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Autore: Acinorev    11/01/2014    11 recensioni
"A quel punto Harry rise. Rise con le fossette accentuate ai lati della bocca e facendo un passo indietro, con una mano tra i capelli e gli occhi praticamente chiusi. «Ragazzina», esclamò affievolendo la risata. «Ragazzina, rallenta», ripeté.
Ed Emma assunse un’espressione un po’ più seria, mentre sentiva l’eco di quelle parole nella sua testa.
Ragazzina.
«Ascolta», ricominciò Harry, frugando nella tasca dei suoi pantaloni stretti e tirandone fuori un contenitore di metallo sottile dal quale estrasse una sigaretta, probabilmente confezionata da lui. Continuò a guardarla, però, senza lasciarla libera nemmeno per un istante. «Apprezzo l’intraprendenza, ma andiamo… Mi sentirei una specie di  pedofilo», aggiunse, scuotendo di nuovo la testa mentre una ciocca di capelli gli ricadeva sulla fronte."
Spin-off di "It feels like I've been waiting for you", da leggere anche separatamente.
Genere: Romantico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Altri, Harry Styles
Note: AU, OOC | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Little girl'
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Capitolo due - Haltow vs Lincoln
 

 

Ron Clarke tossicchiò di proposito nel vedere sua figlia Emma uscire dal bagno in accappatoio e con un asciugamano ad avvolgerle i capelli bruni in un turbante umido. Si appoggiò alla parete ed incrociò le braccia al petto, alzando un sopracciglio folto. «Hai intenzione di andare da qualche parte, signorina?» Domandò scettico.
Emma sospirò e si strinse nella stoffa che ormai sapeva di bagnoschiuma. «Papà, la tua memoria inizia a fare schifo» bofonchiò. Aveva il viso arrossato per il vapore ed il naso che le prudeva, come ogni volta che usciva dalla doccia: non che ci fosse un motivo in particolare, dato che il cambio di più di una decina di prodotti aveva escluso una eventuale allergia.
«Non fare la spiritosa» la riprese lui, facendo un passo in avanti. Si frizionò i capelli leggermente brizzolati con una mano e la scrutò con i suoi occhi scuri.
«Non faccio la spiritosa, sono sincera» precisò Emma, sostenendo il contatto visivo. «Comunque stasera c’è la partita, a scuola: mi ferm-»
«Non ne sapevo niente» la interruppe lui, sospettoso. Se il signor Clarke non conosceva a menadito qualsiasi spostamento delle figlie, non era contento: il problema era che stava diventando iperprotettivo e paranoico, o forse lo era sempre stato, soprattutto dal momento che si dimenticava spesso qualsiasi programma gli venisse riferito con il dovuto anticipo.
«Mel!» Esclamò Emma, vedendo sua sorella maggiore passare di lì. Melanie si voltò con i capelli mori legati in una coda sfatta e nel pigiama che si ostinava a mettere, nonostante i suoi sedici anni di età e gli orsacchiotti disegnati sul cotone chiaro. «Mel, ripeti a papà che ogni ultimo venerdì del mese c’è la partita di basket, nella mia scuola» la pregò con fare annoiato. Non tollerava le persone che le stavano col fiato sul collo e non tollerava il fatto che, appena sua sorella avesse aperto bocca, le sue parole sarebbero state considerate oro colato. Un anno di differenza influiva così tanto sulla credibilità di una persona?
«Hmhm» borbottò Melanie, sbadigliando. Gli occhi azzurri a nascondersi dietro le palpebre per qualche istante. «Stasera giocano contro i Lincoln’s» confermò. Emma si era persino dimenticata che l’incontro di quella sera si sarebbe tenuto con la squadra della scuola di Melanie: era la prima volta dall’inizio dell’anno che succedeva, quindi si chiedeva se ne sarebbe valsa la pena.
Ron era pensieroso, probabilmente nel valutare il da farsi, mentre sua figlia maggiore si allontanava borbottando qualcosa come “E non dire che non ti aiuto mai”, rivolto alla sorella. Emma alzò gli occhi al cielo e pensò che di quel passo avrebbe di sicuro fatto tardi.
«Lo sai, vero, che non dovrei farti uscire dopo il tuo comportamento degli ultimi giorni?» Disse infine il padre, corrugando la fronte.
«Papà, per favore» si lamentò Emma, liberando un profondo sospiro. Era impossibile che ogni volta si dovesse ripetere sempre la stessa scena: certo, lei non si faceva problemi a rispondere a tono ai propri genitori quando lo riteneva necessario, ma bisognava anche ammettere che questo non equivaleva ad essere una delinquente e che suo padre tendeva sempre ad esagerare. Aveva un concetto tutto suo di rispetto, fin troppo rigido.
«Niente “per favore”. È questo il punto: dai tutto per scontato, come se potessi sempre passarla liscia e-»
La sua paternale, che ormai Emma conosceva a memoria, fu interrotta dai passi piccoli e veloci di Fanny, che correva per il corridoio in mutande e calzini, da perfetta bambina capricciosa di sette anni.
«Fanny, torna subito qui!» La sgridò Constance, uscendo dalla sua cameretta con il suo pigiama tra le mani. I capelli del colore del grano le sfioravano le spalle e gli occhi così simili a quelli di Melanie riflettevano la stanchezza di una lunga giornata. Appoggiò le mani sui fianchi ancora magri e sbuffò, senza alcuna intenzione di rincorrere la figlia che intanto era arrivata al piano di sotto. «Ron, lasciala uscire» disse poi, rivolta al marito.
Emma sorrise, sia perché le era riconoscente, sia perché era come se quella donna fosse onnipresente: aveva orecchie ovunque e succedeva spesso che intercedesse per conto suo presso l’austera autorità del padre, come altrettanto spesso finiva per essere più dura di lui.
«Come sarebbe “lasciala uscire”?» Protestò l’uomo, con un’espressione di rimprovero sul volto. Evidentemente non gli piaceva essere contraddetto nel momento in cui cercava di farsi valere, ma per quanto volesse imporsi, con Constance Benson non c’era via d’uscita. Proprio per questo Emma ne approfittò per sgattaiolare via, con ancora le labbra inclinate all’insù e l’impazienza ad accelerare i suoi movimenti.
 
«Finalmente!» Esclamò Tianna senza nemmeno troppo entusiasmo, impegnata a girarsi una sigaretta mentre ne teneva una accesa tra le labbra. Seduta sul muretto che affiancava la scalinata d’entrata della loro scuola - la Haltow High School - teneva i capelli neri più di quella notte sciolti sulle spalle e gli occhi altrettanto scuri, tanto che il più delle volte era difficile distinguere le pupille al loro interno, fissi sulle sue mani.
Emma sorrise colpevole e Pete le diede una gomitata nel fianco. «Indovina di chi è la colpa?» Chiese retoricamente, avvicinandosi all’amica.
«Sai che novità» ribatté Tianna, prendendo un tiro dalla sigaretta e riponendo quella appena finita nel sacchetto che teneva costantemente in borsa. Abbassò le palpebre e scese dal muretto, lasciando un bacio veloce sulla guancia di Emma e passando una mano tra i capelli di Pete. «Prima o poi te le taglio, queste mani» si lamentò lui.
«È già iniziata?» Le chiese Emma, riferendosi alla partita. Erano le nove e mezza passate, quindi sì, probabilmente era già iniziata da un pezzo, ma lei non poteva farci nulla se il ritardo le scorreva nelle vene.
«Non lo so e non mi interessa: basta che entriamo, perché sto diventando un ghiacciolo» fu la risposta borbottata da Tianna, mentre gettava la sigaretta a terra e infilava le mani nelle tasche della giacca in pelle grigia.
«Esistono ghiaccioli al cioccolato?» Domandò Pete, incamminandosi al fianco delle due ragazze e riferendosi alla sua carnagione scura, ereditata dalle origini keniote. Gli occhi giocosi che attendevano una risposta altrettanto divertita.
«Diventi sempre più idiota ogni giorno che passa» sbuffò la diretta interessata, alzando un sopracciglio. «Piuttosto, dov’è Dallas?»
«Stasera trasmettono Star Wars in TV» disse soltanto Emma, sapendo che sarebbe stato sufficiente.
«Sfigato» commentò Tianna sorridendo con affetto.
 
In realtà la partita non era ancora iniziata, anche se tutti si erano appollaiati sugli spalti in attesa e quelle che dovevano assomigliare a delle cheerleaders avevano preso a scodinzolare nel campo. La palestra era già allestita per la solita festa che seguiva ogni incontro e dal soffitto alto pendevano alcune decorazioni leggermente fuori luogo e dei riflettori che sarebbero serviti più tardi: era appena il ventisei Gennaio ed erano già tutti stanchi della scuola, tanto da diventare smaniosi di assistere ad una semplice partita di basket, tenuta da giocatori che probabilmente non sarebbero arrivati nemmeno a pulire gli spogliatoi della NBA, ma che comunque si facevano apprezzare.
Ben presto anche il campo dal pavimento arancione e lucido iniziò a riempirsi, prima di professori, poi di allenatori ed infine di giocatori. I Lincoln’s indossavano la divisa con i colori della loro scuola, un giallo fin troppo brillante ed un verde altrettanto appariscente: gli Haltow’s, invece, sfoggiavano con grande orgoglio il viola che aveva portato loro tanta fortuna e altrettante vittorie.
Emma si voltò verso Tianna, che le stava seduta di fianco con le gambe lunghe accavallate ed una lattina di Redbull tra le mani. Osservò per qualche istante i suoi lineamenti stranieri ed il naso dalle linee arrotondate ma armoniose, le labbra che alcuni consideravano troppo carnose e le sopracciglia fini, che erano leggermente corrucciate. Le ciglia di mascara non si prendevano nemmeno la briga di sbattere e questo spinse Emma ad intervenire. «Sei una stupida» esordì, con un sorriso ad accompagnare il movimento di dissenso del suo capo. «Perché non ci provi?» Aggiunse mentre l’altra si voltava a guardarla.
Tianna sospirò e si imbronciò leggermente, facendosi spuntare una fossetta sullo zigomo destro. «Non siamo mica tutti come te» precisò. Effettivamente l’intraprendenza di Emma era più unica che rara, ma questo non c’entrava nulla. Tianna era infatuata in modo imbarazzante del capitano degli Haltow’s da esattamente un anno e mezzo, ovvero da quando aveva messo piede in quella scuola, eppure si era sempre limitata ad ammirarlo da lontano, a parlarne al telefono con la sua amica alle due della notte e ad inciampare quando le capitava di incrociare il suo sguardo in corridoio. Come poteva non averne abbastanza?
«Non siamo nemmeno tutti come te» ribatté allora Emma. «Perché non vuoi fargli capire cosa si sta perdendo senza nemmeno saperlo? Lo sai, che ai ragazzi certe cose devi sbattergliele in faccia, per fargliele notare».
«Sì, certo, intanto se mi facessi avanti mi direbbe qualcosa come: “Ah, non sapevo nemmeno che frequentassi questa scuola”. Ed io farei la figura della sfigata che in fondo sono, perché che cazzo, sto proprio cadendo in basso con queste paranoie» sbottò Tianna, prendendo un sorso di Redbull e tornando a guardare verso il campo, dove Jaye, puro godimento per i suoi occhi, aveva cominciato a scaldarsi con qualche tiro a canestro. I capelli biondi erano tanto chiari da farlo somigliare ad un albino e la carnagione rosata cosparsa di lentiggini faceva risaltare gli occhi di un blu acceso.
«Ragazze, mi sta venendo da vomitare» intervenne Pete con tanto di faccia annoiata. Non era un grande sostenitore di discorsi del genere, nonostante fosse sempre pronto ad intraprenderli in caso di stretta necessità. Li riteneva assurdi ed inutili, un pretesto per non passare all’azione.
Tianna sospirò e «Comprami un hot dog, al posto di parlare a vanvera» rispose, indicando con un cenno del capo l’uomo che si stava aggirando tra gli spalti con troppe calorie nel contenitore che teneva tra le mani.
Intanto, mentre i due si punzecchiavano per chi dovesse alzarsi o addirittura pagare, Emma tratteneva il fiato: i suoi occhi avevano smesso di vedere altro, perché erano troppo intenti a cercare di capire se quello in campo fosse davvero il ragazzo che avevano incontrato e studiato al Rumpel più o meno tre settimane prima. Se quelli fossero davvero gli stessi capelli ricci e privi di un ordine e se quelle fossero davvero le labbra che dagli spalti non riusciva a distinguere come avrebbe voluto.
Eppure doveva essere lui, altrimenti come si sarebbe spiegata quella fastidiosa e pungente attrazione che il corpo di Emma stava sperimentando? Ogni fibra del suo essere le stava praticamente urlando di averlo riconosciuto, ancor prima della sua mente: era riduttivo dire che non si sarebbe mai aspettata di rivederlo, né di rivederlo lì, a giocare con i Lincoln’s e a palleggiare con una destrezza che non riusciva a capire se fosse percepita solo da lei perché di parte o se esistesse davvero.
Questo voleva dire che frequentava la stessa scuola di Melanie? Quanti anni aveva? E come si chiamava?
Doveva ottenere delle informazioni, doveva sperare che anche lui avrebbe partecipato alla festa di quella sera, perché non poteva negare di aver ripensato al suo sorriso sghembo ed alla sua voce roca, dopo quel primo incontro.
 
L’atmosfera nella palestra era completamente cambiata. Le luci erano spente, tralasciando i numerosi faretti che illuminavano il pavimento lucido con colori sempre diversi e movimenti a tratti confusionari. Gli spalti erano ricchi di adolescenti che non sapevano più se sdraiarsi per la testa che girava, se fare lo sforzo di scendere qualche gradino e recuperare altro da bere, o se continuare solo a ballare sulle note inesperte di un DJ improvvisato del quarto anno. A terra, c’erano bicchieri vuoti – rossi e di carta spessa, proprio come quelli dei film americani – e bibite rovesciate che rendevano tutto più appiccicoso. I tre professori incaricati di “gestire la situazione”, così come era stato comunicato, si erano arresi dopo un’ora circa: era impossibile adempiere al proprio compito, se gli alcolici in realtà proibiti continuavano ad entrare nella palestra senza indugi e se le strigliate e le promesse di punizioni o bocciature non funzionavano. Per questo si limitavano a controllare che la situazione non sfuggisse di mano, per quanto era possibile: non era nei loro interessi creare uno scandalo a riguardo, ed Emma si chiedeva come potessero adagiarsi su una scusa tanto banale e contraria a diversi principi.
Insomma, gli studenti si stavano arrangiando con ciò che avevano, senza pretendere troppo e senza impegnarsi troppo. Persino Emma non storceva più il naso nel posare gli occhi su alcuni ragazzi che si muovevano in modo alquanto discutibile sulle note di una canzone altrettanto discutibile, o quando qualcuno rischiava di rovesciarle addosso qualsiasi cosa stesse bevendo, o quando una graziosa coppietta stava per procrearsi su di lei – anzi, no: in quel caso aveva corrucciato le labbra in un’espressione di disgusto e si era spostata, imprecando con un velato «Ma che cazzo, datevi un contegno».
Si chiedeva dove fosse finita Tianna: quando l’aveva chiesto a Pete, lui aveva continuato a ballare ad occhi chiusi e poi aveva sorriso mentre rispondeva un «Non si vede niente, figurati se riesci a vedere lei» che gli aveva fatto guadagnare un pugno scherzoso sul braccio. Da circa un quarto d’ora l’aveva persa di vista, un po’ perché effettivamente quella palestra stava iniziando ad essere fastidiosamente affollata, un po’ perché lei non era di certo stata attenta.
Era impegnata ad osservare, anzi, a cercare. Tra tutta quella gente, tra tutti quei corpi un po’ sudati e un po’ irriconoscibili per le luci ed il caos, sapeva bene su cosa soffermarsi: il suo obiettivo era molto semplice e si chiamava Harry Styles. Aveva scoperto il suo nome quando lo speaker da bordo campo l’aveva elogiato per un canestro – l’unico, a dir la verità. Emma si era resa conto che effettivamente la sua bravura era reale, anche se il suo allenatore l’aveva rimesso in panchina poco dopo per una tattica di gioco che le era poco chiara: aveva anche capito che i suoi movimenti veloci e la sua pelle che si deformava per definire i muscoli contratti non erano assolutamente salutari per lei. L’aveva visto ridere apertamente con un compagno di squadra, trovandosi ad inclinare involontariamente un angolo della bocca all’insù, e l’aveva visto imprecare e scuotere la testa per un’azione senza successo o un fallo da parte degli avversari. Si era divertita ad immaginare le intonazioni della sua voce e poi si era costretta a mantenere un minimo di orgoglio personale.
Ovviamente non l’aveva più rivisto dalla fine della partita e, ovviamente, era talmente ridicola da non riuscire a pensare ad altro: c’era qualcosa, in lui, che la spingeva ad osare, in qualsiasi accezione lo si volesse intendere. Le bastava una sfuggente occhiata per sentirsi pronta a tutto, anche se non sapeva a quale scopo: semplicemente diventava propositiva e smaniosa, come se il suo intero corpo la stesse spronando a muoversi, a raggiungere la fonte di tutto quel subbuglio.
Dandosi della povera insana di mente, Emma decisa che quella sera avrebbe raggiunto solo Tianna e magari anche Pete, per rubargli ancora un po’ di Jack Daniel’s. Si fece largo tra Sarah del primo anno e Tommy del terzo, cambiò direzione quando intravide Kol e tenne gli occhi chiusi per qualche istante quando si accorse di aver evitato per un soffio una chiazza informe di quello che sembrava vomito. Alla fine, però, riuscì a giungere sugli spalti, dove salì cinque o sei scalini per avere una migliore visuale sulla palestra.
Storse le labbra per poi mordicchiarsi l’interno di una guancia, mentre si alzava in punta di piedi per scrutare la folla - e no, stavolta non per trovare Harry Styles. Sospirò alzando gli occhi al cielo e valutò le opzioni che aveva: eppure, proprio mentre stava per decidere se fosse meglio perseverare in quell’ostile ricerca o tornare in mezzo a tutte quelle persone per continuare ad ignorare le chiamate di suo padre e divertirsi, intravide una figura che sembrava quella della sua amica Tianna.
La seguì con lo sguardo, corrugando la fronte per lo sforzo, e tentò di non perderla tra la folla, muovendo piccoli passi verso sinistra per spostarsi in base a come si muoveva la sua presunta amica. Ebbe il tempo di capire che quella in realtà era Raissa, una sua compagna del corso di arte, e che probabilmente Tianna l’avrebbe uccisa nel sapere che le aveva confuse, prima di sbattere distrattamente contro qualcuno.
Cercò di non perdere l’equilibrio, anche se il gradino davanti a sé sembrava parecchio minaccioso, e si voltò subito dopo per capire chi avesse colpito.
«Harry» sussurrò, con gli occhi spalancati per la sorpresa ed il cuore leggermente agitato per quel ritrovamento tanto prezioso quanto inaspettato. Harry Styles le stava di fronte con la sua fastidiosa altezza di troppo.
Subito dopo lei sorrise con un sopracciglio alzato per la soddisfazione e «Harry», ripeté, in segno di saluto e con un tono più deciso. Lui assottigliò lo sguardo, probabilmente cercando di capire con chi stesse parlando, e continuò a tenere la sigaretta quasi del tutto consumata tra le labbra: si passò una mano dietro la nuca, ignaro del fatto che i suoi capelli fossero eccessivamente disordinati, e spostò il peso sulla gamba destra.
«Dovrei conoscerti?» Chiese poi, sporgendosi leggermente in avanti per farsi sentire, per contrastare almeno un po’ la musica alta. Emma non si aspettava affatto che si ricordasse di lei, ma questo non le dispiaceva, anzi, lo vedeva come un piccolo vantaggio. Deglutì e lanciò un’occhiata all’amico di Harry, che li stava deliberatamente ignorando, intento com’era a parlare con una ragazza forse troppo poco vestita.
«Vorresti?» Ribatté lei, sostenendo il suo sguardo. Quanto avrebbe voluto che le luci della palestra si accendessero all’istante, in modo da poter riscoprire le sfumature degli occhi che le stavano davanti e che aveva quasi dimenticato. Ora sapeva per certo che non era pazzia, la sua, e che un motivo c’era se nonostante tutto quel tempo rivederlo era stato così sconvolgente: era impossibile fare altrimenti.
Harry alzò un sopracciglio ed inclinò lentamente le labbra in un sorriso sorpreso e forse anche un po’ incerto.
«Sono Emma» si presentò, senza porgergli la mano ma inumidendosi le labbra, con la sua aria da piccola donna intraprendente. Le era impossibile resistere ad un capriccio o ad un desiderio ben più radicato: tutto ciò che solleticava la sua voluttà, cercava di ottenerlo.
«Forse ho bevuto un po’ troppo» rispose Harry, con la bocca a formare un sorriso ilare che stava per sfociare in una risata. «Ma sono comunque abbastanza sicuro di non aver risposto di sì» continuò, guardandola con divertimento. Nel suo tono di voce, non c’era traccia del velato disprezzo che anche lei usava, per esempio, quando doveva far finta che parlare con qualcuno le facesse piacere, ma c’erano sprazzi di curiosità e stupore.
«Ho risposto io per te» fu il semplice commento di Emma, mentre si stringeva nelle spalle con noncuranza. Aveva solo voglia di farlo sorridere ancora e magari di farlo avvicinare e di riuscire a sfiorarlo e parlargli e…
«Hey, Clarke!» La salutò qualcuno non molto lontano da loro. Alzò gli occhi verso il punto dal quale era provenuta quella voce e sventolò debolmente la mano destra in direzione di Matt, anche lui del corso di arte.
«Clarke?» Ripeté Harry con lo sguardo pensieroso. Si tolse la sigaretta dalla bocca e la gettò a terra, spegnendola con un piede. «Clarke come Melanie Clarke?» Domandò.
Emma fu sorpresa da quel collegamento, ma non lo diede a vedere: la infastidiva il fatto che sua sorella dovesse essere di nuovo tra lei e qualcosa o qualcuno, o anche solo il fatto che conoscesse Harry. In che rapporti erano? Lui le avrebbe accennato delle sue parole sfrontate o nemmeno se ne sarebbe ricordato?
Annuì, curiosa di vedere la sua reazione. «È mia sorella maggiore» confermò.
Harry allargò il sorriso, sbattendo le ciglia che a malapena si vedevano in quella penombra, e scosse la testa. «Sei la sorellina della piccola Melanie…» commentò, con un’espressione difficile da decifrare. Era divertito? Stupito? Soddisfatto?
Un moto di orgogliosa stizza si impadronì di Emma nel sentire l’appellativo che Harry aveva dato a sua sorella, ma strinse i pugni e lo ignorò. Ora capiva che, quando si erano incontrati la prima volta, lui aveva davvero colto la somiglianza tra lei e Melanie, nonostante l’erba che aveva fumato.
«Dobbiamo per forza parlare di lei?» Chiese, improvvisamente a disagio per l’intromissione inconsapevole di qualcun altro in quel discorso.
«E sentiamo, di cosa vorresti parlare?» La rimbeccò lui, con un angolo della bocca più inclinato dell’altro a formare un’espressione giocosa.
Emma alzò un sopracciglio e fece un passo avanti, schiudendo le labbra per respirare lentamente e per accennare un sorriso involontario, ma comunque liberatorio. Aveva il viso praticamente all’altezza del suo petto, il corpo a pochi centimetri dal suo e il mento all’insù per poterlo guardare negli occhi. Mentre ogni fibra che la componeva si tendeva per quella vicinanza, si chiedeva come dovesse essere il vero profumo di Harry: non quello che sapeva di fumo o di alcool, come in quel momento, ma quello di quando si svegliava la mattina o di quando era appena uscito dalla doccia.
«Tu che dici?» Disse, scandendo bene le parole e continuando a percepire quella voglia di fare, di dire, di essere, che Harry le provocava dentro contro ogni logica. In fondo era un estraneo e lei non sapeva assolutamente nulla su di lui: era già abbastanza? O era davvero pazza?
A quel punto, Harry rise. Rise con le fossette accentuate ai lati della bocca e facendo un passo indietro, con una mano tra i capelli e gli occhi praticamente chiusi. «Ragazzina» esclamò, affievolendo la risata. «Ragazzina, rallenta» ripeté.
Ed Emma assunse un’espressione un po’ più seria, mentre sentiva l’eco di quelle parole nella sua testa. Ragazzina.
«Ascolta…» ricominciò Harry, frugando nella tasca dei suoi pantaloni stretti e tirando fuori un contenitore di metallo sottile dal quale estrasse una sigaretta, probabilmente confezionata da lui. Continuò a guardarla, però, senza lasciarla libera nemmeno per un istante. «Apprezzo l’intraprendenza, ma andiamo… Mi sentirei una specie di pedofilo» aggiunse, scuotendo di nuovo la testa mentre un ciuffo di capelli gli ricadeva sulla fronte.
Emma si sentì offesa da quel commento, nonostante fosse consapevole dell’effetto che il suo comportamento così determinato e schietto provocava nella maggior parte delle persone: il più delle volte veniva presa per una bambina spocchiosa ed anche un po’ troppo disinibita, ma la verità era semplicemente che la sua indole era fatta di brama e capricciosa spensieratezza. Non le importava molto di cosa dovesse affrontare o di chi dovesse superare, i suoi obiettivi le erano sempre molto chiari, così come gli sforzi da compiere per raggiungerli: quando le importava, però, non lo dava a vedere.
Come in quel momento.
Si passò una mano tra i capelli lunghi e leggermente più mossi per l’umidità di quella sera, sbatté le palpebre sul blu dei suoi occhi e sorrise. «Peggio per te» furono le sue semplici parole, pronunciate l’istante prima di voltarsi e allontanarsi da Harry Styles e dalle sue labbra ancora troppo irraggiungibili, senza aspettare una risposta.
Solo allora, solo quando ebbe frapposto tra di loro una distanza di sicurezza e non fu più sotto i suoi occhi, si concesse di corrucciare la sua espressione e di sbuffare. «Vaffanculo» mormorò tra sé e sé.






 


Buongiorno!
Lo so, probabilmente vi aspettavate qualcosa di meglio (io di sicuro!), e mi dispiace! Ho corretto questo capitolo mille volte, fino a due minuti fa, però non riesco a renderlo come avrei voluto che fosse, quindi posso solo sperare che voi l'abbiate apprezzato almeno un po'!
Ma lasciamo da parte le mie paranoie: sono entrate in scena la famiglia di Emma, che per le lettrici di "It feels..." sarà di sicuro più familiare (scusate il gioco di parole ahha), e l'amica Tianna (no, non ho scelto un prestavolto da sottoporvi perché credo nell'immaginazione, così come per Pete e Dallas :)) che ovviamente ha ancora bisogno di un po' di spazio per farsi apprezzare! 
Emma incontra di nuovo Harry e be'... Diciamo che è molto diversa da sua sorella Melanie, direi l'opposto ahhaah Non prendetela per una specie di ragazza dai facili costumi, anche perché non lo è: più che altro le piace prendersi ciò che vuole, proprio come una bambina capricciosa. Ma di questo se ne parlerà in lungo e in largo per tutta la storia (Y). Emma ha quindici anni, quindi è moooolto giovane, ma vedremo cosa ne uscirà :) Su Harry non ho molto da dire, nel senso che per ora non ha alcuna intenzione di assecondare le attenzioni della "ragazzina": questa volta è il ragazzo a fare il difficile haha (Per chi non avesse letto "It feels...", la sua età e il resto verranno approfondite più avanti, lo assicuro!)
Mi piacerebbe davvero molto leggere le vostre opinioni, sapere cosa avete pensato dei personaggi e cosa vi aspettate dalla storia :)

Infine, vi ringrazio infinitamente per aver letto! Ho notato che in tantissime avete seguito/ricordato/preferito la storia, DAVVERO in molte tenendo conto che c'è stato un solo capitolo, quindi GRAZIE GRAZIE GRAZIE :)
Spero mi farete sapere le vostre impressioni, se no ormai mi consocete, vado in palla ahhaha

Vi lascio tutti i miei contatti:
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Un bacione,
Vero.
 
  
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