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Autore: WhiteWitch    04/02/2015    9 recensioni
Léo, studentessa di storia dell'arte alla Sorbona, sembra avere una vita perfetta. Tanti amici, feste e bei vestiti, un fidanzato intraprendente che non fa troppe domande. Sa di essere bella e si mette in mostra, dispiega le sue ali di farfalla perché tutti possano ammirarle, fa sentire in colpa gli altri per non sprofondare a sua volta, ha una morale tutta sua e ne è così consapevole da odiarsi. Ma Léo porta con sé una fragilità così profonda da renderla delicata come una goccia di vetro. Qualcosa le sfugge, qualcosa nel suo rapporto con Paul non funziona, forse è lei stessa a non funzionare. Léo è un'artista che deve scoprire l'Arte della Felicità.
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il rating potrebbe cambiare
Genere: Angst, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Triangolo | Contesto: Universitario
Capitoli:
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Nda: come qualcuno di voi già sa, il mio pc è morto portandosi dietro tutto il contenuto dell'hard disk, non sono riuscita a salvare niente e ho perso molti dei miei lavori, come vegeta4e ben sa. Per fortuna fortunissima avevo questa long nella chiavetta, così almeno questa non è andata persa: l'ho già quasi finita, non mi andava di smarrire anche questa. Vi dico subito che è una storia molto leggera, non vuole essere nulla di pretenzioso. Certo, un po' di angst e di travaglio interiore c'è, chi mi conosce bene sa che io mi cibo di angst dalla mattina alla sera. Qua e là possono esserci delle tematiche leggermente ostiche, soprattutto verso la fine - ma non voglio spoilerare niente - ed il rating, come ho detto nell'intro, potrebbe anche cambiare e diventare rosso, ma non ne sono sicura. Per cambiarlo aspetterò eventualmente i vostri suggerimenti. Ah, nel caso ve lo foste chiesti vedendo questa immagine che è praticamente uguale a quella che ho scelto come copertina della storia, sì, ho un'ossessione per i tetti delle città.
Colgo anche l'occasione per informare lorsignori che la storia si trova anche su Wattpad e che da pochissimi giorni - tipo una settimana - ho aperto un blog personale, Gaiman in the T.A.R.D.I.S., in caso vi vada di dare uno sguardo. E basta. Enjoy!

 


Capitolo 1.

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«Ci vieni alla festa di capodanno di Max?», mi domandò Marie.
Ecco, con queste parole la mia tranquilla e placida vita parigina venne scossa con la forza di uno tsunami. Certo, ancora non ne avevo idea, ma nessuno sa con esattezza quando la catastrofe sta per abbattersi sulla sua testa. Ebbene, in quell'occasione il mio cervello elaborò l'invito come un fatto di routine quotidiana.
Abbassai il giornale in uno sfrigolare di carta, sollevai le sopracciglia e attraverso gli occhiali scuri lanciai a Marie uno sguardo incredulo. «Max fa una festa?», domandai. «E la sua amata fidanzatina glielo permette?».
«Non essere ironica», mi redarguì lei, anche se sapevo quanto fosse d'accordo con me. Strappò una bustina di zucchero e ne versò il contenuto nel cappuccino. «Allora, ci vieni?».
Mi appoggiai allo schienale della sedia in ferro battuto, lanciando uno sguardo alla strada appena fuori dal dehors. «Dio, non lo so», mormorai. «Dipende da Paul».
«Volevate fare qualcosa per conto vostro?».
«Spero proprio di no. Da quando si è laureato non lo sopporto più, giuro», sentenziai. «Vanitoso del cazzo».
Marie sorseggiò il suo cappuccino, sporcandosi le labbra carnose con la schiuma. «Perché non lo molli, allora?».
«Non fai che ripetermelo ogni santo giorno», sospirai. «Da un anno».
«Mi piace Paul», commentò lei. «È molto bello e ha un modo di fare accattivante».
La guardai con un mezzo sorriso. «Cerchi di aggiustare la gaffe?».
«Dico solo che non ho capito perché state insieme. Onestamente, Eleonora, di cosa parlate quando siete a casa?».
Ci pensai intensamente per qualche secondo, ma non mi venne in mente niente. «Del suo lavoro», dissi alla fine. «Di chi ha fatto cosa alla festa di qualcuno. Non è male, dai».
«Se lo dici tu».
Mi strinsi nelle spalle e mi sfilai i Rayban, ravvivandomi la frangia biondo cenere con la mano, senza sapere esattamente cosa dire a riguardo.
Mi piaceva Paul. O meglio, mi piaceva stare con Paul, il che è ben diverso secondo me. Mi divertiva, senza dubbio, e avevamo una vita scintillante. Per natura personale non ho mai amato molto pensare al futuro come a qualcosa che non aspetta altro che pioverti addosso. Il futuro era là, lontano, mancavano ancora molte stazioni prima che il mio treno vi si fermasse e Paul era un bel modo di ingannare l'attesa.
Ci eravamo messi insieme più di un anno prima e da allora non avevo più avuto nulla di che lamentarmi. Cene, cinema, perfino un po' di teatro, feste, vestiti. Hakuna matata: a parte le discussioni continue, chiaramente, ma che problema potevano mai rappresentare?
Guardai l'orologio da polso – un regalo di Paul – e sbuffai sonoramente. «A quest'ora sarà ad elargire brillanti consigli ad avvocati che non ne hanno bisogno, da qualche parte.».
«Da qualche parte?», ripeté Marie. Ero così assorta che non mi ricordavo nemmeno che fosse lì. «Non sai nemmeno dove lavora?».
«È importante?».
«Sei scema? Certo che lo è».
Finsi di trovare molto interessante la tazza del mio the, appoggiata sul ripiano in vetro del tavolino. «So che lavora in un qualche posto a Pigalle».
Marie mi squadrò da sopra la sua tazza con quei suoi occhioni scuri da cerbiatto ferito. Li adoravo, se fossi stata lesbica le avrei chiesto di uscire solo per quelli. «Beh, alla festa io e Jeannot ci andiamo», annunciò.
Ogni volta che parlava di Jeannot faceva un sorrisino per cui la prendevo sempre in giro. «Sai cosa?», decisi d'impulso. «Ci vengo, alla festa di Max. Se Paul non vorrà venire, bene. Stia a casa da solo, come un Ebenezer Scrouge qualsiasi».
«Non se la prenderà?».
Scossi il capo. «No, conoscendolo mi dirà di divertirmi e si metterà a guardare la replica di una partita. È una relazione molto libera».
«Trovo incredibile che non vi siate mai traditi l'un con l'altra».
«C'è una specie di tacito accordo che ce lo impedisce».
Stringendomi di più la sciarpa intorno al collo per proteggermi dal gelo di dicembre, mi ritrovai a sperare che Paul venisse davvero con me. Da un lato non avrei mai voluto trovarmelo fra i piedi, ma dall'altro... Non sembravamo nemmeno una coppia normale.
«Spero davvero che non ci sia Louise», commentai.
«È la festa del suo compagno», disse Marie, «certo che ci sarà».
«La odio».
La mia amica rise forte. «Tu odi quasi tutti».

«Solo quelli che lo meritano».
Marie mi salutò con un bel bacio sulla fronte, dicendo di avere appuntamento per pranzo con la suocera. Mi sembrava pazzesco l'affiatamento che c'era tra quei due piccioncini e le loro famiglie, sembravano sposati da anni quando stavano insieme da appena tre mesi. Era tenera, Marie, e quasi la invidiavo per quella relazione idilliaca.
Se ne andò quasi saltellando sulle sue Dr. Martens nere.
Adoravo Marie, con quell'aria sempre allegra e una parola gentile per tutti, perfino per chi non le piaceva. Mi sentivo sempre un po' più buona dopo aver passato del tempo con lei, un po' più bendisposta nei confronti dei comuni mortali. Se non fosse stato per lei non sarei mai riuscita a sopravvivere ai ritmi che tenevo da quando vivevo a Parigi.
Avevo mal di testa. La sola idea di pranzare con Paul, più tardi, rischiava di farmi venire un'ulcera. Mi costrinsi a pensare che era un solo pasto, che non richiedeva un dispendio eccessivo del mio tempo, eppure non riuscivo a togliermi dalla mente la certezza che avremmo litigato di nuovo.
Mi accesi una sigaretta e cercai di fare degli anelli di fumo per svagarmi: ottenni un solo, misero cerchio, così brutto che lo disfeci subito agitando una mano. Anche il vizio del fumo era un regalo di Paul, proprio come l'orologio, gli occhiali, le scarpe e la cover del telefono.
Decisi che era ora di sgombrare il campo: un'amabile coppietta di liceali si era piazzata proprio nel tavolino di fronte al mio ed erano alle prese con un bacio così pieno di lingua e saliva che quasi mi domandai se non fosse il caso di accertarmi che non stessero soffocando. Era più di quanto potessi tollerare.
Pagai, lasciando una mancia al cameriere perché era così carino, e mi dileguai verso la metropolitana, pronta a raggiungere l'appartamento del mio fidanzato, nella zona di Saint-Germain-des-Prés. Praticamente in pieno centro, in una via che io trovavo pittoresca tanto quanto Paul la trovava confusionaria.
Stranamente le cose con Paul non andarono troppo male. Iniziò a chiedermi della mia giornata: un resoconto che occupò i primi cinque minuti di una pausa pranzo di un'ora e mezza. Il tempo che ci era rimasto lo passammo a lamentarci dei rispettivi orari e a fare sesso sul divano.
Facevamo sempre sesso per evitare la noia. A me non dispiaceva: lui era dannatamente bravo e, soprattutto, sollecito. E poi era così bello: sapevo che faceva fatica, era di costituzione robusta e ce la metteva tutta per avere un bel corpo, con ottimi risultati, oserei dire. Era un piacere guardarlo, con quelle braccia forti e il petto liscio, glabro.
Anche il suo culo era stupendo, sembrava fatto di marmo.
Le nostre intime attenzioni avevano sempre qualcosa di sexy: mutandine di pizzo, oli profumati, musica soft. Immaginatevi una scena di sesso da film, con protagonisti Julia Roberts e George Clooney in un loft di Manhattan: ecco, quello era il modo di fare l'amore che aveva Paul, magico e perfetto. Mi piaceva anche per quello.
Alla fine eravamo sempre soddisfatti e stavamo in silenzio per un po' – il silenzio di chi non ha molto da dirsi – a coccolarci nel suo letto. Poi di solito uno dei due aveva un impegno e ci salutavamo.
Certo, c'erano anche volte in cui avevamo qualcosa di cui parlare: come avevo detto a Marie, chiacchieravamo di lavoro e di amici comuni. A volte dicevamo anche qualcosa riguardo i miei esami, ma Paul aveva un modo di fare un po' paternalistico e preferivo sempre cambiare argomento.
Quel giorno non parlammo affatto, dopo.
Non discutemmo: almeno questo lo avevo ottenuto. Mi promise che sarebbe venuto con me alla festa dell'ultimo dell'anno. Ero così eccitata all'idea che saltai di pari passo tutte le lezioni che dovevo seguire nel pomeriggio, sollazzandomi a casa sua in pieno relax.
Per ringraziarlo gli offrii un cinema – o almeno glielo avrei offerto se i soldi che non avevo speso in regali di Natale fossero stati sufficienti, l'idea comunque partì da me – e dopo il cinema facemmo ancora sesso. Dormii perfino da lui.

***


I miei genitori arrivarono per il giorno di Natale insieme alla sorella di mia madre, la zia Lisa. In realtà si chiamava Elisa, ma qualcuno doveva aver deciso che era il caso di accorciarlo, un nome già di per sé così breve.
Mia madre, Sofia, e mio padre, Massimiliano, avevano idee contrastanti riguardo il mio vivere in Francia.
Lui era felicissimo: di sinistra per abitudine, vedeva il problema economico in Italia irrisolvibile ed era così soavemente soddisfatto di sua figlia che aveva deciso di scappare all'estero. Non la chiamava “fuga di cervelli”, ma solo “mercato psicologico in movimento”. Il fatto che stessi studiando arte, poi, lo inorgogliva ancora di più: le università umanistiche erano così di sinistra che non poteva non essere fiero di me.
Mia mamma era invece terrorizzata all'idea che la sua amata bambina non sarebbe mai tornata a casa. Lei era nata ad Urbino, aveva studiato ad Urbino, si era sposata ad Urbino e con ogni probabilità sarebbe andata in un ospizio ad Urbino. Per quel che la riguardava avrei potuto essere un topo di biblioteca come un'étoile del Moulin Rouge, bastava che tornassi a casa una volta finito.
Mia zia Lisa era solo entusiasta di Parigi. Le serviva una scusa per venirci ed io ero entrata nelle sue grazie per essermici trasferita.
Mentre mio padre si fiondava ad una conferenza molto intellettuale – e molto sinistroide – e mia zia faceva mostra delle sue gambe lunghissime in pieno centro, mia madre ed io decidemmo di pranzare sul ristorante in cima alla Tour Eiffel. Un posto un po' costoso, ma pagava lei.
«Allora», mi disse mentre sfogliava il menù con le sue dita smaltate di rosa, «immagino che tu te la stia passando bene».
«Come negli ultimi cinque anni».
«Ormai sei prossima alla laurea».
Annuii. «Già, è vero. Non appena finiranno le vacanze di Natale mi butterò sulla tesi».
«E poi che farai?».
«Poi?», domandai.
«Sì, poi. Tornerai a casa, vero?».
Ero abbastanza stanca del suo insistere sul mio ritorno in patria, tanto più che non avevo la minima intenzione di tornare ad Urbino. Non dopo Parigi, non con tutti gli altri posti nel mondo che di certo erano molto più eccitanti.
«Stavo pensando di andare a vivere ad Antananarivo», ironizzai. «Sai, in Madagascar: lemuri e tutto il teatrino».
Ridacchiò. Era sempre ilare, mia madre, anche quando le cose non andavano come voleva. «Dai, sii seria».
«Non penso che tornerò, mamma. Non in pianta stabile».
«Fino a quando?».

Feci spallucce. «Non lo so. Per adesso no».
Giunse un cameriere, così giovane che forse non era nemmeno maggiorenne, ed ordinammo una crema di zucca e una bottiglia di vino rosso. Mia madre adorava il vino.
«Tesoro», disse dopo che il ragazzo fu andato via. «Ci manchi. Tuo padre ed io vorremmo riaverti a casa con noi».
Era normale, riflettei, era il problema dei genitori. Se c'era qualcosa che i miei non avevano mai lesinato era l'amore familiare. Magari non erano i più ricchi, né i più saggi, ma mi avevano amata più di quanto io sarei mai stata in grado di amare indietro.
Mi ritrovai con la mente fissa su Paul. Sembra assurdo, ma me ne ero completamente scordata. «Io qui ho un ragazzo».
«Davvero?», chiese lei. Lo mascherava bene, ma ero certa che quello che aveva negli occhi fosse dispiacere: un fidanzato era un ostacolo in più al mio rientro. «Fantastico. Come si chiama?».
«Paul Duval. Si è laureato in legge ed ora lavora in uno studio legale a Pigalle».
«Ha già trovato lavoro?».
«Suo padre aveva degli amici», dissi evasiva.
Mia madre sorrise con ironia. «Meglio non dirlo a tuo padre, non è amante dei raccomandati».
«Nessuno lo è», risi io, «non apertamente. È un bravo ragazzo», aggiunsi pensando a Paul. Mi chiesi perché il mio tono fosse così incerto, perché suonasse come una scusa.
«Non ne dubito», affermò, scostandosi mentre il cameriere le posava davanti il suo piatto di crema fumante. «Immagino non abbiano il parmigiano qui, vero?».
«Non lo so, non credo».
«Fa niente, mi piace anche senza», commentò con un sorriso. «E questo Paul è carino?».
«Molto», risposi. In realtà era molto più che carino, ma il mio subconscio voleva farmelo passare come niente di speciale. «Alto, moro, belloccio».
«Quando posso conoscerlo?», domandò.
Esitai. «Preferirei non ora», ammisi dopo qualche momento. «Non sono sicura che sia la persona giusta».
«E allora?», domandò. «Io ho presentato a tua nonna quattro fidanzati prima di portarle in casa tuo padre».
Sorrisi per l'aneddoto. «E lei? Era tranquilla?».
«Certo che no, fece una testa così a mia sorella dicendo che la davo via con troppa facilità. Lei la prese alla lettera, ecco perché ora è ancora single».
«Credevo che zia Lisa avesse mille amanti».
«Mille uomini, certo, ma amanti? Nessuno».
Non mi interessava parlare di zia Lisa. L'argomento “Paul Duval” mi aveva lasciata con un macigno sul cuore. Mai come in quel momento desideravo un consiglio da mia madre, ma cosa potevo dirle? “Sai, mamma, Paul ed io stiamo insieme principalmente per non stare soli e lui mi riempie di regali”. No, sarebbe stato troppo idiota, senza contare che la mia parte irrazionale trovava ogni scusa buona per farmi credere di amarlo alla follia – e forse un po' lo amavo davvero.
«Mamma», mormorai, trangugiando un cucchiaio di crema di zucca. «Tu come sapevi che papà era l'uomo giusto?».

«Mica lo sapevo», ragionò. «Mi ha chiesto di sposarlo ed ho accettato. Andavamo molto d'accordo, c'era intesa sessuale e spirituale, perché avrei dovuto rifiutarlo? Il tempo mi ha dato ragione, sono una moglie felice e soddisfatta».
«Hai mai avuto dubbi?».
Ci rifletté un momento, leccando il cucchiaio. «Ah, giusto, ora ricordo», disse dopo qualche secondo di meditazione. «Non eravamo ancora sposati, ma stavamo insieme da un paio d'anni. Io andai al mare con alcune amiche e mi presi una bella sbandata per un ragazzo che frequentava la nostra spiaggia».
Sgranai gli occhi, sbalordita. Avevo sempre guardato ai miei genitori come una coppia inattaccabile. «Davvero?».
«Eh, sì». La vidi sorridere al ricordo, non con rimpianto, ma con tranquillità. «Non ricordo nemmeno come si chiamasse, figurati, ma era molto carino ed io ero in vacanza».
«Ed avete fatto qualcosa?».
Scoppiò a ridere. «Cielo, no! Non avrei mai potuto tradire papà. Però ammetto che per tutta la vacanza non ho pensato a lui nemmeno una volta, avevo il cervello pieno del tizio della spiaggia. Ero perfino convinta che non sarei mai più riuscita ad amare tuo padre».
Aggrottai la fronte. «Come è finita?».
«Niente di che: le ferie sono finite e sono tornata a casa».
«Ah».
Non era il discorso incoraggiante che mi ero attesa, ma era stato interessante. Chissà, magari anche il mio momento di instabilità con Paul sarebbe svanito con la velocità della fine di una vacanza. Eppure mi conoscevo bene: non ero mia madre, non avevo neanche lontanamente la costanza e la serenità che aveva lei, né il suo desiderio di vivere tranquilla.
Lo chiamano bovarismo, quella costante insoddisfazione che certa gente prova, convinta che la vita possa essere migliore e che le persone normali non siano abbastanza.

Paul era abbastanza, lo era sempre stato, ed io volevo solo una bella vita. Il mio fidanzato poteva certamente farmi passare momenti eccitanti anche così.
E poi non dovevo certo sposarmelo: non gli avevo promesso niente, a malapena gli dicevo che lo amavo. Non dovevo avere fretta, come aveva detto Marie in un modo o in un altro tutto si sarebbe aggiustato.
Più tardi, quella sera, dopo che la mia famiglia si fu ritirata in albergo, mi ritrovai nel mio letto da sola. Paradossalmente, dopo aver parlato un po' con la mamma il mio materasso mi parve freddo e troppo grande per una persona sola. Mi ritrovai a desiderare qualcuno, chiunque, solo perché dormisse con me. Avrei dovuto pensare a Paul, per quel ruolo, ma dopo qualche momento capii che qualsiasi essere umano sarebbe andato bene.

***


Andammo tutti insieme a fare shopping alle Galéries Lafayette il giorno di Santo Stefano. Era l'ultimo giorno, poi i miei parenti sarebbero tornati in Italia: mia madre aveva una bambina a cui fare da babysitter e mio padre aveva una riunione del sindacato – già, mio padre era un sindacalista, ma vi sorprende?
Fu lui a insistere per comprarmi un cappotto nuovo, dicendo che quello che avevo io era troppo chic e non si adattava al mio modo di essere.
Avrei voluto dirgli che invece si adattava perfettamente al mio modo di essere, era così bello e scandalosamente haute couture che non ci avrei rinunciato nemmeno in cambio di una statua d'oro in piena Piazza San Pietro. Però non lo dissi, lasciandolo fare, perché sapevo che non sarebbe stato soddisfatto finché non avesse avuto quello che voleva. In questo io e lui eravamo uguali.
Marie li conosceva entrambi e venne con noi su insistenza di mamma. Per quanto odiasse che stessi a Parigi, adorava Marie con tutto il suo palpitante cuoricino urbinate, pur non capendo una parola di quello che diceva.
Fu con lei, con Marie, che scelsi di chiudermi dentro il camerino del punto vendita di Moschino, un bugigattolo minuscolo e rovente per le luci al neon, un metro per un metro.
«Certo che con quello che si fanno pagare quelli di Moschino potrebbero anche fare camerini più grandi».
«Marie», mormorai accorata. «Ho bisogno di aiuto».
«Lo immaginavo, o non mi avresti costretta a pressarmi qui dentro come una sardina. Le mie tette si sentono oppresse, poverine».
Deglutii, sbattendo le palpebre cariche di ombretto. «Ricordi l'ultima volta in cui abbiamo parlato di Paul?».
Marie rifletté per un momento. «Certo, in quel caffè sull'Île-de-la-Cité».
«Bene», approvai. «Sai, da allora ci ho riflettuto».
Lei attese che continuassi, ma di fronte al mio silenzio aggrottò la fronte. «E...?».

«Ho un brutto presentimento».
«Di che tipo?».
«Non lo so», ammisi. «Sospetto che forse stia per finire».
La vidi sgranare gli occhi. «Tra te e Paul?».
«Sì», mormorai. «No. Forse: non saprei dire».
«A volte capita di avere brutte sensazioni», commentò, meditabonda. «Cerca di pensarci: è cambiato qualcosa fra voi? Lui ti ha detto qualcosa di strano?».
Scossi il capo. «No».
«Tu hai conosciuto un altro? Lui si lava poco? Hai scoperto di essere lesbica e ti sei innamorata di me, ma non sai come dirmelo?»
Controvoglia ridacchiai. «No, niente del genere».
«Allora è solo un momento, vedrai».
«Ho la sensazione di essere sul punto di sputtanare tutto».
Allora Marie mi lanciò uno di quegli sguardi che solo lei, con le sue labbra rosse e i suoi begli occhioni, poteva assumere. Uno sguardo dolce e allo stesso tempo severo. Chiunque la conoscesse sapeva che sfoderava un'occhiata alla Marie solo per i casi davvero importanti.
«Ci tieni a Paul?».
Quella era una domanda così azzeccata che le avrei dato un bacio in bocca. «Immagino di sì».
«Immagini?».
«Lo hai detto tu che in comune non abbiamo molto».
«Tra cinquant'anni ti vedi al suo fianco?».
Feci una smorfia. «Al momento non mi vedo da nessuna parte, a cinquant'anni».
Avrei voluto essere come lei: sapeva cosa voleva, lo aveva sempre saputo. Una famiglia, due figli, un cane, la casetta con la staccionata bianca. Praticamente il sogno americano. E voleva tutto ciò con Jeannot. Provai una fitta di invidia per quel bel progetto che io non riuscivo a cucirmi addosso.
Mi sorrise. «Lascia passare del tempo, vedrai che prima o poi ne verrai a capo. Continuare a pensarci è inutile».
La voce di mio padre proruppe da oltre la porta del salottino di prova. «Hey, voi due, vi conviene riemergere», lo udimmo dire con una risata. «Eleonora, tua madre sta saccheggiando il cesto delle sciarpe».
«Arriviamo!».

   
 
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