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Autore: Bee_charmer    07/12/2019    1 recensioni
Un mazzo di chiavi. Una casa vuota, ma piena di ricordi. Una ragazza che non riesce a piangere.
1000 parole.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Le chiavi di casa


Lo tengo stretto, rigirandolo tra le dita, questo mazzo di chiavi – e mentre lo guardo, gli occhi si inumidiscono.

Non dovrebbe andare così: è solo un mazzo di chiavi, dopotutto.

Invece quando le stringo, le tocco, appena le inserisco nella toppa e le sento scattare, mi trema la mano. Se il vicino spuntasse ora dall'ascensore e me lo chiedesse, non saprei spiegare il motivo del mio stato, benché lo conosca bene. Si potrebbe dire perdita, ricordo, dolore. Ma la parola che ho in mente non è nessuna di queste.

Commozione, ecco cosa mi fa tremare.


Qui, su questo pianerottolo, davanti a una porta qualunque di un qualsiasi appartamento, in un'anonima via della mia città. Davanti alla porta di casa tua, io sto tremando di commozione – e di questo passo non riuscirò neppure ad entrare. Cerco di calmarmi e, lentamente, faccio girare la chiave nella toppa – scatta la serratura, e la mano riprende a tremare. Del resto, quando ho sottratto il mazzo dalla giacca in cui lo teneva papà, sapevo già che sarei venuta a stare male. Che avrei sofferto, che non mi sarei risparmiata dolore e frustrazione. Però è la cosa giusta da fare, vero?

Finalmente la mano destra smette di tremare e, con un po' di sforzo, apro la porta, che cigola rumorosamente. Ricordo le tue lamentele, nonno.

Entravi in casa forzando un po' la porta e la maledicevi –ogni mio ingresso in questa casa lo associo ad un'imprecazione diversa da parte tua.

Per queste cose eri un tipo fantasioso. Uno di quelli che non usano mai lo stesso insulto due volte. Sfilo la chiave dalla toppa, avanzo lentamente e mi chudo la porta alle spalle. Davanti a me c'è casa tua, com'è sempre stata. Ho l'impressione che da un momento all'altro spunterai dalla cucina, chiedendomi se voglio restare a cena. Forse invece ti alzerai dal letto, con la voce impastata di sonno, farai capolino dalla dal letto e mi domanderai che caspita di ragione avevo per disturbarti mentre dormivi! E io riderò forte e verrò ad abbracciarti, come sempre.


Guardo le stanze una per una. Tutto è rimasto com'era quindici giorni fa. Dunque, è tutto a posto, no? È tutto uguale. Se non sei in casa rientrerai tra poco dalla tua passeggiata quotidiana, poi giocheremo insieme a briscola; ti va?

Do un'altra occhiata, le sedie sono rovesciate sul tavolo, e le finestre sono chiuse. C'è troppo buio, per essere casa tua. A te piace – piaceva – la luce. Da quando ero bambina, e c'era ancora nonna, in questa casa non è mai mancato il sole. Dunque no, non è tutto a posto.

Non è tutto uguale, perché in questa casa manca qualcosa di fondamentale – e non sono le persiane aperte, la luce del sole, l'aria fresca. Manchi tu, nonno.

Forza nonno, questo è il tuo momento per venir fuori e dire "ho scherzato, sono qui, sono con te!" Darei tutto per sentire queste parole, ma non servirebbe.

Te ne sei andato in punta di piedi, quasi per non disturbarci – ai nipoti, ai figli, agli amici. Dopo aver già affrontato la morte della nonna, credevo di essere pronta. Avrei sofferto comunque, ma ero preparata. Invece no, nonno, non ero pronta.


Non ero pronta a veder officiare il tuo funerale, non ero pronta alla bara, al cordoglio di tutte quelle persone a me estranee, che mi facevano le condoglianze, a cui avrei solo voluto urlare di lasciarmi in pace. "Non mi parlate" avrei voluto dire, "con tutti questi pianti non riesco neppure a sentire il mio, di pianto!".

Avevo un dolore forte – e la sofferenza, si sa, è egoista.

Si vuole sentire solo il proprio, di dolore. Il più puro, il più autentico, in qualche modo l'unico che per noi è degno di essere preso in considerazione.

Invece non era colpa della confusione esterna, no, ma di quella interna. Non era vero che non riuscivo a sentire il mio pianto; semplicemente non stavo piangendo.


Ora capisci perché sono qui, vero nonno? Sono quindici giorni che soffro, mangio poco e dormo ancora meno. Però niente lacrime.

Devo trovare un modo per sfogarmi, per tirare fuori tutte quelle che ho; perché le sento premere all'angolo dei miei occhi, spesso lucidi. Sono lì, sul punto di scendere. Continuo a girare per casa, tra le tue cose.

Manchi solo tu nonno, e quindi manca tutto.

I libri, i dischi, il portaombrelli, l'attaccapanni, le cianfrusaglie e i ninnoli che ti piacevano tanto. È tutto qui, ma io non vedo niente. Mi rendo conto solo ora che, se non ci sei, è tutto vuoto. E finalmente anch'io mi sento così. Seduta sul divano, al posto che solevi occupare tu, le lacrime che premono da giorni riescono finalmente a scendere. Mi rigano le guance, silenziose.

Sul tuo divano, nonno, sto piangendo. Ho iniziato in sordina e ora sto singhiozzando, senza riuscire a fermarmi. Non voglio farlo.

Voglio svuotarmi del dolore per averti perso, e della frustrazionen – perhè in questo caso la perdita è irreversibile. Tu non tornerai. Devo solo abituarmi a vivere senza di te.


I singhiozzi sono passati, mi sento svuotata. Torneranno, lo so, e allora sarò pronta ad accoglierli di nuovo. Lo farò ogni volta, finché sarà necessario. Devo solo accettare la tua perdita, convivere con il tuo ricordo, senza cancellarlo.

Anzi, devo rafforzarlo ogni giorno, nelle piccole cose. Imprecare con le tue stesse, buffe espressioni; giocare a carte come mi hai insegnato tu; rubare qualche vecchio libro dalla tua libreria e leggerlo tutto d'un fiato, come se me l'avessi prestato tu.

È ora di andare, nonno. Se papà si accorge che ho preso le chiavi senza avvisarlo non ci sarai tu a coprirmi, com'era prima.

Getto un'ultima occhiata e chiudo la porta. La mandata di chiusura sembra coincidere con la fine della mia infanzia, e i miei occhi sono di nuovo umidi. Ripongo il mazzo nella tasca del giubotto e imbocco le scale.

Mentre scendo, senza volerlo, inizio a fischiettare un motivetto che cantavi sempre tu, nascosto in attesa, all'angolo della mia bocca, spunta finalmente un sorriso.

Infilo le mani in tasca e sfioro, quasi accarezzo, le chiavi di casa.


   
 
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