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Autore: nickyruby    18/06/2021    0 recensioni
"Il Prescelto tu sarai se solo fede manterrai,
grandi poteri e capacità avrai se solo il Bene sceglierai."
Primo libro della trilogia "Elements", tranquillo, avventuroso ma con qualche scena dark per accompagnare i lettori durante questo cammino intrapreso da Aris, figlia fatata e protagonista, per riportare la pace nel suo regno. Verrà accompagnata da altri personaggi con base idilliaca ma che verranno costretti in base a situazioni e avvenimenti, la stessa Aris cambierà totalmente aspetto man mano si proseguirà con la lettura, ma una cosa rimarrà integra: gli dèi veglieranno su di lei.
Voi, come Aris, siete disposti a sfidare i limiti imposti alla vostra specie?
Genere: Avventura, Dark, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Prologo.

Il Sottomondo era un regno situato al di sotto della crosta terrestre: si trattava di una grossa caverna sotterranea, circondata da tunnel che quotidianamente venivano scavati dalla popolazione alla ricerca di oro, petrolio o qualunque altra fonte di ricchezza e, quindi, di potere.

I sovrani di quel regno erano una coppia sposata proveniente da un villaggio posto lontano chilometri e chilometri da esso. Avevano emigrato per anni e anni nel tentativo di condurre una vita ancora più benestante di quella che già vivevano. La loro avidità e la loro cattiveria riuscirono a piegare al loro volere alcune tra le peggiori creature che esistevano sulla faccia della terra. Esseri ripugnanti, rivoltanti e di statura differente che avevano il solo e comune scopo di uccidere.

Ai due giovani si unirono i cosiddetti ladri di anime, creature pallide come se fossero state private del loro sangue, dagli artigli e zanne affilate che avevano l'obiettivo di strappare il cuore, di aprire la gola delle vittime e mutilare i loro corpi. Il loro nome deriva dal loro effettivo nutrimento, perché non si nutrivano di carne, sangue o organi, ma succhiavano le anime direttamente dai cuori estratti.
I due re, promettendo loro costanti creature da uccidere, sapevano di essere al sicuro e che sarebbero stati protetti da costoro, anche soprannominati "angeli della morte" sia per il metodo di uccisione simile a queste ultime creature sia perché portavano a morte certa. Erano realmente precari di vista, i loro piccoli occhi di colore rosso sangue non permettevano di vedere nitidamente e si affidavano esclusivamente all'olfatto e all'udito.

Trovarono una miniera abbandonata tra le montagne da chissà quanti decenni e, procedendo all'interno di essa, si imbatterono in un terreno roccioso abbastanza ampio da poter creare un regno con delle ramificazioni per potersi estendere. Ci vollero un paio di anni per costruire edifici, celle e gabbie, ma il loro reame fu fin troppo presto pronto.

Ogni giorno, al calare delle tenebre, iniziava l'inferno: villaggi saccheggiati e poi mandati a fuoco, famiglie e abitanti sterminati o rapiti. Tutto quell'orrore era causato dai regnanti del Sottomondo che costrinsero creature docili, leali e buone alla prigionia, alla povertà e alla schiavitù: i più piccoli, se non ben sani, venivano dati in pasto a quelle creature orribili che amavano in maniera particolare nutrirsene di fronte ai loro genitori.

Fate destinate al raccolto di minerali, unicorni costretti a rinunciare e donare ai regnanti il loro prezioso corno, gnomi e altre creature, senza particolari poteri, costretti ai lavori pesanti come lo scavo, streghe e maghi costretti a preparare distillati per la giovinezza eterna. Sapevano, però, che per realizzare questi ultimi avevano bisogno del sangue delle fate curatrici.

Quel nettare aveva un colore rosato ed era talmente prezioso che quelle piccole e dolci creature venivano protette costantemente da coloro che erano considerate le loro Madri. Mettere le mani su quel liquido era pressoché impossibile e, purtroppo o per fortuna, la regina diede presto alla luce dei bambini, ma la nascita del suo quartultimo figlio la condusse alla morte.

Tutti e quattro i figli avevano ereditato da quattro antenati degli elementi speciali da gestire e far fruttare: Barsabas, il primogenito, ereditò l'elemento del Fuoco, imponente e distruttivo esattamente come il suo animo crudele e vendicativo; Erastos, il secondogenito, ereditò l'elemento dell'Acqua, inquinata e stagnante, come il suo animo intriso dal Male; Hektor, il terzogenito, ereditò l'elemento del Vento, forte e imprevedibile come la sua mente contorta e malata; infine Achillios, il quartogenito, ereditò l'elemento della Terra, rigogliosa e carica di vita, esattamente come il suo animo buono e amorevole.

I fratelli sminuirono con cattiveria quest'ultimo elemento, mentre seguivano le orme del padre, schiavizzando creature innocenti e dando in pasto, senza pensarci due volte, ai ladri di anime i piccoli o coloro che per vecchiaia, malattia o altri problemi non erano più considerati idonei al lavoro.

La consapevolezza che degli innocenti fossero costretti a rimanere privi di cibo, di acqua e di riposo, fu troppo da sopportare per il giovane Achillios. Il pensiero che delle anime pure venissero utilizzate come macchine da portare all'esaurimento, lo faceva uscire di testa. Non capiva come degli esseri viventi potessero risultare così malvagi. Loro non erano cattivi, erano diabolici. Come poteva un essere vivente disprezzare anche solo i suoi simili? Non trovava una risposta in grado di fornire una spiegazione che potesse giustificare anche solo un minimo queste azioni, forse perché lui per primo non augurava il male neanche al suo peggior nemico.

Il primo varco che gli conferì una solida speranza di andarsene si aprì quando il padre morì di crepacuore, una morte inaspettata e che lasciò il regno del Sottomondo in mano ai fratelli maggiori di Achillios. Questi sapevano che se volevano rendere onore al padre e renderlo orgoglioso di loro, non dovevano far salire al trono il fratello minore che non adempiva ai doveri che gli erano stati assegnati. Andava contro i princìpi della famiglia reale, non aveva gli stessi valori che il padre aveva imposto continuamente ai figli e non poteva che andarne fiero.

Era solo un ragazzo, pressoché ventenne, con un sogno: scappare da quel posto carico di sofferenza per salire e raggiungere finalmente i raggi del sole, osservare quella grande, calda e luminosa stella come aveva sempre desiderato fare. Grazie alla morte del padre, questo piccolo grande sogno poteva finalmente essere realizzato: una notte liberò quante più creature possibili e decise di portarle con sé alla luce del sole. Quella stessa notte, Achillios strappò all'agonia quelle dolci vittime.

Il primo impatto che ebbe con la sua luminosità non fu esattamente come si aspettava, se credeva sarebbe stato un evento meraviglioso e indescrivibile che gli avrebbe portato sollievo e conforto, si sbagliava di grosso. I suoi occhi abituati all'oscurità vennero accecati da quella luce abbagliante e, per minuti interi, dovette rimanere con le palpebre strizzate, nel tentativo di recuperare la vista. I suoi occhi azzurri così fragili e sensibili, i suoi capelli biondo cenere sporchi di polvere e di terra e crespi, la sua pelle bianca come la neve così sensibile non potevano sopportare quei raggi così caldi e luminosi.

Fu costretto a camminare a piedi scalzi, senza quasi vedere nulla, alla ricerca di un riparo che donasse sollievo a quella silenziosa agonia. L'erba verde e morbida evitava che il ragazzo si ferisse con sassi appuntiti e, dopo minuti apparsi interminabili, trovò riparo sotto una pianta che nemmeno conosceva, una pianta dalle foglie grandi e verdi che forniva un rifugio più che efficiente.
Rimase all'ombra per decine e decine di minuti, si nutriva con i frutti buffi e, forse, velenosi che di tanto in tanto faceva cadere, ma non gli importava; valeva la pena sfidare la sorte. Tolse, quindi, la buccia ruvida e rossastra per gustarsi il frutto giallo, succoso e morbido che scoprì essere realmente buono.

Il canto melodioso di alcuni passerotti, che volavano da un albero all'altro, lo fece sorridere nonostante un senso di tristezza iniziò a farsi largo in lui. Vedere come gli esemplari adulti si prendevano cura dei loro pulcini gli riempì il cuore di immensa gioia e la sua mente iniziò a vagare in ricordi lontani, portando a galla avvenimenti che credeva, o si illudeva, di aver scordato. Prima che potessero rovinargli quel momento, chiuse gli occhi e si abbandonò, lentamente, tra le braccia di Morfeo.

Era nella sua camera da letto a giocare con dei legnetti, i fratelli maggiori erano andati a divertirsi nel regno e lo avevano lasciato solo, abbandonato alla noia.
Tutto sommato non poteva dire che ciò gli dispiacesse, non aveva un buon rapporto con loro e spesso tendevano a fargli degli scherzi come bruciargli qualche ciocca di capelli, bagnargli i vestiti o far cadere le sue torri composte dai legnetti con il vento.
Sin da piccoli avevano imparato a usare e controllare i loro elementi, tranne Achillios che, all'età di cinque anni, non era ancora in grado di farlo. Il suo elemento veniva e spariva a suo piacimento, come se stesse controllando il bambino. Quando toccava della terra fertile, una piccola piantina compariva e dava inizio a una nuova vita.
Era orgoglioso di ciò che riusciva a fare, stava bene quando vedeva le piante e gli animali felici. Riusciva persino a comunicare con loro!
Alzò il visino, dall'espressione ingenua, quando sentì la porta spalancarsi e vide i fratelli entrare nella stanza.
«Sì?» la voce fin troppo acuta per un bambino fece digrignare i denti al maggiore, Barsabas.
Fu proprio lui a colpirlo sulla guancia paffuta, morbida e rosea con la mano cicciottella, producendo un sonoro schiocco. Gli occhi azzurri di Achillios si riempirono presto di tante e piccole lacrime salate che tratteneva a fatica, non volendo dargli la soddisfazione di vederlo piangere.
«P-perché? C-cosa t-ti ho f-fatto?» balbettò con voce bassa, tirando di tanto in tanto su con il naso per impedire al muco di sporcargli il prolabio.
«Che cos'hai fatto?! Sei la vergogna della nostra famiglia, mamma è morta per colpa tua!» sputò Hektor con pura cattiveria, non distogliendo neppure per un secondo lo sguardo da lui.
«No! Non è stata colpa mia, bugiardo!» urlò iniziando a singhiozzare, abbandonandosi a quel malessere fisico e mentale che lo portò a chiudersi a riccio.
La guancia bruciava tremendamente, la sentiva pizzicare con forza, come se potesse strapparsi da un momento all'altro. Il muco raggiunse le labbra tremanti e umide, sporcandole e invadendogli la bocca.
«Se io sono un bugiardo, tu sei uno scherzo della natura. Ma ti sei visto? Non sei nemmeno in grado di usare il tuo elemento e fai spuntare stupidi fiorellini. Sei una femminuccia!»
A quelle parole uscì di corsa dalla stanza. Le lacrime non arrestavano il loro percorso frenetico, anzi, sembrava stessero aumentando man mano che i secondi passavano e cadevano a tempo del suo piccolo cuoricino che galoppava nel petto, saltando alcuni battiti come un cavallo imbizzarrito che partecipava a una corsa a ostacoli. Si chiedeva cosa ci fosse di sbagliato in lui, davvero il Bene era il Male e il Male era il Bene? Davvero stava scegliendo la strada sbagliata? Perché non riusciva ad alzare un dito contro gli altri esseri viventi? Perché amava vedere come i fiori e le piante prendevano vita grazie a lui? Perché si sentiva felice e stava bene? Lui doveva seguire le orme dei genitori e dei fratelli maggiori, perché era l' eccezione ?
Scese con velocità le scale di cemento saltando alcuni gradini e, quasi giunto alla fine, un piedino si mise per metà sul bordo di un gradino e lo slancio del corpo lo portò a cadere in avanti. L'impatto con i restanti gradini e il pavimento non fu affatto delicato; innumerevoli dolori iniziarono a tormentarlo e a renderlo pazzo, non riusciva a concentrarsi su nessuno di essi. Non poteva fare altro che rimanere steso a terra a gemere e a piangere, non riusciva nemmeno a muoversi. Vide suo padre avvicinarsi con sguardo malevolo e sentì un qualcosa entrargli in bocca.

Strizzò le palpebre ancora chiuse e mosse velocemente la bocca, alzandosi di scatto e tossendo, togliendo poi la foglia verde che gli era caduta dentro durante il sonno. Un rivolo di bava colava dall'angolo destro delle labbra schiuse e lo sguardo confuso osservava quella foglia come se fosse un alieno.

Quando si fu ripreso da quell'incubo, decise che era giunto il momento di incamminarsi, di scappare per non farsi trovare dai fratelli furenti che lo avrebbero sicuramente condannato a morte per quell'inaccettabile tradimento.

Finalmente gli occhi si abituarono alla luce e poté godere di quel calore tanto bramato, il sole era luminoso, molto più bello di quanto aveva sempre immaginato. Rassicurato dai suoi raggi che risultavano come una dolce carezza, attraversò l'immensa prateria, fino a giungere su una spiaggia.

Per lui era tutto nuovo, non aveva mai visto il mare, la sua acqua cristallina, pura e salata che ospitava innumerevoli vite. Non aveva mai visto neanche il cielo e nemmeno i fiori, tutto ciò era uno scenario meraviglioso: i colori, i profumi, il cinguettio degli uccellini, il vento che accarezzava gentilmente la sua pelle, scompigliandogli i capelli secchi e il calore di quella stella così luminosa lo fecero sentire come un bambino, si sentiva emozionato, felice, rilassato, tutte emozioni e sensazioni che mai aveva provato e che lo fecero lacrimare.

Sarà stato il suo pianto di gioia, oppure la fortuna, che fece comparire dagli alberi una strega piuttosto affascinante e giovane come lui che indossava una tunica nera, ma non aveva un cappello a punta, difatti i capelli neri come la pece erano liberi, trasportati dal vento. Questa figura si avvicinò ad Achillios e con voce morbida, soave e quasi dolce si rivolse a lui.

«Buon uomo, la vedo spaesato, posso esserle utile in qualche modo?» chiese con aria premurosa, mentre gli occhietti vispi e scuri guizzavano sul corpo del ragazzo dall'aspetto trasandato.

Quella domanda prese alla sprovvista il giovane che per qualche attimo dovette boccheggiare, pensando a una risposta.

«Salve, Signorina», salutò cordialmente la giovane strega con un cenno della testa, abbozzando un sorriso gentile. «In verità sì, avrei bisogno di aiuto. Vede, voglio attraversare il mare, voglio iniziare a vivere per davvero, voglio scappare da questa realtà che non mi appartiene. Voglio arrivare in una radura rigogliosa e piena di vita, un luogo di calma e pace ma i miei fratelli mi staranno di certo seguendo, accompagnati dai ladri di anime che avranno avvertito il mio odore», spiegò con gentilezza, guardandosi intorno.

«Capisco, buon uomo. Prima di intraprendere questo viaggio venga con me, le offrirò un pasto caldo e potrà lavarsi e cambiarsi le vesti», lo invitò la giovane facendo un mezzo inchino in segno di rispetto e si incamminò nel bosco fitto, conscia del fatto che il ragazzo la stava seguendo e, in fondo, non aveva molta scelta, attraversare il mare senza una scialuppa era un suicidio e inoltre aveva fame e si sentiva sudicio come non mai.

Seguì la ragazza fino a raggiungere una collina presente in una radura e la strega, con un incantesimo appena sussurrato, riuscì a rendere quella collina una graziosa baita fatta di legno. L'interno era ben arredato, della paglia raccolta e legata fungeva da posti a sedere e c'era anche un lungo tavolo di legno rovinato.

«Vada pure a farsi un bagno caldo, al suo ritorno troverà la tavola imbandita. Posso solo sapere il suo nome?» chiese la padrona di casa, dopo aver fatto un piccolo cenno con la mano affusolata, in direzione della porta che dava su un'altra stanza.

«Achillios, Signorina. Sono uno, mio malgrado, dei quattro re del regno del Sottomondo ma non ho mai desiderato ciò, quello che accade nel buio è tremendo e inconcepibile», sospirò tristemente, abbassando lo sguardo chiaro sui propri piedi nudi, ormai divenuti neri per lo sporco.

«Non deve temere, con il mio aiuto non la troveranno tanto facilmente. Mi chiamo Penelope, comunque. Ora prego, vada a rilassarsi e per qualsiasi cosa non esiti a chiamarmi», sorrise cordiale dopo aver capito quanto fosse buono, si poteva leggere nel suo sguardo innocente.

Non si aspettava questo trattamento da una persona sconosciuta, non gli era mai stato riservato alcun rispetto o gentilezza. Nonostante fosse sempre stato buono con tutti, sembrava che il suo comportamento fosse sbagliato, sembrava quasi che dovesse essere obbligatoriamente cattivo, che dovesse scegliere il Male al Bene.

Si infilò nella piccola porta di legno e si ritrovò in una stanza dove c'era un letto composto solo da paglia e un telo bianco. Sopra esso vide che c'erano dei vestiti di un'ottima e pregiata seta che solo in pochi potevano effettivamente permettersi. Voltando la testa alla propria sinistra, vide che c'era una vasca composta da pietre, perfettamente incastonate tra loro, e piena di acqua calda.
Non resistendo, chiuse la porta, lanciò in aria i vestiti e si immerse quasi completamente, lasciando fuori solo il naso per respirare. Era una sensazione paradisiaca, mai si era sentito così bene. Il calore dell'acqua stava sciogliendo i muscoli tesi, sentiva la fatica scemare portandolo a rilassarsi completamente.

Si lavò con cura utilizzando ogni singolo prodotto che trovò e, in un baleno, fu avvolto dal telo che aveva utilizzato per asciugarsi e che aveva trovato sul bordo della vasca. Indossò quei vestiti morbidi e profumati che erano su misura e gli stavano perfettamente, dopodiché tornò dalla ragazza e subito avvertì un odore che gli fece brontolare la pancia.

Quando la ragazza gli fece cenno di sedersi e consumare il pasto, non se lo fece affatto ripetere due volte, immediatamente si sedette e divorò con poca eleganza il cibo, come se non mangiasse da giorni. Ci mise relativamente poco a finire ogni portata e solo alla fine la ragazza gli diede un sacchetto di stoffa rosso e un biglietto.
Purtroppo per Achillios era giunto il momento di ripartire, quindi salutò Penelope con un baciamano galante e con un inchino in segno di rispetto e ringraziamento. Il ragazzo uscì dalla baita diretto al mare e, mentre camminava, aprì il biglietto:

"Caro Achillios,
animi puri come il tuo sono pressoché introvabili, ragione per cui ho accettato di aiutarti.
Nel sacchetto troverai delle pastiglie che dovrai ingoiare con un po' d'acqua, esse copriranno il tuo odore anche se il tuo essere umano non ne ha uno forte. Hanno una durata di ventiquattro ore, ti daranno il tempo necessario per fuggire e realizzare il tuo sogno. Non guardarti indietro, non titubare, vai sempre dritto per la tua strada. Questo non è un "addio" e nemmeno un "arrivederci", è un "a presto", sii felice e non lasciare mai a nessuno il permesso di ostacolare la tua felicità.
A presto,
Penelope."

Achillios prese una di quelle pastiglie e una piccola ampolla piena d'acqua, prima di ingurgitare senza indugiare, si fidava ciecamente. Dopo aver assunto quella pastiglia "magica", non si sentì diverso, come se avesse assunto una caramella insapore.
Con la speranza che ciò avrebbe funzionato, tornò in riva al mare dove trovò una nave piccola ma spaziosa e vuota, come se lo stesse aspettando. Appena salito, la nave iniziò a navigare, attraversando il mare leggermente mosso e schiumeggiante.

Passarono giorni ma finalmente raggiunse la terra ferma. La sabbia era splendida, l'erba era meravigliosa e, una volta sceso, corse a perdifiato verso i boschi, attraversandoli fino a raggiungere una pianura completamente baciata dai raggi solari; una pianura rigogliosa delimitata da una catena montuosa a nordovest, da un bosco a est e da un fiumiciattolo dall'acqua cristallina a sud, un luogo perfetto in cui abitare.

Armatosi di coraggio, determinazione e, soprattutto, amore verso il prossimo, iniziò a costruire varie capanne con foglie, rami e fango, ma non solo per sé, per tutti quelli che avevano bisogno di una sistemazione.
Presto il suo gesto di bontà e amore diede i suoi frutti, e sempre più creature iniziarono ad aiutarlo, fino a creare un vero e proprio villaggio costituito da case, scuole e persino dai servizi di emergenza.

Il paese fu circondato da possenti mura e nel 1995 venne battezzata Dóxa, che significa "diceria", forse per le storielle che le creature amavano raccontare la sera dinanzi al fuoco e fu proprio in una di quelle sere che si innalzò il passato del giovane regnante, facendo trasparire la gloria, l'onore appartenente ad Achillios che, oltre al nome, scelse anche il simbolo: un cavallo bianco. Uno spirito libero, che ama le avventure, il cui carattere è espansivo, le sue vedute sono ampie e affronta la realtà con grinta, coraggio e determinazione, esattamente come il re.

   
 
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