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Autore: Gella    24/05/2020    2 recensioni
Un tempo parlò l’uomo. Come una stupida, ascoltai.
Ma ora, parlo io. E stupiti ascolterete.

[Quinta classificata con 38 punti su 40 a “Il contest autobiografico” indetto da Ile_W sul forum di EFP].
Genere: Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Autodifesa di Eros


Che a Eros importi soltanto dei suoi dadi dorati e piaccia rendere uomini e dèi poveri folli, è noto.
Non è però sua la colpa per la morte di un amore, perché la morte non tocca mai il dio, e l’uomo non si uccide mai per amore.
Il gioco di Eros è un gioco di carne nuda, che si piaga e che trema, e né uomo né dio sopportano vedere la loro debolezza irrisa. Contro di lui non ci sono braccia per sollevare pugni. Non ci sono gambe per spiccare salti, né ali per alzarsi lontani in volo. Solo, la resa.
Io che parlo e che arringo sono Martina: non dea di guerra, ma mala petrosa genìa di Pirra.
Vedete: non ho braccia, né gambe, tanto meno ali. Sono qui senza vestiti. Senza tutela. Senz’armi all’infuori della mia parola e del pensiero che la partorisce..! Ma voi la ascolterete. Per dovere - e un po’ per pena.
La mia vanità, dite, ha rovinato un uomo: pure, è a me che trema la voce di ragazza malata, è a me che il pianto ha sciupato gli occhi. Ed è la mia bocca che sa di terra, il mio stesso nome è un nome di terra e di sangue; io sono una venere certo non Urania, che non fa il minimo spavento, dai capelli odorosi e teneri. Sì, questi stessi capelli che ora sono come le foglie... Un tempo l’uomo li ha tanto accarezzati e cantati con versi dolcissimi.
Forse risvegliarono qualche antica invidia: parlò molto, quest’uomo. Incantò tutti con la stessa fattura di cui mi incolpate, di cui in realtà io mi servo soltanto adesso, contro un’offesa che, come Eros, non conosce fuga se non l’annientamento.
Un tempo parlò l’uomo. Come una stupida, ascoltai.
Ma ora, parlo io. E stupiti ascolterete.



“È troppo: qui deve finire. Qui dove pure finisce l’inganno della notte, e il mattino sorprende in flagrante l’orrore dei corpi che giacquero insieme, alla maniera delle bestie, deve finire.”
“Io posso pure rialzarmi e bagnarmi nell’acqua di Cipro. Poi vestirmi, tornare alla mia vita fatta di turba alternata a solitudini montane. Ma lo sai bene che, anche senza corpi, non finirà.”
“Ascoltami, e bene, perché non lo stai facendo. Ti ho detto che è troppo. Una colpa mi consuma - la colpa di un legame tradito. Io amo la donna che pur girando sempre mi attende, ed è con lei che voglio posare la prima pietra, piantare, al tempo giusto, radici. Lo capisci, Martina? Capisci quel che dico, l’amore che mi trattiene?”
“Il Sonno e il suo piacere mi hanno già abbandonata; capisco le tue parole. Ma è me che hai voluto schiacciare una notte. Poi due, tre... E anche il giorno, piegarmi come una bambola.”
“Gli uomini sbagliano: è stato tutto uno sbaglio.”
“Io allora ne sono uno reiterato e diabolico.”
“Sempre uno sbaglio. Non fraintendermi: chi ti incrocia lungo il suo cammino non è più lo stesso, come un uomo che venga coronato d’alloro. E poi, non eri tu a dire che l’amore e il sesso non si danno per forza la mano?”
“Ero io, e lo dico ancora. Ma è sempre tutto Eros; e io ti conosco, perché mi sei come un fratello. Inoltre, conosco lei per tua parola e so che per voi non è lo stesso. Il nostro è e sarà anche uno sbaglio, ma la vostra è una bugia.”
“Martina, Martina, forse tu m’ami?”
“Non l’ho mai saputo, non lo so ora. Ma certo sei tu che m’ami. Ami lei e anche me in qualche strano modo, ma non accetti il dissidio, il vento che porta. Quel che ti trattiene è la paura.”
“Tu qui sei l’unico vento. Tu sei come il vento.”
“Come il vento del nord rosso di fulmini?”
Torbida, spietata e arsa di demenza.” [1]
“Le hai imparate e reciti bene, le poesie, dalla mia bocca.”
“Non si è più gli stessi incontrandoti perché tu sei vento: sollevi la polvere, fai danni ovunque tu posi i tuoi passi. Ma la tua bocca... La tua bocca sa di terra a cui aggrapparsi nello sconforto.”
“Tu sei Odisseo, naufrago stanco. Tu vuoi solo ribaciare Itaca, i suoi seni di pietra, nasconderti nelle sue cavernose viscere, brucare le rade erbe, bere le lacrime che zampilla. E hai deciso che sono io, più di lei, ad averne negli occhi la forma dura.”
“C’è una colpa prima, Amore, che dobbiamo espiare.”
“Devi: Penelope non aveva colpa se non l’essere femmina sola.”
“E ti par poco?”
“No, ma non è quella che dici condivisa. Io non ho una donna che mi aspetta, o un uomo che ha spergiurato sull’eterno da cui dover ritornare, e per cui scaldare la cena e il letto. Io sono sola. Io sono libera — aspetta, mi baci ancora?”
“Sai di terra, ma sbagli: non sei Itaca, perché mai mi rassereni. Rimane solo il vento e io nudo contro la tua tempesta. Fatti piegare ancora, Martina. Ho capito che l’unico modo cui posso resisterti, è cederti anche sotto i raggi biechi del sole.”
“Allora dimmi che ho i capelli più belli.”
“Hai i capelli più belli, sì, tutti da accarezzare. Sono di ebano e seta.”
“Dimmi che ho gli occhi più tristi.”
“Hai gli occhi più tristi, ma solo un po’ tristi. Guardi lontano e non vedi nulla, se non dove non lo fa nessuno, oltre il velo nebbioso di una lacrima.”
“Dimmi che ho la voce di poeta.”
“Hai la voce di poeta. Le tue parole sono gli strali di Eros, e io ne sono stato trafitto. Tanti lo hanno fatto: dietro di te ce n’è la rossa scia.”
“Dimmi che ho odore di buono.”
“Questo non posso perché tu puzzi di sudore, di sesso umido e di sangue. Ma hai seni grandi come una donna che allatta, e a una madre si perdona anche la carne e la morte.”
“Sosteneva Meleagro.” [2]
“Tu e i tuoi greci! Tu e le tue tragedie pedisseque, ingessate! Un tizzone diverso divamperà uccidendomi. Sei una forza demoniaca, senza controllo, e agli altri lo fai perdere: io sono stato solo l’ultimo, non lo sarò per sempre. Ecco perché sei sola: c’è un ordine al mondo e il mondo ha confini, stabiliti, tutti tracciati, e tu ne sei tirata fuori. Ma il perché tu l’abbia fatto, non lo so, non mi interessa; io devo tornare in me se ne voglio fare ancora parte.”
“E tu lo vuoi?”
“Taci. Non mi insinuerai il dubbio.”
“Puoi mentirmi, se ti piace di più, ma non puoi farlo col tuo animo a lungo. Né con lei.”
“Tu non parlerai.”
“Io non le parlerò, perché mi attirerei la sua ira e il tuo odio, se già non lo ho, e perché non tocca a me farlo. Ma lo lascerò agli scritti, a chiunque non voglia ergersi a giudice, provare un po’ di pena. Pena per me che sono infelice, incastrata in questo luogo di amante, stretto stretto.”
“Dunque mi ami..?”
“Sii buono con me, uomo nuovo: non l’ho mai saputo, non lo so ora.”
“Non finirà bene, Martina. Bruceremo sulla pira che con le nostre stesse mani abbiamo innalzato.”
“Non finirà oggi. Un giorno io dirò che è stata tutta una gran brutta febbre, che mi ha fatta tremare tutta da capo a cuore, e tu ti racconterai la bugia che più ti piace. Non finirà oggi e soprattutto non finirà la vita.”
“Finirà anche quella: è legge. C’è il patto, il travaglio dell’amante per l’amato, l’amato che cede, la sua educazione. Poi li richiama il mondo con una donna, e sciogliendo le loro ginocchia li divide fino alle case dell’Ade.”
“Tu parli di pederasti — oltretutto, in maniera confusa.”
“Perché a te ho donato il piedistallo di uomo: ti parlo da pari. Ma sono io quello in travaglio. L’amante che spasima nell’eccitazione animale. Sono io che resisto alle sferzate della sorte, al tuo essere vento. E tu, tu Martina, sei l’oggetto del mio amore. Anche tu devi cedere, far quello che ti dico, toccarmi come io ti insegno.”
“No, no: io sono l’Amore. Tu stesso mi hai chiamata così, cantata sopra tutte le cose, sopra ogni dio. Io sono Eros e non ho mai comandato questo.”
Per te cadde la rocca di Troia, per te il grande Teseo, l'Egide, cadde, e Aiace Oileo, il valoroso [3]. Per te cadrò io. Per te! Dammi la tua bocca, Martina. Piegati. Me lo devi per questa agonia.”
“Io volevo soltanto giocare a dadi, bere un vino più dolce...”
“E per la tua demenza, con me, morirai nel fuoco.”



 
Giurati, il vostro silenzio è terribile.
Ma lo capisco. Nessuno accetta la morte come una cosa che accade, e un uomo è morto per una vanità che dite mia.
Di quel fuoco io pure porto i segni addosso: vorrei che li guardaste con gli occhi di quando eravate ragazzi, e il tempo non vi aveva ancora offerto i suoi anni più amari.
Non ho vent’anni ancora: mi condannerete? Mi assolverete?
Pietà, pietà abbiate di Eros fanciullo — terribili sono le sue vendette!

 

[1] Ibico.
[2] Personaggio mitico, protagonista della caccia al cinghiale Calidonio. La sua vita era legata a un tizzone ardente che la madre custodiva: quando questo uccise in una diatriba gli zii, la madre lo gettò nel fuoco, decretandone la morte. 
[3] Teognide.


Sono io. Può non sembrare, ma non ho mai scritto una cosa più personale di questa. Sono io in un amore che è stato illecito ma, fortunatamente, non così tragico, sono io nel ridondante citazionismo greco, sono io nella contraddizione dell'ostentare pur vivendo nascosti. E sono io che ho intentato un processo a me stessa quando non esisteva colpa, per nessuno. 
Lo so anche se in cuore non mi sono ancora perdonata e non ho perdonato gli altri. Tempo al tempo: non ho vent'anni ancora — cadrà l'inverno sopra al mio viso.
Grazie a voi che leggete fino a queste righe.
State bene. E amate sempre, 

Gella, o Martina.


 
   
 
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