudiziosa che la giovane rampolla Soisson.
Ed è quindi facile comprendere perché Oscar si senta in colpa nei suoi confronti, Mimose è un personaggio che si è fatto amare in questa storia, Diane un po’ meno.
André “legge” in Oscar  come ha sempre fatto, riconosce i segnali che indicano che Oscar tornerà a congelare i suoi sentimenti, a chiudere se stessa in una corazza impenetrabile, a non concedere a se stessa e soprattutto a lui una seppur piccola possibilità. Io intanto impreco e proseguo la lettura e mi consolo pensando che non siamo ancora in chiusura di storia e che, quindi, tutto è ancora in ballo.
Però  per Oscar diventa quasi inaccettabile il cedimento che ha avuto con André, quei pochi momenti di passione, di desiderio, quella piccola e debole speranza che per poco tempo ha accompagnato André, non se lo concede e non se lo perdona, dura come non mai con se stessa, purtroppo!
Non ha scelta André, mette Oscar letteralmente al muro, in un bacio che sa di amore disperato e di desiderio, affinché lei non dimentichi ciò che per un attimo è stata lei. Se fossi stata in compagnia avrei tirato su un coro da stadio per il nostro André!  Finalmente insomma gli stupidi indugi sono stati frantumati.
L'irruzione di Voltaire e del soldato della guardia reale, forse dovrei dire, l'invasione dell'ufficio di Oscar, mi ha strappato una risata fragorosa!!! Sempre lui, Voltaire il più accanito sostenitore di Oscar, del comandante Oscar de Jarjayes, è un mito! Io lo adoro.
Girodel, bellissima nota dolente, non si smentisce nemmeno questa volta, davvero non ragiona quando vede André, eppure lo ha visto per anni al fianco di Oscar. 
Ora sembra consapevole che il sentimento che prova André trascende il confine tra le classi sociali, trascende il legame di lealtà e fedeltà che può intercorrere tra attendente e ufficiale, tra nobile e servitore e non può accettarlo e diventa ancora più subdolo, insinuare che André possa aver voluto davvero la morte per una vendetta insensata sa di gesto di un uomo che ormai sa di aver perso. Girodel è l’aristocratico perfetto e mo chiedo se anche in questa storia alla fine riuscirà a compiere quel “passo indietro” famoso sotto la pioggia per lei, solo per lei. Per ora desidera solo e ad ogni costo allontanare Oscar dalla caserma, dalla vita militare, da tutto ciò che lei è sempre stata, usa l'attentato al Louvre come uno spauracchio, come monito di ciò che potrebbe ancora accadere e soprattutto si fa forte del rifiuto che avevano mostrato i soldati della guardia nei confronti di Oscar, dipinge un quadro a tinte fosche della scarsa fiducia che Oscar può riporre nei suoi soldati, machiavellico è dir poco.
Ho sorriso di gusto invece quando Oscar ha mostrato di conoscere il piano che aveva ordito dal generale Bouillé per costringerla a dimettersi, ho sorriso del compito ridicolo e inutile che hanno dovuto adempiere i suoi soldati, soprattutto Oscar conosce il coinvolgimento di Girodel, ancora più meschino da parte di quest’ultimo far pressione affinché André, Alain e gli altri soldati della guardia rivelino il nome di colui che è responsabile dell'attentato al Louvre, mi ha fatto venire un nervoso che non ti dico.
Tutti conoscono il nome di quel soldato, anche Oscar lo conosce, i soldati non possono svelare quel nome perché non si può tradire il patto che unisce i soldati tra loro.
Tutti loro vorrebbero che Sabin fosse punito, tutti loro lo disprezzano e vorrebbero vendicarsi, ma non si può tradire quel legame, è comprensibile ma duro da accettare e il tuo modo di raccontare queste faccende, queste impossibilità insopportabili, rendono la storia credibile e veritiera, assolutamente imperdibile!
Grazie, grazie, grazie.
PrincessLena 

Recensore Junior
08/04/21, ore 12:30
Cap. 37:

Buongiorno Capo Rouge, gli avvertimenti c'erano tutti, capitolo lungo e intenso e non hai tradito i tuoi stessi avvertimenti. 
Un po' ingenuamente avevo quasi sperato che un chiarimento, uno scontro, qualsiasi cosa insomma, ci sarebbe stata tra Oscar e André anche se non durante il viaggio, perché era evidente che sulla nave, tra la scarsa intimità, le crisi di Diane e la presenza costante di Alain e compagni, una qualunque conversazione sarebbe stata impossibile, così purtroppo è stato. 
Ho sperato poi in un chiarimento una volta arrivati a Parigi, ma tutto è ancora rimandato e adesso comincio a disperare.
Hanno lasciato una San Pietroburgo gelida e trovano una Parigi altrettanto gelida, i mesi sono passati ma il calore tarda ad arrivare, a farsi sentire, non so forse è così perché il gelo nel cuore non si è ancora sciolto. È troppo duro il ricordo di ciò che è accaduto a Mimose, un'anima persa che nessuno rimpiangerà, il cui ricordo resterà solo nel cuore di Oscar e di André. E mi è sembrato di camminare accanto ad André per quanto intense sono le sue emozioni, con il rimorso, che attanaglia, di non aver fatto tutto il possibile per salvarla, perché Oscar sarebbe stata sempre al primo posto. 
La primavera, la nuova stagione, si annuncia ricca di cambiamenti, perché il popolo inizia a prendere coscienza di sé, perché Parigi ha voglia di mutamenti e questo si avverte chiaramente negli “umori” del capitolo, eppure ad André non sembra quasi interessare, ha un solo posto nel quale vorrebbe restare, un solo cambiamento vorrebbe vivere nella sua vita; semplicemente essere finalmente e totalmente nella vita di Oscar. Desiderio semplice che apparentemente è irrealizzabile e la sua frustrazione melanconica emerge, chiara e palese, lì a casa di Rosalie, in quel caffè che ha il sapore di tutto ciò che lui non ha e che vorrebbe, una vita più semplice per lui e Oscar, una dove ci sono solo loro, una dove essere finalmente felici.
La contrapposizione, il contrasto di sentimento e di intenti fra lui e Bernard è calzante, rende benissimo l’idea, il punto in cui le loro vite sono arrivate. Bernard sempre più proiettato verso i nuovi ideali che infiammano gli animi dei parigini e pronto a combattere per un nuovo mondo che sta per nascere e, invece, 
André per il quale nulla cambia perché è evidente che il suo destino è un altro, Oscar sempre e solo anteposta ad ogni cosa. Penso che ora la questione sia chiara pure a Bernard.
La “faccenda ” Diane invece si colora di toni ancora più foschi e cupi, era stato evidente a San Pietroburgo che il suo destino  era segnato, adesso è diventata un vero pericolo per se stessa lì “libera” a Parigi. La sua mente è sempre più persa e vaga alla ricerca di Dorian in un amore ossessivo che non le lascia scampo, povera! In quelle condizioni l'unica soluzione è, purtroppo, quella prospettata da Alain, cioè di portarla in quel l'ospedale per disperati e perduti come lei.
Un altro brutto colpo per la coscienza di Oscar che sembra davvero non avere tregua, difficile metterla a tacere perché è consapevole che la “piccola” è stata semplicemente un ingranaggio della macchinazione ordita da Dorian, suo padre e suo fratello per poter rapire e tenere in pugno proprio lei, Oscar.
Il legame che unisce il demone e Diane non è spezzato, lui continua a guidare la sua mente, ad avere un qualche contatto con lei, e ciò che accade nel momento in cui André le fa visita conferma il legame, lei seppur persa nel suo mondo così strano ritrova una sorta di lucidità pervasa da questo sentore indefinibile.
Il tocco sulla guancia è quello di Diane ma conserva l'impronta e il profumo di quella notte in cui Diane, lì sulla nave che li portava a San Pietroburgo, ha seguito gli ordini di Dorian e ha "mostrato" ad Oscar il lato oscuro del desiderio.
André non può capire cosa si nasconda dietro a quello strano tocco che lui non riconosce come quello di Diane, ha un vago sentore che quella carezza, quel profumo appartengano a Oscar, ma è solo un vago ricordo perché dal loro rientro a Parigi, André non ha potuto più vedere o parlare con Oscar e ora parlare con lei diventa un bisogno impellente.
Deve sapere quali progetti lei abbia, niente è più importante.
A casa André scopre che Oscar è ospite a Versailles e che i progetti matrimoniali del generale Jarjayes non sono stati accantonati.
La ragione gli dice che lasciare l'uniforme, cambiare vita, sarebbe la salvezza per lei, perché Parigi sta diventando una polveriera, troppo pericolosa ora che si prospettano grandi cambiamenti politici.
Ma la ragione va in frantumi alla sola idea di perdere Oscar per davvero, ciò che hanno condiviso a San Pietroburgo non può essere stato solo il frutto di emozioni dettate dagli avvenimenti. Ricorda ogni tocco, ogni sensazione provata e è incredibilmente bello quel suo cercarla nella sua stanza come se lei fosse lì. 
Mi è piaciuto tantissimo il confronto tra Oscar e la Regina, non si può giudicare male Maria Antonietta se ha tentato di organizzare una cena a sorpresa tra Oscar e Girodel, si è comportata da amica vera!
Maria Antonietta è una donna che conosce bene il ruolo di moglie e madre, per lei è normale voler vedere al sicuro la sua amica Oscar come moglie di un uomo che la stima e prova dell'affetto per lei.
Ma Oscar è Oscar rivendica il diritto, giustamente, di decidere della sua vita, di non sottostare al volere di altri, anche se Girodel si dichiara innamorato di lei.
Vuole riprendere la sua vita, tornare tra i soldati della guardia, perché è la sua scelta, soltanto sua.
Ha ragione quando dice alla Regina che non può arrendersi, non è il suo destino essere una dama qualunque ed è oltremodo giusto il discorso franco che fa alla nonna, mi spiace vedere infrante le sue ultime speranze ma anche lei non può non sapere in fondo al cuore quale sia la verità, non può non aver capito! I suoi “bambini” li conosce fin troppo bene, dovrà rassegnarsi.
Come sempre ti ringrazio e rinnovo anche i miei complimenti.
Ti aspetto sempre anche con l’aggiornamento dell’altra storia.
Ciao, Lena