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Autore: AndyWin24    22/09/2023    7 recensioni
Racconto ispirato alle leggende arturiane. Re Artù, ormai estenuato dalle molteplici battaglie, decide di fronteggiare Mordred e il suo esercito a Camlann. Merlino, tuttavia, non convinto del piano, si prepara ad affrontare il peggio. Quando tutto sembrerà ormai perduto, il mago farà la sua ultima mossa.
(Questa storia è candidata agli Oscar della Penna 2024 indetti sul forum "Ferisce la penna")
Genere: Drammatico, Fantasy, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Drago, Freya, I Cavalieri della Tavola Rotonda, Merlino, Principe Artù
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Nessuna stagione
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L’inizio della leggenda
 
   Le due grandi porte della sala del trono si aprirono di colpo, permettendo il passaggio di un uomo dalle lunghe vesti color zaffiro. Poi, così come si erano spalancate, si richiusero, sospinte dalle due guardie poste al di fuori della stanza.
   «Desideravate vedermi, sire?» chiese Merlino, avvicinandosi lentamente all’uomo seduto sul lussuoso scranno.
   L’anziano mago lo fissò negli occhi per un interminabile momento, osservando, suo malgrado, tutto il malessere che traspariva dalle sue iridi azzurre.
   «Sì.» rispose Artù, mesto. «Volevo informarti che ho preso una decisione: domani partiremo per il confine.»
   Merlino sussultò nell’apprendere quella notizia, ma se ne pentì subito. Le sue ossa risentirono, e non poco, del movimento improvviso.
   «Non mi sembra affatto una buona idea. Posso chiedervi di riconsiderarla?»
   «Non sprecare fiato.» ribatté Artù, secco. «Ormai sono convinto sul da farsi e niente mi farà cambiare opinione.»
   A quel punto, il re si alzò dal trono e si avvicinò alla finestra alla sua sinistra, osservando l’orizzonte. Merlino gli andò di fianco.
   «Attaccare il nemico a viso aperto è estremamente rischioso, ma voi questo lo sapete meglio di me. Quindi, perché vi ostinate a continuare con una tale follia?»
   «Questa guerra sta mettendo il regno in ginocchio.» rispose Artù, corrucciando la fronte. «Mordred e i suoi uomini stanno razziando le nostre terre in maniera bieca e disonorevole. È mio dovere porre fine a tutta questa sofferenza. Perciò, se lui è troppo codardo per affrontarci a viso aperto, saremo noi a fare la prima mossa.»
   «Capisco.» convenne Merlino, lisciandosi la lunga barba bianca. Comprendeva molto bene le ragioni dell’altro, ma aveva comunque paura delle conseguenze a cui avrebbero potuto portare. «Fin dove dovremo spingerci per affrontare Mordred e Morgana? Fin dove dovremo arrivare?»
   Artù stavolta si voltò e ricambiò lo sguardo del mago.
   «Fino a Camlann.» disse a mezza voce. «È un passo stretto tra le montagne. Se li blocchiamo lì prima che lo oltrepassino, eviteremo un assedio.»
   In quell’istante, a Merlino venne un brivido lungo la schiena. “Camlann”. Il nome non gli piacque affatto.
   «Morgana e Mordred devono essere fermati, ma non a costo della vostra vita, sire.» disse con agitazione. «Perché non restate qui, al sicuro, per una volta? Ormai avete una certa età, non siete più giovane come un tempo; e poi sono certo che i vostri cavalieri sapranno…»
   «Non se ne parla!» sbottò d’un tratto il sovrano. «Non sono mai scappato davanti ad una battaglia e non comincerò di certo adesso! Quello che invece voglio sapere è se tu, Merlino, deciderai di aiutarmi. Potrò contare sul tuo appoggio?»
   L’anziano mago annuì in fretta, in parte convinto, in parte preoccupato dall’umore dell’altro.
   «Bene. Ti ringrazio.» disse Artù, sospirando.
   Merlino continuò a scrutarlo, come a voler scorgere in lui qualcosa che non aveva ancora compreso.
   «Cos’altro c’è, Artù?» domandò in tono serio. «Cosa vi affligge con così tanto ardore? Perché non credo che mi abbiate convocato qui soltanto per riferirmi i vostri piani.»
   Il re distolse lo sguardo e si mise a camminare per la stanza, fissando intensamente il suolo sotto i suoi piedi. Passò quasi un minuto prima che riaprisse di nuovo bocca.
   «Cos’ho sbagliato?» chiese, fermandosi di colpo.
   «A cosa vi riferite?»
   «A questa situazione. Che errore ho commesso di tanto grave da portare a tutto questo?»
   «Nessuno. Voi siete un buon re, non dubitatene.»
   Artù lo fissò con gli occhi spalancati, prima di colpire con un calcio il seggio reale.
   «Eppure deve essercene uno!» urlò, furibondo. «Morgana! Mordred! Lancillotto! … Ginevra… Non possono avermi tradito tutti senza che io abbia sbagliato qualcosa!»
   «Mi dispiace, ma non è colpa vostra.» disse Merlino con fermezza, tentando di farlo ragionare. «Ognuno di loro ha fatto la propria scelta. Potete rammaricarvi di come è andata, ma non dovete biasimare tutto quello che avete fatto. Senza di voi, oggi Camelot non sarebbe quello che è, un regno fiorente e giusto. Tenetelo bene a mente, sire.»
   A quelle parole, Artù sembrò iniziare a calmarsi. Poi, si appoggiò con la schiena contro il muro per riprendere fiato.
   «Molti anni fa, quando io ero solo un giovane fanciullo, mio padre mi affidò a te per apprendere gli insegnamenti necessari per diventare re, un giorno. Da allora, diventasti il mio mentore; da allora, provai un enorme rispetto per te e per le tue parole.»
   «Lo ricordo bene quel tempo, seppur lontano.» replicò Merlino con un velo di nostalgia nella voce.
   «E ricordi anche quando mi dicesti che ero destinato a diventare il più grande re che Camelot avesse mai avuto? Che avrei portato la pace su queste terre? Che avrei fatto sorgere il regno di “Albion”? Te lo ricordi?»
   «Certamente. E così è stato. La profezia si è avverata.»
   Artù annuì, sorridendo con sarcasmo.
   «Avrò anche compiuto la profezia, ma ho perso tutto lungo la strada.» disse, con voce spezzata. «Ho dato tutto a questo regno, ma ogni cosa ha avuto un prezzo: ho cresciuto e addestrato Mordred come se fosse stato un figlio, e lui mi ha tradito alleandosi con Morgana; ho perso Ginevra, l’amore della mia vita, perché avevo più a cuore il destino di Camelot che il suo. Non la biasimo per quello che ha fatto. Non lei, almeno.»
   Merlino provò a replicare, ma non seppe cosa dire. Artù era re ormai da decenni. Aveva creato un regno forte e sicuro, nonostante le avversità. Ma quello che aveva detto era vero. Aveva perso molto per realizzarlo.
   «Avete l’incondizionato rispetto del popolo, senza contare il mio e quello dei vostri cavalieri.»
   «Ho l’approvazione del popolo, questo è vero, ma non giurerei sulla lealtà dei miei cavalieri. Già una volta alcuni di loro mi hanno abbandonato, alleandosi con Lancillotto subito dopo il suo tradimento. In realtà, ora come ora, ripongo la mia fiducia solo in te Merlino. Gli altri o mi hanno voltato le spalle oppure sono morti.»
   Il vecchio mago annuì, scoraggiato. Era orgoglioso di sentirsi dire che era degno di fiducia, ma quel discorso non lo aveva affatto rallegrato.
   «Siete ancora rammaricato per la morte di sir Galvano, dico bene?»
   Artù non rispose subito e si girò di spalle, ancora più scuro in volto.
   «L’ho sognato l’altra notte.» disse, in tono criptico.
   «Ah, capisco.» replicò Merlino, incerto. «E quel sogno vi ha lasciato turbato?»
   «Non è questo il punto. Il fatto è che non… mi è sembrato soltanto un sogno…»
   Di nuovo, Merlino rimase tentennante.
   «Come fate a dirlo?»
   «Sembrava troppo reale. Non so spiegarlo meglio, ma non mi è parso come un semplice sogno. Solo che io non ho la magia come te. Quindi, non può essere una visione.»
   «Ah, sire, non lo escluderei a priori. La magia è solita manifestarsi in molteplici modi, alcuni dei quali incomprensibili a prima vista. Ma, se non vi dispiace, ditemi piuttosto cosa vi ha detto sir Galvano per preoccuparvi così tanto.»
   «Di non combattere Mordred.» rispose Artù, voltandosi verso Merlino. «Mi ha detto che se lo avessi fatto, allora sarebbe stata la mia fine.»
   «E voi, nonostante questo, avete scelto comunque di partire per Camlann?!» ribatté Merlino incredulo.
   «Mi ha chiesto anche di riappacificarmi con Lancillotto e di richiamarlo dal suo esilio.» aggiunse Artù, ignorando la domanda.
   L’anziano mago scosse la testa, contrariato.
   «Avreste dovuto parlarmene prima. Forse il vostro sogno, o qualunque cosa fosse, significa più di quello che può sembrare in apparenza. Forse ci sono dei motivi ben precisi per cui l’avete avuto.»
   «Adesso basta, Merlino. Non ho tempo per questo.» tagliò corto Artù. «Devo prepararmi per domani. E dovresti farlo anche tu. Il viaggio sarà lungo ed estenuante.»
   Così dicendo, il re si avviò verso l’uscita e sparì oltre il portone. Merlino invece rimase sul posto, sospirando mestamente. Aveva un brutto presentimento. Sperava solo di sbagliarsi.
 
***
 
   Giorni dopo, la battaglia ebbe luogo. Fu uno scontro intenso e brutale. Da una parte, combatterono i cavalieri di Camelot, con il loro re a guidarli, mentre dall’altro si frapposero Mordred e il suo esercito. I clangori metallici delle spade risuonarono per molto tempo nella distesa di Camlann, finché non cessarono quando una delle due fazioni non cadde inesorabilmente per mano dei suoi avversari.
   Fu Camelot a trionfare. I cavalieri del regno riuscirono con destrezza a sconfiggere i predoni al seguito di Mordred. Anche quest’ultimo fu vittima dello scontro avuto con lo stesso Artù. Il re riuscì ad uccidere il cavaliere che lo aveva tradito, ma sfortunatamente non prima che costui lo ferisse mortalmente. A niente servirono i tentativi di Merlino di guarirlo, tanto che decise di chiedere aiuto all’unico essere che credeva fosse ancora in grado di salvarlo.
 
   «Per di qua!» esclamò Merlino, spostando delle grandi erbacce che intralciavano il percorso.
   Dietro di lui, sir Bedivere lo seguì senza sosta, trasportando sulle spalle Artù, completamente privo di sensi.
   Ad un certo punto, dopo giorni di cammino, si accorsero di essere finalmente arrivati. Davanti a loro si mostrò in tutto il suo splendore il Lago di Avalon, con le sue acque pure e cristalline. Ad attenderli, sospesa sulla riva, vi era una figura dall’aria mistica, quasi evanescente.
   «Freya!» disse d’impulso Merlino, incrociando il suo sguardo.
   «Benvenuti, miei cari amici.» li accolse lo spirito, allargando le braccia e facendo svolazzare involontariamente le sue vesti color panna.
   «Abbiamo bisogno del tuo aiuto!» replicò il mago senza giri di parole, indicando il corpo incosciente del re.
   «Lo so.» disse Freya, avvicinandosi ad Artù e sfiorandogli la testa con la mano, quasi a volergli fare una carezza. «Ma temo di non poter fare niente per lui.»
   «Cosa?!» sussultò Merlino, sconvolto. «Non puoi guarirlo?!»
   «No, mi dispiace. La spada che lo ha ferito è stata forgiata con una magia molto oscura, che io non posso annullare.»
   «No!» obiettò il vecchio mago. «Deve esserci qualcosa che possiamo fare! Mi rifiuto di credere che non vi è modo di salvarlo!»
   Freya porse un ultimo saluto al re baciandolo su una guancia, prima di levitare al fianco di Merlino.
   «In realtà, un modo ci sarebbe.» disse, indicando verso le acque. «Al centro del lago, vivono gli Sidhe, delle fate in grado di sanare ogni male, compreso quello che ha colpito il povero Artù.»
   «E ci aiuteranno?» domandò Merlino, incalzante.
   «Sì, ovviamente. Come ogni altra creatura del regno, hanno stima e fiducia nel nostro re.»
   Nel sentire quelle parole, Merlino sospirò sollevato. Artù era salvo. Tuttavia…
   «Tuttavia…» continuò Freya. «La magia che utilizzeranno per guarirlo impiegherà tempo per essere efficace.»
   «Quanto tempo?»
   «Anni.» rispose Freya tristemente. «Forse secoli, o anche di più. Non saprei dirlo con esattezza.»
   Gli occhi di Merlino, in un primo momento rincuorati, divennero impauriti e scioccati. Anche se Artù fosse sopravvissuto, la sua vita così come la conosceva non sarebbe più stata la stessa. Con anni o secoli di attesa, non avrebbe potuto più essere il re di Camelot. Quel giorno, il regno aveva vinto una guerra, ma aveva perso il suo sovrano.
   Merlino, rassegnato ormai a quell’idea, aiutò sir Bedivere ad adagiare il corpo di Artù su una piccola barca, da lui fatta apparire magicamente.
   «Artù…» «In sibbe yerest!» pronunciò, con le lacrime agli occhi, subito prima di spingere la barca verso il centro del Lago di Avalon.
   Intanto, sir Bedivere raccolse da terra una spada dall’impugnatura in oro, con delle incisioni in lingua antica impresse sulla lama. Era Excalibur, la spada che Artù aveva estratto dalla roccia. Il cavaliere la fissò per un attimo, notando il suo splendido bagliore e perdendosi in esso. Poi, si inginocchiò al limitare dell’enorme specchio d’acqua e la porse a Freya, immobile davanti a lui.
   «Mia dama, vi offro l’arma del mio signore. Con voi sarà al sicuro.»
   Lo spirito tentennò un istante prima di avvicinarsi all’uomo e prendere tra le proprie mani la spada leggendaria, memore di mille battaglie. La guardò con titubanza ed incertezza mentre la sosteneva sul petto con entrambe le braccia, quasi come se fosse un neonato. Poi, cercò lo sguardo di Merlino, intenta a capire se anche lui fosse d’accordo con quella scelta.
   «Mi sembra giusto.» acconsentì il mago, annuendo. «Nessuno tranne Artù merita di brandirla. Custodiscila in attesa del suo ritorno.»
   Freya annuì con un mezzo sorriso.
   «Certamente. Sarà un onore, per me.»
   A quel punto, Merlino ricambiò il sorriso dello spirito e si rivolse di gran fretta al cavaliere.
   «Bedivere! Torna a Camelot e annuncia la morte del re. Anche se ci duole, non possiamo ignorare gli ultimi accadimenti.»
   Sir Bedivere annuì, un po’ stupito da quel repentino cambio di atteggiamento dell’anziano mago, e si avviò verso la foresta. Anche Merlino fece per seguirlo.
   «Aspetta.» lo fermò Freya. «Conosco quello sguardo. So bene che ti passa qualcosa per la mente.»
   «Può darsi. Ma è meglio che tu non sappia alcunché al riguardo.» replicò Merlino in tono criptico.
   «Se non vuoi dirmelo, deve essere qualcosa di molto pericoloso.» commentò lo spirito, preoccupato.
   «Sì, lo è in effetti.»
   «Allora, non ti chiedo altro. Però, ti supplico: non agire d’impulso ed usa la tua immensa saggezza per reagire degnamente a questo infausto momento.»
   «Non aver paura. È da tempo che medito su questa decisione. Niente di quello che farò sarà dettato dall’istinto.»
   Freya non sembrò granché rincuorata, ma annuì fiduciosa.
   «Ti auguro di avere fortuna, allora.»
   Merlino le sorrise brevemente in risposta e si mise in marcia verso la sua nuova meta.
 
***
 
   A nord di Camelot, in una valle circondata da boschi fitti e verdeggianti, vi era un luogo magico e misterioso: una vasta e lussureggiante pianura, adornata da colossali blocchi di pietra circolari incavati nel terreno e disposti secondo un sistema trilitico. Nel corso del tempo si erano narrate varie storie e leggende che lo riguardavano. Molti maghi, affascinati dalla sua atmosfera così suggestiva, avevano studiato a fondo quel terreno, ma nessuno era mai riuscito a spiegare come questo avesse avuto origine in principio. Stonehenge era il nome con cui i più solevano chiamarlo, per via delle enormi pietre che apparivano ai loro occhi come dei pendenti appesi tra il cielo e la terra.
   Merlino si trovava esattamente al centro di quell’area, delineata da alcune rocce simili a dei giganteschi portali. I suoi occhi erano chiusi in meditazione. In quel momento, sentiva la magia scorrere dentro di lui e connettersi a quella della natura stessa.
   La scelta che aveva dovuto compiere era stata tra le più difficili della sua lunga vita. Tuttavia, non provava il minimo dubbio o rimorso a riguardo.
   «O drakon, e male so ftengometta tesd'hup'anankes!»
   Le sue parole risuonarono come un’eco nell’aria. Pochi istanti più tardi, un drago possente e maestoso scese dall’alto e si mostrò a lui.
   «Grande mago.» disse la creatura, chinando la testa in segno di riverenza.
   «Kilgharrah, sono contento che tu abbia risposto alla mia chiamata.» esordì Merlino, lisciandosi le vesti scompigliate dal vento.
   «È un mio dovere farlo, anche se sapete che lo svolgo con piacere.» «Ditemi: di cosa avete bisogno?»
   Merlino temporeggiò qualche secondo prima di rispondere, cercando di trovare le parole giuste con cui iniziare la conversazione.
   «Artù è caduto in battaglia per mano di Mordred. In fin di vita, l’ho condotto all’isola del Lago di Avalon, dove gli Sidhe stanno tentando di curarlo con la loro magia.»
   Il drago annuì.
   «Ne sono a conoscenza. Ho percepito ogni cosa nell’esatto momento in cui l’avete vista voi. Come ben sapete, in quanto Signore dei Draghi, siete connesso a me indissolubilmente.»
   «Lo so. Ma se sono qui oggi è per un motivo di estrema e vitale importanza. E solo tu puoi aiutarmi.»
   Kilgharrah lo fissò perplesso.
   «Ditemi, allora. Per cosa vi occorre il mio aiuto?»
   «Per salvare Artù.»
   Il drago sussultò lievemente, ma non si scompose, nonostante la sua espressione lasciasse trasparire del puro stupore.
   «Temo di dovervi deludere. Non vi è modo che io conosca per poter salvare la vita del re.» disse, premurandosi di non offendere il vecchio mago. «Ma non abbiate timore: Artù è “re una volta e re in futuro”. La profezia che lo riguarda non mente: quando Albion avrà ancora bisogno di lui, Artù ritornerà.»
   «Conosco quella profezia.» ribatté Merlino un po’ stizzito.
   «Quindi, cos’è che non vi convince? Perché tentate di fare qualcosa che sapete benissimo essere impossibile?»
   «Perché non lo accetto!» inveì il mago, scuotendo un braccio. «Artù è vissuto solo e unicamente per compiere il volere di una profezia! È quasi morto per difendere un regno che non riuscirà a sopravvivergli! Non posso stare qui, senza fare niente, nell’attesa che forse un giorno tornerà.»
   «Anch’io mi addoloro della sua sorte, ma sono consapevole che tutto ciò che è accaduto è servito ad uno scopo, che adesso non riusciamo a vedere, ma che un giorno cambierà la vita degli uomini. Le sue gesta rimarranno per sempre impresse nella storia che abbiamo scritto insieme a lui.»
   «Questo lo comprendo.» replicò Merlino, d’un tratto triste nell’ascoltare il discorso del drago. «Ma non è… giusto.»
   «La vita raramente lo è. Voi dovreste saperlo meglio di me, grande mago. In ogni caso, ormai è tardi per rammaricarci. Ciò che è stato non può essere disfatto.»
   Stavolta, Merlino rimase impassibile.
   «Invece, sì.» disse, fissando Kilgharrah negli occhi.
   «A cosa vi…?» farfugliò la creatura, fermandosi poi di colpo ad osservare intorno a sé. La vista di Stonehenge sembrò sconvolgerlo di punto in bianco. «No! Non potete dire sul serio!»
   «È l’unico modo.»
   «È pericoloso!!» ringhiò Kilgharrah, infervorandosi. «Nessuno è mai riuscito a controllare un potere così grande. L’incantesimo Dægmæl è stato proibito secoli fa perché non è possibile usarlo senza incorrere in gravi conseguenze! Il tempo non può e non deve essere manipolato!»
   «Usarlo, tuttavia, mi permetterebbe di salvare Artù e di rimediare all’errore che ho commesso.»
   «Quale errore?»
   «L’ho indottrinato fin da bambino con questa storia della profezia, conducendolo ad una fine oltremodo spietata. Devo far sì che tutto il male che lo ha afflitto non si ripeta di nuovo.» «Ci ho ragionato a lungo e sono giunto alla conclusione che per salvarlo devo impedire che alcune cose che sono successe si compiano ancora. E, per farlo, non mi resta che riscrivere la storia.»
   Kilgharrah lo ascoltò con estremo timore e sconforto. Aveva una grande stima per l’anziano mago, ma non riusciva a capacitarsi delle sue intenzioni.
   «La perdita di Artù porterà sicuramente ad una grave mancanza per il mondo intero. Tuttavia, non possiamo perdere la ragione. Cose ben peggiori potrebbero accadere se usassimo l’incantesimo Dægmæl. I pochi stolti che ci hanno provato in passato sono finiti in un oblio di disperazione. Non esiste un potere abbastanza grande da poter evocare una tale magia e saperla controllare a proprio piacimento. Se anche solo tentaste, finireste sicuramente vittima del suo potere.»
   Merlino scosse il capo con vigore.
   «Ti prego, Kilgharrah, di non sottovalutare la mia conoscenza.» disse, indicando attorno. «Sono consapevole che, oltre alle mie capacità, servirà anche altro per riuscire ad evocare l’incantesimo. È per questo che mi trovo qui, a Stonehenge. La magia di questo luogo permette di amplificare enormemente qualsiasi genere di abilità magica venga manifestata.»
   «Anche tenendo conto di questo…» intervenne il drago, scettico. «… non sarebbe ugualmente sufficiente. Per avere anche una sola speranza di riuscita, dovreste avere un potere antico tanto quanto l’incanto stesso.»
   A quel punto, Merlino fece una smorfia.
   «Tu intendi un potere antico… quanto quello di un drago?»
   Kilgharrah sussultò, sorpreso.
   «Mi state chiedendo di… donarvi la mia magia?»
   «Solo una parte.» specificò Merlino, un po’ in difficoltà. «Dopo molti studi, ho capito che per usare l’incantesimo avrei avuto bisogno di tre cose fondamentali: una magia molto potente che fosse in grado di resistere al Dægmæl, come la mia; un luogo adatto che potesse contenerlo, come Stonehenge; ed infine un potere primordiale che si potesse connettere con l’incanto, come il tuo, Kilgharrah.»
   «Mmh… in effetti, potrebbe anche funzionare.» replicò il drago, pensieroso. «Tuttavia, rimango dell’idea che non dovreste farlo. Il pericolo che ne potrebbe scaturire è troppo grande.»
   «Non sarei mai voluto arrivare a questo, ma non ho scelta. Ciononostante, non ho alcuna intenzione di agire senza il tuo appoggio.»
   «E perché?» chiese Kilgharrah accigliato. «Siete un Signore dei Draghi. Anche qualora mi rifiutassi, non avrei scelta se voi mi obbligaste a farlo.»
   Merlino scosse con decisione la testa e si avvicinò a lui.
   «Tu sei mio amico. Non ti obbligherei mai a fare qualcosa che non vuoi. Ci conosciamo da molti anni, ormai, e non voglio andare avanti in questa impresa senza il tuo consenso. Anche se lo ritieni folle, spero che tu abbia abbastanza fiducia in me da permettermi di tentare ugualmente.»
   Il drago lo fissò dritto negli occhi, ripensando agli ultimi decenni trascorsi insieme all’anziano mago. Avevano vissuto tante avventure insieme ed ogni volta si erano sempre fidati l’uno dell’altro. Questa volta, non poteva essere diverso.
   «Va bene. Vi aiuterò, grande mago. In nome dei vecchi tempi, farò ciò che mi chiedete.»
   «Grazie, amico mio.» disse Merlino, sorridendo dietro la lunga e folta barba.
   «C’è solo una cosa che voglio chiedervi, prima.»
   «Che cosa? Dimmi pure.»
   «Cosa cambierete?» domandò Kilgharrah. «Per evitare quello che è accaduto, l’incantesimo vi permetterà di cambiare una cosa. Soltanto una. Quale?»
   Merlino abbassò la testa e si mise a camminare in cerchio.
   «Il fato ha scelto Artù come solo e unico custode di Camelot. Ha messo il futuro del regno e di Albion stessa sulle sue spalle. Se, però, riuscirò a creare una nuova storia, un nuovo tempo, non permetterò che questo accada.» «Stavolta, lo aiuterò io a sorreggere questo peso. Stavolta, io e lui condivideremo il medesimo destino. Saremo una cosa sola… come due facce di una stessa medaglia.»
   «Due facce… di una medaglia…» ripeté colpito Kilgharrah.
   «Sì.» confermò con sicurezza il mago. «In questo modo, Artù non dovrà fare tutto da solo perché ci sarò io ad aiutarlo. Ma, per riuscirci, avrò sicuramente bisogno anche del tuo supporto.»
   «Cosa volete dire con questo?»
   «L’incantesimo Dægmæl cancellerà i ricordi di ciò che è stato prima della sua venuta, quindi non rimembrerò niente di questo tempo; non ricorderò gli errori che io ho commesso o che Artù ha compiuto. Ma tu, Kilgharrah, in quanto essere primordiale, sarai immune a tali conseguenze.»
   «In effetti, la magia dei draghi mi protegge da questo genere di sortilegi.»
   «Bene. A quel punto, sarà tuo compito aiutarmi. Dovrai cercare il nuovo me e dirgli quello che avrà bisogno di sapere. Dovrai metterlo in guardia dai pericoli che gli si presenteranno lungo il cammino. Dovrai avvisarlo che l’alleanza tra Mordred e Morgana porterà alla fine di Artù. Ma, soprattutto, non dovrà mai venire a conoscenza di quello che lui, o per meglio dire, io ho fatto. Dovrà sapere ciò che serve, ma ogni altra cosa di quest’epoca dovrà morire con te. Sei d’accordo?»
   Il drago annuì deciso.
   «Sarò la vostra guida, non preoccupatevi. Questo, almeno, finché mi sarà possibile. Con la magia che donerò all’incantesimo, temo che non mi rimarranno più molti anni per errare su questa terra. Ma, finché potrò, sarò al vostro fianco, statene certo.»
   Stavolta, fu Merlino ad annuire, triste per la sorte a cui stava per condannare il suo buon amico.
   «Grazie. Di tutto.»
   Kilgharrah distese la mascella e sospirò mesto.
   «Quando volete, io sono pronto.»
   Merlino, in quell’istante, fece comparire con un rapido gesto un grande bastone levigato, afferrandolo saldamente con la mano destra. Poi, chiuse gli occhi.
   «Fierst ealda mín! Ende ealda fruma! Ic her accigie ædsceaft! Ic de bebeod mid ealle strangesse daet eftācennednesse! Fierst bēo edníwan!» pronunciò, alzando il bastone verso il cielo.
   La pietra azzurra incastonata alla sua sommità si illuminò d’improvviso, emanando una luce celeste che irradiò l’intera area. Da lì si formò una sfera luminescente che si sollevò in aria, ingrandendosi ad ogni secondo che passava. Quando raggiunse un’altezza considerevole, Kilgharrah iniziò ad inspirare profondamente, per poi rilasciarle contro il suo soffio infuocato. A quel punto, la fiamma che si venne a creare vorticò in senso circolare attorno alla luce, fino a fondersi in un tutt’uno ed esplodere in un bagliore accecante.
   «Buona fortuna, grande mago.» disse il drago, prima di scomparire nella luce.
   Merlino, invece, rimase immobile al centro del bagliore, osservando attonito la realizzazione dell’incantesimo. In pochi attimi, la luce investì ogni cosa attorno a lui, finché non divenne un’unica realtà. Poi, come un vaso di argilla, si ruppe in mille piccolissimi pezzi, che schizzarono in ogni dove e scomparvero inesorabilmente. Al loro posto, però, non vi fu più nulla. Il mago si ritrovò in una vasta oscurità infinita.
   In quel momento, il dubbio di aver fallito lo attanagliò di colpo. Nessuno prima di lui era mai riuscito nell’intento di evocare un simile potere. Eppure, lui ci aveva provato ugualmente e senza esitare. Altre domande stavano per venire a galla nella sua coscienza, quando una flebile luce comparve d’improvviso all’orizzonte e si apprestò ad avvicinarsi a lui. Anzi, probabilmente era il contrario. Forse era Merlino stesso che la stava raggiungendo. In ogni caso, quella fu la prova definitiva che l’incantesimo aveva funzionato. Il nuovo tempo lo stava chiamando a sé. Mentre questo accadeva, alcuni piccoli cristalli si manifestarono alla sua presenza e gli mostrarono delle immagini. Immagini che lui non aveva mai visto prima.
   «Artù?» sussurrò involontariamente quando vide apparire il riflesso di un giovane dai capelli biondi. Stava giocherellando con fare pomposo con alcuni cortigiani, quando un ragazzino mingherlino faceva la sua entrata in scena e gli chiedeva di smetterla di prendere in giro un povero servo. Era lui, Merlino, in giovane età. Prima di riuscire a vedere altro, però, l’immagine sparì di colpo, lasciando spazio ad altre, che si susseguirono una dopo l’altra in rapida successione e che gli mostrarono il futuro che lui aveva creato, per sé, per Artù, per tutti. In quei cristalli vide ogni cosa, compreso il finale che avrebbe voluto ad ogni costo evitare: il re, morente, sulle rive del Lago di Avalon.
   Quella scena lo fece stare male nel profondo. Aveva fallito ancora una volta nell’impresa di salvarlo. Il destino, evidentemente, era troppo forte per poter essere combattuto. Eppure…
   Eppure, non poté non rallegrarsi nel vedere come tutto il resto fosse diverso. Non poté non provare un moto di gioia nel vedere sir Lancillotto diventare cavaliere di Camelot, combattere senza sosta in nome di Artù, rinunciare all’amore pur di renderlo felice… ed infine morire per lui.
   Non poté che allietarsi nell’osservare come Ginevra, in questa nuova realtà, amasse Artù incondizionatamente e diventasse, per scelta, la sua regina; o come i cavalieri onorassero fino in fondo il loro giuramento di lealtà nei confronti del re e del popolo di Camelot.
   Così come per tutti, anche per Merlino il futuro era cambiato. Stavolta, non era più il mentore che aveva cresciuto Artù e che gli aveva insegnato ogni cosa. Stavolta, era suo amico e suo servitore. Loro due, insieme e alla pari, proteggevano il regno dalle minacce che incontravano lungo la strada.
   «Anf…» sospirò il vecchio mago, in parte confortato, mentre intanto si avvicinava inevitabilmente alla luce.
   Il finale, doloroso quanto inesorabile, era lo stesso. A cambiare, però, era stato il viaggio. Un viaggio più breve per Artù, ma anche più felice. Un viaggio in cui ognuno aveva trovato la pace.
   “Forse non è stato tutto inutile.” pensò Merlino, osservando nel cristallo come il re scherzasse animatamente con lui e gli altri cavalieri.
   Ma era giunta l’ora. La luce, infatti, stava per inghiottirlo. A breve non avrebbe più avuto alcun ricordo di quello che aveva visto. Un nuovo tempo si stava per formare e, con esso, una nuova storia.
   Una storia di draghi e regni da salvare.
   Una storia di cavalieri e stregoni.
   La storia del grande re Artù e del suo più fedele alleato, il mago Merlino.
   
 
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