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Autore: grethy03    07/09/2017    0 recensioni
Due ragazzi completamente diversi entrano in contatto in un apparente contesto scolastico.
Alessio: il solito ragazzo disordinato e "piantagrane" che reputa la sua vita una noia, così come la scuola e qualsiasi tipo di legame con le altre persone.
Riccardo: un ragazzo, meglio definito "ragazzino", che sembra fin troppo piccolo per poter frequentare il secondo anno di liceo; al contrario del suo fisico, la sua mente è grande.
Così come ci si aspetterebbe da un ragazzo del genere, Riccardo nasconde a tutti, perfino alla sua famiglia, la vera vita che conduce ogni giorno, difficile e sconvolgente.
Un inaspettato incontro spingerà Alessio a porsi sempre più domande su quello strano ragazzo.
Come si svolgerà la storia dei due incompatibili compagni di banco?
Genere: Romantico, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Gio, 9 novembre, notte

"Ho freddo"

Un brivido mi percorse da capo a piedi, ebbi l'impulso di alzarmi di scatto, ma rimasi immobile.

"Dove sono?"

Aprii lentamente gli occhi, per poi vedermi arrivare sul viso innumerevoli gocce di pioggia. Voltai a fatica il capo e mi ritrovai di fronte un muro bianco.

"Oh...che diamine ci faccio qui? Ora sono anche sonnambulo? E perché non riesco a muovermi?"

Sbattei le palpebre più e più volte nel tentativo di mettere a fuoco ciò che mi circondava. Mi trovavo esattamente sotto il balcone della stanza di Riccardo, a circa tre metri di altezza. Sospirai e cercai di tirarmi su con i gomiti; dopo l'ennesimo tentativo finalmente riuscii ad alzarmi, anche se avevo quasi tutte le ossa doloranti.

"Mi serve aiuto..."

Il cellulare era seppellito fra dei ciuffi d'erba secca e il terriccio bagnato. Mi piegai con un grande sforzo e raccolsi l'oggetto, ormai inutile.

"Merda, è tutto bagnato..."

Rivolsi di nuovo lo sguardo in alto e nel muovere la testa di scatto, sentii una fitta di dolore che si espandeva in tutto il cranio; per un attimo mi si annebbiò la vista e caddi in ginocchio sull'erba bagnata.

"Ma che diamine mi è successo? Non riesco a muovere un muscolo... però se chiedessi aiuto a Riccardo farei di nuovo la figura del pazzo davanti a suo padre..."

Mi asciugai il naso che colava con una manica ugualmente zuppa d'acqua. Che fare? Non ne avevo la minima idea. Provai di nuovo ad alzare lo sguardo, stavolta notai che le persiane della stanza di Riccardo erano spalancate; temendo che il ragazzo potesse essere sveglio e si accorgesse di me, mi alzai in fretta -per quello che potevo- e cominciai a zoppicare verso il cancelletto per uscire.

"Merda, non ce la faccio"

Feci solo un paio di passi prima di accasciarmi sul marciapiede.

"Che ore saranno? Forse le due o le tre del mattino...di qui non passerà nessuno"

Strinsi un pugno tremante attorno alla ringhiera fredda e mi ci appoggiai anche con il capo.

"Voglio tornare a casa...a casa mia. Perché è successo tutto questo? Perché proprio a me?"

Crollai al suolo in modo scomposto e cominciai a singhiozzare sotto la pioggia pungente. Mi coprii il viso con le mani e chiusi gli occhi.

"Papà...mamma... perché non ci siete più? Sono stato davvero io a...no. Non sono stato io"

L'immagine di un uomo senza volto si fece largo nella mia mente, in pochi secondi ricordai tutto ciò che avevo vissuto poco prima su quel balcone.

"Non era solo un sogno...io sono salito veramente lassù, poi sono caduto..."

- R...Ro -

Mi ricordai anche del suo corpo inerme sul letto e di quella figura viscida che abusava di lui.

- Ro... -

"Devo aiutarlo...non posso perdere anche lui"

Il cuore iniziò a martellarmi nel petto, credevo che da un momento all'altro sarebbe potuto uscire fuori.
Tentavo di alzarmi, ma quell'uomo si presentava ripetutamente nella mia testa, facendomi tremare e gemere di paura e dolore.

"Non posso...non voglio perderti"

Mi rimisi in piedi e cominciai a camminare barcollando, mentre con una mano continuavo a tenermi alla ringhiera.

"Pensa, Alessio. Pensa. Sei in centro, ci sarà qualcuno a cui puoi chiedere aiuto anche a quest'ora"

Mossi il capo a destra e a sinistra più volte, finché i miei occhi non si posarono su un telefono pubblico dall'altra parte della strada. Sussultai e presi a frugarmi nelle tasche con foga, estrassi poche monete, ma bastavano per una breve telefonata. Automaticamente composi il numero dell'agente che mi aveva portato a pranzo, non sapevo neanche il perché.
Il telefono bussò un paio di volte, poi una voce impastata mi chiese chi fossi.

- P-pronto...sono Alessio -

Sentii l'uomo esclamare di sorpresa dall'altro capo.

- Alessio, dimmi -

Intanto udivo un fruscio e dei rumori sconnessi, probabilmente l'uomo aveva già cominciato a vestirsi.

- I-io sono a casa di Riccardo...lui...lui non sta bene, aiutalo per favo... -

Caddi di nuovo a terra prima di poter completare la frase. Sgranai gli occhi e osservai stupito le mie gambe che tremavano, come se non appartenessero al mio corpo.

"Ho paura...aiutatemi..."

Appoggiai la testa alla cabina telefonica e chiusi gli occhi.

Gio, 9 novembre, pomeriggio

- N-no! Certo che no! Io non ne so niente! -

Quella voce ovattata giunse alle mie orecchie e sapevo già chi era prima ancora di aprire gli occhi.

"Stai bene..."

- Ho detto che non so niente! L-lasciatemi! Voglio entrare! Fatemelo vedere! -

- Non puoi stare qui, vieni con noi -

- Solo un attimo! -

La porta sbattè con violenza.

Aprii gli occhi lentamente; la prima cosa che riuscii a mettere a fuoco fu un soffitto bianco, poi un viso sconosciuto occupò la visuale. L'uomo mosse una mano dinanzi alla mia faccia più volte per vedere se lo seguivo con le pupille, poi si abbassò la mascherina di carta, scoprendo la bocca.

- Alessio, come ti senti? -

Le mie labbra rimasero incollate, cercai di scuotere la testa in avanti, ma sentii di nuovo una fitta terribile alla testa.
Il medico mi guardò in modo apprensivo e mi lasciò una breve carezza su una guancia.

- È una fortuna che tu stia bene, ti sarebbe potuta andare molto peggio -

Mi inumidii le labbra con la lingua e mi stupii nel sentire lo strano modo in cui suonava la mia voce.

- C-cosa... cos'è successo? -

- Questo dovrai dircelo tu...quando ti sentirai meglio -

- S-sto bene! -

Tentai di mettermi a sedere, ma l'uomo mi portò un braccio al petto e mi fece stendere di nuovo.

- Ora devi riposare, sta' tranquillo-

Lo vidi stringere in una mano uno siringa dall'ago lungo e sottile.

- No, no! Sto bene...davvero... -

Le mie palpebre si fecero improvvisamente pesanti come macigni e sembrava che nelle mie orecchie fossero stati inseriti dei tappi.

Gio, 9 novembre, sera

Quando riaprii gli occhi ero da solo e mi sentivo peggio di prima: i miei muscoli erano tutti indolenziti, al posto della testa avevo un pallone pieno d'aria in procinto di scoppiare e le orecchie fischiavano fastidiosamente. Lentamente quella sensazione divenne sempre più sgradevole e le fitte più acute.

"Ma che diavolo..."

Per un attimo non vidi più nulla, poi qualcuno si precipitò nella stanza. Mi accarezzò più e più volte in viso con una mano caldissima, credendo forse che fossi ancora sotto l'effetto del sonnifero.
Schiusi appena le palpebre; la sua faccia era lì, troppo vicina alla mia. Mi protesi verso il suo viso, attirato dalle sue labbra separate per la sorpresa, ma ricaddi subito all'indietro e mi lasciai sfuggire un gemito di dolore.

- Ale! Stai bene? -

Portò entrambe le mani sulle mie spalle e mi guardò in modo preoccupato.

- Ale? Devo chiamare il medico? -

- D-digli...che... -

Non ebbi neanche il tempo di terminare la frase, che degli uomini, non sapevo quanti, entrarono nella stanza e portarono via Riccardo di peso.

- Aspettate! Sta...stava dicendo qualcosa! -

Subito dopo il medico che avevo avuto modo di conoscere prima, fece il suo ingresso e si affacciò sul bordo del letto per guardarmi attentamente.

- A...antidolo...rifi...ci... -

L'uomo annuì e raggiunse di corsa una parte della stanza che non potevo vedere, dal momento che non riuscivo a girare il viso.
Lo sentii parlare fra sé e sé.

- Cavolo...quegli imbranati gli hanno somministrato una dose troppo piccola -

Percepii l'ago penetrare nel mio braccio, ma non trovai neanche la forza di sussultare.

- Con questo dovresti stare meglio...ora come ti senti? -

- Male... -

- Devi aspettare qualche minuto -

- M-ma...perché non...non lo lasciate entrare? -

L'uomo si voltò e mi guardò in modo dapprima confuso, poi infastidito.

- Oh, intendi quel ragazzino che fa solo chiasso? -

- S-sì... -

- Possono farti visita soltanto i familiari -

- N-non ho familiari... -

- Prima sono venuti, mentre dormivi -

"Oh...intende i genitori di Matteo"

- Lui può entrare...fatelo entrare -

- Mi dispiace, ma non sono io a decidere -

- P-parla con qualcuno... -

- Non posso. Inoltre al momento è indagato -

- A-ah? Per che cosa? -

- Istigazione al suicidio e tentato omicidio -

Sussultai.

- M-ma... perché? Di chi? -

- Te -

Il mio cuore perse un battito e mi si annebbiò di nuovo la vista.

- Ora però non devi agitarti, se ne parlerà quando ti sentirai meglio-

- N-no! Voglio sapere...fatemi parlare con quelli...quelli che lo stanno interrogando -

Mi alzai a sedere.

- Chiamali! Riccardo non ha fatto niente! Lui non c'entra...ah! -

Un ago mi si sfilò dal polso e cadde a terra con un tintinnio.

- Mi dispiace dirtelo, ma neanche io c'entro con questa storia, il mio compito è assicurarmi che tu stia bene -

Mi portai una mano allo stesso polso e cercai di sfilare anche l'altro ago, ma l'uomo mi batté sul tempo.

- E tu ora non stai bene, devi ancora riposare -

- Ma non voglio...per favore -

- Gli agenti verranno da te domani, al momento puoi ricevere solo i familiari -

Mi spinse lentamente giù, appoggiandomi le mani sul petto.

- Non fare stupidaggini, hai capito? -

Non risposi. Il suo sguardo s'infuocò.

- Non so se te ne rendi conto, ma sei caduto da tre metri e mezzo di altezza, dovresti stare calmo -

Voltai lo sguardo e chiusi gli occhi. Per il momento avrei fatto come mi diceva lui.

Ven, 10 novembre, mattina

- Buongiorno -

- Entrate...prego -

Mi svegliai di soprassalto e mi ritrovai dinanzi due uomini sconosciuti che mi squadravano da capo a piedi.

- Quindi possiamo dire con certezza che queste ferite sono state causate da un forte impatto con il suolo? -

Riconobbi la voce del medico che rispondeva in modo affermativo.

Uno dei due uomini, basso e tozzo, con due braccia enormi e pelose, sospirò.

"Questo tizio è più orso che umano...e l'altro sembra una giraffa depressa"

Mr. Giraffa annuì e si grattò il mento privo di barba.

- Bisogna capire la dinamica e se si tratta di tentato suicidio od omicidio, un gran bel casino -

Tossii sottovoce per segnalare la mia presenza. Mr. Orso mi guardò con i suoi occhi spalancati che uscivano quasi fuori dalle orbite, e che gli donavano un'espressione di eterna sorpresa.

- Alessio, te la senti di rispondere a qualche domanda? -

"Oh... déjà vu"

- M-mh... -

- Bene, allora iniziamo -

Mr. Giraffa estrasse un piccolo taccuino da una tasca dell'impermeabile e mise mano alla penna che teneva dietro l'orecchio.

"Che tipi strani...questi due dovrebbero risolvere un caso del genere?"

- Perché ieri notte ti trovavi a casa di Riccardo Buonarotti? I tuoi tutori hanno confermato che sei rincasato per cena e che ti hanno visto andare a dormire nella tua stanza -

"Cominciamo bene..."

- I-io...volevo vedere Riccardo -

- Per quale motivo? Avresti potuto aspettare fino al mattino seguente -

- N-no...era urgente -

Mr. Giraffa iniziò ad annotare ciò che dicevo in modo frenetico, tirando su con il naso di tanto in tanto.

- Allora, perché avevi una tale esigenza di vederlo a quell'ora? -

Trattenni il respiro.

"Non posso dirgli dello stalker, non devo. Passerei per uno psicopatico, non che non lo sia già..."

I due si lanciarono un'occhiata d'intesa.

"No, non posso. Neanche io sono certo di quello che ho visto, potrebbe essere stata un'altra allucinazione...o come diavolo si chiama"

- E-ecco...dovevamo fare una cosa -

"Ma che cazzo dico?! Pensa Alessio, pensa in modo intelligente"

- Che cosa, precisamente? -

"Al diavolo!"

- S-sesso -

I due si guardarono di nuovo negli occhi, poi Mr. Giraffa per poco non bucò l'intero taccuino per la foga con cui riprese a scrivere.

- Rispondi seriamente, per favore-

- S-sono serissimo...noi due...ecco...siamo fidanzati. Potete anche andare a chiedere a lui -

- Mi dispiace, ma Riccardo Buonarotti ha dichiarato che siete soltanto compagni di scuola e che vai a casa sua per prendere ripetizioni d'italiano -

- B-be'...sa com'è, siamo adolescenti... -

- Il ragazzo ha anche apertamente dichiarato che sei fidanzato con una compagna di classe di entrambi, una certa Noemi Milani. Abbiamo contattato la ragazza, ha confermato -

- C-che?! N-no, io sono gay -

L'uomo sospirò.

- Va bene, allora dovrei credere al fatto che sei andato a casa di un tuo compagno di classe a notte fonda per tradire la tua fidanzata? Alessio, dimmi la verità -

Sgranai gli occhi.

- D-davvero... -

- Bene, lasciamo perdere questo dettaglio per il momento -

Sospirai di sollievo.

- Tu e Riccardo Buonarotti avete litigato ieri notte? Ti ha detto qualcosa che in qualche modo ti ha scosso profondamente? -

- N-no... -

Mr. Giraffa aggrottò le sopracciglia e rilesse velocemente ciò che aveva scritto, notando sicuramente che molte cose erano strambe, e non poco.

- Sarà meglio rivolgermi a te in modo diretto, allora -

- I-in che senso? -

- Rispondi solamente sì o no. Riccardo Buonarotti ti ha spinto giù dal balcone? -

- No -

- Avete discusso animatamente? -

- No -

- Ti ha istigato a buttarti giù? -

- No -

- Allora cos'è successo precisamente? Lo ricordi? -

- No... cioè sì... -

- A questo punto dovresti argomentare -

- E-ecco...io mi sono arrampicato sul balcone perché non volevo che suo padre mi vedesse... -

- Suo padre si è mai mostrato o dichiarato contrario alla vostra amicizia? -

- N-no...ma non volevo che sapesse quello che faccio con suo figlio -

"Smettila, idiota! Se Riccardo viene a sapere tutte le balle che ti stai inventando...oh, meglio non saperlo"

- Continua -

- Lui stava dormendo e non mi ha visto...ho preso il telefono per accendere la torcia e...e sono scivolato perché le mattonelle erano bagnate...il telefono mi è volato di mano e per prenderlo mi sono affacciato alla ringhiera e sono caduto... -

"Niente male, potrebbero crederci"

Mr. Orso mi guardò in modo diffidente, poi si consultò sottovoce con l'altro agente, come se io non fossi lì. Mr. Giraffa prese gli ultimi appunti e si alzò dopo il consenso dell'altro.

- Va bene Alessio, per il momento la tua storia sembra avere un senso...eccetto il motivo per cui sei andato lì -

- G-gliel'ho detto... -

Si rivolse di nuovo al compagno.

- Vai a chiamare il ragazzo, è qui fuori -

- Subito -

Attesi un paio di minuti, poi vidi Riccardo entrare a testa bassa, con i polsi incastrati in un paio di manette. Non potei fare a meno di notare che accanto a quella giraffa sembrava proprio un nano da giardino.

- P-perché ha le manette? -

Una volta che il ragazzo si fu seduto, notai che aveva anche un livido enorme sull'occhio sinistro.

- C-che è successo?! -

Mr.Orso congiunse le mani, lanciò un'occhiata sprezzante a Riccardo e cominciò a parlare con tono molto pacato.

- Alessio, non so se ne sei consapevole, ma questo ragazzo è stato accusato di sette omicidi: quattro donne, comprese tua madre e sua madre, due uomini, ossia tuo padre e suo padre, e una sua compagna di classe della scuola che frequentava precedentemente. Purtroppo non siamo mai riusciti a dimostrare la sua colpevolezza, e nonostante ciò lui è sempre quel pezzetto del puzzle che sembra combaciare con tutti gli altri, ma che alla fine non riusciamo a incastrare con nessuno di essi -

Lo guardai con espressione smarrita.

- In poche parole è sempre fra i piedi e io sono più che convinto che è lui l'artefice. Ora dimmi, Alessio, se sai che razza di mostro hai davanti, con quale coraggio vieni a confidarmi che hai un rapporto così intimo con lui? Guardalo, è colpa sua se tu adesso sei in queste condizioni, e non mi riferisco solamente al letto d'ospedale in cui ti trovi -

I suoi bulbi oculari sarebbero potuti schizzare fuori dalle orbite da un momento all'altro per quanto aveva spalancato gli occhi, ora iniettati di piccole vene viola. Mi guardava in un modo che voleva dire "avanti, dimmi che ho ragione". Era evidentemente stanco di tutti quei casi irrisolti, e lo capivo, ma non poteva pretendere che accusassi Riccardo ingiustamente solo per fargli un piacere.
Guardai il ragazzo, una lacrima solitaria gli rigava una guancia. Il petto prese a battermi più velocemente.

- Riccardo è innocente, le ho già detto come sono andate le cose -

- Va bene, allora. Riccardo... -

Strinse una mano attorno al suo braccio e lo costrinse a voltarsi bruscamente.

- Perché ieri notte Alessio era a casa tua? Eh? -

Lo scosse con violenza. Strinsi i pugni e deglutii, sperando che potesse difendersi da solo; ma il ragazzo rimase a bocca aperta, mentre un'altra lacrima scivolava indisturbata lungo il suo viso. Era entrato in uno stato di panico.

- I-io...non lo so... -

L'uomo lo spinse via, facendolo cadere dalla sedia; Riccardo, poiché aveva le mani ammanettate, non poté fare nulla se non rimanere a terra con lo sguardo terrorizzato.

- Basta! Lo lasci stare! -

Con grande sforzo mi sfilai gli aghi dal braccio e scesi dal letto. Una volta in piedi, la testa vorticò per un attimo, ma la volontà di aiutare il ragazzo era più forte.
Lo afferrai per un braccio e lo aiutai a tirarsi su, ma lui sembrò non accorgersene neanche.
Mi voltai verso l'uomo e lo guardai dritto negli occhi.

- Sono caduto dal balcone, Riccardo stava dormendo e non si è accorto di niente. Sono andato a casa sua a quell'ora perché mi mancava, perché è l'unica persona a cui tengo davvero, perché lo amo più di quanto abbia mai amato me stesso, i miei amici e miei fottuti genitori morti! -

L'uomo aprì la bocca, ma rimase imbambolato.

- Vuole sapere una cosa? Non me ne frega niente dei casi irrisolti, Riccardo è innocente e a me basta questo -

Potevo già assaporare la vittoria; appoggiai una mano sulla spalla di Riccardo, invitandolo a sedersi di nuovo e cercando di tranquillizzarlo con lo sguardo, ma lui non mi guardava, non mi vedeva.
Schiuse le labbra tremanti mentre teneva gli occhi fissi su qualcosa che in realtà non vedeva.

- S-sono stato io... -

Sgranai gli occhi e indietreggiai.

"No...no, ma che fai? Non servirà a niente darti la colpa di tutto! Idiota!"

Mr.Orso rivolse la tua totale attenzione a lui, lo stesso fece Mr.Giraffa.

- Papà mi odiava, mi ha detto in faccia che sono nato per sbaglio, non lo sopportavo...io...io l'ho ucciso... sì...gli ho sparato con una delle sue pistole da collezione -

"No, no! Zitto, stai zitto!"

In realtà non volevo saperlo e basta, non volevo crederci, perché se lo avessi fatto l'avrei sicuramente odiato.

- Angela...e Rebecca...le loro madri mi prendevano in giro, non volevano che fossi amico delle loro figlie...dicevano che assomigliavo a una ragazza, ho sparato a entrambe con la stessa pistola -

Sussultai, non volevo crederci, non potevo. Mi appoggiai al bordo del letto per non cadere.

- Mia madre voleva sostituire mio padre con un altro uomo, io non volevo un altro papà quando finalmente me ne ero liberato. L'ho strangolata con dei guanti, poi li ho bruciati, per questo non è possibile risalire alle impronte -

"Smettila Ro...smettila..."

Le lacrime cominciarono a sgorgare copiosamente dai miei occhi, avrei voluto implorare il ragazzo di smettere, ma era come se ogni cellula del mio corpo si rifiutasse di muoversi.

"Perché... perché?"

Un'altra voce si fece largo nella mia testa.

"Perché vuoi sapere cos'è successo davvero, non è così?"

"Ma io non ci credo!"

"Eppure le cose quadrano..."

Riccardo alzò la testa e puntò i suoi occhi rabbiosi nei miei.

- Ho ucciso tuo padre perché ti rendeva infelice, perché non era in grado di fare niente, perché non ti ha mai capito! -

"No..ma che cosa stai dicendo?"

- Ho ucciso tua madre perché stava per risposarsi, non è così? Aveva trovato un altro uomo...proprio come la mia. Sarebbe diventata cattiva, ti avrebbe costretto a vivere con lei e la sua nuova famiglia...avresti sofferto...lo capisci? -

"No, non sto capendo niente..."

Mr.Orso sorrise in modo soddisfatto.

- Ti sei deciso finalmente, brutto psicopatico, vieni con me! -

"E la sua compagna di classe?"

Lo afferrò di nuovo per un braccio e lo condusse fuori, stavolta il ragazzo non si oppose minimamente. Mossi un passo in avanti.

- Ro! -

Si voltò, aveva il viso rigato di lacrime e non vi era ombra di rabbia, solo un'infinita tristezza. Gli tremavano le gambe, aveva paura. Mimò un "va tutto bene" con le labbra e si sforzò di sorridere, poi si voltò di nuovo. Lo osservai oltrepassare quella soglia, temendo che quella sarebbe stata l'ultima volta che lo vedevo, e non avevo avuto la possibilità di fare niente, ero rimasto a guardare in silenzio, come un idiota.
Caddi a terra in ginocchio, fregandomene delle gambe che strillavano per il dolore, il mio cuore urlava ben più forte. 

  
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