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Autore: Celeste98    15/12/2023    1 recensioni
“Dunque parlo con la signorina Blumarine Brief, è esatto?”
“Sì, ma la prego mi chiami Bulma"
“Ci serve qualcuno per il quale la tecnologia non ha segreti, credi di poter essere tu questa persona?” Allison prese parola accomodandosi sulla scrivania della sua collega con un tono confidenziale. Bulma rimase rifletté in silenzio per alcuni secondi, dopodiché alzò lo sguardo per osservare le due donne
“Sì, penso di poter essere io”
*
“Hai finito di rompere i coglioni?!”
“Lei è Radish Son?”
“Dipende da chi cazzo lo sta cercando”
“Beh, se lei è chi dice di essere allora posso presentarmi. Mi chiamo Hazel Brief e, con molte buone probabilità, credo di essere sua figlia”
Solo piccoli assaggi per conoscere alcuni dei protagonisti di questa nuova storia - o impresa dal mio punto di vista, vorrei vedere quale altro pazzo scrive tutto ciò che gli passa per la testa per poi comporre i capitoli come fossero puzzle.
Si ritorna alle origini con i miei amati Vegebul, nuovi personaggi inediti, rivalutare il personaggio di Radish, ma anche tutti gli altri su cui ora non mi dilungo adesso perché c’è il limite di caratteri.
Se vi ho incuriositi vi aspetto nei capitoli.
Genere: Commedia, Generale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Altri, Bulma, Nuovo personaggio, Radish
Note: AU, OOC, What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo 1: Le signorine Brief

Camminava di malavoglia per le strade di Los Angeles, la voglia di andare a scuola era decisamente inferiore al solito che già di per sé era sempre alquanto scarsa. Quella mattina Hazel avrebbe volentieri disertato all’obbligo della scuola e lo avrebbe fatto se Videl quella mattina non avesse deciso di farsi accompagnare da lei per recarsi insieme a scuola.
“E quindi mi sono iscritta al corso avanzato di scienze, dove la professoressa Stone mi ha messo in coppia con Neal, poverino era rosso come un peperone. La sua timidezza a volte mi fa davvero tenerezza, ma credo sia il miglior partner di laboratorio che si possa avere, è tra i primi della scuola” Videl Prince, la più giovane dei fratelli Prince, era tra i tre quella che più somigliava a sua madre nell’aspetto: minuta ma ben proporzionata, pelle diafana e perfetta, occhi cerulei e lunghi capelli neri. Il suo problema era invece il carattere, essendo l’unica figlia femmina tanto suo padre quanto il fratello maggiore l’avevano viziata accontentandola in ogni capriccio, questo l’aveva resa un’adolescente sì intelligente e ambiziosa, ma anche arrogante e snob. 
“Per me gli piaci” esordì Hazel soffiando una boccata di fumo della sigaretta che teneva tra le dita. “Non ha mai avuto problemi a parlare con me, mentre con te quasi balbetta. O è perché metti in soggezione, il ché è anche vero, oppure gli piaci”
“Mh, spero nella prima opzione. Non sono interessata ad avviare alcuna relazione extrascolastica. Ho degli obiettivi da raggiungere” Hazel scollò le spalle, del resto non era un suo problema, e dopo aver spento il mozzicone lo gettò nella pattumiera più vicina.
Hazel Brief era più alta della sua età, dimostrando un po’ più dei suoi sedici anni, complice anche il suo abbigliamento abbastanza largo e comodo che era solita indossare o il trucco pesante nonostante non fossero neanche le otto del mattino.
“Oggi hai un test di storia giusto?” Videl, al contrario, era perfetta e graziosa con la sua minigonna di jeans, le parigine sopra i collant che culminavano negli stivali grigi con il tacco e il montgomery color vinaccia identico meno che nel colore a quello che aveva regalato ad Hazel, perché, anche se vivevano a Los Angeles e non avrebbero mai visto la neve in città, diciassette gradi erano sempre diciassette gradi.
“Così pare, collezionerò l’ennesima insufficienza”
“Se non ti fossi ricordata di dirmelo appena ieri, avrei potuto aiutarti a studiare” ecco che si ripresentava il solito atteggiamento saccente, ovviamente accompagnato alla sua postura perfetta e la camminata in punta di piedi.
“Vid, sei mia amica perché ci conosciamo fuori da scuola, se avessi voluto che mi facessi da tutor te lo avrei chiesto”
“Tsk e l’arrogante sarei io? Contenta tu, vedremo quanto ne sarà contenta Bulma quando verrà a ritirare la pagella” la risposta di Hazel fu l’ennesimo sbuffo con cui riuscì, con sua grande soddisfazione, a chiudere la conversazione. Lei e Videl si conoscevano da circa un anno e più il tempo passava e più la minore era convinta che in condizioni normali non avrebbero mai potuto frequentarsi. Erano troppo diverse quelle due ragazze: Videl era una cheerleader, seguiva le competizioni sportive scolastiche, era in numerosi club e prendeva lei stessa parte a numerose competizioni per il prestigio dell’istituto che frequentava; Hazel non faceva nulla di tutto ciò e anche a scuola ci andava di malavoglia. Non ricordava neanche più l’ultima volta in cui le piaceva andare a scuola, sarà stato quando frequentava le elementari e la vita aveva per lei ancora tutti i colori dell’arcobaleno.
Non aveva molti amici tra i suoi coetanei, decisamente diversa era la situazione sul piano informatico e i forum dei videogiochi online. Avremmo potuto dire che le ore passate al computer a giocare ai videogiochi fossero il motivo per cui Hazel non andava bene a scuola ma sarebbe una bugia bella e buona. La verità era così semplice che è banale: Hazel odiava la scuola, odiava stare in mezzo alla gente e lo dimostrava con la sua media affetta da insufficienza cronica.
La campanella che segnava l’inizio delle lezioni fu accolta da Hazel con la stessa vitalità di chi attende l’iniezione letale e per lei non ci fu alcuna grazia dell’ultimo minuto, così, trascinando i piedi, attraversò l’ingresso e si diresse in classe.
 
Quella mattina aveva timbrato il cartellino molto più presto de previsto, non vedeva l’ora di cominciare a lavorare al nuovo caso che le era stato assegnato: quando alcuni clienti domandarono di indagare sulle morti alquanto sospette dei parenti residenti in una casa di cura che stava ormai per chiudere, la detective privata Rosicheena Prince era faticosamente riuscita a reperire le cartelle cliniche ormai cestiniate dei pazienti così, dopo un intero fine settimana passato a digitalizzare ogni appunto cartaceo, Bulma stava finalmente per avviare il programma di ricerca multipla incrociata da lei stesso ideato. Si trattava della prova del nove, l’esperimento finale sul programma che le avrebbe messo le carte in mano per ottenere il brevetto, dire che fosse nervosa era un eufemismo. Naturalmente anche il vero lavoro era importante e l’altra parte di lei, quella che doveva pagare le bollette ne era entusiasta. Non appena la schermata del monitor mostrò lo scorrimento delle pagine corrispondente all’inizio della ricerca, Bulma estrasse dalla tracolla il proprio portatile personale, lasciato acceso da quella mattina, su cui cominciò a battere componendo codici.
Di base lei era una programmatrice informatica specializzata in videogiochi, la sua vera passione. Un leggero bussare la distrasse dal suo lavoro, dopo aver ricevuto il consenso a entrare una testa bionda si affacciò dall’uscio.
“Ehilà B, disturbo?”
“Ciao Allison. Affatto entra pure” la donna bionda fece il suo ingresso lasciando la porta aperta, doveva essere abbastanza di fretta perché rimase in piedi limitandosi ad appoggiare le mani sullo schienale di una delle sedie imbottite.
“Stai facendo la ricerca sul caso alba autunnale?”
“Sì, ho avviato il programma e sembra andare abbastanza bene. Vedi, ci sono già un po’ di documenti nell’elenco che riportano la firma del dottor Thorne” disse soddisfatta voltando il monitor per farle vedere i risultati.
“Wow, avremmo impiegato settimane facendo quelle ricerche a mano. Ottimo lavoro Bulma” Allison Brent aveva lunghi capelli biondo cenere e gli occhi grigio-verdi, la sua bellezza era eguagliata solo da Rosicheena Prince, che invece aveva gli occhi azzurri e i capelli neri. Guardandole nessuno avrebbe mai indovinato la loro età e questo, naturalmente, era motivo di orgoglio per entrambe.
Rosy ed Allison si conobbero in aereo, avevano diciannove anni e avrebbero frequentato insieme una prestigiosa accademia in Europa per studiare lingue antiche. Da allora non si separarono mai più diventando, tra alti e bassi, l’una la spalla dell’altra e, soprattutto, vivendo le stesse esperienze a poco tempo di distanza. La bionda tra le due fu, purtroppo, più sfortunata. Erano entrambe in Svizzera quando Allison s’innamorò di quello che definì l’uomo della sua vita e che decise di sposare appena tornata negli Stati Uniti, lei e Stain rimasero sposati per soli tre anni, finché lui non perì in un incidente stradale. Allison soffrì molto per questa perdita e se riuscì a riprendersi dalla depressione e dopo rifarsi una vita fu solo grazie alla presenza di Rosicheena e la sua famiglia. Con il secondo compagno, Tarik Brent, ebbe un figlio, Tapion, che, poiché arrivò quando entrambi erano già abbastanza avanti con l’età, era il loro più grande tesoro ed orgoglio.
“Comunque volevi dirmi qualcosa?”
“Cosa?” Allison parve pensarci un secondo prima che la sua espressione mutò da sorpresa a imbarazzata “Oh è vero, che sciocca. Sì, volevo chiederti un consiglio. Tra qualche giorno è il compleanno di Tapion e io e Tarik stavamo pesando di regalargli un nuovo portatile ma proprio non so neanche da cosa cominciare la mia ricerca”
“Oh, ma certo. Se ti va ne parliamo oggi pomeriggio”
A Bulma piaceva pensare che se anche non fosse stato per lavoro avrebbe comunque trovato il modo di conoscere quelle due donne straordinarie che erano le sue datrici di lavoro. Dio, se ripensa al giorno in cui le conobbe le veniva ancora da ridere al pensiero di quanto era imbarazzata e ansiosa.
 
“Dunque parlo con la signorina Blumarine Brief, è esatto?”
“Sì, ma la prego mi chiami Bulma. Detesto il mio nome completo, sembra tanto l’etichetta di un profumo o il nome d’arte di una spogliarellista” la donna inarcò un sopracciglio e, sbiancando, Bulma si affrettò a mettere le mani avanti
“Non che io abbia qualcosa contro le spogliarelliste. Anzi penso che sia una scelta coraggiosa oltre che costretta, cioè non è che da bambina qualcuna abbia mai detto di voler fare la spogliarellista da grande e... Forse è meglio che taccia adesso” non ci volle molto perché il rossore si diffondesse sulle gote della turchina, genuina reazione che fece sorridere teneramente la signora Prince.
“Scusi, sono solo un po’ nervosa. È da un po’ che non svolgo un colloquio e proprio non so che mi prende”
“Non serve agitarsi signorina Brief, anzi Bulma. Ti va se ci diamo del tu? Non è un interrogatorio, diciamo più una chiacchierata. Che ne dici?”
“Per me va benissimo signora Prince”
“Allora facciamo che mi chiami Rosicheena. In secondo luogo, la mia socia mi ha appena scritto che è al bar qui di sotto, cosa posso offrirti per colazione? Io sto morendo di fame” Rosicheena avviò la telefonata verso la sua collega e con un’innata eleganza si portò il telefono all’orecchio.
“Oh solo un caffè è sufficiente”
“Mh... Allison prendi nota: un caffè, due cappuccini e paste varie. Usa pure la mia carta e per te prendi quello che preferisci” chiuso la conversazione si rivolse di nuovo a Bulma con un tono di chi si conosce da sempre.
“Io proprio non lo sopporto il caffè americano, ho vissuto per anni all’estero e anche se ormai sono vent’anni che mi sono stabilita qui non mi ci sono ancora riabituata. Di un po’ non sembra di bere acqua sporca?”
“Ehm no, non credo”
“Mh” Rosicheena poggiò la guancia sul palmo della mano e osservò tristemente l’interlocutrice “Dovrò farti provare il caffè espresso come si fa in Europa, un altro mondo. Comunque” con la velocità di un battito di ciglia, la signora Prince si ricompose tornando seria dedicando a Bulma tutta la sua completa attenzione
“Vorrei approfittare di questi minuti fino all’arrivo di Allison per spiegarti in cosa consiste il lavoro. Vedi Bulma, io e Allison siamo amiche da diversi anni, ci siano conosciute per puro caso sul volo diretto a Washington, entrambe con un visto per fidanzati. Sono ormai dieci anni che abbiamo avviato questa attività e non potremmo esserne più orgogliose, ora però il lavoro comincia a diversificarsi e per quanto possiamo capirne di tecnologia, abbiamo bisogno di qualcuno che ci sia un aiuto più consistente e reale. Mi segui fin qui?”
“Sì signora... ehm volevo dire Rosicheena, l’ho pronunciato bene?”
“Oh non preoccuparti di questo, puoi chiamarmi anche Ross o Rosy se preferisci... Sul tuo curriculum è riportata una laurea in computer grafica, è giusto?”
“Sì, con abilitazione all’insegnamento dell’informatica e un master in progettazione di videogiochi. Anche se è irrilevante ai fini del colloquio”
“Progettazione di videogiochi? E l’hai mai fatto?”
“Sì, ho partecipato ad alcuni progetti durante l’università e da qualche anno ho ideato e messo sul mercato alcuni giochi per cellulare, solo dei passatempo mentre approfondisco le conoscenze di realtà virtuale che tanto affascina anche mia nipote. Oh mi scusi, non voglio annoiarla con questi discorsi”
“Non mi annoia affatto, anzi sono curiosa. Mio figlio minore gioca spesso al computer ma non mi sono mai interessata all’argomento”
“Beh, in realtà tutto ciò che riguarda la realtà virtuale, o realtà aumentata nel gergo dell’ambiente. Ovviamente le competenze per la programmazione di videogiochi sono ben diverse da quello che richiedete per questo posto il lavoro, conoscenze che per chi ne sa abbastanza di computer sono quasi elementari, azioni abitudinarie”
“Bene, è quello che avevo bisogno di sentire” esclamò Rosicheena, gli occhi cerulei accesi di un’emozione che Bulma non riuscì a definire.
“Come prego?”
“Buongiorno a tutte carissime” lo spalancarsi della porta dell’ufficio alle sue spalle fece sobbalzare Bulma che immediatamente si voltò. Ad entrare fu una splendida donna dai capelli rosso rame e gli occhi chiari anche se meno freddi di quelli di Rosicheena, come la sua collega era dotata di quella particolare bellezza tipica dell’est Europa.
“Ho portato la colazione”
“Allison, mi hai salvata! Ho assoluto bisogno del mio cappuccino e un muffin. Bulma serviti pure e non fare complimenti, qui c’è il caffè come avevi chiesto ma nel frattempo vorrei comunque spiegarti le mansioni della posizione che andrai a ricoprire. Come ti stavo accennando, non ci serve qualcuno che si limiti a rispondere al telefono e prendere appuntamenti”
“Giusto, una segretaria l’abbiamo già” Allison prese parola accomodandosi sulla scrivania della sua collega con un tono confidenziale, prima che Rosy riprendesse il discorso.
“Ci serve qualcuno per il quale la tecnologia non ha segreti, credi di poter essere tu questa persona?” Bulma rimase rifletté in silenzio per alcuni secondi, dopodiché alzò lo sguardo per osservare le due donne
“Sì, penso di poter essere io senza alcun problema”  
 
Nel giro di un anno da quel famoso colloquio, Bulma aveva cominciato a lavorare a pieno ritmo per l’AR Investigation e da allora la sua vita era cambiata significativamente. Tanto Rosicheena quanto Allison erano delle autentiche professioniste nel loro lavoro sebbene ancora oggi, dopo tanti anni dall’avvio della loro attività, avevano a che fare con molti uomini che si spacciavano per clienti solo per allungare gli occhi e non solo. Un esempio di quest’ultimo caso fu quando la mano del signor Clark scivolò sulla coscia di Allison sotto la scrivania e poco dopo si trovò con due falangi rotte, ovviamente non si permise a sporgere denuncia, altrimenti sarebbe stato difficile spiegare alla signora Clark come fosse successo.
Oltre alle due titolari e ovviamente la nuova esperta informatica, c’erano altri due dipendenti nello studio investigativo: la segretaria Kate e il detective Vegeta Prince, il figlio maggiore di Rosicheena. Ecco, Bulma già sapeva che Rosicheena avesse dei figli, gliene aveva parlato lei stessa, ma, dato il giovane aspetto della donna, aveva ipotizzato potessero essere dei ragazzini. Sì, alla faccia dei ragazzini, rimase sconvolta quando si trovò per la prima volta Vegeta davanti.
“Mamma fammi un favore, la prossima volta che si presenta la solita vecchia che vuole pedinato il marito fedifrago, avvisami in anticipo così faccio i bagagli e me ne vado in vacanza” il Prince annunciò la sua presenza sbattendo la porta d’ingresso con la solita energia e furia che lo contraddistingueva. Rosicheena, che quel giorno indossava un particolare completo gessato con il gilet anziché la giacca, si limitò ad affacciarsi dalla porta del proprio ufficio con fare abbastanza scocciato.
“Vegeta caro, sei stato tu a sceglierti il caso che più preferivi perché, e cito testualmente, c’erano troppi movimenti insoliti nei suoi estratti conti, era palese che si trattasse di squillo di lusso” il giovane sbuffò guardando altrove
“E se proprio non riesci ad evitare di chiamarmi mamma a lavoro, almeno non lo urlare con quel tono lagnoso, sarei potuta essere con qualche cliente”
“E sentiamo come dovrei chiamarti?” Rosy sembrò pensarci su
“Ti farò sapere, per il momento sua maestà mi sembra perfetto” sia Bulma che Allison scoppiarono a ridere senza neppure provare a nascondere l’aver ascoltato la loro conversazione, visti i caratteri turbolenti di madre e figlio ormai era diventato un appuntamento sentirli discutere, come fosse una serie tv appassionante.
In totale i fratelli Prince erano tre e Vegeta era il primogenito. Aveva trentadue anni, aveva frequentato l’accademia di polizia e lavorava con sua madre da quando l’attività aveva preso vita, per nulla pentito di aver abbandonato l’uniforme. Inoltre non faceva turni di notte, meno alcuni pedinamenti, e i turni erano comodi abbastanza da permettergli di coltivare degli hobby, per chi ovviamente considera un hobby passare interi pomeriggi in palestra.
Gli altri figli di Rosy erano Tarble e Videl. Il mezzano era laureato in lingue, lavorava come interprete presso l’ufficio immigrazioni ed è spericolato per due, secondo suo padre aveva ereditato in concentrazione maggiore anche la follia e l’adrenalina che Vegeta aveva in quantità minime. Videl, la piccola di casa, è la figlia femmina tanto desiderata da suo padre e per questo schifosamente viziata da tutti gli uomini della sua famiglia, al contrario sua madre fu l’unica a resistere a quegli occhi chiari identici ai suoi. 
“Ti lascio lavorare B. Se la vista non m’inganna stai facendo un nuovo progetto, io invece credo andrò a stressare Rosy” tempo neanche un paio di minuti che la voce di Rosicheena risuonò per tutto l’ufficio
“Allison ma tu non hai mai lavoro da fare?!”
Seconda ora, test di storia. Aveva trascorso buona parte del tempo osservando quella lista di trenta domande a risposta multipla senza sprecarsi più di tanto a cercare di ragionarci sopra, tanto non aveva ascoltato neanche una parola del lungo monologo della professoressa Del Toro quando aveva spiegato l’argomento. Fosse stata matematica, informatica o anche fisica non si sarebbe posta il problema, ma le materie umanistiche non erano proprio il suo forte. E va bene, anche questa volta avrebbe adottato la sua infallibile tecnica – che in realtà aveva fallito più e più volte – dell’ambarabà ciccì coccò, affidando la sua risposta al caso.
Paurosamente annoiata aveva perso molto tempo a scarabocchiare sul banco e i lati del foglio stampato, al che era così esasperata che decise di leggere davvero un paio per quelle domande.
Quando si scatenò la guerra d’indipendenza americana?
  1. Fra il 1776 e il 1783
  2. Fra il 1776 e il 1787
  3. Fra il 1779 e il 1782
 Mh, questa me la tengo per dopo
Per quale motivo alcuni coloni americani, guidati da Samuel Adams, salirono a bordo di navi britanniche e gettarono in mare i carichi di tè?
  1. Per protestare contro la tassazione elevata
  2. Come semplice atto di vandalismo
  3. Per protestare contro l'imposizione da parte della Corona britannica di una tassa sull'importazione del tè
 
Chi impose una tassa di bollo sui documenti legali, licenze, contratti, etc, nel Marzo 1765 per far contribuire alle spese dell'impero anche i coloni??
  1. Gli Stati Uniti d'America
  2. Il Parlamento inglese
  3. Il Parlamento americano
Ok, lasciamo stare e rispondiamo a caso. Che poi che cazzo me ne frega del tè scaricato in mare? A Greta Thunberg non piace questo elemento. Oppure ci passa sopra perché il tè era materiale organico?
Con l’ennesimo sbuffo decise di lasciare le ultime risposte in bianco per poi spostare lo sguardo sui suoi compagni di classe. Ventidue ragazzi con cui non aveva nulla in comune se non l’obbligo di trascorrere in quell’edificio buona parte della loro giornata. La professoressa, seduta dietro la cattedra, osservava la classe operosa. Alcuni studenti avevano già finito di rispondere e ora stavano solo ricontrollando le risposte date, altri impreparati inviavano occhiate disperate ai compagni alla ricerca di aiuti che non sarebbero arrivati, per poi ovviamente abbassare lo sguardo, imbarazzati, quando invece incontravano la sua espressione.
Abbracciò con uno sguardo tutta la classe finché il suo sguardo non si posò su Hazel Brief, seduta come sempre in ultima fila. Se ne stava con lo sguardo perso nel vuoto, appoggiata allo schienale della sedia e con il cappuccio della felpa rossa tirato su. Lei era il classico esempio di studentessa intelligente che non si applica. Sapeva quanto andasse bene in matematica e fisica, ma era consapevole anche che neppure quelle erano materie che studiava per davvero, era semplicemente portata quanto svogliata. Era difficile per la donna credere che quella ragazzina fosse imparentata con il prodigio che ai tempi delle superiori era Bulma Brief.
“D’accordo ragazzi, tempo scaduto. Scrivete il vostro nome e consegnate il test”
Il resto delle ore scolastiche trascorse come al solito, lentamente e sempre con una noia mortale. Alla fine delle lezioni Hazel si rintanò con il proprio portatile al solito internet cafè a metà strada tra la scuola e casa, con accanto il solito frappé alla nocciola che era solita ordinare, spesso accompagnato da una crêpe.
“Quindi non ci sono proprio possibilità che il test sia andato bene?”
“Non so Maya, ne dubito”
“Vuoi davvero continuare così?”
“Sì, ormai manca poco”
“Non mi riferivo a quello che stai facendo” mormorò Maya con un sospiro stanco, Hazel ghignò. Conobbe Maya al suo primo anno di liceo, in quello stesso internet cafè di proprietà di suo padre e in cui lei stessa lavorava.
“Spiegami di nuovo perché fai qui le tue ricerche”
“Per il frappé... E perché così non possono rintracciare il mio indirizzo IP”
“Cazzo Hazel! Quindi è illegale?!”
“No Maya, non è illegale. Semplicemente nel web il detto fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio vale il doppio. Non sai mai che genere di squinternati puoi trovare su internet. E in ogni caso uso sempre un VPN”
Per Hazel il primo pomeriggio era l’orario migliore per rimanere al locale della sua amica, in quella fascia oraria i clienti erano pochi e poco esigenti, studenti che si fermano a bere qualcosa prima di tornare a casa o impiegati che fanno scorta di caffè per i colleghi e, in poche parole, Maya poteva farle compagnia senza dover correre tra i tavoli.
“Stai tranquilla” esordì Hazel spostando lo sguardo dal monito del PC per incontrare gli occhi color ambra della sua amica e sorriderle in modo rassicurante “Non farei mai nulla che ti possa mettere in pericolo”
“Ti credo sulla parola. Ora vado di là, credo siano arrivati dei clienti” Hazel notò con la vista periferica la sua amica allontanarsi, distinguendone solo appena la chioma verde intrecciata sulla sommità del capo e la divisa che indossava. Come già era stato chiarito, Hazel non andava molto d’accordo con i suoi coetanei, diciamo pure che i pochi che frequentava erano persone che conosceva anche fuori dall’ambito scolastico, tutte quelle altre persone che poteva considerare alla stregua di amici – perché anche quello era un termine che usava con molta attenzione – le aveva conosciute nei modi più disparati e Maya ne era solo un esempio. Si erano conosciute una mattina in cui Hazel era uscita prima da scuola e, poiché a casa non c’era nessuno a quell’ora del mattino, decise di rifugiarsi in quel locale, dove vide un paio di film online mentre faceva i compiti. Maya camminando tra un tavolo e l’altro si affacciò spesso e volentieri alla sua spalla, aiutandola a chiarire alcuni concetti su cui aveva dei dubbi. Andò avanti così per un paio di giorni prima che si presentassero come si deve e la loro divenne un’abitudine che oggi, tre anni dopo, piace a entrambe mantenere. Purtroppo, a differenza di allora, Hazel non fa più i compiti, preferendo di gran lunga trascorrere i suoi pomeriggi davanti allo schermo del suo computer a fare chissà che, Maya notò che aveva sempre qualcosa da scrivere, oh se si fosse impegnata nello studio quanto in tutto ciò che riguardava l’avere un computer tra le mani sarebbe stata la prima della classe.
“Stai lavorando a qualche nuovo videogioco?” dopo aver servito gli altri clienti Maya andò ad accomodarsi di nuovo di fronte alla sua amica
“Solo di realtà aumentata, realtà virtuale per gli estranei all’ambiente. Tutto il resto è solo un passatempo”
“Realtà virtuale, forte. Mi fai provare? Com’è che funziona, finisci in un mondo immaginario?”
“Non proprio, il tuo corpo resta qui. Ma indossando gli occhiali, se muovi la testa vedi un nuovo mondo. In realtà zia e gli altri ci stanno ancora lavorando. È difficile disabituarsi all’abitudine di muovere l’intero corpo, il loro progetto invece prevede che il giocatore possa utilizzare il gioco solo tramite impulsi cerebrali. Più facile a dirsi che a farsi al momento” nel sentirla parlare di queste cose che per lei rappresentavano pura fantascienza, gli occhi di Maya brillavano. Andavano d’accordo quelle due, sebbene le cose in comune non sarebbero potute essere più scarse, a partire proprio dall’abbigliamento: se avesse potuto, Maya avrebbe indossato con orgoglio tutti colori dell’arcobaleno insieme.
“Ci vieni con me al Comicon?”
“Dipende, da cosa hai intenzione di farmi mascherare questa volta?” gli occhi di Maya brillarono nuovamente, questa volta quasi di luce propria, per quella che era la sua più grande passione: creare costumi per cosplay. Aveva anche un proprio blog in cui pubblicizzava le sue creazioni con foto di accompagnamento agli articoli e agli eventi. Lavorare al bar di suo padre era una sorta di copertura che sicuramente avrebbe funzionato meglio se non fosse per la sua indomabile chioma che era una sorta di marchio che la rendeva riconoscibile per tutti i suoi followers.
“Tokyo Ghoul. Touka e Rize, ci stai? Ti faccio anche scegliere il personaggio”
“Si può fare” sorrise riponendo il portatile nella borsa “Ci vediamo domani” e si congedò lasciandole un bacio sulla guancia.
“Vedi di studiare anche un po’ Hazel, non vorrei che mi mollassi al comicon perché ti sei fatta mettere in punizione”
“Non ti prometto nulla. Dai un bacio a tuo padre da parte mia” detto ciò si avviò fuori per raggiungere la fermata dell’autobus ignorando il dito medio dell’amica. Armata di cuffie si era collegata alla prima stazione radio che trasmetteva qualcosa di decente, in quel momento un brano dei backstreet boys di cui non sapeva il titolo che, in ogni caso, fu interrotta da una telefonata.
“Ciao nonna”
“Ciao vita mia. Come va? La scuola?”  Hazel girò gli occhi al cielo, adorava sua nonna Bonnie, era una sorta di seconda madre per lei anche se a volte – molto spesso – avrebbe fatto volentieri a meno del suo essere iper-apprensiva.
“Beh non sono ancora stata sospesa, un gran passo avanti vero?”  
“Hazel, amore, puoi quantomeno fingere di provare interesse per il tuo rendimento scolastico?”
“E poi dove sarebbe la parte divertente?” si trattenne a stento dal ridacchiare quando sua nonna sbuffò sonoramente, conoscendola aveva anche voltato gli occhi al cielo.
“Avevi bisogno di qualcosa nonna?”
“Beh invero sì fiorellino. Sto organizzando una cena con alcuni amici che vorrei tanto presentare a Bulma, più o meno hanno la sua stessa età”
“Pessima idea nonna, zia B odia le feste a meno che non sia lei a organizzarle” decisamente era così, basta pensare a come reagì quando lei e sua madre organizzarono una festa di halloween, gli strilli di Bulma si sentirono per tutto il vicinato. Col senno di poi forse era solo perché l’allora abbastanza piccola e molto dispettosa nipotina Hazel aveva deciso di fare i coriandoli con i numerosi poster appesi nella camera della giovane zia “E ancor di più odia i tuoi tentativi di accasarla” tralasciando il fatto che avrebbe personalmente fatto il terzo grado a ogni possibile spasimante perché col cazzo che le avrebbe permesso di rovinarsi la vita accanto a un altro Yamko.
“Se ne farà una ragione, tu assicurati solo di portarla qui sabato prossimo, al resto penserò io. Scrivimi in settimana fiorellino, ciao”  riattaccò prima che sua nipote potesse rispondere, come sua abitudine quando sapeva che le sue idee non sarebbero piaciute. Trattenendosi dall’imprecare come uno scaricatore di porto, si trovò mentalmente a maledire il giorno in cui sua nonna scoprì l’esistenza di il diario di ‘Bridget Jones’. No, cara nonna, non sarai tu a trovare l’uomo perfetto per tua figlia e se anche a lei andasse a genio – povera illusa, non accadrà mai – dovrà superare il mio interrogatorio.
 

NOTE AUTRICE – CAPITOLO 1

Squillino le trombe e trombino le squillo! Gente: sono tornata! Tralasciando che a questa frase mi aspetto come ovvia risposta la voce fuori campo che dice qualcosa tipo e chi se ne frega!, ma credo sia soprattutto per via della scarsissima fiducia in me stessa – della serie che alla domanda “quanta autostima hai?” Risponderei: “cos’è? Si mangia?”
Comunque, ignorando i miei deliri sconclusionati, direi di partire con la spiegazione di questo primo capitolo, o meglio dire questo nuovo esperimento.
Andiamo per ordine, quindi dal fatto che l’intro dica molto più del primo capitolo di ciò che sarà questa storia. L’idea del personaggio di Hazel è nato vedendo una fanart di una saiyan con l’aspetto di un’adolescente, guardando poi altre serie anime ho scelto a chi farla somigliare. L’aspetto con cui la immagino, o meglio quello che più le si avvicina, è Yuri Honjo, di Higt-Rise Invasion, le differenze in sé sono poche: gli occhi neri anziché castani e meno prosperosa, sul carattere ovviamente si elaborerà nel corso della storia.
In alternativa abbiamo queste adorabili immagini che ho creato con l'intelligenza artificiale