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Autore: pandafiore    23/11/2021    1 recensioni
{Everlark} {AU!} [COMPLETA!]
Come vivrebbero Katniss e Peeta la situazione che stiamo vivendo noi – la quarantena, il virus e tutto ciò che ne consegue?
Spero di avervi incuriosito,
buona lettura e... #stayathome!
[Completa anche dell'epilogo].
Genere: Introspettivo, Romantico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Katniss Everdeen, Peeta Mellark
Note: AU, Lime, OOC | Avvertimenti: nessuno
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PARTE II


Quando scendo dalla moto di Gale, realizzo che la vodka sta cominciando a fare il suo effetto, perché inciampo goffamente tra i miei stessi piedi, rischiando di rovinare in malo modo sul marciapiede; fortuna che Gale mi afferra prontamente, ma con altrettanta rapidità mi chiede, maliziosamente, se sono ubriaca. Gli spiego che non ho bevuto poi molto, ma ho bevuto a canna e, lui lo sa, questo mi distrugge sempre. Sorride, mi dice che sono sempre la solita e, in realtà, ne sembra sollevato; io, invece, sono sollevata del fatto che non mi abbia portata in stazione, sicuramente ancora bazzicata dalle persone che frequentavo una volta, durante il mio periodo buio. Proprio per questo – per questa nuova Katniss che ancora una volta riscopro in me – mentre valico la soglia di casa sua trovo gusto a contrattare: «No, non è vero. Non sono sempre la solita, anzi, sono proprio cambiata… non mi conosci più.»
«D'accordo, come preferisci. Ma cambiata o no, alla fine torni sempre da me.» Mi irrigidisco sulla porta, ma non solo per le sue parole. Sulla poltrona appena dentro, infatti, c'è un uomo anziano che fissa la televisione; soltanto la luce dello schermo azzurrino che ha di fronte illumina la stanza e il suo volto rugoso, impassibile.
«Tranquilla,» mi avverte Gale «è mio nonno ed è sordo. Vive perché abbiamo finito i soldi per la casa di riposo. Se non gli passi davanti non ti vede, è troppo preso dal leggere i sottotitoli dei programmi in tv. Stai attenta e nemmeno saprà che sei qui.» Faccio il giro largo, come mi istruisce lui, per poi seguirlo verso il lungo corridoio che conduce alle camere, una via che ho percorso anche troppe volte in passato.
«Dai, non fare la timida. Che hai, ci stai ripensando?» Esclama, mentre si accomoda tranquillamente sul suo letto. Io non l'ho chiamato per questo scopo, ma dovevo aspettarmelo in effetti. «Catnip...» batte lascivo le dita sul materasso, mentre io scruto il casino che riempie questa stanza: è indescrivibile da quanto è osceno. Non capisco come abbia fatto a dimenticarlo, a rimuovere letteralmente l’odore di chiuso e di erba che aleggia qui dentro e che ora mi ritorna nelle narici con la stessa rapidità con cui i ricordi mi stanno tornando alla mente.
«Gale,» comincio, portandomi le mani fra i capelli. Non so da che parte cominciare il mio discorso. Valuto mosse e contromosse: potrebbe chiedermi perché non mi va di sfogarmi un po’ con lui ed io a quel punto dovrei ammettere ad alta voce che non riesco a smettere di pensare a Peeta e ai sensi di colpa che mi attanagliano lo stomaco da quando ho deciso di andarmene, anzi da quando ho praticamente rifiutato la festa che aveva organizzato solo per me. Posso davvero parlare di questo? Soprattutto, posso farlo con Gale?
«Ma che cosa ti sta passando per la testa ora?» Mi risveglia dalle mille congetture sulle possibili ramificazioni che il nostro discorso stava assumendo nella mia mente. «Stavo soltanto pensando di giocare un po' alla Play,» sorride, afferrando dal comodino un joystick. Cosa? «Oh, ma ti muovi? Ma che hai?»
Scrollo la testa e mi sdraio al suo fianco sul letto, impugnando quell'aggeggio che serve per giocare. Accende la televisione e in pochi secondi siamo catapultati in un mondo post-apocalittico in cui dobbiamo cercare di sopravvivere. Per un istante, con Gale, con le sue risate corpose e le sue gomitate per farmi sbagliare o perdere, sto davvero bene. Per qualche minuto, siamo di nuovo quei bambini innocenti e competitivi, dagli occhi tanto grigi e simili da sembrare fratelli; quei bambini che si sapevano divertire con le semplicità della vita, bastava essere assieme.
Poi, dopo tre o forse quattro partite, ci fermiamo, un po' esausti. Scopro che nell'angolo della camera c'è un piccolo frigo bar nel momento stesso in cui Gale, alzandosi tra vari cigolii ossei, mi offre una cola fresca prendendola proprio da lì. Perché sembra così mio amico, come un tempo? Alla fine, non l'ho trattato meglio di Peeta. E al tempo stesso, Gale non ha trattato bene me, in particolar modo mentre stavamo assieme, ma anche dopo.
«Perché siamo qui? Voglio dire, ci siamo lasciati, tu andavi con tutte le cheerleader della scuola mentre stavi con me,» sussurro, sdraiandomi a pancia in su e sprofondando tra i cuscini, senza guardarlo «mi hai fatto del male. Anche stasera, presentandoti alla festa. Eppure sono qui. Dovrei essere da Peeta, ma sono qui.»
«Già,» borbotta «beh, non lo so perché sei qui, in realtà. Io sono stato davvero uno stronzo. Però so che ti voglio, ti ho sempre voluta...» banalmente si porge verso di me ed io, altrettanto banalmente, mi lascio baciare, mi lascio irretire da un paio di paroline ben piazzate. Avevo dimenticato la sensazione di questa barba ispida e di questo fiato perennemente alcolico e annebbiato dal fumo.
Non parliamo, la sua mano scorre sul mio ventre, sulla mia anca, sulle maglie delle mie calze a rete.
«Gale,» lo chiamo, forse voglio che si fermi. Non riesco a smettere di pensare a Peeta, da solo, nella sua camera, per colpa mia. «Gale?» Ripeto, ma non mi risponde, continua a mordermi il collo. Gli afferro la mandibola e porto i suoi occhi nei miei: «Gale, fermati, cazzo.»
«Ma che hai?» Mi scosta i capelli dalla fronte, ma non con la stessa delicatezza con cui è solito farlo il biondo.
«Non mi va...»
«Dai...» mi soffoca con un bacio che non desidero, ma che cerco, piuttosto, di allontanare.
Tento di fermarlo, di nuovo, ma non me lo lascia fare e si sistema con forza tra le mie gambe, mentre mugugno tutta la mia contrarietà, afferrando anche un cuscino e cercando di sbatterglielo addosso. Mi sento strozzare e realizzo che Gale non è affatto cambiato: proprio come quando ci siamo lasciati, vuole costringermi a fare ciò che non desidero, qualsiasi cosa sia. Solo che ora è costretto ad usare la violenza, perché sono psicologicamente troppo forte e troppo poco malleabile.
«Gale, basta!» Strillo, spaventandolo.
«Ma che cazzo ti prende?» Finalmente si stacca e ricomincio a respirare. Mi alzo immediatamente, atterrando su qualche vestito o giocattolo, non lo so; mi abbasso subito la gonna e prendo la mia borsa, cominciando a scappare. Mi fa schifo tutto questo, come cazzo ho potuto chiamarlo? Come ho potuto abbandonare Peeta per questa merda? Anzi, mi chiedo come ho potuto abbandonare Peeta in generale.
«Mi hai fatto capire che ho fatto un'enorme stronzata,» urlo, dal corridoio.
«Ma di cosa stai parlando? Mollare quel...»
«Non lo nominare!» Mi volto e me lo ritrovo davanti, con le sue spalle enormi che però non mi fanno più nessun effetto, nemmeno timore. Gli punto un indice contro il petto ed abbasso la voce ad un sibilo: «Tu, Gale, mi hai rovinato la vita.»
«Stai scherzando, spero.»
«Dopo la morte di mio padre ero la persona più fragile su questo pianeta. Tu mi hai presa e mi hai fatto conoscere droghe e alcol soltanto per portarmi a letto... ero una ragazzina, cazzo! Credevo che mi amassi, ma non sapevo nemmeno che cosa fosse l'amore, prima di conoscere Peeta. E nemmeno tu sai che cosa sia, fidati, lo hai appena dimostrato.» Ho il cuore fuori dal petto. Ho sognato miliardi di volte di rinfacciargli in questo modo la traumatica cicatrice che mi ha causato, approfondendo ulteriormente quella già lasciata da mio padre: farlo concretamente, potergli finalmente sputare addosso le cose più vere e più cattive mi fa quasi mancare il fiato da quanto mi alleggerisce.
«Sei soltanto una bambina che crede ancora nelle favole,» mi ringhia in faccia «non sai che pure Mellark fa lo sdolcinato per i miei stessi scopi, siamo tutti fottuti esseri umani.»
«Non è vero,» sento la rabbia montarmi dentro, fino ad arrossarmi le guance «non è affatto vero. Sei così insensibile da non percepire nemmeno che non sono tutti di pietra come te. Qualcuno vuole bene in modo disinteressato, lo sai?» Lo realizzo nell’istante stesso in cui lo affermo.
«Stronzate.»
Sbuffo esausta e questa volta me ne vado davvero. Non gli chiedo di non farsi mai più rivedere, non lo prego di lasciarmi in pace, perché lo stuzzicherebbe soltanto nel senso opposto, come è evidentemente già successo. Guardo il telefono; sono le undici ed ho due chiamate perse di Peeta. Penso contemporaneamente due cose: la prima è che faccio ancora in tempo a prendere l'ultimo autobus, la seconda è che non importa quanto io abbia agito male: Peeta mi ha cercata, ancora una volta, nonostante tutto. È la conferma che mi convince definitivamente ad agire come avevo già pensato: voglio tornare a casa sua. Ho capito che ho qualcosa da dirgli.
Peeta mi apre la porta ancora tutto vestito, con anche le scarpe addosso, mentre me lo aspettavo in pigiama e pantofole.
«Stavo per venire a cercarti,» mormora, mentre mi abbraccia. «Ho sbagliato.»
«No,» lo contraddico «non darti sempre le colpe, perché io... io sono stata da Gale.»
«Cosa?» Si allontana d'istinto, gli leggo in faccia quanto lo stia ferendo. «Scherzi?»
«No. Però... però so che non ho mai fatto una cosa così stupida. Mi odio per questo e... e l'unica cosa che riesco a pensare è che... è che manca ancora un'ora alla fine del mio compleanno.» Non sono capace di concludere un enunciato senza infarcirlo di balbettii e indecisioni; non sono io quella brava a parlare, tra i due.
«E quindi?» Sbotta, urtato.
«E quindi ho tutto il tempo per dirti...» nel frattempo lo spingo verso l'interno, per poi chiudermi la porta alle spalle. Realizzo di essere troppo in imbarazzo per riuscire ad esprimere davvero quello che sento, per cui concludo la frase diversamente da come l'ho pensata: «grazie per la festa.»
Peeta mi chiede se sono diventata pazza. Io, intanto, mi rendo conto che purtroppo la vodka ha perso tutto il suo effetto stordente su di me. Noto il ventilatore acceso in soggiorno e mi ci vado a sedere di fronte, trascinando per mano il biondo.
«Giuro, non ti capisco più,» si strofina gli occhi, è stanco.
«Io ti amo,» mi esce così, senza preavviso, mentre mi fisso le cuticole mangiate e lascio che i capelli mi scendano sul volto in fiamme, sospinti vagamente dall’aria artificiale.
«Cosa?» Mi prende il mento piano, vuole vedermi, ma sono a disagio con queste emozioni.
«Hai capito,» miagolo. Ho realizzato tutto da Gale, non potevo più tacere. Peeta merita questo mio sentimento.
Lui ride. Ma ride di una risata grassa, vera, che mi spiazza: lo guardo, stupita, e mi sembra così felice che, sinceramente, non ci capisco più niente. Poi, mi bacia, ma sempre sorridendo.
«Ho capito bene?» Biascica contro la mia bocca. «Tu mi ami… vero o falso?»
Questa volta sorrido anch'io, perché comprendo perfettamente la sua incredulità. Così, mentre ripeto il gesto che adoro – quello di intrecciare le dita tra i suoi piccoli riccioli biondi –, annuisco e rispondo, sottovoce: «Vero».
Spero che in frigo ci sia ancora la torta ricoperta di panna, perché, per la prima volta, voglio davvero festeggiare.
 


______________
Buongiorno a tutti!
Siamo giunti all’epilogo degli epiloghi. In questa breve nota ci terrei a sottolineare in modo molto easy degli aspetti che ho voluto inserire nel testo e che magari enfatizzati emergono meglio e vengono compresi a fondo.
Il primo punto è più una considerazione, ovvero: l'idea che la storia si concluda così (con 
la “ripetizione” dello schema Tu mi ami vero o falso che io in primis ho snocciolato più volte in diverse ff) può, forse, sembrare banale ad alcuni. Eppure, sinceramente, ci tenevo a pubblicarla, perché in fondo la scrittura serve moltissimo come sfogo: i pensieri fluiscono sul foglio, mentre la mente, finalmente, non si concentra più su tutti i problemi che la vita ci pone davanti ogni giorno, ma si dedica ad altro, a sogni, immagini, concetti, che ci distraggono per un po’. Per cui il mio primo desiderio è la speranza di avervi offerto con queste righe qualche istante di relax. In più, ho creduto di essere riuscita a dare un pizzico di originalità al tutto con questa ambientazione nuova e con una caratterizzazione dei personagi anche un po' diversa dal solito, ecco. O almeno lo spero! ;) 
In secondo luogo, ci terrei a mostrare perché, secondo me, nonostante tutto, la storia nel suo complesso non sia poi così banale.
Innanzitutto, per esempio, volevo evidenziare il contrasto che in questo specifico capitolo emerge tra le grida, le numerose parolacce, le sfuriate che dominano nel racconto nel momento in cui Katniss si rapporta a Gale, così in contrasto con, invece, il senso di silenzio e quiete che impregna l’aria quando c’è Peeta (anche nei capitoli precedenti all'epilogo). L’ho fatto anche per dimostrare, enfatizzando, i loro caratteri così diversi: il primo è tumultuoso (gale in inglese significa tempesta, lol), e anche la descrizione della sua “cameretta” disordinata vuole dimostrarlo; il secondo è serafico, ma forse è proprioquello che ci vuole per un peperoncino un po’ ribelle e timidone come Kat.
Un altro aspetto interessante potrebbe, naturalmente, essere l’ambientazione nel 2021 epoca covid: il compleanno è appositamente ambientato d’estate perché alla fine, tutto sommato, quello è il periodo in cui le misure si sono un po’ allentate ed ho pensato che fosse più realistico, qualsiasi sia l’eventuale evoluzione della pandemia – ovviamente, speriamo bene!
Infine, secondo me era necessario un chiarimento finale di Katniss, dentro se stessa ma anche nei confronti di Gale: qui letteralmente si sfoga per tutto il male che le ha fatto.
Ecco, queste sono soltanto alcuni degli aspetti che ci tenevo un po’ a mettere in luce. Naturalmente se volete lasciare un vostro parere nei commenti, sappiate che è sempre letto con estrema gioia, qualunque esso sia: è meraviglioso sapere che qualcuno ha letto e deciso di dedicare qualche secondo del proprio tempo a buttare giù un paio di parole, positive o critiche che siano – tutto serve!
Vi ringrazio davvero molto per la partecipazione anche a questa storia, a questa appendice un po’ spin-off venuta in mente forse un po’ tardi ma forse anche no.
Infine, volevo dirvi che, se per caso vi andasse, ho pubblicato anche una storia nel fandom dedicato ad Elton John, un cantante e pianista a parer mio leggendario: la storia si chiama “Persuasione”, se vi va di leggerla e dirmi cosa ne pensate ne sarei lietissima. Anche perchè credo sia, se non la prima, una delle prime volte che pubblico in un fandom diverso da Hunger Games.
Vi ringrazio ancora e vi saluto augurandovi le migliori cose.
   
 
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