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Autore: Tenar80    20/05/2022    1 recensioni
In un mondo steampunk gli angeli hanno dichiarato guerra all'umanità. Solo un manipolo di soldati, con tute ricavate dai corpi dei nemici uccisi, riesce a opporsi a loro. Anche sotto il cielo ostile, però, nulla è come sembra, al punto che solo dietro una maschera è possibile essere se stessi. Lo sa bene Ardal, schiavo fuggiasco, che con la sua nuova identità di giornalista, cerca la verità sugli angeli.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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– Perché c’è così tanta acqua a Pencors?

    – I nostri antenati, tanto tempo fa, avevano molti nemici. Uomini crudeli e impuri selvaggi, oltre agli angeli che li bersagliavano dal cielo. Questa zona era una palude impenetrabile, dove solo chi sapeva dove passare non veniva inghiottito dalle sabbie mobile o divorato dai serpenti. C’era tuttavia un’isola rocciosa nel mezzo, che restava sempre asciutta. Lì i nostri antenati costruirono la propria roccaforte, dove ora c’è il nostro palazzo. Le acque intorno sono state canalizzate per poter costruire la città e impedire che allaghino tutto alla prima pioggia.

    Victoria sorrise.

    C’erano stati ricevimenti formali a Palazzo Imperiale, cene e consegne di onorificenze che non aveva potuto disertare. In ogni occasione l’imperatore Leopold era apparso incolore, magro, miope, annoiato. Esprimeva raramente le proprie opinioni e, quando lo faceva, erano la riproposizione dei più ovvi luoghi comuni conservatori. La colpa di qualsiasi cosa di spiacevole accedesse a Fortanéa era dei giovani, degli impuri o delle donne. Adesso, invece, lo scopriva un padre loquace, paziente nel rispondere alle curiosità infantili del figlio.

    E di pazienza ne serviva molta. La parata durava circa cinque ore. Ne erano trascorse tre. 

    Tutte le altre volte che vi aveva partecipato, Victoria aveva tenuto il collegamento della tuta staccato, la sua presenza era stata puramente estetica. Le azioni nella dimensione angelica erano veloci. In un quarto d’ora una battaglia si vinceva o si perdeva. Tre ore erano un tempo lunghissimo in cui stare connessa con la tuta. Il mal di testa era già oltre il livello di guardia. Victoria sperava che non le causasse nausea. Vomitare a metà parata sul retro dell’auto imperiale non era esattamente quello che ci si aspettava da lei. E poi c’era l’immobilità. Ferma in piedi con le ali distese dietro alle maestà imperiali, con i seni fasciati più stretti del solito per non far intuire il suo sesso e vestita solo della tuta, che proteggeva da molti pericoli, ma non dal freddo di quella giornata di inizio inverno.

    Le bastava concentrarsi appena per essere consapevole degli altri.

    Leonard e Miles erano appena dietro di lei. Ciascuno era in piedi su un calesse trainato da due meravigliosi cavalli bianchi. L’impressione che dovevano dare era di essere loro la scorta dell’imperatore e non le guardie a cavallo in uniforme porpora e nero che li precedevano. In entrambi Victoria percepiva la stessa stanchezza, la rigidità per l’immobilità e la tensione. Gli altri, al Quartier Generale, sembravano altrettanto vicini, ad appena un pensiero di distanza. Erano in quattro con già le tute indossate e su tutti spiccava l’impazienza di Jude. La sua idea era stata quella di sorvolare la parata per scoprire dall’alto i possibili attentatori. Dopo un certo numero di discussioni aveva convenuto che un uomo volante era molto più facile da notare per un cecchino nella folla di quanto fosse vero il contrario. Tuttavia rimpiangeva ancora che la sua proposta non fosse stata accettata. Gli avrebbe dato qualcosa da fare. Jude abborriva l’immobilità. Havock Morozov era il suo esatto contrario. Era dai tempi dell’addestramento che Victoria non lo percepiva più tramite la connessione. Gli pareva ancora la stessa granitica isola di calma a cui potersi aggrappare. Dava l’impressione che non si fosse nulla in nessuna delle infinite dimensioni possibili potesse davvero stupirlo.

 

    Ci sono angeli vicini alla zona di transito dimensionale.

    Avvisò Morozov.

    Entrano ed escono dalla zona captata dai nostri sensori.

 

    Se ritieni che rappresentino un pericolo mandiamo la squadra di Jude.

 

    La maggior parte delle volte non si arrivava neppure a uno scontro. Per qualche motivo gruppi di angeli si avvicinavano alla zona del loro pianeta, la parte più esterna del globo gassoso, da cui era più facile effettuare il balzo. Loro vi si recavano e questi rientravano nelle parti più profonde e inesplorate del loro mondo.

 

    No. Rimaniamo concentrati sulla parata. Non è il momento migliore perché la gente di Pencors veda il proprio imperatore, o il simbolo della propria sicurezza, morire sotto i loro occhi.

 

    No. Non lo era.

    Avevano imboccato il ponte sul Prifnant. 

    Subito al termine del ponte c’era una piazza. Ora era stato lasciato solo il passaggio per la parata e ai lati si accalcava la gente. Appena oltre c’era quell’orrore dell’arco di trionfo in ferro, con sulla cima il  monumento alla Vittoria. E c’erano Leonard, Mile, Jude, Morzov e gli altri.

    Victoria chiuse gli occhi. 

    I sensi amplificati dalla tuta e dal sangue d’angelo erano una benedizione in azione, sopratutto nel pianeta gassoso dei loro nemici, buio, dove si fluttuava privi di concetto di alto e di basso, combattendo quasi in silenzio. Lì, con le acclamazioni delle folla e i pensieri dei compagni d’arme che le rimbombavano nella mente erano troppo. Non doveva lasciarsi disorientare. Doveva escludere tutto ciò che non era necessario. Cercare le dissonanze.

    Riaprì gli occhi.

    Se c’era un attentatore e se l’attentatore davvero avesse sparato, allora aveva bisogno di una linea di tiro. In prima fina tra la folla o in posizione sopraelevata.

    Perché quella tensione, quella sensazione di attacco imminente?

    Dopo l’arco di trionfo avrebbero dovuto percorrere la via che si inerpicava verso il palazzo imperiale. Era larga, ma ai lati vi erano, sopratutto nel tratto iniziale, alti palazzi sul cui retro di dipanava un groviglio di stradine. 

    Là era più facile, forse, fuggire, qua prendere la mira e sparare.

    

    Attenta!

 

    L’avviso le rimbombò nella mente con un’impellenza tale da non farle chiedere chi lo avesse inviato.    

    Un lampo di luce riflessa intravisto appena, sulla cima dell’arco di trionfo.

    – Giù! – gridò.

    Si buttò in avanti, spingendo con le mani sulle schiene dell’imperatore e del principe Mikhail.

    Impreparati com’erano, caddero quasi faccia in avanti, urtando il conducente, mentre Victoria allargava le ali sopra di loro.

    Appena due dita sopra la sua testa, sibilò un proiettile, che andò a colpire il retro della vettura.

    Victoria fece appena in tempo a rialzare lo sguardo, quando un secondo proiettile fendette l’aria, seguito da un grido di dolore che le riverberò nella mente, oltre che nelle orecchie.

    Si girò, incredula.

    Appena l’aveva vista agire, Miles si era alzato in volo per raggiungere l’auto imperiale. Si era riparato con un’ala, ma il proiettile aveva trapassato le piume, per andare a conficcarsi sulla sua spalla. Adesso il soldato dalla capigliatura color del sangue si stringeva la spalla ferita, semi inginocchiato sul ponte.

    I proiettili in grado di perforare le tute esistevano davvero.

    E loro erano allo scoperto al centro del ponte.

    – State giù! – gridò senza troppa gentilezza alle loro maestà imperiali, premendo le regali teste verso il basso.

    Intorno a loro e un frastuono confuso di urla, ordini abbaiati dei soldati e nitriti dei cavalli.

    Un terzo proiettile le passò così vicino alla testa da portarsi via alcuni dei suoi capelli.

    Prima di essere raggiunto dalle forze dell’ordine, un cecchino appostato sull’arco di trionfo aveva tutto l’agio di sforacchiarli per bene.

    

    Leonard! Prendi il principe, è un mucchietto d’ossa. Portalo in volo sotto il ponte!

 

    Leonard era più muscoloso di lei e, con le ali più piccole, riusciva a manovrare bene anche in un volo radente. 

    Sempre che fosse riuscito ad avvicinarsi.

    Con i sensi acuiti dalla connessione con la tuta, intuì l’avvicinarsi di un proiettile.

    D’istinto, senza il tempo per escogitare qualcosa di meglio, si portò le ali a protezione del capo.

    Il proiettile fu deviato verso l’alto, ma si portò con sé due piume. Lasciò in cambio la strana sensazione di bruciore fantasma, il dolore a un arto che in realtà non apparteneva al proprio corpo, che accompagnava i danni alla tuta. Non era un vero problema. Le grandi ali si rigeneravano velocemente. Era il fatto stesso di poter essere ferita da un banale proiettile a essere sconvolgente.

    Riuscì a incuneare l’imperatore nello spazio tra il suo sedile e quello dell’autista, che giaceva riverso sul volante. Non era neppure riuscita a prestare attenzione alla sua morte. Mikhail si era raggomitolato su se stesso, tremava, scosso da singhiozzi senza parole. Se le sue ali avessero fornito l’abituale protezione, avrebbe potuto contrattaccare.

    Sbirciò la situazione tra le piume delle sue ali.

    Il cavalli che trainavano il calesse di Leonard erano entrambi a terra. Lui era illeso, dietro i cadaveri degli animali, in attesa di un momento per raggiungerli.

    I militari della scorta erano a diversi livelli di confusione. Anche volendo fare qualcosa, erano troppo lontani per opporsi a dei cecchini dotati, con ogni probabilità, di fucili con mirini di precisione.

    Lei aveva due armi con sé, integrate nella tuta, ma nessuna era progettata per colpire a grande distanza nell’atmosfera terrestre. Sicuramente l’autista era armato, ma dalla posizione in cui era non riusciva neanche a vedere dove fosse finita la sua pistola A Leonard, tuttavia, serviva un poco di copertura.

    Si sporse appena.

    Era in grado di emettere sottili raggi plasma, potenzialmente letali entro una decina di metri. Oltre, il gas ionizzato finiva per disperdersi nell’atmosfera terrestre, cosa che evitava che distruggessero la città ad ogni combattimento nei cieli sopra Pencors. I cecchini, però, probabilmente non lo sapevano.

    Unì le dita nel gesto di attivazione e un fulmine di quasi quindici metri fuoriuscì dalla sua mano.

    Leonard atterrò accanto al portellone della vettura.

    – Principe Mikhail, da questa parte, vi porterò al sicuro.

    Il bambino, però, continuava a tremare, immobile, incuneato sotto il sedile.

    Victoria sparò un secondo raggio.

    Al terzo i cecchini si sarebbero resi conto che erano del tutto innocui.

    I soldati della scorta stavano iniziando a organizzarsi, mettendosi al riparo.

    La folla nella pizza si stava muovendo. Era solo il panico o stavano arrivando rinforzi?

    Quell’istante di esitazione le fece intuire in ritardo l’arrivo di un proiettile.

    – Andate! – gridò

    Si protesse di nuovo con le ali.

    Questa volta, però, il proiettile spezzò un’altra piuma, che saltò via con un rumore secco e arrivò a sfiorarle l’incavo tra la spalla e il collo.

    – Sarà un’avvenuta, Mikhail! – stava dicendo intanto l’imperatore, che era riuscito a caricare il figlio tra le braccia protese di Leonard.

    Stai attento!

    Gli trasmise, mentre si sporgeva per sparare un ultimo fulmine di plasma.

 

    Togliti di lì! 

    L’ordine mentale del generale Morozov le rimbombò nella testa.

    Collegato al pannello tattico, non poteva vedere cosa stesse accadendo su quel ponte, ma percepiva le sue emozioni.

    Victoria trattenne il respiro.

    Leonard aveva preso il volo con il principe tra le braccia. Non era un grosso peso per lui. Si muoveva veloce, per quanto esposto era un bersaglio meno facile di quanto fosse stato a terra.

    Le guardie stavano tutte sparando verso i cecchini, per quanto inutili fossero le loro armi da quella distanza. Stavano cercando di raggiungere l’auto imperiale per estrarre l’imperatore e fargli scudo.

    In volo anche lei sarebbe stata un bersaglio meno facile. Con due colpi d’ala e una picchiata avrebbe potuto portarsi sotto l’arcata del ponte, al sicuro.

    L’imperatore Leopold alzò lo sguardo verso di lei. Aveva gli occhiali storti e un graffio sulla guancia che doveva essersi procurato nel tentativo di mettersi al riparo.

    – Non lasciatemi… – sussurrò.

   
 
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