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Autore: Shaara_2    17/01/2021    2 recensioni
Clementina è cresciuta con un lontano parente in un piccolo paese della Sardegna. A ventidue anni, finiti gli studi, sogna di rendersi indipendente e trovare finalmente la sua strada, ma la cattiva sorte che ha rovinato e ucciso sua madre e suo nonno sembra perseguitarla e lei sa di non potersi lasciare andare liberamente ai suoi sogni...
Genere: Comico, Commedia, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 6

 
La casa romana della signora Mancini era una villetta singola, bianca, con il tetto spiovente, situata in uno dei quartieri più famosi ed eleganti della capitale.

Ero felice di essere lì, mi sentivo libera dall’incantesimo che mi aveva reclusa in un piccolo paesino della Sardegna e tutto quello che vedevo mi sembrava meraviglioso. Il cancello elettrico si aprì e la signora Mancini portò la macchina fino ad un piazzale situato dentro la proprietà di famiglia. Poi, andammo a piedi fino al portone, attraversando un vialetto di ciottoli, contornato da fiori. Una fontana zampillava in lontananza e dietro ancora un gazebo faceva da sfondo ad una bellissima piscina.

“Wow!” dissi senza pensarci e camminando nel viottolo contornato da fiori e cespugli rettangolari mi ritrovai davanti al portone dove una coppia di filippini aspettava il nostro arrivo.

I due, un uomo e una donna, fecero una sorta di piccolo inchino con la testa, ma la signora Mancini li bloccò con un segno della mano, poi si girò da me e mi sorriso. 

“Ti presento Miscia e Musca, sono al nostro servizio da tantissimi anni.”

Entrata nel salone mi guardai intorno. I mobili erano in stile classico color avorio, arricchiti da deliziose decorazioni dorate. Alle pareti numerose tele rappresentavano scene di caccia alternate a mari tempestosi. Uno in particolare colpì la mia attenzione - sembrava il mare di Costa Rey in una mattina d’inverno. “Il mare di casa” pensai, poi, la Signora Mancini mi accompagnò fino al divano, dove sua madre, la signora Ruda, era seduta insieme ad altre donne. La signora Ruda mi fece cenno di sedermi e io abbassai accanto alle signore.

Il tempo di presentarmi e da una porta sbucò fuori una ragazza che poteva avere più o meno la mia età. La signora Mancini le sorrise.

“Tesoro, guarda chi è arrivata?”

“Ciao” la ragazza diede un bacio alla madre e alla nonna poi si voltò verso di me.

“Sei Clementina?” allungò una mano. “Ti ricordi di me? Sono Alina.”

“Sì, mmh, sì!”

Non ero sicura di ricordarla, ma le strinsi la mano osservando il suo viso. Era una bella ragazza, sembrava gentile, con il naso piccolo, i capelli neri a caschetto e un jeans talmente stretto che se fosse andata dal ginecologo non avrebbe dovuto toglierlo per fare la visita. 

Non era molto più alta di me e anche come età sembrava mia coetanea. Quello che mi sembrò subito molto differente era il suo carattere apparentemente solare e per nulla riservato.

“Che piacere rivederti!” Non finì neanche di dirlo e subito mi abbracciò così forte che per poco non mi incrinò due costole.

“Pi-piacere mio!”

Rimasi pietrificata, da noi non si usava manifestare tutto quell'affetto e, probabilmente,  lo sapeva perché un sorriso beffardo le si stampò sulle labbra.

“Scusa, a volte sono un po’ espansiva.”

“No,no, non l’ho affatto pensato” le risposi agitando le mani, ma non lo pensavo veramente.

Lei sorrise ancora una volta, e mi abbracciò ancora una volta. 

“Vuoi vedere la tua stanza?”

“Alina, lascia riposare la nostra ospite. Ha finito adesso un colloquio di lavoro e sarà stanca” disse la signora Mancini, versando da bere a sua madre.

“Non è un problema” risposi immediatamente e la ragazza mi trascinò per tutta la casa.

La seguii quasi di corsa fino ad arrivare a quella che doveva essere la stanza per gli ospiti.

La camera era molto carina, aveva un letto in ferro battuto, un comodino e una sedia abbinati. Da un lato c’era un tavolo di legno laccato di bianco e un'enorme cabina armadio. Riguardai il letto e quella curiosa nuvola di piccoli cuscini a forma di caramella sognando di buttarmici sopra, ma Alina mi prese per mano e mi tirò fino alla stanza attigua.

“Questa è la mia!”

Le nostre stanze erano molto simili sia nella grandezza che nell'arredamento, solo che la sua era rosa e piena di foto e poster alle pareti, mentre la mia era verde e decisamente impersonale. 

“Mamma ti ha detto che questa sera torna mio padre?”

“Me lo stava accennando, se ho capito bene ha ricevuto una promozione…”

“Sìììì!” urlò e prendendomi per mano mi fece girare come se fosse un girotondo.

“Tu sai che cosa vuole dire?”

“Mmh, no…”

Alina saltò sul posto.

“Vuole dire che questo fine settimana ci sarà una festa! Mamma e nonna mi hanno raccontato la tua storia e io sono eccitatissima all’idea di aiutarti. Non sei felice?”

“Anche no…” pensai tra me e me. Come avrebbe potuto aiutarmi? Però il suo sorriso sembrava sincero e io ero in debito con la sua famiglia. Chi altri mi avrebbe ospitata e accolta come una parente in una città sconosciuta? Così ricambiai il suo sorriso senza pensarci.

“Sei molto gentile a volermi aiutare, ma state facendo già tanto per me, non vorrei darvi ulteriore disturbo. Posso chiederti che cosa ti ha detto tua madre?”

Alina si sdraiò nel suo letto, fingendo di nuotare tra i suoi cuscini a forma di caramella. Poi si tirò sulle braccia e mi fissò diventando più seria.

“Beh… mi ha raccontato di tua madre, di tuo nonno... e di tuo zio e la sua ossessione nel proteggerti. Sai, mia nonna è una cara amica di Antonio. Lei sa tutto.”

“Tutto?” le domandai, cercando di studiare la sua espressione. Non ero convinta, così decisi di metterla alla prova. “Sai della maledizione?”

“Ho sentito qualcosa…”

“Tu credi alla maledizione?”

Mi misi a sedere nel letto accanto a lei, afferrando un cuscino caramella.

“Io credo che ognuno di noi sia l’artefice del proprio destino. Se diamo troppa retta a quello che credono gli altri finiamo per non vivere mai completamente…”

La guardai, le sue parole sembravano sagge, ma fino a quel momento il mio unico punto fermo era stato Antonio. Se lo diceva lui una maledizione c’era per forza così aggiunsi:

“Mio nonno è morto senza alcuna ragione e lo stesso è accaduto a mia madre. Certo, i motivi potrebbero essere molteplici, ma Antonio pensa che sia un problema di testa.”

Mi toccai le tempie lentamente, battendo con le punta delle dita.

“Che cosa vuoi dire?”

“Secondo Antonio entrambi erano caduti in depressione dopo aver sposato la persona sbagliata. Mio nonno è stato abbandonato con una bambina in fasce, mentre mia madre litigò così furiosamente con mio padre che, a quanto dicono, mise in giro la voce che non erano neanche sposati e si rifiutò di riconoscermi legalmente.”

“Mmm” Alina fece una smorfia, ma con le mani strizzò un cuscino a forma di caramella.

“Come può un uomo fare queste cose? Quanto al matrimonio, non esistono testimoni? Firme in comune?”

“Zio Antonio dice che si sposarono in un paesino sperduto della Spagna, il prete e i testimoni erano amici di mio padre. Tutti scomparsi dopo al fatidico litigio…”

Alina sgranò gli occhi più inquieta che curiosa. “Ma i documenti? Saranno stati registrati… e, poi, non c’era nessun parente al matrimonio?”

Sospirai, lasciando cadere la schiena contro al muro.

“Pare di no… Sembra che mio padre abbia voluto sposare mia madre all’improvviso, nemmeno mia nonna lo sapeva e per questo, in seguito all’abbandono, litigarono furiosamente. Poi, mia nonna…”

“Tua nonna abbandonò tua madre da Antonio e lui ti ha segregata in casa come Rapunzel.”

Alina tirò il cuscino a forma di caramella dentro al cestino, sollevando le mani in alto nel vedere che aveva fatto centro. Si alzò dal letto per riprenderlo e provare un nuovo tiro e mi sorrise.

“Però adesso sei qui…”

“Ora credi alla maledizione?” 

“No, non ci credo, semmai credo che tu debba andare avanti. Non so, fare altro.”

Lo penso anche io e per questo ci tenevo tanto a trovare un lavoro.”

Alina giocherellò con un cuscino, come se fosse sovrappensiero, poi si alzò di scatto per andare verso al suo armadio, aprendo una delle ante. Si mise in punta di piedi per prendere un vestito. “Guarda qui, penso di mettere questo abito per la festa, ti piace?”

Il suo abito consisteva in qualcosa di minuscolo in tulle di organza rosso. Una fila di brillantini sul bustino foderato,  niente spalline e una gonna svolazzante con due o tre micro sottane dello stesso colore. Per i miei canoni di castità, non l’avrei messo neanche a Barbie-Prostituta, però, salvo lasciar cadere la mascella riuscii a dire un timido: “sembra grazioso!?”

Lei rise e mi venne accanto. 

“Quindi, se ho capito bene, non hai mai avuto un ragazzo?”

“Un ragazzo??” Mi guardai le unghie. “Nessun ragazzo.” 

Cercai di mostrarmi indifferente, non mi sembrava doveroso raccontarle che Antonio mi stava talmente addosso che avevo faticato persino ad andare alla cena di fine corso. Comunque, a parte qualche cotta, peraltro durata pochissimo, non mi ero mai innamorata di nessuno. Avevo pensato persino di essere… beh, dell’altra sponda, ma alla fine mi ero accorta di non provare attrazione per le ragazze. In seguito, avevo conosciuto Mirko all’università e per colpa sua avevo passato non so quante notti insonni. Ma dopo averlo conosciuto bene, all’improvviso mi avevo capito che in fondo mi era indifferente. Forse ero anaffettiva oppure non avevo trovato la persona giusta. Ad ogni modo, innamorarmi sarebbe stato un problema senza l’approvazione di Antonio e dunque non ci pensavo.

Sollevai gli occhi e solo in quel momento mi accorsi dello sguardo divertito di Alina:

“Quindi sei vergine?” mi chiese a bruciapelo.

Sussultai, fingendo che la domanda non mi turbasse.

“Vergine? Perché? Intendi come segno zodiacale?"

Lei scoppiò a ridere. 

“Non posso crederci! Alla tua età!”

“Io-io” Diventai paonazza e quasi balbettai per la vergogna. “In realtà ho pensato, in accordo con zio Antonio, ovviamente, dunque, gli ho promesso che sarei arrivata intatta al matrimoni. E ovviamente non posso sposarmi senza il suo permesso. Ho pensato che così, forse, potrei evitare che la maledizione…”

Alina prima rise a crepapelle, poi diventò serissima e mi prese una mano.

“Senti Clem, voglio esserti amica. I tempi sono cambiati, adesso le donne fanno i figli anche senza mariti e scopano con chi vogliono, dove vogliono e quanto vogliono. E soprattutto non chiedono l’approvazione allo zio! Con tutto l’affetto che puoi provare per Antonio, non dovresti mettere la tua vita in mano ad un uomo così anziano. È di un’altra epoca, lo capisci? E se volesse tenerti tutta per sé?”

A quelle parole non riuscii più a stare seduta e non volevo mostrarmi turbata, perciò cercai di fingermi convinta. 

“Alina, zio Antonio ha visto morire mio nonno e mia madre. Ha 85 anni, non potrebbe reggere un altro errore. Io ascolterò i suoi consigli. L’ho giurato. Del resto, probabilmente, non mi innamorerò di nessuno quindi, il problema non si pone.”

Alina spalancò gli occhi e si girò di nuovo verso l’armadio, frugando freneticamente tra i suoi vestiti. Un profumo agrumato si diffuse per la stanza. Dopo un lungo tintinnio delle grucce, si girò con qualcosa in mano. 

“Ti piace?” 

Era un abito identico a quello rosso, ma nelle tonalità del nero. Questo, tra dimensioni e colore, lo vedevo più adatto a Barbie-Regina della lap dance. E trattenendo una risata iniziai a pensare a cosa dirle per dissuaderla, ma lei voleva discutere ancora sul mio giuramento. Probabilmente doveva sembrarle inconcepibile. Ma la convinsi che per me quella scelta fosse la cosa giusta e dopo aver discusso per ore, alla fine, accettò le mie ragioni.

“Non oso pensare che cosa accadrà quando incontrerai il tuo primo ragazzo.”

Rise, cercando di trattenersi, poi mi guardò ancora una volta senza più riuscire a trattenrsi.

“La verità è che sei una gran figa Clem, secondo me ne farai stramazzare al suolo parecchi. E io spero di esserti accanto per godermi la scena.”


Pranzammo insieme a sua madre e alla signora Ruda, che erano sempre gentili e affabili nei miei confronti. Sembravano come delle zie che mi amavano da sempre. Stare con loro era piacevole e mi faceva sentire felice e a casa. Da allora, ogni giorno mi accompagnavano a vedere monumenti, a teatro o a comprare qualcosa. Era tutto così bello che dentro di me non sapevo come avrei mai potuto tornare in Sardegna. Quella sera chiamai zio Antonio e gli raccontai per filo e per segno quanto fosse bella la mia vita.
 

Angolo dell'autrice:

Carissime/i, vi ringrazio per aver letto questa storia e grazie per ogni singolo commento che avete scritto.
Sappiate che vi sono riconoscente e se potessi vedervi di persona vi abbraccerei tutti.
Purtroppo, dalla scorsa settimana sono di nuovo sommersa di lavoro e tutto andrà più lentamente, però, cercherò di pubblicare un capitolo ogni domenica.
Grazie a tutti e un abbraccio virtuale <3
Shaara

   
 
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