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Autore: Jeremymarsh    07/05/2022    3 recensioni
["Essere madre non era per nulla come lo aveva immaginato il giorno in cui Toga le aveva rivelato la sua scoperta né ciò che avevano sognato loro due, insieme. Eppure, per quanto fosse difficile e a volte anche solitario, lei non avrebbe rinunciato mai al suo piccolo Inuyasha e sperò che quel sorriso sulle sue labbra potesse durare per sempre."]
A volte gli odori riportano a galla memorie più o meno belle, così, in un tranquillo mattino, Inuyasha si ritrova a tornare ancora una volta bambino per ricordare attimi che rimarranno solo suoi e di sua madre.
Genere: Malinconico, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Inuyasha, izayoi, Kagome, Moroha | Coppie: Inuyasha/Kagome
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Il profumo dei ricordi


 
Qualcosa di amaro e familiare gli pizzicò le narici quella mattina non appena la sua coscienza si risvegliò. Con le palpebre ancora chiuse, disteso sul futon ormai vuoto a parte lui e delle lenzuola aggrovigliate, Inuyasha lasciò che i ricordi che quel particolare odore richiamava venissero a lui.

Colui che si alzò, infine, poco dopo, non era un mezzo demone di più di due secoli, ma un bambino di cinque anni che non stava facendo attenzione a dove metteva i piedi, troppo impegnato a strofinarsi i pugni chiusi contro gli occhi ancora pieni di sonno.

Percorse quei corridoi silenziosi che apparivano sempre inquietanti ogni volta che era da solo e finalmente raggiunse la mamma che, nonostante l’aspetto curato e i vestiti eleganti, era seduta davanti a un piccolo fuoco, mescolando qualcosa che vi era poggiato sopra.

Il piccolo hanyou arricciò il naso nel momento in cui i fumi provenienti da quel liquido lo raggiunsero e se lo coprì immediatamente con la manica della propria veste, incurante del moccio che vi avrebbe lasciato sopra.

“Mamma,” si lamentò con voce abbastanza petulante nonostante fosse smorzata dal tessuto rosso. “Cos’è questa puzza? Perché non eri con me quando mi sono svegliato?”

Inuyasha era un bambino che, in apparenza, voleva apparire forte e autoritario, soprattutto in presenza di altri; cercava di erigersi a difensore e protettore della mamma e, questo, con molta probabilità, era dovuto al suo essere cresciuto senza una figura paterna. Tuttavia, dentro di sé e dietro quel broncio che sarebbe dovuto apparire offensivo e spaventoso ma in realtà era molto tenero, nascondeva un forte attaccamento alla madre. In breve, era un cocco di mamma, e come tale voleva essere trattato ogni volta che si trovavano da soli – cioè quasi sempre. Izayoi aveva ormai rinunciato a insegnargli l’etichetta, preferendo che si sentisse libero e felice quando poteva e non volendolo costringere a seguire la stessa educazione rigida che le era stata imposta quando aveva avuto la stessa età.

La vita sarebbe già stata troppo difficile per lui, non c’era bisogno di complicargliela.

Nel sentirlo, rise e voltandosi verso di lui, gli regalò un sorriso. “Hai avuto paura a svegliarti da solo?”

Inuyasha si immobilizzò a sentire quelle parole, ma in fretta recuperò la sua posa preferita mentre la raggiungeva: braccia incrociate e labbro inferiore sporgente. “Io non ho mai paura! Ma tu non puoi andare in giro da sola. E se ci fosse qualche cattivo?”

La principessa ridacchiò. “Il mio valoroso principe lo avrebbe subito sentito e sconfitto, venendo in mio aiuto.” Il piccolo mezzo demone annuì, finalmente contento di quella storia e poi si sporse verso il focolaio per ritirarsi subito e coprirsi di nuovo il naso. “È una buona cosa che sei incuriosito da ciò che sto facendo, Inuyasha,” riprese lei, maneggiando ciò che sembrava del fegato essiccato prima di gettarlo sul fuoco insieme ad altre erbe, “perché è la tua medicina.”

Il piccolo la guardò sorpreso. “No, no e no. Io quella roba puzzolente non la bevo!” Girò il viso di scatto, chiuse gli occhi e premette insieme le labbra, come se avesse paura che la madre potesse farglielo bere con la forza.

“Vorrà dire che quel brutto raffreddore che colpisce tutti i demoni non ti passerà mai,” commentò Izayoi, fingendosi rassegnata. “E io che contavo su di te per sconfiggere eventuali cattivi o mostri nelle vicinanze.”

Le orecchie bianche e pelose del bambino si mossero sul suo capo mentre una palpebra tornava ad aprirsi e la guardava con la coda dell’occhio; Izayoi lo prese come un buon segno e continuò. “Dove potrò trovare ora un altro bel mezzo demone che possa aiutarmi?”

“Mamma!” esclamò Inuyasha che era tornato a fissarla apertamente. “Quante volte devo dirti che io non sono bello; io sono forte!”

“Hai ragione, piccolo mio. Ma così raffreddato non lo sei poi così tanto, no? Dobbiamo rimediare.”

Lui abbassò il capo e si fissò i piedi nudi, muovendo freneticamente le dita i cui artigli, che la madre aveva tagliato solo la sera prima, stavano già ricrescendo. Le sue spalle si alzarono ed abbassarono velocemente.

“E se la mamma un giorno si ammalasse tu vorresti che lei prendesse la sua medicina per stare bene, vero?”

Inuyasha annuì mantenendo ancora il viso calato.

Izayoi allungò il braccio e con due dita rialzò il mento del figlio che ora aveva qualche lacrima non versata negli occhi; gliele asciugò con un fazzoletto prima che potessero bagnargli le guance. Poi lo spinse verso di sé e lo fece sedere tra le sue gambe facendo in modo che ci fosse ancora un po’ di distanza tra il braciere e il bambino. Con una mano gli cinse la piccola vita e con l’altra continuò ad armeggiare con gli ingredienti. Così il processo era più lento, ma lei lo preferiva.

“Allora capisci perché la mamma vuole che tu prenda la medicina speciale?” Inuyasha annuì ancora. “Bene, allora se la berrai, ti prometto una cosa. Ti insegnerò a farla così, ogni volta che una persona a te cara o un tuo amico starà male, tu potrai aiutarlo a stare meglio. Che ne dici?”

Inuyasha finalmente alzò il volto per incontrare lo sguardo scuro e caldo della madre. “Tu sei mia amica, mamma. Ma io non voglio farla perché non voglio che tu stai male.” A quelle parole, fu Izayoi a dover trattenere le lacrime davanti all’ennesima evidenza della solitaria vita del figlio e all’incapacità di fornirgli un futuro migliore. Ma aveva ormai imparato ad impedire che le inumidissero gli occhi perché l’olfatto di un demone era capace di odorarle ancor prima che cadessero e non voleva preoccupare il figlio – non fin quando ne sarebbe stata capace.

La principessa annuì e poi posò un bacio sulla testolina del figlio, piena di capelli bianco-argenteo, prima di tornare alla preparazione della medicina.

Essere madre non era per nulla come lo aveva immaginato il giorno in cui Toga le aveva rivelato la sua scoperta né ciò che avevano sognato loro due, insieme. Eppure, per quanto fosse difficile e a volte anche solitario, lei non avrebbe rinunciato mai al suo piccolo Inuyasha e sperò che quel sorriso sulle sue labbra potesse durare per sempre.

 
***

 
Inuyasha – quello più grande – si alzò a sedere di scatto, aprendo gli occhi, quando il ricordo piacevole cominciò ad assumere toni più amari quanto quell’odore che ora si era diffuso per tutta la capanna. Avrebbe voluto ricordare solo il sorriso della mamma che a volte, a causa degli anni, le sembrava più sbiadito o quel suo sguardo innamorato che riservava solo a lui. Ma era sempre troppo bello per essere vero e presto si ritrovò a pensare a quando – poco dopo aver imparato – si era ritrovato a preparare la medicina per lei, inutilmente, perché il male che l’affliggeva non aveva cura.

Ogni volta che la ricordava, tentava di tornare solo a momenti felici, ma quei pensieri più oscuri si insinuavano puntualmente nella sua mente, tentando di contaminare l’unica cosa buona della sua infanzia. E allora, in quei casi, preferiva non pensarci proprio.

Giunto nella stanza principale, quella adibita a cucina a causa del grande braciere al centro, trovò lì accanto, intenta a mescolare la fonte di quel ricordo, un’altra donna dai lunghi capelli neri. E vicino a lei una bambina dalla chioma leggermente più chiara, ma sempre scura, che senza saperlo stava replicando i suoi stessi gesti quando la portentosa bevanda gli era stata presentata la prima volta.

“Bleah! Mamma, cos’è questa roba?” esclamò Moroha, cinque anni e già la copia del padre.

Kagome scosse la testa mentre rideva sotto i baffi, continuando a mischiare gli ingredienti. Poi alzò il capo, notando Inuyasha finalmente in piedi, e gli lanciò un’occhiata ricca di finta disapprovazione come a dire “è tutta colpa tua”. Lui scrollò le spalle e poi andò a sedersi accanto alla figlia, prendendola in braccio e arricciando il naso a causa dell’odore ora molto più forte.

“Cosa combina la mamma, Moroha?” le chiese solleticandole la pancia e costringendola a ridere e lasciar andare le manine che coprivano il volto. “Non sarai mica malata, vero?” aggiunse poi, preoccupato, odorandola in cerca di qualcosa che non andasse.

“È per te,” lo informò Kagome senza preamboli. “Non credere che non mi sia accorta di quel raffreddore quando sei tornato ieri notte dall’esorcismo con Miroku.”

“Ma io non mi ammalo mai!” esclamò lui a bocca aperta. “E quella roba non la bevo!”

“Ah, no?” la sacerdotessa arcuò un sopracciglio. “Moroha, tu cosa ne pensi di papà che non vuole bere la sua medicina? Ti farebbe piacere se rimanesse così malato?”

“C-cosa?” esclamò la piccola, prima di rivolgere i suoi occhi scuri – uguali a quelli della madre – verso il padre. E lui non era mai riuscito a resistere a nessuna delle due. Il mezzo demone deglutì mentre osservava il labbro della figlia sporgere e poi cominciare a tremare. “Ma la mamma e la nonna Kaede dicono sempre che fa male e... e... se non si guarisce poi-” Tirò su con il naso e non riuscì a completare la frase mentre Inuyasha era già in panico, pensando a mille modi diversi con cui risolvere la cosa.

“Ma no, Moroha. È ovvio che se si è malati bisogna bere la medicina!” farfugliò agitando la mano che non era attualmente impegnata a stringere la figlia a sé. “Naturalmente berrò la mia. Vedi?” le mostrò il bicchiere che Kagome gli aveva subito porto, conoscendo già il risultato di quella conversazione. “Ora lo mando giù tutto in un sorso.” Ingoiò tutto senza un lamento, facendo una smorfia orrenda che tentò poi di coprire con un sorriso che in realtà aveva peggiorato il tutto e si maledisse per non essersi coperto almeno il naso mentre la beveva.

Quell’intruglio faceva ancora più schifo di quel ricordava; era più divertente quando a berlo erano gli altri. E Kagome doveva pensarla allo stesso modo, visto che stava ridacchiando apertamente.

Ignorando per un attimo la moglie, tornò a rivolgersi alla figlia. “Ecco qua! Sono rinato; non sento più nulla,” le disse.

“Davvero?!” esclamò contenta Moroha alzandosi in piedi e tirando il padre per un braccio. “Allora puoi venire a giocare con me e le gemelle; sarai il nostro prigioniero di guerra,” lo informò entusiasta.

Inuyasha avrebbe voluto apparire dispiaciuto per quest’ultimo sviluppo, ma in realtà non lo era affatto: qualsiasi occasione era buona per trascorrere del tempo con la figlia. E intanto, ricordava bene quando a tirare la mano e guidare era stato lui, qualche spanna in meno, e a seguirlo era stata sua madre.

Dopo tutto, si disse, non era difficile eliminare quei pensieri bui dalla mente ogni volta che ripensava lei. Forse era proprio il caso di tornare a far visita alla sua tomba in quei giorni.

Dietro di loro, invece, sorridente, Kagome osservava tutto e pensava che gli strumenti di una mamma erano sempre infallibili, non importa quanti anni il bambino da accudire avesse.



 
N/A: Mi sono resa conto di non aver mai scritto di Izayoi nel canon, sebbene mi piacerebbe un giorno riuscire a mettere giù qualcosa su di lei e il marito. L'altra sera mi è arrivata d'improvviso l'ispirazione e ho voluto approfittarne. Il momento sembrava perfetto per la festa della mamma di domani, quindi eccoci qui. 
Spero vi sia piaciuto, com'è piaciuto a me scriverlo. E se vi va, fatemelo sapere nei commenti; sono sempre felice di leggervi. 

Un abbraccio e buon weekend! 💖

 
   
 
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