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Autore: h1lar0s    04/02/2022    1 recensioni
Quando la possibilità di comprendere noi stessi bussa alla nostra porta, abbiamo sempre paura ad aprire. E se il vero me stesso non mi piacesse? Se fosse deludente? Se quello che sono stato finora è una maschera decisamente migliore di ciò che potrei essere se davvero mi esprimessi?
“Urla di dolore, di tristezza, di rabbia. Urla di sgomento ed espressioni altrettanto stralunate che lo fissavano imperterrite nel buio di una notte tempestosa che gli scompigliava i capelli e gli impediva di muoversi con passi sincronizzati. Veniva schiacciato sotto il peso del proprio stesso corpo e, proprio come se stesse affondando nelle sabbie mobili, il principe dei saiyan finiva per soffocare, cercando di afferrare una mano che l’avrebbe aiutato a rialzarsi… ma quella mano non c’era. Nessuno era disposto ad aiutarlo, nessuno era disposto a salvarlo da quell’inferno personale che lo perseguitava fin dalla più tenera età. E così, i suoi polmoni si riempivano di fango, e la sua capacità di respirare cessava di esistere, fino a che di lui non rimaneva più niente, se non il risuonare di quelle urla che, sempre più insistenti, gli sfondavano con violenza i regali timpani.”
Genere: Introspettivo, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai | Personaggi: Bulma, Goku, Radish, Vegeta | Coppie: Crilin/Marion, Goku/Vegeta
Note: AU, Lime, What if? | Avvertimenti: nessuno
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Premessa: Ho cominciato a scrivere questa storia durante la prima quarantena, nel 2020, e dopo aver letto e riletto i capitoli scritti finora(perché non ho ancora finito di scriverla) ho deciso di creare un account e condividerla con voi. Negli ultimi tempi ho notato parecchie storie che sembravano interessanti e che trattavano della mia coppia preferita, ma ahimè nessuna di loro a parte poche elette è stata continuata, sembrano essere state tutte abbandonate! Quindi perché non condividere con i miei fellow Dragon Ball fans questa piccola perlina che spero apprezziate tanto quanto io sto apprezzando scriverla? 
La storia si svolge dopo la saga di Freezer, che è stato appena sconfitto da Goku su Namecc, e ruota soprattutto intorno al personaggio di Vegeta, al suo passato, al suo presente, e anche al suo futuro, perché no? Ovviamente anche gli altri personaggi avranno un ruolo cruciale, soprattutto il nostro amatissimo Goku, che con la sua personalità sbarazzina mi ispira sempre tanta tenerezza! Ma non voglio dilungarmi oltre, spero che questa storia vi piaccia! ^^ 

                                            *

                              Ossessione 

L’ossessione è in assoluto la sensazione più invasiva che qualcuno potrebbe mai provare. Ti porta a pensare al tuo obbiettivo in maniera morbosa, ti spinge ai mezzi più disparati da usare pur di arrivare alla meta che ti sei prefissato.

Gli avevano sempre ordinato di lavorare sodo per ciò in cui credeva, di impegnarsi a fondo, di fare tutto ciò che era in suo potere pur di essere il più forte, pur di essere il numero uno; e lui era stato il primo ad auto-imporsi quella superiorità che tanto ostentava.

Eppure, soltanto poche settimane prima, aveva assistito con i suoi stessi occhi alla propria, schiacciante e dolorosa disfatta… e non perché fosse stato torturato fino all’osso e poi infine ucciso dal mostro che odiava più di qualunque cosa in tutto quell’assurdo universo, no. Non perché avesse visto con i propri occhi neri come la pece l’altro mondo, seppur per pochi istanti, non perché avesse sperimentato le fiamme dell’Inferno sulla propria pelle segnata da ferite e cicatrici. 

Ma perché, nel momento in cui era misteriosamente tornato in vita, uscendo da quella tomba scavata alla bell’e meglio su un pianeta sconosciuto, aveva assistito alla propria disfatta, una disfatta fatta di un’aura dorata e immensamente potente, da quei capelli dello stesso colore di quest’ultima e dalla persona che lo aveva appena umiliato come nessuno mai aveva osato fare, quel nemico che aveva giurato di distruggere, ma che ora non riusciva neanche lontanamente ad avvicinare nonostante tutti i suoi sforzi: Kaharoth.

Quel decerebrato. Quell’inetto di terza classe. Quella nullità che si ostinava a volersi far chiamare guerriero. Quel sottoposto al quale lui sarebbe dovuto essere superiore in maniera così naturale da spaventarlo. Quello stesso misero saiyan cresciuto sulla Terra che ora quel principe nomade e solitario stava cercando ovunque, mettendo a ferro e fuoco la galassia.

La sua ossessione era proprio quella di scovarlo, di scovarlo e combatterlo, nonostante sapesse che contro il super saiyan della leggenda non avesse alcuna speranza, nonostante sapesse di essere in netto svantaggio-e questo, lo rendeva terribilmente nervoso ed arrabbiato con sé stesso-, ma voleva ugualmente battersi con lui, voleva ugualmente che quell’idiota gli mostrasse quell’assurda potenza, che gli mostrasse le capacità del super saiyan. Della leggenda divenuta realtà. Del guerriero che aveva distrutto Freezer.

Ed era per questo che, appurato che i terrestri che lo avevano accolto-dannazione, il principe dei saiyan che si faceva accogliere come un bimbetto sperduto qualunque- in quella stramba abitazione a forma di cupola possedessero delle navicelle davvero molto comode, con tanto di controllo gravitazionale utile agli allenamenti, ne aveva presa una e, sgattaiolando via come un ladruncolo, aveva lasciato quell’insulso pianeta, alla ricerca di colui che, stranamente, non era ancora tornato in quella che si ostinava tanto a chiamare casa.

E sarebbe davvero stato disposto a distruggere pianeti, ad uccidere innocenti, a disintegrare fino all’ultima forma di vita pur di trovarlo, pur di misurarsi nuovamente con lui. Se solo, proprio in quel momento, il monitor principale della navicella sulla quale stava viaggiando non l’avesse avvertito che il carburante stesse per terminare.

«Dannazione!» aveva imprecato il giovane principe fra i denti, sperando ci fosse nei dintorni un pianeta abbastanza fornito in cui poter atterrare, sgraffignare un po’ di carburante e ripartire evitando di spargere troppo sangue in giro. Ma, controllando il monitor, non aveva trovato nulla di lontanamente simile a ciò che cercava: l’unica sua ancora di salvezza, in quel punto sperduto dell’universo, era un piccolo puntino segnato sulla mappa, un puntino verde quasi insignificante ma che, se usato con il giusto spirito e con la giusta perseveranza-qualità che, ben inciso, non lo contraddistingueva affatto-, avrebbe potuto significare l’evitare di morire disperso nel cosmo, in assenza di provviste ed ossigeno e completamente a mani vuote. 

Yardrat. Così c’era scritto accanto al puntino che lo raffigurava: non vi era alcuna descrizione che lo potesse realmente aiutare, ma a quanto pareva, non sembrava essere abitato da forme di vita con un livello combattivo così elevato. Questo volgeva a suo favore, a conti fatti: non aveva alcuna intenzione né tantomeno voglia di perdere tempo con avversari che non rispondessero al nome di Kaharoth. L’unica cosa che Vegeta desiderava in quel momento era il modo di poter far ripartire al più presto quella creazione abominevole di quell’altrettanto abominevole donna terrestre.

Al pensiero di quell’oca, una sensazione strana aveva colpito il principe, esattamente al di sopra dello stomaco: sentiva il braccio sinistro bruciare dannatamente, e la testa diventare sempre più leggera, tutto il suo corpo sembrava scosso da tremendi formicolii e la sensazione di capogiro lo aveva colpito d’improvviso. Ansia. Ansia mista a rabbia. 

Ma non aveva tempo di dedicare i propri pensieri a quella scocciatrice fin troppo pretenziosa di attenzioni, in quel momento. Doveva concentrarsi e tentare il tutto per tutto per poter far atterrare quella stramaledetta navicella su quello stramaledetto pianeta.

E così, grugnendo sonoramente, si era buttato col fondoschiena sulla poltrona del guidatore, facendo ammenda a tutte le proprie conoscenze in campo meccanico per poter guidare quel mezzo intergalattico alla bell’e meglio, giusto per poter avere un atterraggio fortunato e il meno disastroso possibile.

E l’avrebbe fatto, se solo uno strano allarme non avesse iniziato a suonare imperterrito, al ritmo sinistro di una luce rossa che si accendeva e spegneva ad intermittenza.

Lo avrebbe fatto, se solo guardando al di fuori della grande vetrata, non avesse scorto un gruppo di grossi meteoriti avvicinarsi in maniera spaventosa ed imminente alla sua navicella, pronti a colpirla con la loro mole e a non lasciare più nulla di essa e di chi vi viaggiava all’interno, se non polvere che si sarebbe sparsa in giro per lo spazio.

«Maledizione!»

Ci mancava solo questa. Una pioggia di meteoriti stava per schiacciarlo molto più di quanto non avrebbe fatto quel mostro di Freezer, e in quel momento lui, l’unica cosa che avrebbe potuto fare, sarebbe stata tentare di pensare a mente lucida e trovare un modo per scampare a quella morte davvero troppo indegna: avrebbe di gran lunga preferito farsi di nuovo seppellire su Namecc, piuttosto che venire polverizzato da degli stupidi sassi.

Così il principe, sospirando rumorosamente, aveva afferrato quello che a tutti gli effetti era il volante di quella carretta infernale ed aveva tentato di virare il più che potesse, evitando all’ultimo un paio di meteore che altrimenti lo avrebbero di sicuro centrato. Ed aveva continuato in modo quasi imperterrito a zigzagare tra quegli ammassi di roccia sfreccianti, ad una velocità così elevata che ben presto avrebbe consumato tutto il pochissimo carburante rimastogli, fino a che non aveva abbassato la testa per un nano-secondo, controllando la spia della riserva, non sapendo che quel nano-secondo, con molta probabilità, gli era appena costato la vita.

Un meteorite delle dimensioni di un pianeta viaggiava ad alta velocità verso il suo mezzo di trasporto, ed il giovane saiyan sapeva già, dalla mole di quest’ultimo, che non sarebbe riuscito ad evitarlo. Non se il meteorite in questione non avesse avuto dei crateri, dei buchi in cui si sarebbe potuto infilare per attraversarlo da parte a parte.

«Calmati.» si era detto, quasi in preda al panico, tentando di guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa che gli sarebbe potuto essere utile. Maledetta donna terrestre: possibile che non avesse infilato dentro a quel trabiccolo qualcosa che servisse ad uscire in spazio aperto in caso d’emergenza? Una mascherina dell’ossigeno, una di quelle stupide tutine, qualsiasi dannata cosa! 

Si era alzato dalla propria postazione, appurando che rimaner seduto lì non avrebbe aiutato in alcun modo, ed aveva iniziato a frugare nei vari cassetti e nei vari contenitori, rovesciandoli a terra nel tentativo di affrettare la propria ricerca. Ma nulla di tutto quello che stava trovando-degli spazzolini, delle capsule vuote, dei kit di pronto soccorso- gli sarebbe servito ad evitare l’imminente tragedia. Possibile che sarebbe morto davvero lì? In mezzo al nulla? Dentro a una stupida navicella terrestre? Non lo avrebbe mai permesso. 

E poi, come se gli Dei avessero improvvisamente deciso di dargli l’ennesima possibilità di salvezza-la terza, in realtà, in quegli ultimi mesi-, l’aveva vista: all’interno di uno dei cassetti spalancati, vi era una scatola contenente delle capsule, con su scritto “kit d’emergenza” in quegli stupidi e assolutamente basilari caratteri terrestri. Non era stato affatto difficile imparare a leggere quella lingua, tanto che ormai il principe dei saiyan sarebbe stato capace di leggere saggi interi senza imbrogliarsi neanche una volta, e c’era da dire che, quanto a letteratura, quei dannati terrestri ci sapessero davvero fare; ma non era questo il momento di pensare a quanto quella razza fosse inetta e assolutamente arretrata confronto alla propria. Era il momento di agire, agire per salvarsi la pelle. 

E così, il giovane guerriero di alto rango aveva afferrato con ben poca grazia la scatolina metallica, aprendola e facendo esplodere ogni capsula che contenesse, fino a trovare quello di cui aveva realmente bisogno: una di quelle tutine assolutamente di dubbio gusto ma indispensabile per poter respirare nello spazio gli era appena apparsa davanti e sua maestà, nonostante si vergognasse di sé stesso nell’indossare certe… cose, dovette infilarsela di fretta e furia, con tanto di casco tondeggiante che, ahimè, pesava dannatamente sulla sua testa già abbastanza importante di per sé.

Quello strano abito inventato dai terrestri per poter avventurarsi nello spazio senza il cruccio della gravità o della mancanza di ossigeno era decisamente più pesante delle sue leggerissime e comode battle-suit, ma il principe non ci badò molto e anzi, pensò che fosse piuttosto naturale che fosse così, dato che da quel che aveva potuto apprendere, quella tuta serviva appositamente per poter camminare su pianeti in assenza di gravità, o comunque con gravità molto inferiore a quella della Terra-che comunque, per i suoi standard, era già abbastanza esigua. 

Senza pensarci due volte, Vegeta aveva aperto il portellone superiore della propria navicella, salendo in piedi proprio sopra di essa e ritrovandosi faccia a faccia con quella meteora di dimensioni gigantesche che, se avesse fatto collisione con un pianeta, molto probabilmente l’avrebbe distrutto senza lasciarne traccia. Ora capiva, il principe: ecco perché Freezer aveva inventato quella storia del meteorite… visti così da vicino erano piuttosto minacciosi, in effetti.

Mise le mani esattamente di fronte a sé e, caricando tutta la propria forza su di esse, lanciò un Galic Gun dritto contro il proprio improbabile avversario, creando un cratere proprio al centro di esso che gli avrebbe permesso di passarci attraverso grazie all’utilizzo del suo mezzo di trasporto; dopo aver fatto questo minimo, seppur piuttosto eccitante, sforzo, sua maestà balzò immediatamente dentro e, senza preoccuparsi di sfilarsi di dosso quel ridicolo completino bianco, si sedette nuovamente alla postazione del guidatore, virando verso il buco che aveva creato e precipitando a tutta velocità attraverso il meteorite, senza rendersi conto che, nel frattempo, il carburante a sua disposizione era appena finito e che, nel frattempo, stesse anche entrando a contatto con la cocente atmosfera del pianeta Yardrat, precipitando vertiginosamente verso il suolo senza alcuna via di scampo.

 

 

Aveva riaperto gli occhi dopo un lasso di tempo che gli sembrò interminabile, un lasso di tempo in cui pensava che fosse di nuovo morto, che si trovasse nuovamente nell’Aldilà, nel Regno degli Inferi. E invece no, perché non c’era traccia né di quei due strani esseri che ne erano a guardia né tantomeno delle anime dannate che aveva potuto scorgere per quei pochi istanti in cui aveva potuto assaggiare la morte in tutta la sua interezza.

Al posto delle anime, tuttavia, vi erano altri esseri a fissarlo incessantemente: esseri piuttosto buffi, in effetti, molto bassi e tondeggianti, con la pelle verde prato e delle labbra carnose di un verde leggermente più chiaro… gli yardiatriani, pensò subito il principe dei saiyan, tirandosi su quanto bastasse per potersi mettere a sedere.

Gli doleva terribilmente la schiena, punto del corpo che aveva probabilmente sbattuto in modo piuttosto violento nell’impatto, e la sua pelle era satura di escoriazioni, coprite però da un liquido bluastro che bruciava un minimo: probabilmente una sorta di disinfettante che quegli strambi alieni avevano usato per medicargli le ferite.

«Ti senti bene?» aveva chiesto il più anziano di loro, probabilmente un medico, da come si stava destreggiando a fasciargli un taglio parecchio profondo all’altezza della coscia.

Per un attimo, Vegeta aveva ben pensato di incenerire quel nanetto verde con un Final Flash ma poi, rendendosi conto che effettivamente avesse bisogno di riprendersi un minimo, annuì freddamente con il capo. Si chiedeva se quei tizi sapessero realmente con chi stessero avendo a che fare ma, a giudicare dalle loro espressioni fastidiosamente gentili, probabilmente no, non ne avevano idea.

Ma, proprio mentre stava per rimettersi prono su quel lettino di metallo dalla superficie fredda e liscia, qualcosa di assolutamente inaspettato balzò ad i suoi sensi, un’aura inconfondibile gli fece ribollire il sangue nelle vene e pulsare la grossa vena sulla sua fronte. Un senso di odio, di rabbia, di disonore-quest’ultimo verso sé stesso, più che altro- prese il controllo delle sensazioni del principe dei saiyan e, come se si fosse miracolosamente ripreso, balzò in piedi, incurante del fatto che fosse letteralmente in mutande di fronte a dei completi sconosciuti ed incurante anche del fatto che stesse per uscire da quella stanza in mutande, alla ricerca della conferma di ciò che aveva appena sentito. L’aura del super saiyan, l’aura di Kaharoth.

 

E la conferma ai propri dubbi non era tardata ad arrivare: il suo acerrimo nemico si trovava proprio lì, al di fuori di quel buffo edificio circolare, con addosso degli abiti assolutamente ridicoli, a guardarlo con quell’espressione da ebete che tanto gli faceva venire voglia di staccargli la testa dal collo. La sua ossessione era lì davanti ai suoi occhi e, come se si fosse appena risvegliato da uno stato comatoso, il principe dei saiyan gli si era buttato addosso con rabbia, con odio, incurante del dolore provocato dalle ustioni, ed incurante anche del fatto di essere quasi totalmente nudo di fronte al suo rivale, in effetti.

«TI DISTRUGGERÒ, KAHAROTH!» aveva urlato, sferrando un pugno all’altezza dello stomaco del proprio avversario che, colto alla sprovvista, si era piegato dal dolore e dalla sorpresa, sputando saliva e rivolgendogli uno sguardo di sfida. Sfida che sua maestà non tardò ad accettare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                

                                     

   
 
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