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Autore: aurora giacomini    06/12/2019    1 recensioni
Dal testo:
“Ma ormai è tardi... non potrò mai uscire da questo limbo, un limbo in cui conservo ragione.”
“La nostra paura più grande.” Sorride.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Autunno 2019


 


 

Nota D'Autore: Nel caso fossi tra coloro che avevano già letto qualcosa, la storia era già stata pubblicata in precedenza, mancava solo il sesto capitolo, quello finale.


 


 


 


 

Doppia Esistenza


 


 

1

Rinascita


 

Introduzione:


 

Ho pensato spesso alla morte, a quando il mio cuore si sarebbe fermato e il mio cervello avrebbe smesso di inviare segnali, sette minuti dopo che il mio petto fosse stato immobile e silenzioso. Ma fra tutte le ipotesi che avevo fatto, nessuna assomigliava alla realtà, a quello che ho scoperto il giorno che sono effettivamente morta.

Qualcosa è andato storto.

Sono di nuovo in vita, ma il mio nome non è più Aurora, ora sono Francesca: una neonata appena uscita dal ventre materno.

Sento i suoni dei macchinari e le voci attorno a me, la cosa più inquietante è che capisco cosa dicono, inizio a piangere disperatamente.

“E' una bambina forte, guardi.” Un medico dice alla donna che mi ha partorita, “non è servito il nostro intervento, ha iniziato a respirare in autonomia.”

Già, ma il puntò è che non dovrei respirare: sono morta e questo non è il mio corpo.

Smetto di piangere e guardo gli occhi lucidi di colei che mi ha dato una seconda vita; vorrei chiederle scusa, perdono per aver preso un posto che non mi spetta, ma rimango in silenzio e la guardo.

“Ciao, amore...” la donna mi guarda con quello che non stento a riconoscere: è amore materno.

I miei sensi di colpa aumentano: sto rubando l'amore di un'altra creatura.

Mi guardo attorno e vedo un uomo: la sua pelle e scura, come i suoi vestiti, so che lui non c'entra niente in quella stanza, lo so per istinto. Lui mi guarda a sua volta, ma nei suoi occhi non leggo alcuna emozione, con i miei chiedo aiuto, spero di farlo.

In risposta lui mi sorride e si sposta, a quel punto vedo il calendario che il suo corpo nascondeva. E' il Febbraio del 1994, e i giorni cancellati sono dieci. E' l'11 Febbraio 1994... è lo stesso giorno in cui sono nata, nata come Aurora...

Non sono morta, sono solo impazzita. Spero che questa bugia riesca a darmi abbastanza tempo per capire.

 

17 anni dopo...

 

Non ho ancora trovato una risposta.

Ho accettato di essere Francesca, sono Francesca ora. Una ragazza prodigio, che a tre anni sapeva già parlare e contare all'infinito, non ho resistito alla tentazione di essere superiore. Non so se Francesca avrebbe voluto la vita che sto plasmando per lei, ma non ha importanza, probabilmente. Come ho detto prima: io sono Francesca.

Ricordo ogni cosa di quando ero Aurora, conservo le sue memorie, le sue gioie e i suoi dolori. Ricordo di aver vissuto e di essere morta 25 anni dopo la mia prima nascita. Ricordo di essere sempre stata una stronza, un lupo travestito da agnello.

La storia non è cambiata, ho lasciato che tutto accadesse, di nuovo. Per esempio, non ho fatto nulla per fermare l'11 Settembre, avrei dovuto? Ho aspettato il 2001 con ansia, Gennaio, Febbraio, Marzo... e a Settembre non avevo ancora detto nulla, non mi avrebbero comunque creduta. Questo mi sono detta e l'ho accettato per vero.

“Cosa stai facendo?” Mi chiede l'uomo in nero, alle mie spalle, come sempre.

“Sto scrivendo la mia verità.” Rispondo, seccata.

Non lo vedo, ma so che lui sta sorridendo, “è pericoloso.”

“Forse. Ma che differenza vuoi che faccia? Dire la verità mi ucciderà?” Quasi rido.

“Certo.”

“Sono già morta.”

“Ma hai avuto una seconda possibilità.” La sua voce trema, come ogni volta che affrontiamo l'argomento.

“Forse se tu ti decidessi a dirmi qualcosa di utile.”

Lui sta per replicare, ma la donna che mi ha partorito per la seconda volta, entra nella mia stanza.

“Francesca, ancora?” Chiede, cominciando a raccogliere i vestiti sporchi dal pavimento.

“Mi piace parlare da sola, Marta.”

Non l'ho mai chiamata “mamma”, lei non è mia madre. Dopo anni e anni, riesco ancora a vedere il dolore nei suoi occhi per quella parola mai pronunciata. Ma non posso tradire la mia vera mamma.

“Lo so. Forse è merito della tua mente geniale...” tenta di sorridere.

Scuoto la testa, “non sono geniale. Sono solo consapevole di essere, lo sono sempre stata.”

Lei annuisce in silenzio, dubito che abbia capito le mie parole, dubito che possa mai capirle.

“Potresti almeno provare ad essere come i tuoi coetanei... a volte sembri vecchia...”

Sono vecchia, mi sono sempre sentita vecchia, anche quando ero Aurora. “L'adolescenza starebbe comunque per finire.” Dico.

Ho già avuto un adolescenza.

“In ogni caso, non vedo perché la cosa ti dispiaccia. Niente drammi, niente litigate prive di costruzione...” aggiungo poi.

“Non riuscirò mai ad abituarmi al tuo modo di fare...” confessa.

“Tra meno di un anno partirò. Non dovrai più abituarti a nulla.” Quando ero Aurora, studiavo la lingua Inglese per conto mio, non ho avuto tempo di raggiungere risultati eccellenti, la morte mi ha presa; ma ora, grazie ha tutti gli anni che ho avuto, parlo perfettamente cinque lingue, conoscendone ogni sfumatura: le ho fatte mie. Al compimento dei 18 anni, andrò in Cina per perfezionare la lingua, poi prenderò la mia terza laurea e lavorerò come psichiatra.

“Perché sembra sempre che tu voglia punirmi... cosa ti ho fatto...?” La sua voce si spezza.

Ha ragione: voglio punirla, lo faccio perché mi ama e non comprende che sono una donna adulta, un'altra donna più vecchia di lei, ho vissuto 42 anni, tre più di lei. Il fatto che sia così facile ingannarla mi fa arrabbiare.

“Non voglio punirti. Ti amo, a modo mio.” Replico. Non è totalmente una menzogna.

“A modo tuo...” lo dice come se quelle parole avessero un cattivo sapore, storce la bocca.

Annuisco.

“Posso avere un' abbraccio?” Mi chiede, dimenticando il cesto per il bucato sul pavimento.

Il suo tono sconfitto e la sua disperata ricerca del mio amore, mi oltraggiano.

“Certo che puoi.” Mi alzò e la stringo tra le braccia.

“Dopo esci con Marco?” Mi chiede, spostando una ciocca dei miei neri capelli dal mio viso. Aurora era bionda.

“Sì, deve finire la tesina su Platone.” Rispondo, so dove lei vuole andare a parare.

“E' un bravo ragazzo.”

Annuisco, “nessuno dice il contrario.”

“Potresti invitarlo a cena, uno di questi giorni...”

Ci risiamo.

“Marta, sono gay.” E non mi piacciono i ragazzini con meno della metà dei miei anni effettivi; questo me lo tengo per me, ovviamente.

“A questa età...”

Alzo la mano, prima che lei possa offendermi oltre, “non aggiungere altro.”

Ha difficoltà ad accettare il mio orientamento sessuale, anche la mia vera madre aveva difficoltà a farsene davvero una ragione.

“Scusa.” Si allontana di qualche passo.

“Non fa niente. Non pretendo che tu capisca e non pretendo che tu lo accetti, non ho bisogno del tuo consenso, voglio solo che ignori la cosa.”

“Non hai bisogno del mio consenso? Non puoi parlami così, merito rispetto da parte tua, signorina.” Non sembra arrabbiata, e so perché: le ho risposto come un adolescente o quasi.

“Hai ragione: mancarti di rispetto non è la soluzione.” Rispondo, mentre sul suo volto riappare la delusione, forse il dolore di non aver mai avuto, davvero, una figlia, “ma questi non sono comunque affari tuoi.” La seconda parte potevo tranquillamente evitarla, ma almeno ora lei sembra meno triste.

Cerca il mio sguardo e lo trova: io non abbassò mai gli occhi, non da quando sono Francesca.

“Ti voglio bene. Spero che un giorno tu possa capirlo. Ti amo più di qualunque cosa al modo.”

Odio i sentimentalismi, ero una 'scrittrice' con dei modi molto drammatici, per questo non accetto che qualcuno lo faccia con me. “Ti sbagli. Io sono perfettamente cosciente del tuo amore, lo sono sempre stata.” Rispondo.

“Sei sempre stata molte cose...” so che vorrebbe aggiungere qualcosa.

Lo faccio io per lei: “tranne una figlia.”

Si copre la bocca con la mano e inizia a piangere, “non... non è quello che volevo dire...”

La fisso negli occhi, la guardo piangere, ma non provo dolore, “sì, è esattamente quello che intendevi dire, invece. Ma è giusto così.”

“Questo è crudele.” L'uomo dalla pelle scura scuote la testa.

“Questo è crudele,” Dice Marta.

Annuisco e rispondo ad entrambi, “può darsi. La verità è dolorosa solo se non la prendiamo per tale.”

Lascio la stanza e l'uomo in nero mi segue, come sempre.

  
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