Storie originali > Introspettivo
Ricorda la storia  |      
Autore: Bee_charmer    07/12/2019    1 recensioni
Una ragazza, Silvia, attende l'autobus, e noi abbiamo l'occasione di sbirciare un po' nella sua testa.
1000 parole.
Genere: Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

L'ATTESA DI SILVIA




Silvia si porta la mano a schermare gli occhi blu dalla luce – anche stavolta, ha scordato gli occhiali da sole a casa.

Ad ogni modo, pur strizzando gli occhi fino a farli diventare fessure, all'orizzonte non si vede nulla; un deserto sarebbe meno sconfortante della strada asfaltata che le si stende davanti.

Certe periferie sono davvero degradate”, pensa Silvia. Certe periferie.

Ovvero la sua, di periferia. Sarà che sono cinquantadue minuti che attende; e a lei l'attesa non è mai piaciuta. Non le piace il concetto stesso di 'attesa', perché Silvia è fatta per agire, non per aspettare che qualcun altro agisca al posto suo.

Perciò non le piace neppure attendere un autobus in ritardo, che magari ha trovato traffico, o che, troppo malconcio e vecchio per farcela, si è fermato per strada – perché si sa che i mezzi pubblici hanno a stento i soldi per la benzina, figuriamoci quelli per le riparazioni – e non arriverà mai.

Si guarda intorno; alla fermata ci sono solo lei e una vecchia signora con le dita ossute, due fedi all'anulare destro e i capelli bianchi. A Silvia sembra molto sola; si domanda se sia rimasta vedova da giovane e abbia continuato a portare l'anello, o se invece il lutto sia accaduto da poco. Silvia non conosce quella signora, eppure le dispiace. Chissà se ha figli, se la vanno a trovare.

Che cosa fa la vecchia signora tutto il giorno? Magari ha dei nipoti che le tengono compagnia; Silvia può quasi vederli riuniti, mentre la nonna distribuisce un cioccolatino ciascuno. Magari no, nipoti non ne ha. Invece, magari, è sola com'è sola Silvia.

Silvia tenta di tamponare il sudore sulla fronte con un fazzoletto, si fa vento con un opuscolo – uno di quelli che ti mettono in mano a ogni angolo della città.

Si fa vento, ma non serve a granché. La tipica afa romana sembra risalire su dall'asfalto bruciante. Lei odiava aspettare, ma ancor di più aspettare sotto il sole estivo.

Fino a poco prima c'era anche un uomo corpulento, che per quarantacinque minuti esatti non aveva fatto altro che imprecare contro il malfunzionamento dei mezzi a Roma.

Alla fine, con sommo sollievo di Silvia, se n'era andato, ancora bestemmiando e berciando all'aria. Il tutto senza che nessuno gli prestasse la minima attenzione.

La vecchia coi capelli bianchi sta in silenzio, perciò non le da fastidio. Silvia la guarda e per un attimo la invidia: ha gli occhiali da sole. Li ha appena tirati fuori dalla borsetta; sono di vecchia foggia, di tartaruga, ma sono pur sempre occhiali da sole – e Silvia ucciderebbe per averli, sotto quella luce accecante.

Ci fosse almeno una pensilina, potrebbe sedersi, e smetterla di stare in piedi addossata ad un lampione – un toccasana, con i dolori di schiena che si ritrova. “Ma perché questo maledetto autobus non arriva?” vorrebbe gridare.

No, decisamente attendere non fa per lei.

La snerva e le lascia troppo tempo; tempo che non vuole, che cederebbe volentieri a chiunque altro; perché quando ha tempo pensa troppo, rimugina, e il più delle volte questo la fa stare male.

Preferirebbe di gran lunga sobbalzare di buca in buca, sballottata da un rottame, piuttosto che stare lì impalata a guardare da vicino il fallimento della sua vita. Perché quando è in attesa di qualcosa ha tempo di considerarlo per bene, il suo fallimento, di scomporlo in piccoli pezzi e guardarlo al microscopio, da vicino. Se non ci pensa, invece, se non lo guarda – se non si guarda – è come se il problema non esistesse.

Chiude gli occhi, stanca di tenere il braccio in alto per ripararsi; e smette anche di farsi vento con quel maledetto opuscolo, che non serve a nulla.

Sarà meglio che quell'autobus si sbrighi ad arrivare, o Silvia finirà per rimuginare ancora e ancora, fino a implodere e a distruggere quel pacato silenzio che c'è intorno a lei.

Di colpo sente un sospiro di sollievo della vecchietta canuta accanto a sé, seguito dal rombo del motore. Silvia alza lo sguardo... forse chiamarlo 'rombo' è un po' eccessivo: l'autobus che si avvicina è un catorcio sferragliante che, di sicuro, si tiene in piedi per scommessa – un po' come lei.

L'autista frena e le porte si aprono davanti a loro; la signora è più rapida di lei a salire. È sì vecchia, ma molto magra. Non ha pesi in più da portarsi appresso, a differenza di Silvia, che si issa lentamente, a fatica, finché non riesce a salire sul mezzo, affollato come al solito. Compie un percorso lunghissimo, quel maledetto bus, e arriva sempre in ritardo, ma almeno c'è. La fermata dove Silvia lo aspetta, in quel quartiere dimenticato da Dio, fortunatamente, non è ancora stata soppressa; o non saprebbe più come scappare, anche per poco, da quel posto odioso.

Silvia si guarda intorno; la gente è parecchia e non ci sono posti a sedere. Pazienza, si terrà il suo mal di schiena da diciottenne.

All'improvviso qualcuno le bussa delicatamente su una spalla per farla voltare. Un uomo di mezza età, con i capelli sale e pepe, si è alzato per cederle il posto.

"Si vuole sedere?" le chiede, indicando il sedile che ha appena lasciato vuoto. Alterna lo sguardo tra il viso di Silvia e quella pancia enorme, insopportabile, che ormai si porta dietro da otto mesi. Quanto vorrebbe essere invisibile! Non tollera le occhiate delle persone – che siano pietose, cordiali o incoraggianti non ha importanza, le detesta tutte.

"No, grazie" risponde gentilmente. "Non si disturbi".

"Be', visto che è in attesa, è un piacere".

Silvia abbozza un sorriso e prende posto. La stanchezza ha vinto sull'orgoglio e sul forte desiderio di ignorare quel pancione, fingendo che non esista come ormai fa da mesi.

È un piacere, ha detto quell'uomo. Visto che è in attesa.

Sarà un piacere per lui, l'attesa. Di sicuro non lo è per Silvia, anzi. Tra tutte le attese che ha conosciuto nella sua vita, questa è sicuramente la peggiore.

La cosa tremenda è che ormai non può farci più nulla, non può agire.

Non le resta da far altro se non aspettare. Silvia è in attesa.



   
 
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Introspettivo / Vai alla pagina dell'autore: Bee_charmer