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Autore: aurora giacomini    06/12/2019    0 recensioni
Dal testo:
“Ma ormai è tardi... non potrò mai uscire da questo limbo, un limbo in cui conservo ragione.”
“La nostra paura più grande.” Sorride.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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6

Realizzazione


 


 

Corro e non riesco a smettere; la questione è semplice: mettere un piede davanti all'altro, nulla più.

Sento che potrei perdere la ragione, forse l'ho già perduta, e continuo a correre.

“Vuoi correre fino ad Udine?” L'uomo in nero cammina al mio fianco... cammina?! Eppure io sto correndo...

“Cerca di calmarti...” mi dice.

Mi concentro sulla corsa e lo ignoro, non voglio ancora ammettere di aver capito, non voglio aver capito.

Ma i miei muscoli non dolgono, il mio cuore non è accelerato ed il mio respiro è regolare.

E' dura continuare a fingere.

“Francesca...?”

Mi blocco, rimango immobile sul ciglio della strada.

“Cosa ti ha spaventato?”

Rimango zitta. Nonostante tutto, riesco ancora a stupirmi dell'assenza di conseguenze che la corsa ha avuto sul mio corpo.

“Francesca? Mi rispondi?” Insiste.

“Non sono Francesca... sono Aurora.” Il mio è un sussurrò, ma so che lui mi ha sentito, poiché io, mi sono sentita. “Anche tu sei Aurora.”

Il volto dell'uomo in nero diventa più chiaro e la sua statura diminuisce. Alla fine della metamorfosi, vedo me stessa: vedo Aurora.

“Alla buon ora.” Mi sorride quello che una volta era l'uomo in nero.

“Dovevo trovare me stessa... ma non mi sono mai persa, non in senso fisico...” è difficile parlare. “Dovevo solo parlare con me stessa...”

“Fa male, vero?” Mi chiede Aurora.

Annuisco, “è come se mi stessero scavando nel petto.”

“Ci hai uccise, Aurora...” scuote la testa, ma non sembra arrabbiata, solo addolorata.

“Lo so. Ero diventata incapace di parlare con te... il dolore, lo sconforto e la paura che provavo... semplicemente era diventato troppo. Ho cancellato, soffocato me stessa, fino al punto di uccidermi davvero... è stato così veloce... nel momento in cui lo stavo facendo, non lo so, avrei voluto fermarmi e tornare indietro, ma ormai i miei polsi erano recisi... il buio è arrivato quasi subito...”

“Sei pronta a fare pace con me?”

“Ti odio...” confesso.

“Lo so.”

“Odio la mia incapacità di stare al mondo, le mie paure e debolezze...” dico.

“Sei un essere umano.”

Annuisco, “lo so...”

“Va bene essere deboli, Auro.”

“Non lo so.”

Sorride, “sì che lo sai, io lo so.”

“E' tanto che non parliamo, vero? Tu ed io, senza fronzoli... non avrei dovuto smettere di parlare con me...”

“Non avremmo dovuto.” Annuisce.

“Ma ormai è tardi... non potrò mai uscire da questo limbo, un limbo in cui conservo ragione.”

“La nostra paura più grande.” Sorride.

“La cosa che mi ha fatto desiderare di tornare indietro, risanare i miei tagli e non morire...”

“Andiamo via da qui.”

“Dove potremmo mai andare? Certo, questo posto non è male, anzi, ma è una menzogna...” scuoto la testa.

“Non ci sono mai piaciute le cose finte...”

“No, abbiamo sempre cercato il vero in tutto, per quanto male ci potesse fare, per quanto schifo o delusione potessimo provare, noi volevamo sempre la verità... ma non siamo mai state brave ad accettarla...”

“Ma la volevamo a tutti i costi.”

“A qualunque costo...” confermo.

“La verità ci ha uccise, ma il rifiuto di vederla... ci ha distrutte.”

“Nulla si distrugge...” dico.

“Tutto si trasforma.” Conclude.

“Cosa devo fare?” Chiedo, dopo qualche secondo di silenzio.

“Solo due cose: ascolta e... apri gli occhi.” Mi risponde, guardandomi intensamente.

“I miei occhi sono aperti...”

“No, non lo sono. Pensi davvero di poter portare una testimonianza della morte? Nessuno può.”

“Non capisco. Non sto facendo niente...” replico, perplessa.

“Le tue dita stanno digitando questa conversazione.”

Abbasso gli occhi, e vedo questa frase comporsi sul foglio digitale del mio PC, “ma cosa...?!”

“Apri gli occhi, Aurora.” Non è la mia voce. “Apri gli occhi.”

Tutto diventa buio.

 

Sento i suoni dei macchinari e le voci attorno a me, la cosa più inquietante è che capisco cosa dicono... no, non di nuovo, ti prego!

Sento le narici pizzicare e voglio piangere, ma ho paura di sentire il pianto di una bimba.

“Aurora, apri gli occhi.” Una voce famigliare.

Apro gli occhi.

“Ciao, piccola...” il mio migliore amico, Giovanni, mi sorride, seduto accanto al mio letto d'ospedale.

“In che anno siamo?!” Mi aggrappo al suo viso e alla sua voce come se fossero la vita stessa.

“2019... ma...”

“Oh grazie!” Scoppio a piangere, il pianto di una ragazza di 25 anni.

“Sono molto arrabbiato con te...” nel suo tono sento dolore. “Andare in montagna da sola... follia!”

Mi calmo e chiedo: “cosa? Io abito in montagna? Vero?!”

Mi guarda come se fossi scema, “beh, collina dai... ma non è questo il punto.”

“Cosa è successo?”

“Se mi dai il tempo, te lo dico.” Mi guarda e scuote la testa, sembra un genitore arrabbiato con la figlia disubbidiente. “Sei caduta in un crepaccio. Pensano che la nebbia ti abbia sorpresa e...”

Ma non lo lascio finire: “non mi sono suicidata, dunque?!” Abbasso gli occhi suoi miei polsi, ma a parte qualche escoriazione, sono sani.

“E per quello che stavi andando lassù...?” dolore, questo c'è nel suo tono.

Sì, è per quello che stavo allontanandomi dalla civiltà.

“No, ho solo fatto uno strano sogno, tipo strano davvero!” Gli sorrido.

Non sembra convinto, ma alla fine dice: “okay, stai buona lì, avviso l'infermiere che ti sei svegliata.”

Annuisco e sprofondo nel cuscino.

Un seconda occasione... vediamo di sprecarla.

Non la sprecherò.

  
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