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Autore: Flavio Garganese    03/11/2019    1 recensioni
«Io me ne vado.»
Arturo, seduto al bancone in cucina, si fermò a una spanna dall’addentare la sua pastafrolla alla crema e guardò con occhi sbarrati l’amico e convivente, Michele.
«In che senso?» gli chiese poggiando lentamente la pasta e raddrizzandosi sull’alto sgabello che usava sempre come trono.
Michele stringeva con determinazione la maniglia della porta di casa, così forte da sbiancarsi le nocche, il vecchio cappotto polveroso gli pendeva pesante dalle spalle curve.
«Io me ne vado. Esco a prendere un po’ d’aria.»
«Ma è successo qualcosa?»
«Sì. Ho bisogno di cambiare aria. Io… devo andarmene. Addio.»
Arturo non si mosse di un millimetro, immobile sul suo trono. Dall’altra parte del muro arrivò ovattato il fischio di un treno e con esso il suo rapido sferragliare, un tremito basso, lieve, ma sufficiente a far vibrare impercettibilmente la parete.
«È qualcosa che ti abbiamo fatto noi? Michele, guarda-mi.»
«Io…»
«Michele, ti va di parlarne?»
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«Io me ne vado.»
Arturo, seduto al bancone in cucina, si fermò a una spanna dall’addentare la sua pastafrolla alla crema e guardò con occhi sbarrati l’amico e convivente, Michele.
«In che senso?» gli chiese poggiando lentamente la pasta e raddrizzandosi sull’alto sgabello che usava sempre come trono.
Michele stringeva con determinazione la maniglia della porta di casa, così forte da sbiancarsi le nocche, il vecchio cappotto polveroso gli pendeva pesante dalle spalle curve.
«Io me ne vado. Esco a prendere un po’ d’aria.»
«Ma è successo qualcosa?»
«Sì. Ho bisogno di cambiare aria. Io… devo andarmene. Addio.»
Arturo non si mosse di un millimetro, immobile sul suo trono. Dall’altra parte del muro arrivò ovattato il fischio di un treno e con esso il suo rapido sferragliare, un tremito basso, lieve, ma sufficiente a far vibrare impercettibilmente la parete.
«È qualcosa che ti abbiamo fatto noi? Michele, guardami.»
«Io…»
«Michele, ti va di parlarne?»
Arturo, come suo solito, era dannatamente deciso, freddo, spietato. Michele invece evitava il suo sguardo indagatore e si fissava le consunte scarpe stringate che si ostinava a indossare da ormai troppi anni. La pressione sulla maniglia diminuiva, la sua presa cedeva, così come veniva meno la sua determinazione.
«Io…» Michele si sforzò di non balbettare. «Sì.»
 
«Sei nuovo di queste parti, vero?»
Arturo lo fissava dall’alto, un sorriso sardonico stampato sul viso. Teneva le mani nascoste nella giacca della colorata tuta, fuori tempo massimo per qualsiasi moda possibile, senza minimamente degnarsi di porgerne una al suo interlocutore.
«Sì… e temo di essermi perso.» rispose Michele, aggiustandosi la cravatta sotto il maglioncino e passandosi ripetutamente la mano tra i capelli, nella speranza di aggiustare un ciuffo ormai troppo lungo che non voleva saperne di stare in piega.
«Se ti serve una mano posso aiutarti, la compagnia è grande ed è normale per quelli nuovi perdersi. Certo, di solito non vanno a sbattere contro le porte.»
Michele rimase in silenzio, fissando il muro. Stringeva convulsamente il pugno sinistro e con la destra cercava in tasca il pezzo di carta con le indicazioni per il nuovo ufficio.
«Ne parliamo davanti a una birra, invece di rimanere come dei piombini in mezzo al corridoio?»
Michele tirò fuori il foglio stracciato e si degnò a malapena di guardarlo. Un qualche impiegato anonimo passò sbattendo incurante contro la sua spalla.
«Alle 8:30 del mattino? Sicuro?» rispose dopo qualche secondo, mettendo a fuoco il suo interlocutore.
«Sì, perché no?»
«Beh… io… oh, va bene, però credo che prenderò solo un caffè, forse.»
Arturo fece spallucce e si voltò, facendo strada.
«Tu in che reparto lavori?» chiese Michele ponendosi al suo fianco.
«Io consegno solo la posta. E aggiusto le cose degli altri.»
Avanzavano per il corridoio, lentamente, mentre intorno a loro la marea di colleghi spingeva in direzione ostinatamente contraria.
«Non mi hai detto come ti chiami.»
«Michele Sella, piacere.»
«Arturo.»
 
«Non credi di averla presa da un po’ troppo dietro?» domandò Arturo staccando finalmente un morso dall’agognata pastafrolla.
«No, non credo» rispose Michele. Una ben poco lieve nota acida velava la sua voce.
«Dai, siediti, non stare lì imbambolato come un pino.»
Michele fissò il divano posto accanto all’isola della cucina, poi la mascella di Arturo che ondeggiava ritmicamente, poi di nuovo il divano.
«No, preferisco rimanere in piedi.»
 
«Quindi il rossiccio… il rossiccio si chiama Nico. Quello che sembra un bue muschiato…» biascicava Michele, malamente piegato sul bancone.
«Antonio, ma non t’azzardare a chiamarlo così.» concluse per lui Arturo. «Ehi, barista, un’altra spina!»
«Bue gli si addice, non credi?» biascicò ancora Michele.
«Oh, fai pure. Secondo me gli piacerà.»
«Poi…»
«Bevi, poi vediamo se indovini gli altri.»
Una risata roca sfuggì dalla gola di Michele. Qualcuno lanciò verso di loro una nocciolina. Risate sguaiate, frasi sconnesse, poi il mondo iniziò a vorticare.
«Niente, forse è meglio che io vada a casa. Forse…» riuscì a dire Michele quando il mondo smise di girare.
«Forse, forse… pensa a bere.» Arturo buttò giù un’oliva. «Sempre coi forse tu. E i grazie. E scusa.»
Michele non vide mai il nocciolo di quell’oliva. Per un attimo tutto divenne nero.
Fu il battito di palpebre più lungo che avesse mai fatto.
«Io… io mi sento stanco…»
Gli altri non erano più intorno a lui.
Spariti, come fantasmi di un passato mai vissuto.
«Dai, muoviti a finire la birra che stiamo andando.» lo richiamò Arturo, ormai oltre la soglia del locale. «Nico, hai da accendere?»
 
«Non guardare me. Io non c’entro.» Arturo scrollò le spalle e mandò giù un altro boccone. «Io sono contro…»
«Sì, lo dici sempre» lo fermò Michele. «Però… però non fai mai nulla.»
«Ma che vuoi? Cristo! Stai sempre là a mugugnare con la coda tra le gambe! Un cane sembri, ecco, di quelli che guaiscono al primo ringhio e si pisciano addosso.» sbottò Arturo, alterandosi improvvisamente.
«Volevo solo delle scuse!» urlò Michele, alzando la voce più di lui. Non era la prima volta che lo faceva, non sarebbe stata l’ultima, come sempre. «Volevo solo che mi si parlasse, invece di voltare la testa dall’altra parte!»
«E per cosa!»
«Perché siete degli infami!»
Qualcuno dall’altra parte del muro avrebbe bussato per chiedere silenzio, ma nessuno avrebbe potuto. Erano soli, su quel piano.
Michele tirò su col naso, e Arturo si limitò a finire con nonchalance la sua dannatissima pastafrolla.
 
Il cellulare taceva.
Michele lo fissava intensamente, sperando inconsciamente che il solo sguardo lo potesse far vibrare, ma nulla. Non un messaggio, non uno squillo, nemmeno un cazzo di sms.
«Fanculo, vado da solo.»
Bere lo avrebbe aiutato.
Forse.
Gli avrebbe fatto distendere i nervi.
Ma…
 
«Ricordati che sono qua solo per un motivo.»
«Vuoi farmelo pesare ancora?»
 
«Non te l’ho mai voluto far pesare, hai fatto tutto da solo. Al solito.»
Michele deglutì, la gola secca gli ardeva come l’inferno.
«Michele, dai, lascia quella maniglia.»
 
«Mi dispiace che hai perso il posto, ma non posso farci niente.»
«Sì, lo so, tranquillo. Tagli del personale, riduzione del budget e tutto il resto.»
«Forse…»
«No, non serve. Ho già qualche offerta da vecchi amici.»
Il fischio penetrante del treno raggiunse la banchina, precedendo di due secondi netti il dlin-dlon dell’annunciatore automatico.
«Io volevo solo…»
«Stammi bene, ci sentiamo stasera.»
«Sì, certo, ma…» la voce gli morì in gola. «A dopo.»
 
«Sono forse responsabile? Ho da chiederti scusa?»
«Per l’ultima volta, cazzo, no! Sono casualità che nessuno può controllare. Smettila di dannarti e di chiedere scusa per tutto, smettila di essere paranoico e di vedere l’inverno in una foglia che cade.»
«E quindi…?»
«E quindi è la vita, Michele. Anche se cade la neve, l’albero sta sempre là. Non importartene del mondo intorno, non pensare troppo ai cani che ti pisciano addosso. Non ne vale la pena.»
«E quindi…?»
Arturo sospirò, scuotendo la testa.
Michele, scemata la rabbia, pendeva dalle sue labbra, cercando un senso a quel discorso che di senso non ne aveva per niente, come mille volte prima di allora aveva già fatto.
«E quindi niente, Michele, goditi i giorni di sole e anche quelli di pioggia, e non pensare mai alle scarpe bagnate.»
 
Il pub taceva.
Sedie e tavolini attendevano impilati nel buio, tetri come schiere di impiccati.
Michele tremava nella gelida notte di novembre, e ringraziava il cielo che almeno non piovesse, solo come un cane, di nuovo. Non aveva nemmeno la forza di chiedersi che fine avesse fatto il resto del mondo. Quella sera vi erano solo lui, il freddo, le strade vuote e le vetrine spente. E forse in fondo gli stava bene così.
«Ehi amico, scusa…»
Un tipo alto con un pesante berretto di lana calato in testa gli toccò appena il braccio. Michele si ritrasse fulmineo, d’istinto.
«No» disse solo.
Lo conosceva, il maghrebino che quand’era fortunato dormiva alla Caritas, quando non era così fortunato sotto due cartoni dietro un cespuglio nel parco.
Il tipo, scuro in volto, lo guardò con occhi supplici.
Michele tremava, intorpidito dal freddo, e rimaneva in silenzio, lasciando che i suoi occhi umidi per il gelo parlassero per lui.
Il barbone abbassò lo sguardo e accettò la sconfitta, ritirandosi senza fiatare, stringendosi nel suo giubbotto cencioso e sparendo nell’ombra che si allungava dai vicoli e sfuggiva agli inaffidabili lampioni che sorvegliavano la strada.
«…di merda» mormorò Michele con un filo di voce.
 
«Io me ne vado, ho detto.»
«Fa’ come vuoi, non ti trattengo mica qui. Che fai, esiti? Avanti. Fai come vuoi, ho detto.»
Michele aveva di nuovo la mano sulla maniglia.
Stavolta tremava.
«Sei un fottuto codardo, Miche’.»
«T’ho detto di non chiamarmi così!»
«…E te la tiri troppo.»
Arturo si voltò verso il bancone e sparì dietro la sua tazza di cappuccino solubile. Bevve un sorso e scosse la testa.
«Dai Miche’, per favore. Torna qua.»
 
«Michele, dobbiamo parlare.»
«Non mi va.»
«Michele, smettila di fare il moccioso.»
«Ti sembro un cazzo di moccioso?»
«Mi sembri uno che non riesce a ragionare con la propria testa. Dai Miche’, per favore, torna qua.»
Michele sentì le braccia dell’amico avvolgersi intorno alle sue spalle, sentì il suo petto caldo. Trattenne le lacrime e si morse il labbro.
«Pensi sia colpa mia?»
«Sì. E non credo tornerà. Ehi, è la vita, pensa a un altro. Andiamo a bere ora, la via per il cuore di uomo passa per lo stomaco.»
La diceva spesso questa, pensò Michele, anche troppo.
«E se il cuore è spezzato?»
«Allora per il fegato.»
 
«Basta, vai.»
«Guarda che è casa mia!»
«Sarò qui ad attenderti al tuo ritorno. Non scappo mica.»
Un altro fischio, un galoppare lontano, un tremore nel muro, oltre il muro e nell’aria.
«Tanto poi torni, ne parliamo, e vai a dormire come sempre. Ti va di fumare?»
«No. Dovresti smettere.»
Arturo scosse la testa e scese con un balzo dallo sgabello.
«E tu dovresti smetterla di piangerti addosso. Andiamo?»
«Andiamo.»
Ma nessuno si mosse.
 
«Ti andrebbe di venire a vivere da me?»
«Perché?»
«Cercavo qualcuno per dimezzare le spese, sai com’è, l’affitto e tutto il resto.»
Arturo ondeggiò con la testa, soppesando attentamente l’offerta.
«Sai che il lavoro va e viene, vero?»
«Sì» gli rispose Michele, a cuore fin troppo sincero, «Ma non m’importa. Sei un amico, e mi fido di te.»
Arturo sbuffò, trattenendo una risata.
«Almeno.»
«Al massimo… poi…»
«Non cominciare. Accetto. Ma non farti strane idee.»
 
Fuori nevicava, d’una neve leggera, che s’insinuava in ogni piega della sciarpa e del cappotto.
Michele sentì il naso avvolto dal fuoco nel giro di un istante.
«Cavolo, che freddo.»
Arturo si accese la canna, fece qualche tiro e passò il fumo al compagno, che scosse la testa e rimase a braccia conserte a tremare in quella che per lui poteva benissimo essere una tormenta.
«Sai…?»
«Sai cosa?»
«No, nulla. Lascia stare. Sicuro di non volere un tiro?»
Rimasero in silenzio così, in attesa che la neve smuovesse qualcosa al posto loro. Ma la neve non poteva far altro che divenire palta, grigia e anche un po’ maleodorante di escrementi di cane e asfalto.
«Sai chi hanno trovato morto nel parco, stamattina?» borbottò dopo un bel po’ Arturo.
Michele lo guardò, accigliato.
Un brivido lo scosse, e il tremito gli fece cadere di dosso la neve.
 
«Ho preso un po’ di roba» gli disse Arturo, accogliendolo dallo sgabello in cucina, «Non molto.»
«Non importa.» disse Michele sospirando e lasciandosi cadere sul divano.
Accese la tv. Pubblicità progresso. Cambiò immediatamente, chiedendosi disgustato perché non fosse già sul Canale 24.
«Tutto bene a lavoro?» chiese Arturo, scendendo dal suo scranno e decidendosi a far sparire le buste della spesa tra scaffali, mensole e frigo.
«Sì, tutto bene…» rispose Michele da automa, stordito e apatico, come sempre. «Solo…»
Ma come sempre, lasciò cadere la frase nel vuoto, stanco, troppo stanco.
Forse un giorno avrebbe detto cosa non andava.
Forse…
 
Michele si sfilò un guanto e subito sentì le dita infiammarsi a contatto con l’aria gelida. Tirò fuori il cellulare e passò rapido tra le varie finestre. Nessun messaggio. Come al solito.
«È che mi sento solo. Vorrei solo che qualcuno mi parli, qualche volta.» disse, mettendo via il telefono con fare incerto.
«Beh, con me parli fin troppo.»
«Non è quello, intendo davvero… qualcuno con cui… a cui poter dire tutto. Seriamente, sputtanarsi in ogni maniera possibile. Mi fa un male tenermi tutto dentro, ogni singola emozione, ogni singolo pensiero. È una fitta che mi prende al petto, tra lo stomaco e il polmone, e sta lì le ore a torcermi le viscere.
«Vorrei solo parlare, e invece esco di casa e mi sento solo. Rientro, e ti vedo, e non trovo mai le parole. E continuo… continuo ad arrovellarmi, pensando a come riuscire finalmente…»
Michele alzò la testa e guardò verso il compagno. Arturo fissava il vuoto davanti a sé, spostava il peso da un piede all’altro, si scrollava la neve di dosso e continuava a fumare. Non si degnava minimamente di volgere il capo dalla sua parte.
«Arturo, io, io credo di… io ti…»
«Ti avevo detto di non farti strane idee.» tagliò corto Arturo.
Si voltò lentamente per qualche istante, gli occhi appena schiusi per il troppo candore della neve. Gli allungò di nuovo lo spinello e tornò a fissare il vuoto, rimanendo immobile in attesa che il compagno accettasse la sua offerta.
«Scusa.» mormorò Michele, accettando di malavoglia la sigaretta.
La voce gli uscì in un sussurro, flebile, debole come il nevischio che danzava nell’aria intorno.
«Non ti devi scusare. Tu cerchi solo un nuovo soprammobile per riempirti il salotto, per riscaldarti casa. Prenditi un gatto, ti darà sicuramente più affetto di quanto io ti possa mai dare.»
Michele rimase in silenzio. Sentiva le ginocchia molli.
«Se sono con te, non per dire, è solo per i soldi, è solo per avere un tetto sulla testa che non mi dissangui, perché al giorno d’oggi vivere da soli è un più un suicidio, sotto molti aspetti diversi. E ti ringrazio, davvero, mi stai dando una grossa mano. Ma è solo per amicizia che lo stai facendo, nulla di più, e devi mettertelo bene in testa una volta per tutte.»
Michele gli restituì il mozzicone consumato, rimanendo in silenzio. Arturo fece l’ultimo tiro e si apprestò a gettarlo con una schicchera nella neve.
«Io rientro. Vieni con me.»
Arturo si voltò, badando poco ad aspettarlo, come sempre. Rallentò un poco e si guardò indietro con un’occhiata fugace, rimanendo in attesa di una risposta.
«No, io resto qui ancora un po’, ho da pensare. Forse…»
Arturo scrollò le spalle e riprese a camminare verso il portone della vecchia palazzina in cui abitavano da due anni.
«Forse, ma, non so…» borbottò a voce fin troppo alta, imitando scocciato il compagno, e sparì nell’androne.
“Forse resto qui” pensò Michele, rimanendo imbambolato a guardare la porta, “A godermi la neve. Forse aumenta, chi lo sa.” Avrebbe voluto ancora una volta sapere il perché di tutte quelle stramaledette, stupide, incomprensibili metafore, ma probabilmente l’unica risposta che avrebbe ricevuto da Arturo sarebbe stata, come sempre: “Regola numero 7, non spiegarti mai.” Al che lui avrebbe chiesto che fine avessero fatto le prime sei regole, e la risposta, come sempre, sarebbe stata: “Regola numero 6, non rivelare mai ciò che crea aspettativa.” Non avrebbe mai avuto la risposta che cercava, mai.
O forse sì, forse quella sarebbe stata proprio la volta buona. Forse questa volta lo avrebbe capito, e avrebbe finalmente soddisfatto la sua sete di spiegazioni, di perché, gli sarebbe rimasto accanto.
Forse…
Ma chissà.
 
L’annunciatore chiamò il treno in arrivo e comunicò come suo solito, con voce inespressiva, banchina e fermate. Quella mattina la stazione era affollata, dannatamente affollata, e le persone si affollavano sul piazzale di cemento, scrutando con desiderio i binari all’orizzonte, in una calca informe e disumana, come una colonia di pinguini su un minuscola banchisa alla deriva in mezzo all’oceano. Aveva mai visto un pinguino dal vivo? Ma che gli fregava? E che centravano i pinguini adesso? Michele fissava le rotaie davanti a sé, stordito dai suoi stessi pensieri, apatico, completamente indifferente al mondo intorno, saldo come granitica roccia contro il flusso e riflusso rapido e caotico dell’ennesima monotona e grigia giornata di lavoro.
Nessuno è perfetto, e ognuno avrà la sua espiazione. Ogni errore commesso sarà ripagato, non dal caso ma dal fato. E forse un giorno si sarebbe ritrovato di nuovo là, sulla stessa banchina, cent’anni più vecchio, ancora a pensare cosa non aveva fatto e cosa avrebbe potuto fare. O forse sarebbe stato altrove, in un altro corpo, con un’altra mente, a chiedersi perché diamine rideva come un matto.
Un fischio distante fece allineare le teste e gli sguardi, come fossero un mare di spighe, piegate dal vento, o di fiori, o…
Lo sferragliare della locomotiva si fece vicino, sempre più, e tutti fecero un passo avanti. Michele continuava a fissare le rotaie imbiancate oltre lo scalino e la gialla linea di sconfinamento. Fece un altro passo avanti. Lo stordimento non accennava a scemare.
Ora vedeva solo la rotaia.
Una mano gli afferrò saldamente la spalla, tirandolo indietro e allontanandolo dal vuoto.
«Scusa amico, hai due spicci? Ti dispiace?»
Michele guardò oltre la spalla e oltre la mano che si andava allontanando. Un barbone, forse uno zingaro, lo guardava con occhio truce. Intorno a lui, gettati a terra, due immensi bustoni di… roba, quei bustoni di cui non sai mai dire in poche parole cosa contengono, riversi e aperti, parte del misterioso e informe contenuto rovesciato e sparso sulla banchina. Michele fissò stranito il volto truce, e dopo qualche secondo finalmente si risvegliò.
«Sì, ecco.» farfugliò infilando una mano nell’interno del cappotto, alla ricerca del portafogli, e tirando fuori dopo qualche affanno pochi spiccioli.
Lo zingaro non degnò le monetine di uno sguardo, ma continuò a fissarlo in tralice.
«Tutto bene, tu?»
«Sì, sì. Ho solo avuto… un brutto sogno.»
Lo zingaro sbuffò, sorrise ghignando e scuotendo il capo, afferrò la sua roba e dondolando se ne andò, lasciando Michele da solo lì, con quelle poche monetine in mano.
Intorno, intanto, la gente ignara si trascinava frettolosamente dentro il treno, che stancamente si rimise in moto.
   
 
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