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Autore: evelyn80    23/08/2019    4 recensioni
In una torrida mattina dell'estate del 2019, Walter Parazaider riceve una visita quanto mai inaspettata: Terry Kath, il suo vecchio amico e chitarrista della band scomparso quarantuno anni prima, gli appare nello specchio del bagno. Sconvolto dalla sua apparizione, riesce comunque a trovare il coraggio di raggiungerlo oltre lo specchio. Si ritroverà, più giovane di cinquant'anni, al Caribou Ranch, il vecchio studio di registrazione del loro primo produttore, ormai in stato di abbandono. Lì, lui e Terry trascorreranno una piacevole giornata insieme ricordando vecchi episodi. Prima di separarsi, però, il chitarrista gli chiede di parlare e di chiarirsi con Peter e Danny, i primi due membri fondatori dei Chicago ad aver lasciato la band, che hanno vissuto tutti quegli anni nella convinzione di non essere mai stati bene accetti nel gruppo.
Prima classificata al contest "Happy Birthday To You!" indetto da MaryLondon su forum di EFP.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Terry Kath, Walter Parazaider
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Voci dall'aldilà'
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Prima classificata al contest “Happy Birthday To You!” indetto da MaryLondon sul Forum di EFP
Giorno: 17 giugno

 

 

 

Together again, my friend

 

 

 

Los Angeles, luglio 2019

 

 

Il caldo aveva sempre dato fastidio a Walter, fin dalla prima volta in cui era arrivato a Los Angeles da Chicago. Per lui le estati erano sempre state un tormento, e il fatto che quella fosse la stagione migliore per i concerti all'aperto aveva spesso rappresentato un disagio in più. Non era affatto piacevole ritrovarsi già sudato fradicio ancor prima dell'inizio di un'esibizione, figuriamoci dopo due ore a fare avanti e indietro sul palco con la cinghia del sassofono che ti segava il collo.
E il caldo non faceva bene neanche al suo povero cuore malato. Benché avesse solo settantaquattro anni, il suo cuore ne dimostrava almeno novanta, e tutto grazie all'LSD che si era sparato in gioventù.
In piedi davanti allo specchio del bagno, Walter fissò con attenzione la sua immagine riflessa: le rughe profonde che gli circondavano la bocca lo facevano somigliare un po' a un vecchio bulldog; la fronte grinzosa era già coperta di sudore, nonostante fossero soltanto le sette di mattina; e i corti capelli ormai bianchi gli stavano dritti sulla testa. Aveva smesso di tingerseli tre anni prima, da quando non appariva più in pubblico. Era ancora un membro ufficiale dei Chicago, ma da un po' di tempo a quella parte la sua pompa malandata gli aveva impedito di continuare a suonare come avrebbe voluto. Gli altri lo avevano rimpiazzato con un sassofonista molto più giovane di lui, ma non se la sentiva di biasimarli. In fondo, Robert, Lee e James erano ancora in ottima forma, ed era giusto che continuassero a fare ciò che amavano di più. *(1)
Una smorfia gli contorse la bocca mentre una goccia di sudore, simile a una lacrima, gli scivolava dalla fronte lungo una gota, fino a raggiungergli il mento. Da lì si staccò e andò a infrangersi con un lieve ticchettio sulla porcellana del lavabo.
Pensare ai suoi vecchi compagni di band gli portò alla mente il ricordo di quelli che avevano perso per strada: Peter, che aveva deciso di dedicarsi alla carriera solista; Danny, che Bill e Jason avevano spodestato senza tanti complimenti mentre loro, i membri della vecchia guardia, erano rimasti alla finestra a guardare come se quella disputa non li riguardasse minimamente. E naturalmente Terry, che li aveva lasciati per sempre in una sera d'inverno di quarantuno anni prima. Se fosse stato ancora vivo avrebbe avuto un anno meno di lui, pensò Walter continuando a fissare la sua immagine allo specchio. *(2)
Un'altra goccia di sudore seguì lo stesso percorso della prima, andando a raggiungerla nel lavabo. La smorfia sul suo viso si trasformò in un ghigno.
C'era una cosa che lo aveva accomunato al chitarrista prematuramente scomparso per tutti quegli anni: sua moglie. Jacklynn, la sua compagna di vita, la madre delle sue figlie, prima di mettersi con lui era stata la fidanzata di Terry, e Walter ricordò di avergliela soffiata senza tanti complimenti. Era stato molto difficile confessare quel tradimento al suo amico: Terry se l'era presa a male e per parecchi giorni non gli aveva nemmeno rivolto la parola. Poi il tempo aveva curato le ferite, ma Walter era certo che, in cuor suo, Terry non l'avesse mai perdonato per avergli portato via la ragazza.*(3)
Si lasciò sfuggire un lungo sospiro, poi aprì il rubinetto e fece scorrere acqua in abbondanza per essere sicuro che fosse ben fresca. Si chinò sopra il lavabo e si sciacquò più volte il viso, passandosi le mani bagnate tra i capelli. Quando tornò a guardarsi allo specchio, con l'acqua che gli gocciolava dal volto, fu costretto a sbattere gli occhi più volte per essere certo di ciò che stava vedendo: l'immagine che la superficie lucida gli rimandava non era il suo viso da anziano ma quello da ragazzo poco più che ventenne, quando portava i capelli lunghi e quegli orrendi baffi spelacchiati.
Scosse la testa con violenza, come un cane che si scrolla il pelo bagnato, poi tornò a guardare. Lo Walter di settantaquattro anni ricambiò il suo sguardo sorpreso, le sopracciglia inarcate ad accrescere le rughe sulla fronte.
Convinto che il caldo gli avesse giocato un brutto scherzo tornò a bagnarsi il volto e la testa, per rinfrescarsi ulteriormente. Chiuse il rubinetto e si voltò a prendere l'asciugamano, tamponandosi la faccia e i capelli. Ma quando scese ad asciugarsi le guance lasciando liberi gli occhi, per lo spavento sobbalzò facendo cadere la salvietta: dallo specchio lo fissava non soltanto il proprio volto da giovane ma anche un altro viso, proprio di fianco al suo. Nonostante non lo vedesse da più di quarant'anni non ebbe difficoltà a riconoscerlo: era Terry, ma non quello degli ultimi mesi di vita. No. Era il Terry venticinquenne, quello che aveva il sorriso quasi sempre stampato sulla faccia, talmente ampio da renderlo quasi una caricatura di se stesso. Ma in quel momento non rideva, anzi, lo fissava con serietà da sopra il lavabo.
Walter si voltò di scatto, d'istinto, guardandosi alle spalle, certo di trovare il suo vecchio amico accanto a lui. Ma non c'era nessuno in bagno a parte Whisker, il suo gatto soriano che stava facendo i bisogni nella lettiera.
Si passò una mano sulla faccia. Il caldo, sì, di sicuro era il caldo di quell'estate torrida a dargli così tanto fastidio e a fargli avere quelle allucinazioni. Terry era morto e sepolto da quarant'anni e non poteva certo arrivare così di punto in bianco a fargli visita, oltretutto nello specchio del bagno. Il cuore gli batteva furioso nel petto e lui posò indice e medio della mano destra sulla carotide per controllare il numero delle pulsazioni. Se avesse superato la soglia dei 120 battiti al minuto avrebbe dovuto prendere immediatamente le sue pillole.
Stava ancora contando, controllando l'orologio, quando una voce calda e baritonale ruppe il silenzio.
«Ehi, amico... Non mi saluti nemmeno?».
Il suo cuore fece una sorta di capriola e un dolore sordo lo assalì alla bocca dello stomaco. Aprì la bocca per prendere fiato, ma l'aria sembrava non riuscire a entrargli nei polmoni. Si voltò di nuovo verso lo specchio, molto lentamente, spaventato da quello che avrebbe potuto vedere.
Il viso dell'amico era ancora lì, di fianco al suo, come se si trovasse proprio alle sue spalle. Eppure dietro di lui non c'era nessuno. O, almeno, nessuno di visibile.
«Te-Terry...», riuscì a balbettare a fatica, le dita ancora incollate alla carotide. Il cuore gli batteva talmente all'impazzata da non riuscire più nemmeno a contare le pulsazioni. Ancora pochi minuti e sarebbe stato stroncato da un infarto, poco ma sicuro.
La figura del giovane chitarrista si fece avanti nello specchio, fino a occuparne quasi tutta la superficie. Il suo faccione gioviale si aprì in un sorriso.
«Non devi avere paura di me, Walt. Non sono venuto fin qui per farti del male».
Walter provò ad annuire ma non ci riuscì. Le gambe gli cedettero e fu costretto a mettersi a sedere sul water. Boccheggiava ancora come un pesce fuor d'acqua e con la mano scese dal collo fino ad artigliarsi il petto, dove il dolore cominciava a estendersi a tutta la parte sinistra del suo corpo.
La mano di Terry si appoggiò allo specchio dalla parte interna, come se quella superficie fosse diventata all'improvviso una finestra su un altro mondo. Forse addirittura sull'aldilà, pensò confusamente Walter.
Con l'indice, il chitarrista gli fece cenno di alzarsi e di raggiungerlo.
«Non avere paura. Il tuo cuore cederà, un giorno, ma non oggi», lo rassicurò, e l'anziano sassofonista si aggrappò al bordo del lavabo per rimettersi in piedi. Il suo volto non appariva più nello specchio ma non se ne meravigliò poi tanto. Se veramente era diventato un passaggio, era normale che fosse così.
«Appoggia la tua mano sulla mia», riprese Terry, e la sua voce calda e profonda ebbe il potere di calmarlo, anche se il suo cuore continuava a battere a mille all'ora. Walter obbedì e poggiò il palmo aperto su quello del giovane chitarrista scomparso prematuramente. Invece di avvertire il freddo del vetro riflettente sentì il calore di una pelle viva. Chiuse gli occhi e, all'improvviso, si sentì risucchiare, mentre il dolore pulsante al petto scompariva come per magia. Quando trovò la forza di aprire nuovamente le palpebre si trovò faccia a faccia col suo vecchio amico, le loro mani ancora poggiate l'una contro l'altra.
Il sorriso di Terry si espanse ancora di più sul suo viso rubicondo prima di stringere il sassofonista in un caldo abbraccio. Walter si abbandonò a quella stretta pensando, dopo tanti anni, a quanto gli fosse mancata.
«Oh, Terry, amico mio...», esalò contro il suo collo, trattenendo a stento le lacrime. «Mi sei mancato da morire!».
Il chitarrista gli carezzò i capelli e lo cullò nella sua stretta, senza parlare, in attesa che si riprendesse.
Passò un po' di tempo prima che Walter si decidesse a mollare la presa e a guardarlo nuovamente in faccia.
«Come stai?», chiese, prima di rendersi conto di aver fatto una domanda stupida. Era morto, come poteva stare?
Ma Terry sorrise ancora, per nulla turbato dalla domanda. «Io sto bene. L'aldilà non è poi così malaccio, sai? Tra l'altro sono stato anche fortunato. Se mi fossi ucciso volontariamente sarei andato a finire all'Inferno, tra i suicidi. Ma siccome sono stato talmente idiota da spararmi in testa senza sapere che c'era il proiettile in canna mi hanno accolto nel Purgatorio. E ne ho un bel po' di cose da purgare, sai?».
Il chitarrista rise alla sua stessa battuta, dando una pacca sulla spalla a Walter che si voltò a guardare verso lo specchio da cui era passato. Per alcuni secondi vide ancora il suo bagno, rivestito di piastrelle rosa shocking, con Whisker intento a espletare i suoi bisogni fisiologici, poi la superficie lucida gli restituì la sua immagine e quella di Terry. Ora era di nuovo giovane, con i capelli lunghi e quegli stupidi baffi. Ecco perché il cuore aveva smesso di dolergli: era tornato nel fiore degli anni.
Si guardò attorno. Si trovavano in una stanza che, lì per lì, stentò a riconoscere. Soltanto quando vide il panorama fuori della finestra riconobbe il luogo. «Ehi, ma siamo al Caribou Ranch?», chiese, stupito. «È ancora in piedi questo posto? Dopo tutti questi anni?».
«Sì, è ancora in piedi, anche se è abbandonato da un po'. Almeno potremo starcene un po' tranquilli. Vieni, abbiamo molte cose di cui parlare».
Terry guidò Walter nel cortile del vecchio ranch sulle Montagne Rocciose. L'aria, benché calda, era meno afosa rispetto al centro di Los Angeles, e odorava di fiori tardivi ed erba secca. Il sassofonista fu assalito dai ricordi. Quante ne avevano combinate, lì, quando si riunivano per registrare i loro album. Si guardò attorno e gli parve di vedere Peter, Lee e Robert vestiti da cowboy, con le pistole giocattolo strette nel pugno puntate tutte contro la testa di James. *(4)
Il chitarrista interruppe le sue riminiscenze.
«Ho visto che hai avuto buona cura di Jackye. Forse è vissuta meglio con te, dopotutto. E pensare che ti avrei ammazzato, quando mi dicesti che ve la intendevate».
«Amico, ho sempre avuto moltissimo rispetto per lei, e non solo perché te l'avevo soffiata. È veramente una donna straordinaria. Ha avuto tanta di quella pazienza, con me, da farle meritare una medaglia al valore».
Terry annuì e sorrise, mettendosi a sedere a cavalcioni della balaustra di legno del portico. «Ti ricordi», disse, «quando l'LSD ti aveva quasi fritto il cervello? Continuavi a lanciarti la palla nel guantone da baseball, fino a farci venire l'esaurimento. Mi sembra ancora di sentirne il tonfo: PUNF... PUNF... PUNF. Che strazio!».
«Già», ammise Walter. «Se non fosse stato per lei, e per Danny, a quest'ora avrei avuto la materia grigia ridotta in pappa. Jackye ha avuto la pazienza di sostenermi, e Danny è stato il primo a sputarmi addosso tutta la vostra frustrazione».
Terry annuì ancora. «Daniel ha sempre avuto a cuore la salute di tutti noi. Ha aiutato Bobby e Jimmy nel momento del bisogno, e ha cercato di farlo anche con me. Io, però, sono stato un caso disperato». Le sue labbra si stirarono in un sorriso triste. *(5)
Walter non seppe cosa rispondere e, titubante, gli poggiò la mano sulla spalla. Anche se si erano già abbracciati, aveva paura che le sue dita avrebbero attraversato la carne del suo amico, da quel fantasma che doveva essere, mentre il realtà avvertì soltanto la consistenza calda e reale di un corpo vivo. Terry non era lì soltanto in spirito, quello era poco ma sicuro, e poi c'era anche l'inspiegabile fatto che lui stesso aveva attraversato uno specchio e si era ritrovato, più giovane di cinquant'anni, in un luogo lontano miglia e miglia da casa sua. Forse stava sognando, ma ora non aveva voglia di farsi domande su una cosa che non poteva avere risposta. Preferiva di gran lunga parlare di nuovo col suo vecchio amico.
«Come fai a sapere che Danny ha convinto sia Robert che James a disintossicarsi?», chiese quindi, curioso. «A quell'epoca tu eri... eri già...». Si interruppe, pieno di imbarazzo. Come ci si rivolgeva a un defunto riguardo alla sua dipartita?
«Morto, sì. Non devi avere paura di dirlo, amico. È così che sono: morto stecchito».
Walter trattenne a stento un gemito: non gli piacque sentire Terry definire se stesso in quel modo, ma il ragazzone sorrise.
«Tranquillo, Walt. Ormai ho fatto l'abitudine alla mia condizione di trapassato: sono passati più di quarant'anni!». La sua risata dolce e profonda riecheggiò per il cortile deserto, facendo rasserenare un poco il sassofonista. «Comunque, per rispondere alla tua domanda», riprese Terry, «lo so perché dall'aldilà si riescono a vedere un sacco di cose, sai? Ho seguito la vita di ognuno di voi, anche se non mi avete mai visto: ho riso nei momenti di gioia e ho pianto in quelli tristi. Al funerale di Laudir sono stato quello che ha frignato più di tutti, sai? Sono riuscito a smettere soltanto quando quel dannato di un Brasiliano mi ha passato il suo fazzoletto!». *(6)
Walter lo fissò a occhi sgranati, la bocca atteggiata a una “O” di stupore. Era così strano sentirlo parlare della morte con tanta naturalezza. Ma forse, pensò, essere morti non doveva essere tanto diverso dall'essere vivi, se potevano chiacchierare insieme a quel modo. Forse, dopotutto, la morte era solamente un passaggio, una porta verso un altro mondo. Quel pensiero lo confortò: fino ad allora aveva sempre avuto paura di morire, ma se poteva aveva la speranza di ritrovare, dall'altra parte, coloro che aveva più cari, anche l'idea di andarsene per sempre non era più così penosa.
Nel vedere la sua faccia sorpresa, Terry rise ancora. «Ti sconvolge così tanto sapere che vi sono sempre stato accanto?». Walter fece a malapena di no con la testa e il chitarrista riprese a parlare. «Io c'ero quando Peter ha deciso di lasciare. C'ero quando avete permesso a Bill e Jason di mandare via Danny. Lo sai che, per alcuni anni, quel poveraccio ha vissuto come un eremita in una roulotte qui sulle montagne, perché era convinto di aver perso tutto?».
Walter lo fissò, sconvolto. «No... io...», balbettò, incapace di rispondere.
«I Chicago erano tutta la sua vita, e Daniel non ha mai sopportato l'idea di essere stato scaricato come un sacco dell'immondizia. Lo avete quasi distrutto, ti rendi conto?».
Il tono di Terry era diventato di colpo cupo, e il sassofonista chinò lo sguardo a terra, pieno di sensi di colpa. Era stato anche per causa loro se Danny era stato licenziato: durante un periodo di lieve depressione che il batterista aveva attraversato alla fine degli anni ottanta, lo avevano accusato di non essere più in grado di suonare il suo strumento come un tempo e, invece di aiutarlo e attendere la sua ripresa, come avevano fatto con Robert e James, lo avevano semplicemente liquidato con poche frasi di circostanza. Si sentì di colpo una merda.
«E sai un'altra cosa?», continuò a infierire il chitarrista. «Anche Peter ha lasciato il gruppo perché non si sentiva più bene accetto. Credeva che voi tutti lo invidiaste perché era diventato, a tutti gli effetti, la voce dei Chicago». *(7)
Walter scosse di nuovo il capo e, questa volta, non riuscì a trattenere le lacrime che presero a pizzicargli agli angoli degli occhi. Terry se ne accorse e gli cinse le spalle con un braccio. «Scusami Walt, non volevo essere così duro. Però credo sia giusto che tu sappia tutta la verità».
Cadde il silenzio. Terry attese con pazienza che l'amico sfogasse le sue lacrime di rimpianto prima di riprendere a parlare, questa volta in tono più leggero.
«Sai che, una volta, vi ho anche salvato la vita?».
Walter alzò gli occhi arrossati per guardarlo in faccia. «Davvero?», chiese, con stupore quasi infantile.
«Sicuro! Ricordi il concerto a Eagle, nel 1989? Uno di quelli che avete fatto insieme ai Beach Boys?».
Il sassofonista fu costretto a riflettere per un attimo, poi il suo viso si illuminò. «Quello in cui ci ritrovammo in mezzo a quella tempesta? Cavoli, che storia! A un certo punto iniziai a pensare che il vento ci avrebbe spazzato via tutti! Danny fu il primo a scappare di corsa tenendosi le mani sulla testa, e il giorno dopo venimmo a sapere che una delle torri che reggevano le luci era crollata proprio sulla batteria, giusto un paio di minuti dopo che eravamo corsi via dal palco».
Terry rise. «E, secondo te, chi è stato a staccargli il parrucchino?».
Gli occhi di Walter si sgranarono. «Il parrucchino!? Che parrucchino?».
Il chitarrista esplose in un'altra sonora risata. «Come, non sai che Daniel portava il parrucchino, a quell'epoca?».
«No, non lo sapevo! E credo non lo sapessero neanche gli altri. Sapevamo che aveva fatto il trapianto di capelli ma...».
«Il trapianto era andato male», lo interruppe Terry, sghignazzando, «e siccome lui non sopportava il fatto di diventare calvo aveva speso un sacco di dollari in due parrucchini di capelli veri. Quante volte l'ho visto correre a nascondere le teste di plastica per non far sapere a nessuno della loro esistenza!». Il chitarrista continuò a ridere per un po', poi riprese. «Fatto sta che, quella sera, per farlo scappare dalla batteria prima che la colonna vi cadesse addosso, gli ho tirato il parrucchino staccandoglielo dallo scalpo così lui, per evitare di farlo volare via e farsi vedere da tutti senza capelli, è corso via come un fulmine! E voi gli siete andati dietro».
«Ecco perché si teneva le mani sulla testa!», realizzò Walter all'improvviso. «Fino a ora non me l'ero mai spiegato!». *(8)
Furono travolti entrambi da un altro accesso di risa, che li costrinse ad abbracciarsi per non cadere dalla balaustra di legno dove erano ancora appollaiati.
Rimasero in quella posizione per parecchio tempo, in silenzio, le tempie accostate e le braccia a circondare le spalle. Era passata una vita dall'ultima volta in cui si erano tenuti così, stretti l'uno all'altro, e Walter ricordò quella sensazione di calore con molto piacere.
La lieve brezza estiva portò loro il profumo dell'erba e dei fiori di campo, facendo muovere con lentezza le piccole nuvole bianche che punteggiavano il cielo di un azzurro slavato. Entrambi alzarono gli occhi al cielo per guardarle navigare.
«Non è meraviglioso, tutto questo?», sussurrò Walter, sentendosi di nuovo vivo dopo un sacco di tempo. Non aveva mai dato troppa importanza alle piccole cose e ora, in mezzo alla natura, nel pieno di quella estate che per una volta trovava dolcissima, in compagnia dell'amico morto da anni, pensò a quante cose aveva perduto nel corso della sua lunga e travagliata vita.
«Già... È una fortuna che le anime del Purgatorio abbiano la possibilità di tornare qui tanto spesso, per poter compiere delle buone azioni. Là non è proprio così bello, sai?», rispose Terry, facendo un cenno con la mano a indicare ciò che li circondava.
«Davvero? E com'è fatto l'aldilà?», chiese il sassofonista, curioso, ma l'altro scosse la testa.
«Non posso dirtelo, mi dispiace. Lo vedrai quando ci verrai».
Walter rimase in silenzio per alcuni secondi, pensieroso. «Succederà presto, non è vero? È per questo che ti sei fatto vedere da me?». Si interruppe, mentre in lui si faceva strada una nuova consapevolezza. «Aspetta un secondo, ho capito! Io sono già morto e tu sei venuto a prendermi!», esclamò, puntando un dito contro Terry.
Il ragazzone rise. «E secondo te il Caribou Ranch sarebbe il Purgatorio? No, no, stai tranquillo, non sei ancora morto». Trasse un lungo sospiro prima di continuare, mentre la sua espressione tornava di colpo seria. «In realtà sono venuto qui per chiederti di fare la pace con Peter e Danny. È una buona azione per me, e anche per te. Prima di lasciare la tua vita definitivamente devi mettere le cose in chiaro, con loro. Come ti ho detto prima, entrambi si sono sentiti rifiutati dai Chicago e hanno vissuto con l'astio nel cuore». Alzò lo sguardo e fissò Walter negli occhi. «Ricordi cosa ha detto Peter a Robert, quando lui lo ha chiamato per avvertirlo che eravamo stati inseriti nella “Hall of Fame”?».
Il sassofonista annuì. «Di lasciarlo in pace, perché lui non era più uno dei Chicago». *(9)
«Esatto. E tu, la pensi come lui? Credi che Peter non sia più uno di noi?».
Walter scosse la testa. «Assolutamente no! Tutti noi facciamo ancora parte dei Chicago, che ci piaccia o no».
«Appunto. Quindi non pensi sia giusto farglielo sapere? A tutti e due?».
«Credo proprio di sì», ammise il sassofonista.
Terry annuì soddisfatto, poi dalla tasca della sua camicia di jeans azzurra trasse un paio di occhiali scuri, che inforcò. Walter lo osservò compiere quel gesto così naturale, e il pensare che a farlo era un ragazzo morto da quarant'anni gli fece venire voglia di gridare al mondo che tutto quello era un'ingiustizia. Non era giusto che Terry fosse morto alla soglia dei trentadue anni, lasciando una bellissima moglie e una dolcissima figlioletta, mentre tutti gli altri avevano continuato a vivere la loro vita, più o meno dissoluta.
Il chitarrista spostò gli occhiali verso il basso, scoprendo i suoi luminosi occhi grigi, e fissò il sassofonista dritto in faccia.
«Non devi rimpiangere ciò che è stato», disse, leggendogli nel pensiero. «Non è colpa di nessuno se è andata così. La mia vita, per quanto breve, è stata fantastica, e sai perché?». Walter scosse la testa e Terry continuò. «Perché ho avuto voi, i migliori amici che potessi mai desiderare». *(10)
Poi cinse nuovamente le spalle dell'amico con il braccio, tornando ad accostare le loro tempie. Il tiepido calore dell'estate montana li avvolse, cullandoli tra le sue braccia evanescenti. Rimasero così, in silenzio godendo l'uno dell'abbraccio dell'altro, molto a lungo, finché il sole non ebbe compiuto tutto il suo tragitto nel cielo. Quando le prime ombre iniziarono ad allungarsi verso di loro Terry si stiracchiò e sbadigliò rumorosamente, per poi lasciarsi sfuggire un sonoro rutto.
«Scusami», rise, tappandosi la bocca quando era ormai troppo tardi. «Anche se sono morto, non ho mai perso le mie cattive abitudini».
Walter si unì alla sua risata. «Ti ricordi quando abbiamo registrato “Liberation”? Ne mollasti uno così forte che si sente persino sull'album!». *(11)
I due si concessero una lunga sghignazzata, che si smorzò pian piano nell'aria della sera con un sospiro da parte di entrambi.
«Ora devo proprio andare via», esalò Terry guardando l'orologio. «In Purgatorio mi aspettano, sono già stato lontano anche troppo. Devo sbrigarmi se non voglio beccarmi qualche anno in più da scontare!».
«Ehi, amico, ne parli come se fosse una specie di carcere».
Terry fece ondeggiare la testa, arricciando le labbra, in segno affermativo. «Più o meno... Un carcere senza le sbarre, però».
Scesero dalla balaustra di legno e mossero qualche passo insieme per sgranchirsi le gambe, per poi tornare verso la porta d'ingresso del ranch.
«Sai, Walt», riprese il chitarrista, «se ogni tanto poteste dire una preghiera per me non sarebbe male. Quando ero vivo non ci credevo, ma è proprio così che funziona. Le preghiere accorciano la nostra penitenza».
Walter lo guardò sentendosi arrossire: in tutti quegli anni non aveva mai pensato a una cosa del genere e non aveva mai pregato per nessuno, nemmeno per i suoi genitori.
«Cavoli, amico, lo farò senz'altro! Anzi, mi spiace di non averlo mai fatto finora».
Terry si strinse nelle spalle. «Non fa nulla, Walt. Ma ora che lo sai, cerca di spargere la voce».
Il chitarrista sorrise mentre precedeva l'amico all'interno dell'abitazione abbandonata. Quando furono di nuovo di fronte allo specchio, il sassofonista lo strinse in un abbraccio vigoroso. Terry lo ricambiò di slancio, affibbiandogli diverse sonore pacche sulla schiena.
«Quando ci rivedremo?», chiese infine Walter, allontanandosi ma senza togliergli le mani dalle spalle.
«Presto, credo. Ricordati quello che ti ho chiesto di fare: metti le cose in chiaro con Peter e Danny, prima che sia troppo tardi».
Il sassofonista annuì vigorosamente. «Lo farò, stanne certo!».
Si fissarono ancora per alcuni secondi, in silenzio, poi Walter lo strinse di nuovo a sé. «Sono così contento di averti rivisto, Terry. Mi sei mancato da morire, in questi anni... E niente è più stato come prima, da quando te ne sei andato».
«Lo so, Walt. Ma presto saremo di nuovo tutti insieme, e vedrai che baraonda faremo! Concerti gratis tutti i santi giorni!».
«Non vedo l'ora...», sospirò il sassofonista, poi lanciò un'occhiata verso lo specchio. L'immagine dei loro due giovani visi ben presto scomparve. Il suo bagno dalle piastrelle rosa shocking era là che lo aspettava, con Whisker ancora impegnato a fare i suoi bisogni nella lettiera. Si volse nuovamente a guardare Terry che annuì.
A malincuore, con passo lento e strascicato, Walter si avvicinò allo specchio e allungò una mano fino a toccarne la superficie lucida. «Arrivederci, amico», esalò, rivolgendosi per l'ultima volta al chitarrista che rispose con un cenno della mano e un sorriso. Poi si sentì nuovamente risucchiare dallo specchio e chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, la prima cosa che notò fu il caldo. Era tornato all'aria afosa di Los Angeles, insopportabile e appiccicosa come quella odiosa città. Poi si rese conto che, benché avesse trascorso con Terry una giornata intera, in realtà non era trascorso neanche un minuto da quando aveva lasciato il bagno in sua compagnia. Ma, nonostante questo, ormai era convinto che non si fosse trattato affatto di un sogno. Guardò nello specchio, nella speranza di vedere ancora il volto del chitarrista che gli sorrideva dall'altra parte, ma tutto ciò che la superficie lucida gli restituì fu l'immagine del suo viso da settantaquattrenne, con i capelli bianchi e le rughe profonde.
«Almeno non ho più quegli orribili baffi spelacchiati», commentò, toccandosi il labbro superiore con pollice e indice della mano destra.
In quel momento la voce di Jacklynn lo raggiunse da dietro la porta.
«Tesoro? Con chi stavi parlando?».
«Con Whisker, cara. Questo dannato gatto non fa che andare di corpo». Abbassò lo sguardo sul gatto accucciato nella sua lettiera, che ricambiò l'occhiata fissando il padrone con aria annoiata.
Walter sorrise, immaginando la reazione di sua moglie se le avesse rivelato che, in realtà, aveva trascorso una giornata magnifica immerso nei ricordi in compagnia dell'amico – e suo ex ragazzo – morto quarant'anni prima. «No, meglio non dirglielo...», mormorò prima di uscire dal bagno.
«Walt, devi prendere la tua pillola per il cuore, ricordatelo», vociò la donna, prima di uscire fuori di casa con in mano i suoi attrezzi da giardinaggio.
Il sassofonista pensò che il suo cuore non era stato meglio di così da un po' di tempo a quella parte, ma la ringraziò comunque per averglielo ricordato. «Prima, però, devo fare una cosa molto più importante», disse tra sé e sé.
Andò al mobiletto dove teneva le agendine telefoniche e ne prese una, la più vecchia di tutte, dove conservava i numeri di telefono dei suoi compagni di band. Aveva la netta sensazione che avrebbe avuto una piacevole sorpresa, sfogliando quelle pagine. E, infatti, quando trovò i nomi di Peter e Danny, vide che lì accanto erano stati annotati due nuovi numeri di telefono, scritti in inchiostro verde in una calligrafia che non era né la sua, né quella di Jacklynn.
«Grazie, Terry...», mormorò, per poi prendere la cornetta e comporre il primo numero.
Una voce tenorile ma un po' arrochita dagli anni rispose al secondo squillo.
«Pronto?».
«Ciao Peter, sono Walter. Hai del tempo da dedicarmi? Ho bisogno di spiegarti molte cose, e credo mi ci vorrà un po'».
Dall'altro capo del filo il sassofonista avvertì un istante di tensione: forse Peter stava per mandarlo a quel paese. Ma una voce baritonale, proveniente da chissà dove, bloccò qualsiasi tentativo di risposta da parte del bassista. «Andiamo, Belli Capelli, non fare tanto il difficile».
Walter riconobbe immediatamente il nomignolo con cui Terry era solito chiamare Peter quando erano ancora giovani e spensierati. All'altro capo della linea, il bassista fece altrettanto.
«Sono tutto orecchie, Walt».

 

 

Fine

 

 

Note dell'autrice:

Ben ritrovati, amici miei. Innanzi tutto, voglio ringraziare MaryLondon per aver indetto il contest, perché altrimenti non credo avrei mai scritto questa storia che vede come uno dei protagonisti il fantasma di Terry Kath, e di cui sono piuttosto soddisfatta, sinceramente. Uno degli obblighi del contest era che la storia doveva basarsi sul genere sovrannaturale, ed è per questo motivo che ho scelto di far interagire Walter Parazaider, quello che è messo peggio di tutti gli altri membri della band a livello di salute e che probabilmente (facciamo i dovuti scongiuri) ci lascerà per primo, con una sorta di Terry redivivo, perché come avrete capito la sua presenza è tangibile, non è solo uno spirito. Spero di essere stata abbastanza “sovrannaturale”, inserendo particolari come l'attraversamento dello specchio ed il ritornare giovane (e non sono stata soltanto influenzata da “Alice attraverso lo specchio”, ma anche da un anime che guardavo da piccola: “Stilly e lo specchio magico”, in cui la protagonista, tramite il suo specchio, poteva trasformarsi in chi voleva e anche passare da uno specchio all'altro).
Quelli che Terry e Walter ricordano sono principalmente episodi veri, come riportato nelle note sottostanti. E qui devo dire grazie a Danny Seraphine e al suo libro autobiografico “Street Player, a Chicago story” che mi ha fatto conoscere un sacco di cose sui miei amati ragazzoni.
Il titolo della storia è una frase tratta dalla canzone “Together again”, scritta da Lee Loughnane e contenuta nell'album Chicago X. Il banner della storia mi ha ispirato tantissimo, e infatti avrete notato, nel testo, la descrizione di Terry con gli occhiali da sole sul naso che accosta la tempia a quella di Walter.
Per finire, nelle ultime righe, quando la voce di Terry al telefono chiama Peter “Belli Capelli”... ovviamente è una mia invenzione, questo nomignolo, ma se andate a guardarvi su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=_oAoSZ2y1cw) il loro concerto del 1970 a Tanglewood (e se avete un po' di tempo ve lo consiglio), potrete vedere che Peter si tocca in continuazione il caschetto di capelli, spostandoli dal viso. Inoltre, potrete vedere Walter con i famosi baffetti spelacchiati e Terry e la sua camicia di jeans azzurra :-)
Spero, infine, di non aver offeso nessuno per come ho trattato l'argomento dell'aldilà e del Purgatorio in particolare.
Grazie ancora per essere arrivati fin qui.
Vi lascio alle note numerate.

*(1): a causa dei suoi problemi cardiaci, Walter Parazaider ha smesso di suonare definitivamente dal luglio del 2018, mentre aveva già smesso di andare in tour con gli altri nel 2016, venendo sostituito da Ray Herrmann. Comunque i suoi vecchi compagni lo considerano a tutti gli effetti ancora un membro ufficiale della band.

*(2): gli avvicendamenti nella band sono stati molteplici, specialmente nel corso dell'ultimo decennio, ma io ho ricordato solo quelli che riguardano i membri fondatori del gruppo, senza nulla togliere ad altri membri decennali, quali appunto i citati Bill Champlin e Jason Scheff, che a tutt'oggi non fanno più parte della band. Peter ha lasciato nel 1985 per dedicarsi alla carriera solista, mentre Danny è stato licenziato nel 1990; licenziamento che, stando a quanto lui stesso ha scritto nel suo libro autobiografico “Street Player, a Chicago story”, è stato particolarmente caldeggiato dagli ultimi arrivati. Terry, ormai lo sappiamo, è morto per un colpo di pistola che si è accidentalmente sparato nel gennaio del 1978.

*(3): come racconta Danny nel suo libro, Jacklynn, prima di fidanzarsi con Walter e diventare l'unica donna della sua vita (credo sia l'unico nella band che non abbia mai divorziato, mentre gli altri lo hanno fatto almeno una volta, pure Terry), era la fidanzata di Terry. Le cose tra loro stavano già andando non troppo bene e Walter ne ha approfittato. Aveva talmente paura della reazione del chitarrista, però, che prima di andarci a parlare si confidò con Danny che gli consigliò di mettere subito le cose in chiaro.

*(4): il “Caribou Ranch” era un ranch sperduto sulle Montagne Rocciose, in Colorado, che James Guercio, il produttore dei Chicago, aveva acquistato nei primi anni settanta per trasformarlo in uno studio di registrazione. I Chicago hanno registrato lì ben cinque album: Chicago VI, VII, VIII, X, e XI, ed erano soliti passare tutto il tempo necessario alla registrazione nella proprietà, che contava di molti chalet, divertendosi in vari modi, tra cui andando a cavallo e giocando ai cowboy (su Pinterest si trovano molte foto di loro vestiti a quel modo). È stato distrutto da un incendio nel 1985 e ricostruito in parte nel 2008 – fonte: Wikipedia.

*(5): nel suo libro prima citato, Danny racconta di aver sempre avuto a cuore la salute di tutti i suoi compagni di band, che considerava un po' come il suo clan. Essendo cresciuto per le strade dei bassifondi di Chicago, il suo rispetto nei confronti del gruppo è sempre stato altissimo, al punto da farglielo sempre mettere al primo posto. È lui stesso a raccontare l'episodio di Walter, che trascorse due settimane in ospedale per disintossicarsi dagli allucinogeni, e quelli di Robert e James, il primo cocainomane e il secondo alcolizzato. Danny è sempre stato il primo ad aiutare gli altri nel momento del bisogno. Ci aveva provato anche con Terry, ma purtroppo il destino glielo ha impedito.

*(6): Laudir de Oliveira, Brasiliano, arrivato come percussionista aggiuntivo nel 1973 ed entrato ufficialmente a far parte dei Chicago l'anno dopo (rimanendo nel gruppo fino al 1981), è venuto tragicamente a mancare il 17 settembre 2017 a causa di infarto, proprio mentre si stava esibendo nella sua città natale: Rio de Janeiro – fonte: Wikipedia.

*(7): come già accennato nella nota n° 5, Danny aveva sempre messo il gruppo al primo posto nella sua vita, al punto che quando è stato licenziato ha perso completamente la ragione. Convinto di non aver più alcun motivo per vivere si era ritirato a fare l'eremita in una roulotte sulle montagne, dove ha abitato per diverso tempo senza alcun genere di conforto. Ed è sempre lui stesso a raccontare, nel suo libro, che quando (dopo moltissimi anni) riuscirà a mettersi di nuovo in contatto con Peter Cetera, il bassista gli rivelerà di aver lasciato la band perché non si sentiva più bene accetto.

*(8): anche questo episodio è raccontato da Danny nel suo libro. Il batterista proprio non sopportava l'idea di perdere i capelli, e visto che con il trapianto non aveva avuto fortuna aveva pensato bene di farsi fare due parrucchini, che era costretto a fissare allo scalpo con una colla speciale. Poiché questa colla, però, era anche molto difficile da rimuovere, a volte ricorreva allo scotch biadesivo. La sera del concerto a Eagle il tempo era talmente brutto e il vento talmente forte che lo scotch perse ben presto la presa e, prima di vedere il suo parrucchino volare via e finire in mezzo alla folla, Danny pensò bene di darsi alla fuga, subito imitato dai suoi compagni. E quello salvò loro la vita, perché non appena rientrati nel backstage il vento abbatté una delle colonne di sostegno delle luci facendola cadere proprio sulla batteria.

*(9): i Chicago sono stati inseriti nella “Hall of Fame” dei gruppi rock nel 2016. Quando Robert Lamm telefonò a Peter Cetera per chiedergli di presenziare alla cerimonia, il bassista gli rispose, appunto, di lasciarlo in pace perché lui non era più uno dei Chicago.

*(10): specialmente nei primi anni della loro carriera, e fino alla morte di Terry, i membri della band si sono sempre considerati, tra di loro, alla stregua di fratelli tanto che la moglie del chitarrista, dopo la sua morte, è sempre stata considerata come una sorella da tutti gli altri ragazzi.

*(11): Liberation è una canzone che fa parte del loro primo album: “Chicago Transit Autority”. Ascoltare per credere, al minuto 0:19 (mettete il volume al massimo). https://www.youtube.com/watch?v=4EPGCZ-eBSs

 

  
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