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Autore: Gala    05/02/2020    1 recensioni
Storia partecipante al cow-t 10.
Capitano uncino scopre il segreto dell'isola che non c'è.
Genere: Fantasy, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Capitan Uncino, Peter Pan
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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-Titolo: Coccodrillo Nero

-Autore: Gala

-Fandom: Peter Pan (2003)

-Pairings: Hook/Pan

-Genere: Fantasy, sentimentale

-Personaggi: Peter Pan, James Hook

-Warnings: Slash

-Raiting: Giallo

-Disclaimer: Tutti i personaggi di questa storia non esistono/non sono esistiti realmente, come d’altronde i fatti in essa narrati. Inoltre questi personaggi non mi appartengono, ma sono proprietà del rispettivo autore. Questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro ma solo per puro divertimento.

-Note dell'autore: Questa storia partecipa al contest  COW-T 10 -THE CLASH OF THE WRITING TITANS decima edizione. Il tema della missione è  “PIOGGIA, SERENO, NEVE”.

La storia prende spunto dal film di Peter Pan (2003).


Coccodrillo Nero




Ed infine, sconfitto, Capitan Uncino scomparve inghiottito dal coccodrillo.

Urla di giubilo si levarono dai bimbi sperduti, guidati da Peter Pan, mentre la ciurma della Jolly Roger fuggiva, abbandonando per sempre l'isola che non c'è. Anche Wendy e gli altri se ne sarebbero andati presto, mentre Peter... lui sarebbe rimasto di nuovo solo.





Spiaggiata in riva al mare, non poi così distante dalla laguna delle sirene, giaceva la fredda carcassa del coccodrillo. Dopo il succulento banchetto che aveva fatto con lo stoccafisso, si era allontanato dalla Jolly Roger, ignaro del fatto che la sua preda, ancora viva ed armata di uncino, non aveva alcuna intenzione di farsi digerire. 

Uncino, infatti, una volta nello stomaco della bestia, e superata la prima fase d'ansia claustrofobica, stretto nelle viscere buie, puzzolenti e viscide dell'animale, aveva affondato l'uncino nelle sue carni, sventrandolo e trascinandosi a riva, malconcio, esausto e sporco di viscere e sangue.

Non si poteva dire che conservasse qualcosa del bell'aspetto curato del libertino che era, con i neri boccoli incrostati di sangue e i baffi arruffati, con gli indumenti laceri e la pelle bruciata dai succhi gastrici dell'animale e dal sale. Confuso e stordito, si guardò intorno, vedendo che sulle acque alle sue spalle era inverno, così come sul pezzo di spiaggia in cui si trovava, coperto di neve e ghiaccio. Tremante, si trascinò all'interno della foresta, fino al suo cuore più oscuro ed inesplorato, dove l’inverno non penetrava mai e il clima era quasi tropicale. 

Stava cercando una sorgente d'acqua dolce per lavarsi e pulire così le orribili ferite che lo debilitavano, ma lo sorprese la pioggia estiva di quella parte dell’isola, improvvisa, fitta e calda, come ogni temporale che si rispetti. L’acqua dolce, sebbene fosse ciò che più di tutto Uncino bramasse in quel momento, picchiava dolorosamente sulle piaghe del suo corpo. Provò ad orientarsi, cercando un riparo dove nascondersi, ma non riusciva a scorgere neppure la posizione del sole nell'intricata rete verde delle chiome degli alberi. 

Sfiancato dalla fatica, stava per abbandonare le speranze, quando intravide una fenditura tra delle rocce, abbastanza grande perché il suo corpo magro potesse passarci attraverso. 

Una volta attraversata la soglia, scoprì che quella via d’accesso naturale portava ad una grotta sotterranea e nascosta, il cui passaggio però era per lo più un cubicolo basso e stretto. Uncino strisciò sul terreno fangoso e coperto di foglie morte, aiutandosi con le braccia, sentendo le orecchie graziate ed accarezzate dal gorgoglio pigro di una fonte d’acqua. 

Ritrovato un po’ di vigore, si affrettò fino a ritrovarsi davanti qualcosa che non si aspettava. Dal soffitto alto e scuro della grotta, cadeva un filo argenteo d'acqua, che si raccoglieva in una vasca di pietra creatasi con l'erosione di secoli e secoli. La vasca era ampia e completamente colma di quell'acqua opalescente e luminosa, che creava strani giochi di luce sulle pareti di pietra umida della grotta. Uncino, ridestatosi da un primo incantamento, si avvicinò all'acqua, specchiandosi sulla sua superficie. Aveva un aspetto orribile. La pelle del volto era bruciata in più punti e l'unica cosa riconoscibile erano gli occhi, ora rossi, poiché prossimi al pianto. Decise di non guardare più. Era troppo doloroso e, quasi con rabbia, si strappò i vestiti sporchi di sangue e si tolse l'uncino, deciso più che mai a togliersi quell'immonda sozzura di dosso. Ma più passava il tempo, più si accorgeva che quello tornava indietro. Dapprima scomparvero le ferite, insieme a barba e baffi. La mano destra, quella che era stata sostituita dall'uncino, ricomparve lentamente, come se niente l'avesse mai tagliata. I lunghi riccioli alla Carlo II si accorciarono, fino a diventare un ammasso ribelle e scarmigliato, sempre nero come le ali di un corvo. Quando però Uncino vide i peli del proprio pube diventare sempre più radi, spaventato uscì velocemente dall'acqua. Si portò le mani al viso, tastandolo perplesso, sentendolo liscio e perfetto. Decise di specchiarsi nuovamente nella fonte e quasi urlò quando vide il proprio riflesso. 

Era ringiovanito. 

Aveva l'aspetto di un quindicenne, lo stesso di quando era ancora uno studente di Eton e nulla del pirata Uncino aleggiava sulla sua figura. Era tornato James Matthew B., nulla di più.

Si osservò a lungo e solo in quel momento gli balenò in mente il pensiero che fosse tutto merito di quella fonte se l'isola che non c'è era quello che era. Era per merito suo se il tempo non scorreva mai e tutto sembrava in stallo, bloccato nel momento in cui si giungeva o nasceva in quel luogo.

Nudo, infine, strisciò fuori dalla grotta, andando a seppellire vicino ad un albero il resto dei suoi indumenti e l'uncino, come funerale del suo vecchio se stesso, ormai vecchio, solo e defunto.

Per James si prospettava un nuovo inizio, una seconda opportunità per non crogiolarsi più nei rimpianti. La prima cosa da fare, in quel momento, era coprire le sue intimità. Era notevolmente più minuto rispetto a prima e i vestiti sulla sua nave erano inutilizzabili. Si fabbricò temporaneamente un misero gonnellino con una grande foglia di banano, cercando poi di tornare a riva, superando la pioggia estiva, trovando ad attenderlo la primavera.

Dovevano essere le tre del pomeriggio ormai.

Nel tragitto trovò un pugnale, sicuramente perso da uno di quei cani inetti della sua ciurma. Se lo legò alla vita con una liana, continuando la sua esplorazione. Durante il cammino, non si accorse che un paio di occhi fatati lo avevano scorto e che tale fata, una vera ciarlona, era subito volata a dirlo alle sirene. La notizia, in quel modo, fece subito il giro di tutta l'isola: c'era un nuovo bimbo sperduto all'isola che non c'è!

Appena Peter né fu informato, volò subito alla ricerca del suo nuovo compagno d'avventura. Capitava giusto a fagiolo, poiché si era appena ritrovato senza né subordinati né una mamma-Wendy.

Peter sorvolò tutta l'isola. Era talmente felice ed emozionato, che il sole in cielo splendeva raggiante e nemmeno una nuvola sembrava deturpare l’azzurro alle sue spalle.

Trovò James su di una lingua di sabbia, intento a scuoiare il coccodrillo che lo aveva quasi digerito.

«Woah! Lo hai fatto fuori tu?» chiese colpito Peter, avvicinandosi a James, che si ghiacciò sul posto non appena sentì la voce dell'altro. Puntò gli occhi azzurri sul ragazzino volante, mentre una goccia di sudore abbandonava la sua tempia, scorrendogli lungo il viso accaldato. Il suo nemico, la sua nemesi era lì che gli sorrideva, curioso ed emozionato. 

Non lo aveva riconosciuto... no, come avrebbe potuto. 

Peter non sapeva nulla del suo aspetto di quando era giovane. James si passò un braccio sulla fronte, sorridendo trionfante.

«Ovvio che sì... sono il guerriero più forte di tutta l'isola.» ingigantì James, mostrando il coltello insanguinato. «E ora mi prendo il premio che mi spetta fabbricandomi dei vestiti con la sua pelle.»

«Oh, perché tu sai cucire?» chiese perplesso, guardandolo a testa all'ingiù, sicuro che cucire fosse una cosa da femmine.

«No...» ammise James, osservando la pelle del coccodrillo che ormai aveva quasi del tutto strappato alla carne dell'animale, sentendo poi Campanellino ridere, alle spalle di Peter.

«Allora dobbiamo andare dagli indiani... loro sicuramente sapranno come fare.» convenne l'eterno bambino, volando verso James, afferrandolo per un polso e rapendolo a quel triangolo di sabbia, insieme alla pelle del coccodrillo. Uncino quasi urlò, volando come una bandiera, mentre l'unica cosa che non lo faceva precipitare nel vuoto era la mano sporca di terra di quel disgraziato di Pan.

«Non farmi cadere!» urlò spaventato, aggrappandosi con la mano libera alla sua vita, mentre la foglia di banano precipitava miseramente.

«Come ti chiami?» chiese Peter, ridacchiando quando vide l'altro imbarazzarsi per la sua rinnovata nudità. L'altro, colmo di rabbia e paura, avrebbe voluto rispondergli che era Uncino e che l'avrebbe dato in pasto ai pescecani se solo si fosse azzardato a farlo cadere, ma poi guardò la propria mano destra, quella che stringeva la pelle squamata del rettile che tempo addietro gliel'aveva divorata. Non valeva la pena smascherarsi così stupidamente. Si sarebbe preso tutte le sue vendette, una alla volta, e poi avrebbe potuto cominciare la sua nuova vita.

«James... James Matthew B.» rispose allora, mentre l'altro scendeva dolcemente davanti l'accampamento indiano.

«Io sono Peter, Peter Pan.» si presentò allora lui, stringendogli scherzosamente la mano destra, scimmiottando il saluto degli adulti.

«So benissimo chi sei...» si lasciò sfuggire James, prima di mordersi la lingua.

«Davvero? E come?» chiese perplesso Peter, osservandolo, mentre l'altro si avvolgeva nella pelle del coccodrillo, sporcandosi di sangue, visione alquanto terrificante, dato la sua pelle nivea e delicata.

«Io... devo averlo sentito in una favola...» borbottò James, con noncuranza, mentre dall'accampamento usciva Giglio Tigrato, attirata dalla voce di Peter. Il giovane di Kensington Gardens stava per rispondere sorridente a James, pronto a pavoneggiarsi del fatto che lui fosse oggetto di narrazione nelle favole, quando l'urlo singhiozzante della selvaggia principessa, richiamò la sua attenzione, come quella di tutta la sua tribù. Peter, o meglio Aquila Volante, fu accolto con gioia ed onore, mentre Toro in piedi gli domandava chi fosse il ragazzo al suo fianco.

«Lui è un mio nuovo fratello, un nuovo bimbo sperduto! Si chiama James e ha ucciso il grande coccodrillo.» disse enfatico, presentando al meglio il nuovo ragazzo agli occhi della tribù, che sembrò piacevolmente colpita.

«Fratello di Aquila Volante, avendo ucciso il temibile coccodrillo e salvato la mia tribù da una terribile minaccia, diventerai anche tu parte della famiglia. Che si prepari una festa!» annunciò il capo, prima che tutti gli indiani iniziassero a gridare festanti.

«Capo, non potreste usare la pelle del coccodrillo per fare dei vestiti a James? Purtroppo non ne ha.» disse Peter, mentre Toro in piedi annuiva accondiscendente.

«Che le donne della tribù lavino il nostro giovane amico e lo vestano.» disse solenne, mentre le donne indiane rapivano il giovane Uncino, con occhi ridenti e sguardi famelici. Persino Giglio Tigrato si era riscoperta attratta da quel ragazzo così misterioso e forte. Peter ridacchiò, seguendo il grande capo nella sua tenda, convinto che l'amico fosse in ottime mani.

L'acconciamento della pelle di coccodrillo richiese un po' di tempo e nel frattempo James fu lavato e truccato per la festa. La vecchia e saggia sciamana aveva predisposto che gli indumenti avrebbero dovuto essere colorati nell'acqua sporca di sangue del coccodrillo, una ciocca di capelli di James ed alcune erbe, che ne avrebbero conferito la colorazione adatta per il giovane guerriero che si affacciava al suo riconoscimento davanti ai grandi spiriti. 

Dalla pelle dell'animale ne fu ricavata una giacca aderente, sotto richiesta di James, e dei pantaloni lunghi e stretti del colore della notte. Fu così che nacque Coccodrillo nero il nuovo compagno di Aquila volante. Quando fu presentato alla tribù, Peter ne rimase entusiasta. Non aveva mai avuto un bimbo sperduto al suo fianco più o meno della sua età, se non Wendy, e James, essendo un maschio, gli suscitava un misto di riverenza e devozione, quello che tutti gli altri bimbi sperduti avevano sempre provato nei suoi confronti. James emanava un'aura di comando, ma era sempre stato Peter ad essere il capo e non voleva certo che la cosa cambiasse.

La festa ebbe inizio quando ormai era calata la sera e la luna risplendeva nel cielo sereno notturno. Tutti cominciarono a ballare intorno al fuoco, tranne James, che stava in disparte a guardare. Quei balli selvaggi e tribali non erano adatti alla sua persona e il suo decoro. Era un gentiluomo britannico, per la Regina! Quando però Peter se ne accorse, la speranza di restarsene buono in disparte svanì come una nube di fumo.

«James! Perché non vieni a ballare? E' divertente. Non hai mai giocato agli indiani?», chiese divertito, prendendo il moro per un braccio.

«No! E non ho intenzione di cominciare adesso. E' una cosa assolutamente disdicevole», commentò disgustato, facendo diventare serio Peter.

«Disdicevole? In cosa è disdicevole?», domandò Pan, abbassando il tono della voce.

«Tanto per cominciare è una cosa ridicola! Io sono un guerriero, non una leggiadra ballerina», sbuffò James, che cercava di non smascherarsi da solo.

«Anche i guerrieri fanno danze per la guerra», rise Peter, sollevandosi di dieci centimetri da terra, volteggiando intorno all'altro. «Vieni, ti mostro una cosa», sorrise prendendolo per un braccio, tirandoselo dietro, volando oltre l'accampamento indiano, nella foresta. 

James trattenne a stento un grido, mai si sarebbe abituato a quella sensazione di vuoto all'altezza della bocca dello stomaco. 

Era notte inoltrata ormai e la luce della luna a stento riusciva a raggiungere quel luogo, immerso nella fitta boscaglia. Peter lo guidò fin dentro una grotta, che poi si rivelò essere un corridoio.

«Ho scoperto questo posto tempo fa. Da qui si va dritti alla laguna delle sirene, ma se si svolta da questa parte...», sorrise lasciando in sospeso la frase, per aumentare l'aspettativa dell'altro, mostrando poi una stanza scavata nella pietra, piena di tesori, nascosta da alcune radici degli alberi che sbucavano dal soffitto.

«Li ho sottratti a Capitano Uncino in tutti questi anni», rise forte, svolazzando per la stanza, prima di sospirare.

«Certo non è più divertente senza di lui», mormorò, mentre James si avvicinava al proprio tesoro, carezzandone i dobloni d'oro. 

“Il mio tesoro”, pensò meravigliato, pescando un paio di piccoli orecchini d'oro ad anello.

«Vuoi giocare ai pirati?», chiese in quel momento James, sorprendendo Peter, dato che aveva usato la parola giocare.

«Vuoi giocare davvero?», chiese in fibrillazione l'eterno bambino.

«Uhm. Io sarò il capitano e tu il secondo in comando. Ma ogni pirata che si rispetti deve avere un orecchino», disse mostrando l'ago acuminato all'estremità dell'anello, per forargli l'orecchio.

«Farà male?», chiese preoccupato Peter, mentre Campanellino si nascondeva dietro il suo collo gemendo preoccupata. Lei era l’unica fonte di luce in quel luogo, abbastanza luminosa da far vedere i contorni delle cose e far risplendere il tesoro.

«Hai paura?», lo prese in giro. «Vuoi farlo prima tu a me?», soffiò, posandogli un orecchino in mano, porgendogli il proprio lobo. L'eterno bambino lo osservò serio, annuendo poi.

«E' la nostra promessa, va bene? Noi saremo amici per sempre, vero?», chiese Peter, fissando gli occhi cerulei dell'altro.

«E' una promessa», acconsentì James, smentendo quelle stesse parole nella propria mente. Piegò il viso di lato, mordendosi le labbra per non gemere, quando Peter gli forò il lobo, sentendo una stilla di sangue scorrergli lungo il collo e una lacrima pungergli le palpebre.

«E' stata una passeggiata, visto?», disse, ricacciando indietro la lacrima, per orgoglio. «Ora sta a te».

Peter piegò il viso di lato, nervoso, serrando gli occhi, non appena avvertì la pressione pungente dell'oro sulla sua tenera carne. Fu come bucare del burro. La carne cedevole si lasciò ferire, mentre il nettare rosso rubino andava a macchiare il collo salato di sudore di Peter. Un adulto e cupo pirata nel corpo di un ragazzino può fare tante cose, così quando Peter mugulò di dolore, James si piegò, leccando la stilla di sangue dalla clavicola sino alla tenera carne dietro l'orecchio.

Peter indietreggiò, sorpreso ed imbarazzato, portandosi una mano al collo.

«Che cosa fai?», la voce di Peter non era spaventata, ma curiosa.

«È il nostro patto di sangue. Sta a te, poi saremo davvero dei fratelli pirata», lo istruì James, vedendo Peter sorridere ed avvicinarsi di nuovo per emulare il suo comportamento.

In quel momento un pensiero balenò nella mente di Uncino. Un pensiero cupo e nero come il suo cuore.

Quale vendetta migliore su Peter Pan se non quella di attuare ciò che più di tutto temeva?

Crescere. 

C’erano molti modi per rubare l’infanzia a un giovane, molti che non prevedevano necessariamente il passaggio all’età adulta.

«Ora dobbiamo solo sceglierci un nome da pirata e partire all’avventura», disse James, dopo che anche Peter ebbe leccato via il suo sangue, voltandosi poi a cercare tra i gioielli delle spade degne di un pirata.

«Io sarò Capitan Jay RedHand», disse James, prendendo spunto dal nome da pirata che si era inventata Wendy, facendo sorridere Peter.

«Allora io sarò Sparky, il primo ufficiale», disse il ragazzo vestito di foglie e ragnatele, prendendo in mano la spada che aveva legata in vita

«Ora ci manca solo una nave», disse Uncino, casualmente, facendo scorrere ancora gli occhi tra le ricchezze della grotta, cercando qualcos'altro da poter prendere.

«Io so dove trovarne una!», esclamò eccitato Peter, afferrando James per un polso, tirandolo di nuovo nel corridoio della grotta.

«Ho chiesto alle sirene di nascondere la Jolly Roger!», aggiunse, riprendendo a volare per andare più veloce.

La Jolly Roger? La sua Jolly Roger?!

«Aspetta! Voglio poter volare anch’io! Insegnami come si fa», disse piccato James, che non ce la faceva più ad essere trascinato in giro da Pan a suo piacimento.

Peter arrestò la sua corsa, acchiappando Campanellino per le ali e cospargendo James di polvere di fata.

«Ora basta un pensiero felice e ti solleverai in aria», disse compiaciuto l’eterno bambino, puntando le mani sui fianchi, in una posa così canonicamente sua che James ebbe quasi la nausea.

Pensò alla dolce vendetta che avrebbe attuato ai danni di Peter e i suoi piedi si sollevarono da terra. Con un sorriso trionfale, James superò Peter, uscendo dalla grotta proprio nella laguna delle sirene.

Peter fece segno a James di seguirlo.

«Lascia parlare me. Le sirene sono tutte smorfiose, basterà sorridergli e fare loro qualche complimento e faranno tutto quello che vogliamo», disse Pan, planando poi verso lo scoglio dove le sirene si pettinavano i capelli e prendevano il sole.

Pan le avvicinò subito, regalando loro un sorriso smagliante, dicendo loro di voler recuperare la Jolly Roger per poter giocare con il suo nuovo amico. Gli occhi avidi delle sirene di posarono sul bel volto tormentato di James che ghignò loro seducente. Senza prendere in considerazione gli avvertimenti di Peter, si chinò verso una di quelle sirene, iniziando a sussurrare parole ammalianti e cariche di una promessa che nessuna di loro avrebbe potuto ignorare.

Furono parole convincenti, perché subito le creature marine si tuffarono in acqua, facendo segno ai ragazzi di seguirle. Avrebbero dovuto nuotare a lungo sott’acqua, ma ci avrebbero pensato loro a ridare fiato ai due giovani ragazzi.

Quando il fiato iniziò a diventare corto per entrambi, James prese per un braccio una sirena, tirandola verso di sé per farsi dare aria dalle sue labbra. 

Le restanti creature iniziarono a litigare su chi di loro avrebbero dovuto aiutare Peter, lasciando il ragazzo a corto di fiato. 

Fu compito di James rimediare.

Nuotò fino a Peter, afferrando il suo volto con entrambe le mani e poggiando le labbra sulle sue. Iniziò a passargli l’aria, rubandogli in quel modo anche un bacio.

Risolto anche quel problema, il gruppo nuotò fino a una grotta sotterranea, facendo così riprendere fiato ai due ragazzi.

«Grazie, da qui in avanti possiamo cavarcela da soli», disse Peter alle sirene, issandosi fuori dall’acqua, passandosi poi una mano tra i capelli, per toglierseli dagli occhi e poi una mano sulla bocca,  arrossendo appena.

Solo Wendy aveva mai posato le labbra sulle sue in quel modo.

«Andiamo?», chiese James, fingendo di non vede l'imbarazzo dell'altro, camminando sicuro tra gli ammassi rocciosi di quella grotta.

La Jolly Roger era lì, piegata appena su di un fianco e incastonata tra le stalattiti con l'albero maestro.

A James mancò il fiato. Quella sembrava lo spettro della sua nave,  un rimasuglio della sua vecchia vita. Volò sul ponte, sentendosi a casa.

Mai avrebbe pensato di poterci camminare sopra con un aspetto che non fosse stato quello che terrorizzava chiunque per i sette mari.

«Voglio vedere la mia cabina», disse con voce greve, prima di ricordarsi del gioco che stava facendo con Pan. «La cabina del capitano», aggiunse allora con un ghigno scherzoso, voltandosi verso l'altro, che lo osservava con gli occhi azzurri giocosi.

«È da questa parte, capitano!», sorrise Peter, conducendo James fino al castello di quarto, dal quale si accedeva alla grande cabina.

«Sparky, faccia rapporto al suo capitano», abbaiò James, una volta che entrambi furono dentro la cabina.

Peter si mise sull'attenti, serio come solo un bambino può fare quando si immerge in un gioco.

«La nave è in pessimo stato Capitano! Se la mettessimo in acqua colerebbe a picco», disse in tono marziale.

«Allora olio di gomito e cerchiamo di rattoppare questa bagnarola!», ringhiò Uncino, nella migliore interpretazione di sé stesso da adulto, facendo nascere una serie di risolini da parte di Peter.


Passarono tutta la notte a cercare di sistemare la nave e alle prime luci dell’alba, un vento freddo di tramontana, carico di turbinosi fiocchi di neve, iniziò a soffiare tra le anse e le guglie della grotta.

Ben presto il vento divenne bufera e tutto intorno a loro, Jolly Roger compresa, si ghiacciarono e coprirono di neve e ghiaccio.

Uncino aveva notato che la presenza del ragazzo fatato condizionava il tempo atmosferico dell’isola, anche se in quel momento, stanco com’era, non aveva potuto nulla per impedire all’inverno di ghermire tutta la grotta nella sua morsa letale. Era certo comunque che Pan facesse parte del mistero e della magia dell’isola che non c’è.

Probabilmente l’isola avrebbe cessato di esistere nell’istante stesso in cui Peter fosse cresciuto.

Con quel pensiero in mente chiese al suo sottufficiale di seguirlo di nuovo in cabina, con la scusa di ripararsi dal freddo e che era stanco. Avrebbero potuto schiacciare un pisolino sul letto dalle lenzuola di seta di Uncino.

Peter guardò diffidente il letto del vecchio capitano, mentre James vi si sdraiava sopra deliziato.

«Di che hai paura?», lo punzecchiò James, fino a costringere in quel modo Peter a salire sul letto e sdraiarsi al suo fianco.

«Non ho paura, solo che non so cosa ci abbia fatto quel libertino in questo letto», borbottò indignato Peter, incrociando le braccia al proprio petto.

«Cosa credi che abbia fatto?», chiese curioso James. Peter Pan era sì un essere malizioso e fastidioso, ma se neppure aveva saputo distinguere un bacio da un bottone, cosa poteva sapere di ciò che si faceva in un letto?

«Cose disgustose da grandi, senza alcun dubbio», fu la risposta pronta di Peter, che fece aggrottare le sopracciglia di James.

«Se non sai cosa sia, come fai a dire che è disgustoso? Se vuoi io posso mostrartelo», disse però Uncino, con un sorriso birichino sulle labbra.

«Sarà divertente. Giocheremo un po’ come a fare la mamma e il papà», sorrise malizioso il vecchio pirata, avvicinandosi a Peter.

«Ci giocavamo anche con Wendy», sorrise ingenuo il ragazzo delle fate, osservando curioso James accorciare le distanze tra loro.

«Il mio gioco è più divertente» e con quelle parole, James Matthew B. baciò le labbra di Peter. Non un bacio nascosto come quello di Wendy e la sua mamma, ma uno carnale, che fece fremere il corpo di Peter con una nuova emozione.

Quel giorno sull’isola che non c’è il tempo divenne un groviglio di fenomeni atmosferici diversi. Il ghiaccio e la neve si mischiarono allo scintillio del sole, quando Peter provò un misto di paura ed eccitazione, mentre le mani di Uncino scorrevano lungo il suo corpo. La pioggia si unì poco dopo, come tante piccole lacrime, presto asciugate da un forte vento di scirocco, caldo e sferzante come il fiato che lasciava le labbra di Pan.

Non credeva che un corpo potesse provare tutta quell’adrenalina e piacere, dato solo dalla bocca di James sul suo corpo.

Quando lasciò l’età fanciullesca, scoperti i piaceri carnali del crescere, la terra dell’isola che non c’è tremò e il cielo divenne di un bel rosso tramonto. Sereno, come i sensi appagati di Peter Pan.



Fine

   
 
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