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Autore: SJValse    09/11/2021    1 recensioni
Jane è una ragazzina che ne ha viste tante per la sua età.
Per troppo tempo ha nascosto il suo vissuto, frutto di un dolore interiore in costante crescita.
« se mi avessero detto che quel lontano 23 febbraio 2015 sarebbe stato l'ultimo giorno di vita di due componenti fondamentali della mia famiglia, probabilmente ci sarebbero state tante cose che avrei fatto o detto loro.
Nonostante siano passati anni da quel giorno io ci penso ancora.
Ogni notte è come se vivessi lo stesso giorno.
Non importa quello che faccia o dica.
Il giorno finisce sempre allo stesso modo »
Dietro di lei un passato che avrebbe tanto voluto dimenticare, ma si sa che, prima o poi, il passato ritorna e, allora, bisogna saperci fare i conti.
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IL PLAGIO È PUNIBILE PENALMENTE.
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Genere: Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Capitolo I: Ab initio

Ab
initio è una locuzione latina che significa letteralmente

"Dal principio"

 

🔻🔻🔻

 

La vita può riservarci qualunque cosa, bella o brutta che sia, 

può toglierci la vita in un attimo senza nemmeno che tu te ne accorga, 

e può portarti via le persone che ami così all'improvviso come uno schiocco di dita.

 

Faccio sempre lo stesso sogno.
Ogni notte rivedo quella scena impressa nella mia mente da anni. 

 

Ero in macchina con mamma e Gabriele, il mio fratellino, le strade erano buie, non si vedeva nulla.

Stavamo dialogando tranquillamente, come farebbe ogni persona.

 

Di certo non avrei mai immaginato che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrei visto il viso paffutello di Gabriele e sentito la risata di mamma.

 

Stava guidando un po' più veloce del solito perché era tardi.

C'era un incrocio davanti a noi, mamma lo prese senza guardare bene la strada.

 

Accadde tutto in un attimo.

 

D'improvviso vidi delle luci che mi abbagliarono gli occhi, poco dopo una botta fortissima.

 

Mi ritrovai sbalzata fuori dalla macchina.

La testa pulsava, faceva molto male. 
 

Mi passai una mano dove sentivo dolore, vidi del sangue sulla punta delle dita.

 

Non ebbi il tempo di riflettere molto perché sentii un grido.

 

Era mamma che stava stringendo fra le braccia il corpicino di Gabriele.

Lei lo chiamava, gridava il suo nome, ma lui stava lì, inerte tra le sue braccia. 

 

Non ricordo molto di quella notte, ma sinceramente è meglio non ricordare.

 

Se mi avessero detto che quel lontano 23 febbraio sarebbe stato l'ultimo giorno di vita di due componenti fondamentali della mia famiglia, probabilmente ci sarebbero state tante cose che avrei fatto o detto loro.

 

Nonostante siano passati anni da quel giorno io ci penso ancora.

 

Ogni notte è come se vivessi lo stesso giorno.

 

Non importa quello che faccia o dica.

Il giorno finisce sempre allo stesso modo.

 

 

La ragazza si svegliò di soprassalto col fiatone, qualche lacrima a rigarle il volto.

Fece un respiro profondo, strofinandosi il sottile pigiama azzurro sugli occhi castani.

 

Guardò fuori dalla finestra della piccola camera dalle pareti color panna. Dietro alla tenda si scorgeva nel cielo un colore rossiccio. Era l'alba. 

 

La luce filtrava nell'ambiente illuminandolo. La sua camera era di proporzioni ridotte ma adatta a lei: era di forma rettangolare, davanti alla porta, attaccato alla parete, stava un letto singolo al cui fianco c'era un piccolo mobiletto di legno a cassetti, sopra non c'era nient'altro che una foto raffigurante due bambini che si stringevano sorridenti in un abbraccio. Sull'altra parete c'era un grosso armadio bianco che rifletteva la luce della finestra vicina e, proprio sotto di essa, c'era una scrivania piena di libri e fogli sparsi. Davanti una sedia con sopra un mucchio di vestiti stropicciati.

 

Si alzò lentamente dal letto annaspando alla ricerca dell'interruttore.

 

Urtò con i piedi scalzi qualche paia di scarpe sparse nella stanza.

«Ahi, cazzo!» 

Imprecò, quando con il mignolo andò a colpire proprio il comodino. 

 

- Almeno l'interruttore l'aveva trovato. -

 

L'intensità della luce era troppo accecante per i suoi occhi ancora addormentati. Si portò una mano davanti al volto, a coprire le sue iridi caramellate.

 

Strusciò i piedi fino alla porta che aprì con forza, diretta al bagno.

Una volta dentro si guardò allo specchio.

 

- Aveva un aspetto orribile. -

 

Gli occhi erano arrossati e gonfi, probabilmente a causa delle lacrime che qualche minuto prima si era asciugata dal volto. 

L'aria stanca.

 

Aprì il rubinetto e si lavó la faccia con l'acqua gelida. Sfregò con forza il sapone sul viso, tentando di lavare via anche gli incubi di quella notte.

 

Si sistemò alla svelta i capelli castani, che di stare composti proprio non ne volevano sapere.

 

Gettò un'altra occhiata fugace allo specchio. 

 

- Decisamente meglio di prima.

Suo padre non si sarebbe accorto di nulla. -

 

Avrebbe simulato una notte tranquilla, priva di incubi o di veglia forzata.

Avrebbe finto che andava tutto bene, come sempre.

 

Non poteva fare impensierire suo padre, lui di cose a cui pensare ne aveva fin troppe. 

 

Figuriamoci se ci si fosse messa pure lei con i suoi problemi.

 

«Buongiorno, papà» Salutó l'uomo, una volta scesa al piano di sotto.

Lui stava seduto, una gamba accavallata sull'altra, il giornale in mano.

 

Lui era colui che aveva sofferto più di tutti.

Forse perché aveva perso il suo universo.

 

Sua moglie era come il sole per lui e Jane e Gabriele erano i pianeti che ruotano attorno al sole. Gli altri membri della loro famiglia e amici erano asteroidi e comete che fluttuano intorno ai pianeti che ruotano intorno al sole. 

 

Per John doveva essere stata dura accettare di aver perso la donna che amava e uno dei suoi due figli. 

 

Tutte le notti piangeva, e lei lo sapeva bene.

 

Lo sentiva sempre. 

 

Lui credeva che lei dormisse, ma non era così.

 

Nemmeno lei riusciva a prendere sonno la notte.

A volte avrebbe voluto andare in camera sua e abbracciarlo.

 

Dirgli che gli voleva bene.

 

E che lei ci sarebbe stata.

 

Ma attraversando il corridoio si soffermava troppo con la mano sollevata sopra la maniglia della porta della sua camera, poi esitava: non riusciva ad andare avanti, non riusciva ad aprire quella porta.

 

Si sentiva male per questo, ma il fatto era che era dura anche per lei.

 

Non aveva ancora accettato il tutto, nonostante fossero passati anni.

 

E come avrebbe potuto in fondo? 

 

Anche lei aveva perso tanto quella notte.

 

A volte si chiedeva come mai lei fosse sopravvissuta e loro no.

Si chiedeva se fosse la punizione di una qualche entità divina che, seduta comoda da qualche parte lassù, si divertiva a vederla tormentarsi di colpe che non aveva.

 

Incapace di confortare il padre, se ne tornava nella sua stanza, rinchiudendosi nel solito incubo.

 

Troppe volte aveva sperato fosse solo un incubo.

 

Angosciante, oppressivo, doloroso.

 

Ma un qualcosa da cui avrebbe potuto risvegliarsi.

 

Qualcosa a cui avrebbe potuto mettere fine.

 

Aprire gli occhi, scendere le scale e trovare la sua mamma lì, sul divano.

 

Una tazza di tè in una mano, un libro aperto nell'altra.

 

Ma non sarebbe mai potuto succedere.

 

Secondo gli psicologi esistono cinque fasi del lutto:

 

Fase 1: fase del rifiuto e negazione.

Quando affrontiamo la perdita di una persona cara l'organismo cerca di difenderci da tale sofferenza, negandola.

 

Le prime settimane non era mai riuscita ad ammettere a se stessa che non li avrebbe mai più rivisti. 

 

Non era mai riuscita ad ammettere che fossero andati via per sempre.

 

Che fossero morti.

 

Fase 2: fase della rabbia.

Quando cominci a renderti conto di ciò che è accaduto, inizi a provare rabbia, a chiederti cosa hai fatto per meritare tanta sofferenza, a sentirti arrabbiato con chi ti ha ferito e con la vita stessa.

 

Lei, in primis, aveva odiato sua madre.

 

Diamine se l'aveva odiata.

 

Doveva prestare più attenzione alla strada. 

 

Doveva guidare più piano.

 

Doveva... Ma in fondo sarebbe potuto succedere a chiunque.

 

Poi aveva odiato se stessa, per aver anche solo pensato di odiare sua madre.

 

E, infine, aveva odiato quell'alcolizzato del cazzo che, non solo si era messo alla guida in stato di ebrezza, ma non aveva neanche rispettato lo stop, conducendo, inevitabilmente, la sua auto contro la loro, svoltato l'incrocio.

 

Fase 3: stadio di patteggiamento o contrattazione.

La nostra mente per tornare a sopravvivere, in questo momento di grande dolore, inizia a patteggiare. 

 

Cerchiamo di riprendere il controllo della nostra vita buttandoci su altro, su nuovi progetti e nuove amicizie.

 

Ma la perdita non è ancora stata rielaborata e il dolore può tornare da un momento all'altro. 

 

Se lo ricordava bene quel periodo lei. Passava le giornate fra i libri o usciva con i suoi amici. Cercava di occupare il tempo, da non avere nemmeno un secondo libero per pensare. E quando, inesorabilmente, si ritrovava a ricordare ciò che la affliggeva tanto, correva.

 

Correva veloce. Lontano. Lontano da lì, dov'era cominciato tutto. 

 

Si fermava solo al sentire del cuore martellarle nel petto. Pulsava talmente tanto forte, che, a volte, si chiedeva se sarebbe mai potuto esplodere.

 

Fase 4: fase della depressione.

L'alternarsi di momenti di dolore e tentativi di reagire ci porta a cadere in un continuo stato di tristezza. 

 

In questa fase iniziamo a prendere atto di ciò che abbiamo perso. Il dolore fa ancora tanto male, è vivo, forte e presente. 

 

Lei neanche sapeva che cosa fosse la depressione. 

 

Dio, suonava così brutto alle sue orecchie.

 

Non si considerava certo depressa, no, era solo...

 

Triste.

 

A volte entrava nella camera del fratello, sperando di vederlo sul letto a giocare a Pokémon, oppure a costruire castelli di Lego.

 

Ma la camera era vuota, come sempre.

 

Fase 5: fase dell'accettazione.

Il tempo cambia le cose, ci permette di completare il processo di elaborazione. L'ultima fase consiste nell'accettare la perdita. 

 

Vuol dire andare avanti nonostante la sofferenza, dando un senso a quella perdita, continuando ad alternare momenti di felicità o momenti di tristezza, ma in modo sempre più tenue ogni giorno che passa. 

 

Lei quella fase non l'aveva ancora superata. Non aveva accettato proprio un bel niente.

 

Non accettava quel vuoto insopportabile. Non accettava la loro assenza. 

 

Non accettava l'ingiustizia della vita. Non accettava il fatto che qualcuno avesse potuto toglierle qualcosa di così importante. 

 

E la rabbia tornava, prepotente.

 

Gabriele era decisamente troppo giovane per morire. Avrebbe avuto ancora tutta la vita davanti.

 

Era solo un bambino.

 

Avrebbe dovuto crescere, essere felice. 

 

Avrebbe dovuto diventare il dottore degli animali, nemmeno sapeva che quella professione aveva un nome specifico: veterinario.

 

Era il suo sogno. E gli era stato portato via.

 

Nemmeno sua madre sarebbe dovuta morire. Certo che no.

 

Sarebbe dovuta rimanere lì con lei, al suo fianco.

 

Avrebbe dovuto insegnarle a fare tutte quelle cose che odiava, tipo cucire qualche vestito strappato.

 

Avrebbe dovuto portarla a vedere il tramonto al mare. 

Glielo aveva promesso.

 

Ma non l'avrebbe mai fatto.

 

La sera, quando si infilava sotto alle coperte, lo aspettava ancora, il bacio della buonanotte.

 

Guardava la porta con insistenza, aspettando l'abbassarsi della maniglia, il fascio di luce del corridoio irrompere prepotentemente nella sua stanza. La testa chiara della mamma fare capolino dalla porta.

 

Ma quando, passati minuti interminabili, di lei non c'era ancora traccia, si voltava dall'altra parte, delusa.

 

Se di giorno riusciva a non pensare alla sua mamma, alla sera non riusciva a sfuggire a quel dolore.

 

È la notte che ti frega. 

Troppo silenzio, e i pensieri si sentono di più. 

Non sei sola, ti fanno compagnia i ricordi.

Silenzio, pensieri e ricordi. 

E non dormi più. 

(Federica Maneli)

 

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