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Autore: aurora giacomini    10/10/2020    1 recensioni
Racconto Autobiografico.
Dal testo:
Vorrei poter descrivere il motivo di così tanta emozione e disagio, ma non credo di averne il diritto... dirò solo che per molto tempo mi son chiesta se l'avrei mai rivista (...)
Genere: Malinconico, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Fra tutti i giorni... oggi.
 
 
10 Ottobre 2020
 
 
Scrivere questa storia è un'urgenza. Mi serve per riordinare i pensieri e capire perché l'incontro di questa mattina mi abbia sconvolta fino a tal punto...
Ma partiamo da un po' prima, da questa notte...
-Mezzanotte e sei minuti del 10 Ottobre 2020... nove anni esatti da quando l'ho incontrata per la prima volta.- Questo ho pensato prima di accoccolarmi nel letto e spegnere la luce.
Mai avrei pensato che, recandomi nel paese sotto il quale abito, l'avrei rivista... non precisamente in questa data!
Ma sto correndo troppo.
Stavo cominciando un sogno, mi trovavo in una specie di campo di battaglia (ho pensato allo sbarco in Normandia) e, proprio mentre Kathy Bates (la mia attrice preferita) compariva e occupava tutto il mio campo visivo, -vestita da soldato, con un fucile in mano...e con la barba...(AHS?)- la sveglia ha cominciato a suonare intonando: “Pende un uomo dal pennone, tutto nero di catrame; non è certo un buon boccone per i corvi che hanno fame... paizum, pai-pai-zum...” è un canto scout (Vascello Fantasma) che ho scoperto grazie al mio migliore amico; certo, forse alcuni di voi penseranno che non sia la miglior melodia per iniziare la giornata, ma a me calma in un modo difficile da definire.
“Sono le ore nove e cinque minuti.” La voce elettronica del cellulare ha coperto la canzone, e prima che essa potesse riprendere l'ho spenta.
“Buon giorno, amore piccolo.” Accendendo la luce ho guardato verso la sedia della scrivania, dove la mia gatta mi guardava indecisa se riprendere a dormire o pretendere la pappa.
Ha deciso che dormire ancora un po' fosse la scelta migliore.
E' bastato il breve tragitto che separa la mia camera dal bagno per farmi salire tutte le ansie del mondo. E' un periodo molto stressante dalla mia vita e, soffrendo comunque d'ansia, il pensiero di dover sbrigare alcune commissioni non ha fatto che aggravare la situazione. Stavo veramente male.
Sono tornata in camera dopo aver lavato un RedBull -lavo ogni lattina da cui bevo, sapete, Covid...- e mi sono messa alla scrivania.
Ma non mi sono prodigata (non volevo ripetere “messa” e non trovo un sinonimo) a scorrere la home di qualche social: non ne possiedo, o meglio, sì, ma non ci vado mai, letteralmente; ho capito ben presto che quel che volevo raccontare al mondo potevo farlo attraverso le mie storie o parlando con gli amici: è il mio tipo di approccio alla vita, ma non condanno chi ha fatto scelte diverse dalla mia, sia chiaro. 
Ad ogni modo, per cercare di ignorare il doloroso fastidio all petto causato dall'ansia, ho recuperato una vecchia live di uno Youtuber che racconta le sue esperienze di vita in modo semplice e, presumo, molto sincero.
E' così trascorsa un ora e mezza, fatta di sorrisi e bruschi crolli morali.
Ma non ero ancora pronta a lasciare la sicurezza dalla mia piccola stanza: avevo la sensazione di svenire e la nausea mi impediva persino di fumare o finire la mia colazione fatta di energy drink (che brutta abitudine...), sta mattina era peggio del solito, non ho ancora capito perché... Dio, forse sentivo che stava per succedere qualcosa; mi succede di 'captare' cambiamenti, ma questa cosa, ne sono abbastanza certa, merita una storia a parte che un giorno -forse- riuscirò a scrivere.
Così è trascorsa forse un'altra mezz'ora in cui, francamente, non ho fatto altro che commiserare me stessa... forse non è una buona pubblicità il modo in cui sto dipingendomi, ma ho deciso che voglio essere sincera e, probabilmente, è tempo di cessare l'utilizzo di maschere in cui mi nascondo per simulare una forza che non mi appartiene. O meglio, a mio modo so di essere una persona forte, ma solo perché di tutte le tragedie ho cercato sempre di trovare un lato positivo: probabilmente è l'unico modo per andare avanti.
-Beh, che ti piaccia o meno, ora devi andare o finirai col trovare gente e non riuscire a far tutto in tempo.- La voce nella mia testa aveva ragione, lo sapevo.
Dopo essermi vestita sono rimasta per qualche minuto davanti allo specchio del bagno a fissare il mio riflesso. Non lo faccio per vanità, -nonostante mi piaccia il mio volto- lo faccio per capire chi vedranno le persone che, per forza, uscendo dovrò incontrare. Studiando le pupille dilatate che, con il loro nero, inghiottivano quasi completamente il blu scuro dei miei occhi, mi sono chiesta se avrebbero visto l'inquietudine che mi stava divorando da dentro, se si sarebbero chiesti cosa avevo, se gliene sarebbe importato. Non volevo si notasse. Non potevo neppure armarmi di sorriso per dissimulare il mio mal di vivere: mascherina obbligatoria...
Alla fine uscii. 
Ho avuto il buon senso di ricordarmi di prendere una bottiglietta d'acqua in cui mischiare un po' di antigelo per la macchina, era un po' che dovevo farlo: la notte e la mattina presto fa freddo quassù, non posso rischiare di rimanere senza auto.
Stavo versando il liquido rosato quando ho sentito il suono di un trattore: era un mio vicino che risaliva per lo stretto pendio di sampietrini...
Okay, forse sto allungando troppo il brodo, ma ormai penso che tratterò questo testo come fosse una pagina del mio diario.
Passando accanto ad una betoniera (lo sapevate che deriva dalla parola  Francese 'bèton' calcestruzzo?) posta in un punto strategicamente molto scomodo per far manovra, ho cominciato la discesa dalla collina.
Arrivata a destinazione, ho parcheggiato al solito posto, in coda ad una Clio scura. Ho indossato la mascherina e preso i documenti che mi servivano.
Qualche decina ancora di metri a piedi ed ero davanti all'ufficio in cui dovevo fare ciò che dovevo.
Dato che non è permesso entrare a più di un alla volta, ho spinto leggermente la porta socchiusa e sbirciato all'interno.
Era occupato. 
La cosa estremamente divertente è che, vedendo un lunga chioma scura con riflessi biondi, appartenenti a quella che doveva sicuramente essere una ragazza, ho pensato: -mmh, interessante...- non l'avevo riconosciuta: in una piccola realtà come in quella dove abito tutti si conoscono, se non altro di vista. Certo non avrei mai immaginato che fosse... ma a questo arriverò a breve.
Attendendo ho cercato di concentrarmi sulle sommità dalle colline tutt'attorno che, lentamente, stavano mutando il loro pigmento da verde scuro a caldi colori autunnali. 
Il disagio che sentivo si stava leggermente attenuando: l'ansia stava cedendo il posto alla meraviglia che mi circondava.
Ho sentito la porta dell'ufficio aprirsi, ma non ho smesso di dare le spalle all'ingresso, fingendo questa volta, di interessarmi alle colline: pensavo che sarebbe uscita la ragazza misteriosa e non volevo guardarla in faccia temendo che, dato tutto il tempo che ci aveva messo ad uscire, leggesse del fastidio sul mio volto mascherato... avrei aspettato che se ne andasse per... ehm... guardarle i capelli... okay! Il fondo schiena (ehi, non ho mai detto di essere perfetta.)
“Ciao.” L'ho sentita dire.
A quel punto ero costretta a voltarmi: non c'era nessun altro...
Ho smesso di respirare.
Era lei...
Mi sono odiata per l'effetto che stava riuscendo a farmi.
“Ehm... scusa un attimo... è che... tu...” ho biascicato, incapace di costruire una frase di senso compiuto.
“E' per i capelli biondi?” Con la mano sinistra ha afferrato fra le lunghe dita una ciocca.
“Che ci fai da queste parti?” Credo di averle chiesto, o comunque ho bofonchiato qualcosa del genere.
“Sono tornata poche settimane fa, dopo anni fuori casa.” Mi ha risposto, mentre abbassandosi la mascherina si accendeva una sigaretta.
Mi guardava con un misto fra disagio e non saprei che altro... i suoi movimenti erano rigidi e i suoi occhi, che non lasciavano i miei, avevano a tratti dei riflessi di sfida, forse paura o rabbia, gli stessi occhi che si possono vedere a qualcuno con le spalle al muro. Stava indossando una maschera che conosco fin troppo bene, ma cosa temesse non saprei dire.
In pochi istanti tutto tornò alla mia mente, ogni dettaglio della nostra storia. Era un peso che stava rischiando di schiacciarmi.
“Scusa è che...” continuavo a balbettare in preda a sentimenti che credevo di aver sepolto e dimenticato.
L'avevo amata come non ho mai amato e mai più amerò: è stata il mio primo amore. Un amore nato alla fine dall'adolescenza, un amore che fu ricambiato e che poi morì così com'era nato: fra sguardi pieni parole mute.
Per me non è mai morto, è semplicemente un sentimento che si è evoluto e modificato. Non posso affermare di esserne ancora innamorata: sarebbe una bugia romantica, ma pur sempre una menzogna. Non so cosa provo per lei, me lo sono domandata per anni.
Vorrei poter descrivere il motivo di così tanta emozione e disagio, ma non credo di averne il diritto... dirò solo che per molto tempo mi son chiesta se l'avrei mai rivista, se fosse viva...
Volevo dirle così tante cose, chiedergliene altrettante, ma non l'ho fatto...
Probabilmente notando il mio disagio mi ha detto: “ti lascio andare, non so quando chiude. Devo ancora memorizzare gli orari.” 
Col foglio che tenevo in mano ho indicato la porta, “sono scritti lì sopra.” Una risposta fredda, quasi crudele. Stavo riprendendo il controllo di me stessa e per nascondere -inutilmente, ormai- il disagio che mi aveva causato avevo indossato anche io un maschera, la mia recava la scritta: “noli me tangere”. 
Mentre le voltavo le spalle per entrare le ho sentito rispondere: “giusto...”
Non c'era più quando sono uscita.
Mi son chiesta se queste siano state le ultime battute fra noi...
Non avrei dovuto mettere su quella maschera, avrei dovuto trattenermi con lei qualche minuto e, una volta ritrovata la calma, lasciare che le cose accadessero. 
La mia intenzione, sia chiaro, non era quella di provare a ricostruire un rapporto, ma solo quella di evitare quello che ho provato –e continuo a provare- per averla lasciata in quel modo burbero.
Sono passate diverse ore ormai, e una o due da quando ho cominciato a scrivere il testo, ora sono decisamente più calma, al punto di chiedermi se abbia ancora senso pensare alla pubblicazione di questa storia. Alla fine ha assolto al suo dovere: calmarmi e farmi analizzare con calma la situazione.
Beh, se stai leggendo vuol dire che ho deciso di non tenerlo per me...
Sono tornata alla macchina per posare le ricevute e, con la scusa di guardarmi intorno per vedere se la vedevo, sono andata fino alla farmacia dove ho acquistato un pacco di mascherine. 
Ma non l'ho vista.
Dovevo anche andare a fare la spesa. Mi sono avviata, ma passato qualche paesino, ho girato la macchina e sono tornata a casa: ero troppo agitata per guidare. Ci vado sta sera.
Sulla via del ritorno, una Panda era in procinto di tagliarmi la strada emergendo da un sentiero sterrato a lato della statale... per fortuna andavo piano: di solito spingo un po' l'acceleratore in quel pezzo perché è rettilineo... questo probabilmente non ha rilevanza nel testo, ma lo spavento ha incrementato i già irregolari battiti del mio cuore.
Mi sento esausta...
Ma sono molto più calma... probabilmente l'ho incontrata nel momento meno opportuno.
L'ansia trasforma le persone.
Continuo a pensarci, non mi sta bene il modo in cui ho gestito le cose...
Ho anche cominciato a pensare di essermela soltanto immaginata... la cosa mi farebbe stare meglio? Forse no.
Avrei voluto dirle: “lo sai che nove anni fa, precisi, ci siamo conosciute? Non ti fa un effetto incredibile? Non è strano? Voglio dire, fra tutti i giorni... oggi.”

 
AGP.
 
  
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