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Autore: Sokew86    19/10/2020    7 recensioni
La prima volta è una frase che racchiude generalmente in sé l'idea di un'esperienza positiva e se non è così?
Il mondo delle relazioni umane è complicato, soprattutto il rapporto tra genitori e figli.
Questa storia partecipa al contest “Prime esperienze” indetto da Spettro94 sul forum di EFP.
Genere: Angst, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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il taglio di narciso

IL TAGLIO DI UN NARCISO

DI

SOKEW86

 

Quando una persona pensa alla frase “la prima volta” spesso la associa a esperienze felici o considerate speciali come può essere per esempio la prima volta che si è fatto sesso. Qualche volta si può immaginare qualcosa di negativo come per esempio rubare o provare una dose ma questo legandolo probabilmente al sentimento di rimorso. Altre volte la prima volta è concetto più complesso. Magari una realizzazione costruita da una serie di prime volte. Per me questo è una prima volta. Mi passo una mano sulla nuca rasata e la sensazione mi piace e penso che tutto è partito da lì, da quei peli troppo lunghi nominati capelli. Quando metto piede nell’aeroporto, ho fiducia in che cosa accadrà, guardo il tabellone delle partenze e ovviamente il mio gate non è aperto, troppo presto per il personale di volo e troppo tardi per me. Mi siedo e chiudo gli occhi e so per certo che ricorderò tutto, tutte le prime volte che poi mi hanno portato a realizzare l’amara ma necessaria verità “Mia madre non mi ama e non l’ha mai fatto”.
       Ho capito che c’era qualcosa di sbagliato in mia mamma parlando con una conoscente, si era finiti a discutere della relazione con i propri genitori e avevo detto la verità: a mia mamma raccontavo tutto, era la mia migliore amica.
-Le racconti anche di chi scopi?- una domanda posta per sfida ma con una genuina curiosità di fondo, avevo arrossito e balbettato e infine confermato. La conoscente in questione mi aveva guardato stupita
– Tua madre non rispetta la tua privacy, questa è una violazione grave. Immagino che ci siano altri limiti personali che non rispetta-. Quel tono saccente non mi ero piaciuto e avevo controbattuto dicendo che anche lei non rispettava la mia privacy e che mia mamma ed io avevamo solo un bel rapporto. Ripenso a quell’episodio con imbarazzo: ero chiaramente in negazione e che continuavo ad accarezzare i miei lunghi capelli sciolti.  I miei capelli erano il simbolo del legame tra me e mia mamma, l’ossessione del suo controllo. Nonostante la mia fiera opposizione, quell’episodio si era radicato nella mia mente ma forse è meglio dire nel subconscio, perché allora non sapevo che farmene della verità sugli abusi che subivo.
    Io ho una sorella, lei e mia mamma non si parlano da anni e ho sempre pensato che mia sorella fosse matta, che facesse soffrire inutilmente nostra madre. In realtà mia sorella non voleva semplicemente ubbidire ciecamente. Ricordo un giorno in cui aveva fatto cadere un piatto, nulla di grave … non era nulla di costoso o di unico. Era solo un piatto di un prodotto di serie ma mia sorella aveva iniziato a piangere.
-Mamma mi uccide!-
-Non è vero! Stai tranquilla!-
- Non capisci!Non mi tratta come te!-
Parole che non avevo capito ma messo a disagio, mentre lei ripuliva tutto. Dopo una rapida ricerca al cellulare, aveva visto dove comprare l’intero set dello stesso piatto. Entro sera aveva aggiunto il nuovo piatto e nascosto il resto, in caso di emergenza.
Poi erano iniziati i litigi, mia sorella aveva incontrato qualcuno ed era innamorata e a mia mamma non piaceva e se non le piaceva ci doveva essere una ragione. Allora credevo che a mia sorella piacesse creare inutili drammi. Mia sorella andò infine via di casa. Un giorno io e mia mamma l’avevamo incontrata per strada, mia sorella era imbarazzata e l’aveva salutata esitando ma nostra madre l’aveva ignorata.
-Mamma, non l’hai vista ?- le avevo domandato ma lei non aveva risposto ed era andata avanti, mi ero voltata per vedere mia sorella, che era ormai sull’orlo delle lacrime. Le feci segno che l’avrei chiamata e fu così, parlammo le chiesi di venire incontro a nostra mamma ma lei mi zittì.
-Non importa quanto puoi aver litigato con una persona ma ignorare la mia esistenza in quel modo … è ben oltre la maleducazione, è crudeltà. Nessuno merita crudeltà, non mi merito questo- .Presi le difese di mamma a spada tratta e ci andai pesante con mia sorella che si limitò a dirmi – Nostra madre è una narcisista patologica, spero che rimarrai sempre nel suo buon lato ma se così non fosse puoi contare su di me- …
… No, non chiusi i ponti con mia sorella ma cocciutamente ero dalla parte di nostra mamma. Iniziavo però ad avere dubbi, mia mamma era stata effettivamente crudele a ignorare mia sorella e ne parlai con mio padre.
-Non preoccuparti, i genitori vanno sempre incontro ai figli, faranno pace presto quelle due: le madri amano troppo i figli per farsi dominare dall’orgoglio-, furono le parole di mio padre.
    Invece non fu così. Il tempo passava e miei capelli crescevano ancora più lunghi, mia mamma mi aiutava a tenerli belli. Non parlava con mia sorella e non ne parlava mai, quando la citavo i suoi occhi si facevano gelidi e mi abituai a non vedere mia sorella, che nel frattempo si era trasferita in un’altra città: con il partner si era lasciata ma erano rimasti in buoni rapporti. Quando l’avevo detto a mia mamma lei mi aveva risposto- Ben le sta, ha scelto di tradirmi con qualcun altro-
-Ma sta bene-
-Non m’interessa, mi stai facendo innervosire- e aveva iniziato a ignorarmi. Da quando mia sorella era andata via, il nostro rapporto era diventato diverso … si arrabbiava spesso con me e come punizione m’ignorava per giorni, ma in altri momenti sembrava ricordarsi della nostra amicizia e tornava ad amarmi. Tutto ciò mi destabilizzava e ne parlavo con mio padre che la giustificava, quanto empatia malriposta le mostrava, e alla fine mi convinceva sempre a chiedere scusa a mia mamma per “quieto vivere”.
         Un giorno un mio amico, aspirante parrucchiere, mi chiese se poteva giocare con i miei capelli. La domanda mi provocò un moto d’ansia.
-Capisco ... sei gelosa dei tuoi capelli-
-Non io, mia madre!- avevo spiegato velocemente-
Il mio amico era stranito.
-In che senso? –
-Le piace curarli personalmente e … non le piacciono le tinture-
-Ma sono i tuoi capelli, perché ha potere su una cosa non sua?-
-È mia madre-
-Sì. Ma il corpo è tuo e ci fa quello che vuoi tu, non te l’hanno mai detto?-
Non avevo risposto, era così strano l’atteggiamento di mia mamma?
-Ascolta, non voglio metterti in difficoltà. Volevo solo provare a fare qualche acconciatura-
Ero rimasta in silenzio e avevo preso il cellulare e mi ero specchiata sullo schermo nero. I miei capelli erano lunghi e sciolti e li avevo sempre portarti così, perché mi piacevano?
Il mio amico mi guardava preoccupato, la sua espressione mi ricordava la conoscente impicciona e sentì di dover dimostrare la normalità del rapporto di mia mamma.
-Fa quello che vuoi, anzi … - avevo cercato sul cellulare un’immagine nella galleria di un personaggio di una webtoon e glie la mostrai-
-Riesci a farla?-
Lui aveva ridacchiato- Assolutamente sì-
    Quando tornai a casa con la mia pettinatura, mia mamma mi guardò con un disgusto tale che non so ancora a che cosa paragonare.
-Che hai fatto?-
La mia voce si era fatta debole e esitante, quasi non usciva dalla gola, perché avevo paura? Non era supposto che avessi paura,non avevo fatto nulla di male, in teoria.
-È una pettinatura di un mio amico-
-Legare i capelli è dannoso, li spezza li rovina. Li rende una steppa in testa-
-È solo una pettinatura-
-Bene, avrai la steppa in testa-
-Mi sembra eccessivo mamma-
Mia mamma mi fissò con uno sguardo che mi gelò l’anima e poi andò via.
-Non venire a piangere da me quando i capelli cadranno a pezzi-, queste furano le sue ultime parole
Avevo una sensazione amara che partiva dalle mie labbra e scendeva fino alla bocca dello stomaco. Sapevo che era arrabbiata e sapevo che era tutta colpa mia e sapevo che mi spettava ogni suo risentimento. Avevo sciolto i capelli e chiesto a mia mamma di aiutarmi ma nei giorni avvenire lei mi esprimeva il suo rancore, al mio ennesimo tentativo di contatto, ci fu la dichiarazione.
-I capelli fateli asciugare dal tuo amico-
Al mio ribattere ci fu subito- Vedi i figli sono tutti ingrati, sei come tua sorella!-
Il fatto che mia mamma citasse mia sorella, mi destabilizzò, di lei ormai non parlava mai, lei era impronunciabile e questo mi aiutò a ricordarmi delle parole “Narcisista patologica”. Che cosa voleva dire? Conoscevo ovviamente il mito di Narciso certo, l’avevo visto anche parodiato in Pollon ma non avevo idea cosa effettivamente descrivesse. Per me era un aggettivo ombrello, era usata così tanto per descrivere chi faceva i selfie, che l’avevo ormai affibbiata al concetto di vanità.
    Quella notte, ho scoperto per la prima volta il significato di narcisismo patologico, ho letto la definizione sui siti di psicologia, i consigli contro i narcisisti e poi vidi il video di un ragazzo che parlava della sua storia, dell’orrenda vita familiare che aveva avuto a causa di un genitore narcisista. Il video fu difficile, più parlava il sopravvissuto, così si era definito, e più trattenevo le lacrime,: quei comportamenti che avevo sempre visto come giuste punizioni … erano chiamati abusi e non mi piaceva, non avevo mai odiato una parola: suppongo che anche questa è da considerarsi una prima volta. Il sopravvissuto dichiarò che i narcisisti non amano i loro figli e questo per me era intollerabile, io amavo mia mamma … com’era possibile che non fosse il contrario? Il video m’incasinò il cervello, avevo bisogno di risposte e adesso sembravo in grado di cogliere ogni minimo comportamento scorretto da parte di mia mamma e legarla alla parola abuso. Era uno schifo, stavo odiando la mia vita e continuavo a negare perché era tutto troppo orribile per poterlo accettare.
    Così parlai con mio padre, quella figura che nella mia vita era stata quasi un’evanescenza. Cercai di parlare con lui ma non capiva o meglio negava con tutto se stesso e nulla poteva cambiare la situazione.  Era intrappolato anche lui in ruolo che mia madre gli aveva cucito addosso, il giustificatore. Mio padre negò, negò e mi convinse per un attimo che fosse tutta un’esagerazione. Uscì da quella conversazione con la certezza di avere sbagliato: mia madre mi amava incondizionatamente come avrebbe dovuto fare qualsiasi genitore. Potrei mentire adesso, dire che nonostante le parole di mio padre avessi volontariamente deciso di mettere alla prova mia madre, non fu così accade.
    Il mio amico si stava esercitando sulle tinture, era affascinante vederlo destreggiarsi tra i colori e miscele: sembrava un incrocio tra un chimico e un pittore. Quella volta non eravamo soli, c’era qualche amico in comune che aveva accettato di fare da cavia e si stavano tutti divertendo, io no … mi accarezzavo i capelli in continuazione.
-Non vuoi provare?- domandò qualcuno ma intervenne il mio amico in soccorso.
- Preferisce i capelli naturali-
Non era vero, mi piacevano i colori della tintura, dai colori folli da anime ai colpi di sole e mi ritrovai a dire- Se vuoi fare dei colpi di sole, ci sono io-.
Alla fine però non feci dei semplici colpi di sole, feci qualcosa di più estremo e più notabile ma bello e di classe, speravo così di non irrompere l’ira di mia mamma. Una volta finito mi resi conto di che cosa avevo fatto ma mi piacevo tantissimo, mi sentivo a mio agio con quella nuova immagine.
    Andai a casa pensando che tutto sarebbe andato bene, le sarebbero piaciuti. Non fu così, alla mia vista fece cadere la pentola che reggeva e inizio a piangere.
-Cosa hai fatto?Perché mi disubbidisci?-
-Non ti ho disubbidito, non mi hai mai detto che non potevo tingermi i capelli-
Alzò il suo sguardo e c’era solo rabbia, come se si fosse messa rapidamente un’altra maschera: non c’era transizione tra le due espressioni.
-Era implicito, ho sempre pensato che non fossi abbastanza intelligente-
Si era avvicinata e aveva toccato i capelli con un’espressione disgustata
-Sono crespi-
Non era vero, il mio amico aveva fatto un buon lavoro ed erano morbidi.
-Resta qui- mi aveva ordinato e avevo ubbidito nonostante che in quel momento avessi veramente paura di lei. Era tornata e mi aveva ordinato di chiudere gli occhi, lo feci.
Prese una ciocca dei miei capelli alla radice e la tagliò.
Riaprii gli occhi e la spinsi via, una lunga ciocca di capelli era a terra.
-Mi hai rovinato i capelli-, il sussurro della mia voce era flebile mentre le lacrime mi solcavano gli occhi. Mia madre non aveva risposto, mi aveva lasciato le forbici in mano -Li avevi già rovinati … erano l’unica cosa bella di te- concluse.
Mi lasciò sola con le forbici in mano e la sensazione di terrore che non voleva andare via, insieme alla delusione e il dolore.
Chiamai mia sorella.
Mi disse di andare via di lì e stare in casa di un amico per un paio di giorni mentre lei organizzava il mio arrivo, scelsi il parrucchiere, naturalmente. Mia madre non mi ostacolò durante i preparativi e non mi parlò. Mio padre era nel mezzo, disse che capiva come mi sentivo, ma sapevamo tutti che la mamma era una persona gelosa ma non cattiva.
Lo abbracciai perché lo stavo lasciando lì con quel mostro che per anni mi aveva fatto credere che mi avrebbe amato sempre, ma al più piccolo segno di devianza, immagino che così considerasse il mio comportamento, mi aveva fatto capire che non avrebbe tollerato nulla.
         Il mio amico tentò di salvare i miei capelli ma alla fine gli chiesi di rasarli tutti perché non volevo che rimanessero tracce di mia mamma e delle sue cure condizionate. Lui capì e non fece troppe domande, credo che potrebbe rimanere mio amico per lungo tempo. Un paio di giorni dopo mi accompagnò all’aeroporto e mi disse di avvertirlo quando arrivava, lo abbracciai forte ed entrai dentro.
Questa è anche la prima volta che viaggio senza i miei genitori.

 

 

 

Nota dell’autrice.
Questa storia è molto personale ed è ben lontana dal mio solito stile.
Il flusso di coscienza è stato utilizzato per dare un aspetto surreale agli avvenimenti ma purtroppo queste cose accadono sul serio.  La scelta di utilizzare termini più o meno neutrali è voluta, anche se ho dovuto forzare la grammatica in alcuni punti, perché non volevo assegnare un genere al personaggio principale.
Per tutti coloro che si trovano in una situazione di abuso genitoriale, voglio dirvi non è colpa vostra e che vi meritate di più anche se non siete perfetti.
Francesca

   
 
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