Film > Frozen - Il Regno di Ghiaccio
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Autore: Cida    17/10/2020    13 recensioni
[Modern!AU - No Powers]
Prima di te ero sola, ero mia, era tutto pià facile...
Se tu eri ghiaccio, lui era vento che, con occhiate distratte, sferzava e metteva a dura prova, con apparente noncuranza, ogni tua protezione.
[Jelsa]
Genere: Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Altri, Elsa
Note: AU, Cross-over | Avvertimenti: nessuno
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Ciclone

CICLONE 


Ghiaccio.

Da quando da ragazzina ti eri trasformata in una giovane donna, era sempre stato a questo elemento che ti avevano accomunata. Frigida, algida, regina dei ghiacci erano solo alcuni di quei termini che guizzavano veloci sulle labbra di chi ti credeva abbastanza lontana perché potessi udirli, quanto si sbagliavano.

Lo so io di cosa avrebbe bisogno per sciogliersi un po’…

Tronfi, sciocchi, illusi: non lo sapevano che il ghiaccio poteva bruciare come e più del fuoco? Erano sempre loro a sciogliersi alla fine.
D’altra parte, quando il fato aveva deciso di toglierti tutto ad appena sedici anni, avevi solo due scelte di fronte a te: amare in maniera spassionata quella vita che ti era rimasta e affrontare con trasporto ogni momento che essa avrebbe potuto regalarti o decidere di ripararti sotto un’armatura lucente di gelo per caricare dritta verso il tuo obiettivo.
La prima via l’aveva imboccata tua sorella, più giovane di te, già sposata e con una figlia in arrivo; la seconda era la battaglia che avevi ingaggiato tu con il mondo, con quello che ti aveva tolto e che cercavi in tutti i modi di riprenderti, portandoti a diventare uno dei più conosciuti giovani architetti del nuovo millennio e, di sicuro, la più famosa.

Per questo quando l’avevi incontrato, nella sala da pranzo di quel business hotel di un paese lontano, lui sapeva esattamente chi fossi tu ma tu non avevi la più pallida idea di chi fosse lui.
Se tu eri ghiaccio, lui era vento che, con occhiate distratte, sferzava e metteva a dura prova, con apparente noncuranza, ogni tua protezione. Quando arrivava in un luogo, l’aria diventava improvvisamente più frizzante e chiunque entrava in contatto con lui sembrava immediatamente beneficiare del suo buon umore. Una volta, raggiunto di corsa l’ascensore, vi avevi trovato solo lui dentro, ti aveva sorriso ed era rimasto in silenzio per il resto del breve tempo passato assieme: non ti aveva approcciato, nessuna smodata galanteria, semplicemente un saluto gentile quando era arrivato al piano giusto.
Nel momento in cui ti eri ritrovata a pensare che fosse, sì, un tipo carino ma fin troppo comune – con i corti capelli castani un po' scompigliati e gli occhi del medesimo colore – dentro di te già sapevi di mentire.
Poi l’albergo aveva deciso di organizzare una serata con musica dal vivo e una piccola pista da ballo, il tutto a contorno di una cena tipica per allietare il soggiorno di un nutrito gruppo di ospiti che ci teneva a conoscere le loro usanze finendo, per forza di cose, col coinvolgere tutti.
Era stato allora che ti aveva avvicinato, sola al tuo tavolino, si era presentato da te – il completo elegante scuro che indossava, a differenza della sua solita tenuta casual, gli donava un certo fascino, dovevi ammetterlo – e, guardandoti dritto negli occhi, ti aveva chiesto «Ti va di ballare?»

Era stato subito informale, non ti aveva salutato né si era presentato… che modi erano quelli?
Avevi preso un sorso dal tuo flûte senza degnarlo di uno sguardo e solo successivamente avevi posato gli occhi azzurri su di lui, taglienti «Io non ballo»[1]
La tua voce era stata una stilettata di ghiaccio, capace di far desistere anche il più agguerrito dei marpioni ma lui non si era scomposto, anzi, aveva sorriso e ti aveva risposto «Nemmeno io»
E tu, incredibilmente, avevi riso. Così, quando lui ti aveva ripetuto la domanda, avevi cambiato tono e, sottovoce, gli avevi detto «»
[2]
Ti aveva sfiorata appena e la sua mano posata su di te, ad un’altezza consona, era stata come una brezza leggera e aveva provocato un brivido sulla tua schiena. Più che ballato avevate ondeggiato e parlato moltissimo, in questo modo avevi scoperto che il suo nome era Jackson, Jack, Overland e che era un fotografo freelance. Entrambi eravate lì per lavoro, più o meno coetanei e, ad esclusione del personale, i più giovani di tutto l’albergo.
Parlare con lui aveva l’incredibile potere di confondere le tue difese perché, a differenza di molti altri uomini, non avvertivi alcun tipo di minaccia e questo ti mandava in crisi più che l’avere di fronte un perfetto stronzo. Aveva un tono colloquiale ma rispettoso, era divertente e ti trattava da pari, nei suoi complimenti non c’era adulazione ma sincera ammirazione.
La fine della serata era arrivata - forse troppo presto? – e in quell’ascensore lui ti aveva semplicemente ringraziata del tempo che gli avevi concesso, ti aveva augurato la buona notte e ti aveva lasciata proseguire la corsa verso il tuo piano senza, però, staccare gli occhi dai tuoi fino al chiudersi delle porte. Alla sensazione che ti era cresciuta nel petto non avevi saputo dare un nome.
Da quel momento, ti aveva trascinata inesorabilmente in un turbine di emozioni che, per te, potevano riassumersi con una parola soltanto: follia.
Eppure non riuscivate a fare a meno di cercarvi: gli aperitivi divennero cene e le cene una bevuta a bordo piscina prima di andare a dormire.

Una sera i vostri impegni vi tennero divisi. Quando rientrasti, in piena notte, dalla serata di presentazione ufficiale del grosso progetto a cui stavi partecipando, per poco non ti cadde la pochette di mano nel ritrovartelo davanti alla tua camera, di nuovo elegante, ti stava chiaramente aspettando.
«Domani pomeriggio parto» ti aveva detto, tu non gli avevi risposto, lo avevi superato, aperto la porta alle sue spalle e lo avevi fatto entrare.
Con una mano ti eri tolta le scarpe, perdendo quei centimetri che avevi guadagnato su di lui e, dopo aver chiesto un muto consenso di cui non aspettasti nemmeno la risposta, slacciasti il suo papillon e glielo sfilasti dal collo, poi fu il turno di fargli scivolare dalle spalle la giacca scura e, bottone dopo bottone, liberarlo della sua camicia chiara. Il suo torace era definito ma asciutto, quando gli sfiorasti la pelle – candida quasi quanto la tua - sospirò.
Alzò le braccia e ti andò ad accarezzare la schiena che la scollatura del tuo vestito bianco lasciava scoperta, di nuovo ti percorse un brivido che s’intensificò quando fece scorrere la zip sul tuo fianco e, con un leggero fruscio, ti liberò.
Sotto non portavi il reggiseno, il vestito non lo consentiva e tu non ne avevi bisogno: c’era solo il tuo intimo in pizzo a coprirti, eppure lui non aveva ancora staccato gli occhi dal tuo viso nemmeno un momento.
Aveva mosso le mani verso i tuoi capelli e, in un attimo, aveva disfatto la tua acconciatura, lasciandoli liberi di cadere su di te lunghi e morbidi.
Eri stata nuda molte volte ma non ti avevano mai spogliata davvero: te ne eri accorta solo davanti a quegli occhi castani che, ora, ti guardavano finalmente tutta come se non avessero mai visto prima altro di così bello al mondo. Quello sguardo che, come un ciclone, ti aveva strappato via, pezzo per pezzo, la tua armatura di ghiaccio scintillante.
E, poi, ti aveva accompagnato un braccio a cingergli la vita e con il suo ti aveva attirato a sé: le sue labbra si erano unite alla tue, improvvisamente irruente, trascinandoti in un turbine di whiskey e menta. Non avresti saputo dire quando gli togliesti i pantaloni – o se li eri tolti da solo? – fatto sta che vi eravate trovati nudi e avvinghiati: vi eravate presi, forse amati, mentre la notte scorreva veloce, troppo, e si trasformava in giorno.
Al tuo risveglio ti eri trovata sola nel letto e questo ti aveva messa a disagio. Sentivi già il tarlo della tua fiducia tradita, quando la porta della tua camera si era aperta, facendoti sobbalzare per la tua nudità: prendesti al volo la prima cosa che ti capitò fra le mani, il suo profumo ti riempì le narici e, solo allora, ti rendesti conto di aver addosso la sua camicia.
Ad entrare, però, era stato proprio lui, con quella che aveva tutta l’aria di essere la vostra colazione, la sua macchina fotografica e il sorriso più bello che avessi mai visto sulle labbra di un uomo e, di nuovo, il ghiaccio dentro di te si era sciolto. Avevate passato i vostri ultimi momenti assieme a ridere, scherzare e mangiare mentre, fra le tue blande proteste, intrappolava attimi di te nella sua fotocamera.

Avresti mai creduto che un uomo ti sarebbe mancato a quel modo? Certo che no.

Prima di lui eri sola, eri tua, era tutto più facile…

«Come si chiama?» era stata una delle prime cose che ti aveva chiesto tua sorella, quella volta che avevate cenato assieme dopo quel viaggio, tu avevi glissato e lei aveva fatto finta di crederti.

Erano passati esattamente cento giorni da quella notte e non vi eravate più visti né sentiti e ora eri lì, con il tuo smartphone in mano, aspettando un suo messaggio o una sua chiamata. Chissà poi perché, visto che l’idea di scambiarvi i numeri di telefono non vi era minimamente passata per il cervello.

Recentemente, il corriere ti aveva consegnato l’anteprima della rivista a cui avevi rilasciato un’intervista circa un mese prima e per cui avevi firmato una liberatoria per pubblicare una foto che, però, non ti avevano fatto. Eri di corsa, come sempre, e non ti eri preoccupata troppo, magari ti avrebbero ricontattato in seguito, il tutto era poi caduto inesorabilmente nel dimenticatoio, sommerso dalla miriade di cose che avevi da fare. Perciò, avere tra le mani quelle pagine patinate ti aveva sorpreso, ma non tanto quanto vedere la foto che avevano usato per il tuo articolo: era un tuo mezzo busto, i capelli scompigliati e il trucco - non più così perfetto - erano incredibilmente esaltati dalla scelta del bianco e nero, avevi una camicia bianca da uomo addosso e guardavi verso la finestra di una camera d’albergo. Ovviamente questo solo tu potevi saperlo, il totale effetto bokeh[3] sullo sfondo nascondeva magistralmente dove ti trovassi, avresti potuto essere ovunque, non necessariamente nello stesso letto del fotografo.
La firma digitale era ben visibile nell’angolo in basso a destra: Frost
[4], il suo nome d’arte.
Era probabilmente la foto più bella che ti avessero mai fatto ma ciò non ti impedì di chiudere la rivista stizzita, perché diavolo non ti aveva più cercata? Va bene, non aveva il tuo numero ma eravate due personaggi noti, no? Come aveva saputo della tua intervista per vendere la sua foto, avrebbe potuto prodigarsi per riuscire a trovare un modo di contattarti. La possibilità di comporre il numero della giornalista con cui avevi parlato e chiedere notizie della tua foto e del fotografo non lo prendesti nemmeno in considerazione, non saresti stata tu a cedere.

Eppure questa tua testardaggine non ti faceva star bene. Poco importava che fosse un’afosa serata d’Agosto, si moriva di caldo ma dentro di te gelavi: il tuo più grande alleato, in cui ti eri sempre rifugiata, si stava rivoltando contro di te.
Fissavi la parete, sicura che non avresti chiamato neanche quella sera, non ne valeva la pena, non sarebbe servito a niente e, improvvisamente, il tuo campanello aveva suonato. Chi poteva essere a quell’ora? Non certo Anna, di solito avvisava. Ti avvicinasti allo spioncino in silenzio e, facendo tutta l’attenzione possibile per non farti scoprire dall’altro lato, sbirciasti il tuo improvviso visitatore. Nel vedertelo lì, davanti alla porta - con quella t-shirt blu e un paio di pantaloni marroni leggeri
[5] – il tuo cuore aveva perso un battito e avevi aperto di colpo. Non gli avevi dato nemmeno tempo di prendere fiato: senza aprir bocca, avevi assottigliato lo sguardo e lo avevi schiaffeggiato.
Lui aveva sgranato gli occhi per un attimo, poi aveva sorriso mentre una piccola macchia rossa si disegnava sulla sua guancia  «Questo sarebbe?»
 «Per non avermi chiesto il numero» lo rimproverasti, incrociando le braccia al petto.
La sua bocca si tirò di lato, maliziosa e irresistibile «Tu non me l’hai dato» si strinse nelle spalle «Pensi di farmi entrare? Posso anche andarmene nel caso, ma sarebbe un vero peccato, visto tutta la fatica che ho fatto»
Finalmente sorridesti a tua volta e ti facesti da parte «Come mi hai trovata?»
Se avessi immaginato che, mentre tremavi sotto al peso delle tue paure, in realtà ci fosse un ciclone in cerca dei tuoi passi, forse, non avresti sofferto così tanto.
«L’intervista che hai fatto tempo fa: una delle mie più care amiche lavora come editor per quella rivista. Quando ho saputo che saresti stata parte del loro progetto,
le ho detto che avevo lo scatto perfetto, vedendolo ne sono rimasti entusiasti. E’ possibile che abbia chiesto in cambio un tipo diverso di pagamento, solo che, poi, sono dovuto ripartire per l’ennesimo viaggio»
«Informazioni sensibili coperte da privacy, immagino» fu il tuo turno di regalargli un’espressione maliziosa, mentre si faceva sempre più vicino «Potrei denunciarti, sai?» gli facesti presente, intrecciando le braccia dietro al suo collo.
«Avresti tutte le ragioni di questo mondo» ti soffiò sulle labbra ma non ti baciò «Ti è piaciuta la foto?»
Davvero ti aveva fatto quella domanda, in quel momento? Non poteva semplicemente chiudere quella bocca e unirla alla tua una volta per tutte? «L’ho buttata»
«Bugiarda»
Ah, ma allora era tutto un suo piano per farsi pregare, beh, non sarebbe successo. Perciò tirasti e semplicemente prendesti ciò che volevi.
Lui, però, non voleva essere pregato, cercava solo di capire quanto di quello che provava lui lo provassi anche tu. Quando lo comprese non si frenò più, nonostante foste già estremamente vicini, si spinse ancor più verso di te, costringendoti ad indietreggiare, ti ritrovasti seduta sulla consolle dell’ingresso senza nemmeno rendertene conto, probabilmente rovesciaste anche un vaso di design ma il rumore del metallo sul pavimento fu solo un sottofondo lontano, mentre gli sfilavi dalla testa la maglietta.
Diavolo, quanto ti era mancato?

Grazie per avermi cercata, grazie…

Lui ti ansimò sul collo, bloccandosi dal torturarlo di baci «Era il minimo, credo me ne sarei pentito tutta la vita altrimenti…»

Cos…?

Lo avevi detto davvero? Ancora una volta tutte le tue difese erano state divelte e non te n'eri nemmeno accorta.
Era così terribile mostrarsi fragili? Decidesti di no, non con lui almeno.

«Magari questa volta lasciami il telefono» tornò a cercare i tuoi occhi, un’espressione mista fra eccitazione e divertimento.
Solo lui avrebbe potuto farti ridere in un momento come quello, con agilità scendesti dal tavolino, appoggiasti le mani sul suo petto e lo guardasti nello stesso modo «Perché? Sai già dove abito»
Jack si abbassò su di te e, facendo leva sotto alle tue ginocchia, ti prese in braccio senza sforzi «Vero, ma sei un’ospite terribile» celiò, sfiorandoti con il naso il lobo dell’orecchio «Non mi hai ancora nemmeno fatto vedere la casa»
«A questo possiamo subito rimediare» gli rispondesti a tono, allacciando le mani dietro al suo collo «In effetti so esattamente da quale stanza cominciare»



Chissà se anche Jack si sarà schiantato con un Ciao sotto al portone di Elsa XD
Lo so, vi avevo promesso un'altra cosa ma che vi devo dire? Questi due si impossessano della mia testa anche quando meno me lo aspetto e, per la precisione, mentre - facendo addormentare mio figlio (
sì, si addormenta con queste canzoni qui, a quanto pare è strano come la mamma) - ascoltavo la canzone di Takagi e Ketra con Elodie intitolata, appunto, Ciclone. 
Si parla di brividi e di gelo, anche ad Agosto, e c'è questa maledetta frase "Prima di te ero sola, ero mia, era tutto più facile..." che, mannaggia alla miseria, grida Jelsa a tutto spiano. 
Ok, probabilmente sono da internare, quindi, tappatemi!
Non si può proprio parlare di song-fic ma, ovviamente,
parte del testo è allegramente sparsa in corsivo per tutta l'OS, in tanti, troppi posti per citarli tutti.
Ringrazio infinitamente Wendy_88, la mia fotografa di fiducia <3, che mi ha evitato di dire castronerie quando parlo della foto che Jack ha fatto ad Elsa. Vero, non l'ho mai nominata ma penso sia abbastanza chiaro che il punto di vista qui sia il suo.
Spero mi passarete il fatto di aver accomunato il nostro Jack al vento ma, non avendo i poteri in questa OS, quella che meglio rappresenta il ghiaccio fra i due sappiamo benissimo chi è ;)
La collocazione è volutamente vaga, immaginateli dove e come preferite ma non troppo giovani, visto che entrambi hanno carriere ben avviate.
Ovviamente un po' di canone di Frozen non può mai mancare, per cui anche qui le ragazze sono rimaste orfane dei genitori a sedici e tredici anni. Porelle, ma credo sia un fattore chiave per avere Elsa - Elsa, non so se mi spiego (anche se, grazie al cielo, non l'hanno internata per via dei suoi poteri, dato che non li ha).
Considerando la sua capacità di creare un gigantesco castello di ghiaccio in quattro e quattr'otto, mi pareva plausibile rendere Elsa un genio dell'architettura.
Jack fotografo, invece, mi è uscito così.
Miryel la definizione che hai fatto di Jack come la cura di Elsa mi è piaciuta talmente tanto che credo mi abbia condizionato parecchio per la stesura di questa OS, non so se si percepisce. <3
Al solito grazie a tutti per aver letto e sarò immensamente grata a chiunque vorrà lasciarmi un suo commento o mostrarmi il suo apprezzamento listando.
Alla prossima
Cida

[1] E' un omaggio al film Frozen, in particolare alla frase con cui Elsa liquida la proposta di ballare del Duca di Weselton anche se qui è, per necessità di copione, un po' meno gentile.
[2] Probabilmente ho un piccolo tarlo per cui Elsa e Jack devono ballare assieme la prima volta che s'incontrano XD
[3] L'effetto di sfocare lo sfondo e mantenere solo il soggetto a fuoco.
[4] Devo davvero spiegare da dove l'ho preso?
[5] E' un omaggio all'iconico vestiario di Jack, essendo molto caldo la felpa blu è dovuta diventare una t-shirt.

  
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