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Autore: Elena Waters    04/04/2021    1 recensioni
La vita di Oliver è stata un susseguirsi di sacrifici e rimpianti: ha perso suo padre molto giovane, ha fatto tutto quello che era in suo potere per occuparsi di sua madre e della malattia di sua sorella Annabeth. Adesso Anna è guarita e sta per sposarsi: è Oliver stesso ad accompagnarla a Philadelphia. Nonostante sia felice per il matrimonio della sorella, però, Oliver non può fare a meno di temere il momento del ritorno a Londra, dove lo aspetta una casa vuota e l’attesa grigia della morte, nel ricordo di un uomo che ha amato per un soffio di tempo e che l’ha lasciato senza spiegazione.
Durante la traversata, una misteriosa perturbazione avvolge la nave: tutti i passeggeri corrono via spaventati, tra le grida, ma Oliver sente una strana forza inchiodarlo al parapetto. Inizialmente cerca di sottrarsi, ma è soltanto arrendendosi al gelo e alla violenza del vento che potrà scoprire la risposta alle sue domande più profonde…
Genere: Angst, Malinconico, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Henry/Cailean e Oliver'
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La prima versione di questa storia era stata scritta per il contest “Storie di fantasmi”, indetto da elli2998 e Inchiostro_nel_Sangue sul forum di EFP. Dopo la pubblicazione dei risultati, facendo tesoro dei consigli della giudice e dei lettori, ho revisionato questa storia e l'ho trasformata in quello che è adesso. Spero di averne approfondito meglio alcuni aspetti, mantenendo ciò che già c'era di valido.
Questa storia è uno spin-off di Oliverma può essere letta anche autonomamente.
Vi auguro una buona lettura!



Volevo soltanto dirti il mio nome

 
Sua sorella Annabeth era affacciata al parapetto accanto a lui, si divertiva a lanciare pezzi della sua brioche ai pesci. Il sole di maggio splendeva sul suo viso delicato; i capelli castani si gonfiavano nell'aria salmastra e il fiocco azzurro che circondava il suo cappello a falda larga danzava nel vento.
«Vederti così mi fa quasi dimenticare che stai per lasciarmi», le disse Oliver, «mi fa sentire in pace.»
Anna si voltò. «Non dire così, Olly. Sii felice per me!»
Oliver le prese una mano, le sorrise.
«Non credere che non lo sia. Non vorrei mai farti sentire in colpa perché stai per sposare l’uomo che ami.»
Anna si ritrasse; teneva gli occhi fissi oltre il parapetto, verso il mare sconfinato.
«Sai, a volte non riesco a credere al fatto che sto per sposarmi. Mi sento ancora come una bambina. Se parlo con altre donne della mia età, hanno vissuto così tante cose… ricordi di feste, di amiche del collegio; quando ero all’università, le altre ragazze conoscevano moltissime cose del mondo: mi raccontavano dei balli, dei viaggi per l’Europa, mentre io, per tanti anni, a malapena ho lasciato la mia stanza. Quando Susanne mi ha raccontato del suo primo ballo, quando aveva quindici anni… lei e le sue amiche avevano passato una giornata intera a prepararsi, a pensare ai giovani di cui erano invaghite, a immaginare quanto si sarebbero divertite durante i giri di danza. Quando sono stata al mio primo ballo, ero molto più grande di così. Tutte le ragazze che conoscevo erano così avvezze alle feste da averne quasi noia, molte erano promesse e non c’era nessuna condividesse la mia esaltazione e le mie speranze. Facevano ogni cosa per starmi vicine, ma era come se ormai fossero su un altro piano, come se non potessero più capire cosa provassi. In quel momento qualcosa dentro di me mi ha detto che la mia anima era troppo vecchia per queste cose, che c’era una distanza incolmabile tra ciò che avrei dovuto provare e quello che provavo, tra ciò che avevo vissuto e quello che avrei dovuto vivere.»
Quando sua sorella si era ammalata, Oliver aveva soltanto pensato a fare tutto quello che poteva — a cercarle dei medici, a risparmiare per potersi permettere di pagarli. Aveva rinunciato a ogni altra cosa e la sua unica gioia, dopo tutto quello che avevano sofferto, era vederla viva e in salute, ma anche se aveva passato gli ultimi dieci anni a cercare di convincersi che il passato non significasse niente, che fosse servito soltanto a portarli dov’erano, capiva perché a lei non bastasse. Nonostante Anna fosse guarita, una parte di lei era comunque stata bruciata dalla malattia, era persa per sempre. Tutte quelle gioie di cui le parlavano le compagne, Anna aveva avuto davvero poco tempo per viverle — quel tanto che bastava perché sapesse che non sarebbe mai andata più a fondo di un assaggio superficiale, perché potesse toccare con mano, un attimo prima che svanisse, la vita che non aveva vissuto.
«Ho temuto di non vederti crescere, questo lo sai.», le disse. «Non è tutto quello che abbiamo sempre voluto? Che vivessi, che avessi una vita normale?»
Anna abbassò lo sguardo.
«Lo so, scusami, sembro un'ingrata.»
Nonostante cercasse di consolarla, le parole di Anna erano state uno schiaffo anche per lui. Aveva diciannove anni quando suo padre era morto. Per sei anni, prima come studente e poi come assistente universitario, Oliver aveva cercato di prendersi cura della madre e della sorella con i pochi soldi che guadagnava, che insieme alle rendite che gli erano rimaste dopo che la sua famiglia era caduta in disgrazia bastavano appena per le cure di Anna e per mantenere la casa in cui era cresciuto.
Tutto era cambiato una notte di ottobre, quando, di ritorno da una delle bettole in cui si recava di tanto in tanto per dimenticare per una sera lo squallore della sua vita, si era imbattuto in Mr. Kestle — in Henry.
Adesso navigavano spediti verso Philadelphia. Il vento salmastro gli soffiava sul viso e il mare luccicava sotto i raggi del sole; la costa settentrionale dell'Irlanda sfilava via, sul fianco della nave. Alle loro spalle, altri passeggeri di prima classe si godevano il sole sulle sdraio; le signore passeggiavano sotto ombrellini ricamati e si scambiavano le loro confidenze.
Oliver pensò a cosa lo aspettasse a Londra: una casa vuota, ora che anche sua madre li aveva lasciati, e l’attesa grigia della morte, mentre curava gli affari di un uomo che aveva amato per un soffio di tempo, che gli aveva sconvolto la vita e che l'aveva lasciato senza spiegazione.
Una sferzata improvvisa fece volare via il cappello di Anna, lo scaraventò tra le onde. Il mare si gonfiò a un tratto, il cielo diventò livido; il gelo avvolse la nave. Annabeth si strinse lo scialle sulle braccia; i capelli castani le frustavano il viso, travolti dalla violenza del vento. Un parasole sfuggì di mano a una signora, si involò in un vortice di aria fredda, sopra le loro teste. La nave si incantò su un fianco; Oliver vide il mare avvicinarsi a lui, come se volesse inghiottirlo. Alle sue spalle il fragore della porcellana schiantata a terra, le grida dei passeggeri che scalpitavano per accalcarsi sottocoperta.
Una forza inspiegabile lo inchiodava dov’era; Oliver non riusciva a muovere un passo. Sfiorò il bordo del parapetto, era incrostato di ghiaccio. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso, ma gli altri passeggeri dovevano essere già tutti al riparo, perché sentiva solo l'ululare del vento, le raffiche furiose che gonfiavano il mare e spruzzavano la schiuma gelata sul ponte.  Il suo completo estivo era insufficiente a proteggerlo; il gelo gli bruciava sul viso e le labbra e il vento gli pungeva le mani, le caviglie e le parti scoperte del collo: gli gonfiava la camicia sul petto. A un tratto il desiderio inspiegabile di sprofondare tra le onde grigie gli avvolse il cuore — come se qualcosa, lì sotto, lo chiamasse a gran voce.
«Olly! Vieni al riparo, che fai lì?»
Sua sorella lo chiamava, ma le raffiche furiose assorbivano le grida; la sua voce gli arrivava ovattata e lontana. Anna lo strattonò per un braccio, ma era come se il vento lo tirasse dall'altra parte. «Oliver!»
 
 
Oliver non aveva mangiato niente. Il vassoio del servizio in camera era ancora sul tavolo, intatto.
La sensazione provata sul ponte, quell'assurdo desiderio di morte, non l'aveva abbandonato del tutto; se ne stava sdraiato nella cuccetta, mentre la nave rollava sotto i colpi del vento in tempesta, e il ricordo di Henry l'aveva invaso più intenso che mai.
Se Mr. Kestle… se Henry non avesse incrociato la strada di Oliver, Anna non sarebbe mai guarita: sarebbe morta prima di avere l’età per iscriversi all’università e non avrebbe mai conosciuto James. Henry aveva strappato Oliver alle sue difficoltà, gli aveva ridato la gioia della vita: non aveva visto barriere sociali ed economiche, l'aveva amato e basta e gli aveva permesso di realizzare l’unico desiderio che lui avesse allora: veder crescere sua sorella e poterle dare una vita felice.
Anna si sedette accanto a lui, gli accarezzò il viso.
«Stai meglio, Olly? Sei sicuro di non voler mangiare niente?»
Oliver scosse la testa.
Lei sospirò. «Mi fai preoccupare, così.»
Oliver si voltò su un fianco, le sorrise. Appoggiò il viso appiccicaticcio di sudore sul dorso della mano; lo stomaco gli si strinse per il cambio di posizione improvviso, la nausea lo colpì con la violenza di una frusta. «Ora sai che cosa ho provato per dieci anni.»
Anna gli prese una mano. «Questi sono gli ultimi giorni che passeremo insieme, ma è come se tu fossi stato sempre un po’ lontano, come se un velo di dolore ti avesse sempre separato da me, Olly.»
Oliver sgranò gli occhi: non si sarebbe mai aspettato una cosa simile da Anna, non dopo tutto quello che aveva fatto. Anna era stata il suo pensiero fisso, la persona che aveva messo davanti a ogni altra priorità, per cui si era negato ogni altra cosa.
«Che cosa intendi?»
«Mi guardavi sempre come se ti aspettassi di vedermi morire da un giorno all’altro. Non ho sentito il bisogno di niente, durante gli anni della mia malattia, e so che hai fatto tutto quello che dovevi per tenermi al sicuro, ma tu… tu mi sei mancato più di ogni altra cosa. Eri sempre a Londra.»
Oliver si strinse nelle spalle. «Era il meglio che potessi fare, lo sai.»
«Forse hai pensato troppo a me, Olly», sospirò lei, con la voce ridotta a un soffio, sul punto di spezzarsi, «Eri un’ombra, ed eri così per colpa mia. Non potrò mai perdonarmelo.»
Oliver socchiuse gli occhi, affondò la testa nel cuscino. Si ricordava quegli anni, prima di conoscere Henry: era così assorbito nelle sue preoccupazioni, nel tentativo di far riuscire tutti i conti e di non accumulare troppi debiti, che a volte si dimenticava della vita.
«Mi dispiace, Anna. So di non essere sempre stato così — non sarei mai stato così, se le cose fossero andate diversamente.»
«I ricordi più felici, di quando ero piccola… quelli li porterò sempre con me, in America».
Chinò la testa verso di lui, gli sorrise. «Mi dispiace moltissimo essere stata la causa della tua infelicità. Meritavi una sorella sana, una giovinezza spensierata come quella dei tuoi amici.»
Oliver, ignorando le fitte al petto e allo stomaco, si issò su un braccio, le sfiorò il viso. «Mi dispiace che tu abbia pochi ricordi felici di me, ma non ti avrei cambiata per nessuna felicità al mondo.»
Anna socchiuse gli occhi, sospirò. «Hai mai saputo cosa gli sia successo?»
Oliver scosse la testa. «A chi?»
«A Mr. Kestle. Quell’unica volta che l’ho visto, mi ha dato speranza… e mi ricordo che era così bello! Pensavo che magari, un giorno, avresti lasciato che lo sposassi.»
Oliver rise appena e abbassò lo sguardo.
«Non ridere, Olly! Non mi capitava di incontrare molti uomini.»
 «Mr. Kestle esercitava un grande fascino, sulle donne.»
Oliver si strinse nelle spalle; sperava che il colorito dovuto al malessere nascondesse almeno un po’ il sangue che gli era salito al viso. Anna lo guardò seria.
«Mr. Kestle non mi ha dato speranza per il suo fascino. Mi ha dato speranza per la luce che ti vedevo negli occhi, perché non ti avevo mai visto in quel modo. Anche se devo a Mr. Kestle la mia vita, so di dovergli qualcosa di più: di averti visto felice per un istante, anche se la sua scomparsa ha gettato sulla tua vita un’ombra che non svanirà mai.»
Oliver si lasciò cadere sul letto e scosse la testa, affondò la guancia nel cuscino. Si sentiva bruciare gli occhi, voleva piangere. Era raro che sentisse pronunciare il suo nome ad alta voce — rendeva la sua scomparsa più reale.
«Non riesco ancora a spiegarmi perché Henry… perché Mr. Kestle mi abbia lasciato la gestione dei suoi affari, perché se ne sia andato senza dire niente.»
La sua vita si era fermata quella notte, quando si era addormentato tra le braccia di Henry e si era svegliato completamente solo, con il sole già alto in cielo. Si era legato una vestaglia di raso alla vita, aveva curiosato senza fretta per la stanza di Henry, tra le opere d’arte che la impreziosivano — ricordava di aver posato le dita sull'imitazione del busto di marmo di una donna, di aver accarezzato i riccioli di pietra sospesi sulle guance delicate. Non era preoccupato, non ancora: capitava spesso che Henry si svegliasse prima di lui e che lo lasciasse dormire.
Era sceso da basso, aveva chiesto ai domestici: nessuno aveva saputo dirgli nulla di dove fosse Mr. Kestle, di chi fossero i suoi parenti o di dove cercarlo. Oliver non si era mai davvero fatto domande sul quel ragazzo appena ventenne che a volte gli parlava con una saggezza antica come il mondo: soltanto quando si era ritrovato solo si era sorpreso a non sapere niente di lui; l’aveva cercato ai circoli che avevano frequentato insieme, ma anche lì sapevano molto poco del giovane e affascinante Mister Kestle — tutti i suoi sforzi per ritrovarlo erano stati così vani che era arrivato perfino a dubitare che fosse mai esistito davvero un giovane con quel nome e gli occhi blu come il cielo di inverno.
 
Henry si era lasciato dietro una delega per il notaio con cui affidava a Oliver la gestione di tutti i suoi affari, accompagnata da una nota che lo pregava di disporre del suo denaro e dei suoi possedimenti come se gli appartenessero. Oliver si era preso cura di tutto, per dieci anni aveva sperato nel suo ritorno.
A volte, si lasciava sprofondare nei ricordi vagando per la tenuta di campagna di Henry, ora tristemente vuota, o per il suo palazzo di Londra, dove in un solo mese Oliver aveva accumulato tanti ricordi. Passeggiava per i corridoi coperti di stucchi, rimpiangeva di non aver mai avuto il tempo di chiedere a Henry tutto quello che avrebbe voluto chiedergli — che cosa, per esempio, lo avesse tanto colpito di quel quadro in cui una Persefone dai capelli rossi, coperta di veli ambrati, raccoglieva una melagrana da un giardino coperto di un’eterna primavera, mentre Ade, immerso nell’ombra, la scrutava con un sorriso sinistro sul volto.
Anna gli accarezzò la fronte, lo riportò alla realtà.
«So che c’è qualcosa che non vuoi dirmi. Ma non devi più nascondermi niente. In realtà… quando vidi Mr. Kestle per la prima volta, mi dissi che non avevo mai visto nessuno guardarti in quel modo, mi chiedevo cosa significasse quello sguardo. Ora lo so.»
Oliver trasalì, sgranò gli occhi e la guardò spaventato. Anna gli appoggiò una mano sulla spalla, gli sorrise.
«Non dire niente, Olly.»
Anna lasciò la presa sulla sua spalla, si alzò.
«È tardi, dovrebbero chiamare per la cena, tra poco. Ti senti abbastanza bene o faccio chiamare il servizio in camera?»
Oliver scosse la testa, si alzò.
«Mi preparo subito, non preoccuparti.»
Anna gli sorrise incerta e lasciò la cabina — Oliver non aveva idea di che cosa pensasse, ma ora si rendeva conto di quale velo si fosse squarciato tra di loro. Non aveva mai nemmeno pensato di parlare ad Anna di Henry, di chiamare il loro amore per nome ad alta voce.
Quell'unico mese trascorso con Henry gli aveva rivelato l'essenza della vita, che era svanita per sempre insieme a lui. Non era stato più in grado di amare nessuno — e adesso capiva perché Anna non avesse mai fatto domande, perché non si fosse mai intromessa quando altri gli chiedevano perché non prendesse moglie. Era ancora un bel giovane, dicevano, possibile che nessuna signorina lo desiderasse, o che nessuna facesse al caso suo?
Oliver soffriva per ogni linea che gli compariva sul viso, per ogni filo argentato che gli si insinuava tra i riccioli scuri, e non perché la bellezza gli stesse sfuggendo tra le dita, ma perché non sarebbe stato mai più l’uomo che Henry aveva amato. Poteva darsi che nonostante tutto fosse ancora bello, ma non gli importava, perché non aspirava più a nessuna delle cose che si ottengono con la bellezza; l’amore di qualcun altro, era convinto, gli avrebbe cancellato di dosso il ricordo di Henry.

 
 
Il gelo inspiegabile che imperversava fuori aveva invaso anche l'interno della nave. Oliver si sfilò la giacca, la diede ad Anna. Lei se la strinse sulle spalle, sopra il vestito da sera scintillante, di seta blu notte, e gli accarezzò la mano per ringraziarlo.
Oliver si appoggiò allo schienale, sospirò. Ora che indossava soltanto la camicia e il panciotto, il gelo gli mordeva le braccia impietoso; se respirava appena più profondamente, riusciva a vedere il vapore che gli si condensava tra le labbra. I camerieri andavano e venivano, sembrava che quella cena non dovesse finire più. Qualche commensale, al loro tavolo, guardava lui e la sorella con fare di rimprovero, ma a Oliver non importava: per lui era come se la malattia di Anna non fosse mai finita e non avrebbe corso il rischio di una ricaduta.
Di fronte a lui, a un paio di posti di distanza, una donna forse poco più giovane di lui, con i capelli scuri intrecciati ai lati del viso, gli lanciò un’occhiata incuriosita; distolse subito lo sguardo, si voltò nervosa verso la sua commensale.
«Come mai vostro marito non è salito per la cena, signora Jensen?»
La signora Jensen scrollò le spalle, si aggiustò uno scialle verde scuro attorno al collo.
«Oh, mia cara… questa mattina, mentre passeggiavamo sul ponte e si è alzato quel vento orribile, qualcosa l’ha colpito in viso — è successo così in fretta che non siamo riusciti nemmeno a capire cosa fosse. È impresentabile, poverino!»
Oliver scosse la testa, non ascoltò oltre. La nave era di grosso tonnellaggio: nonostante la tempesta, là fuori,  sembrava muoversi appena, quel tanto che bastava per dargli una leggera nausea, e non gli sembrava che gli altri passeggeri, che cenavano spensierati tra le chiacchiere e il tintinnio dei bicchieri e delle posate, fossero particolarmente preoccupati. Soltanto un gentiluomo di mezza età, che sedeva di fronte a lui, aveva taciuto per tutta la serata. Teneva la testa voltata appena da un lato, lo sguardo perso nel vuoto, come se cercasse di tendere l’orecchio oltre la parete, sul ponte spazzato dal vento, per sentire gli ululati della tempesta. 
«Qualcosa vi preoccupa, signore?», gli chiese Oliver.
L’uomo si riscosse, si voltò verso lui e Anna.
«Non vi date pensiero, signore; forse sono solo angosce di un uomo troppo vecchio.»
Anna, intenta ad ascoltare un’altra conversazione, si voltò verso di loro.
«Vi prego, parlatene, se può alleggerirvi anche solo un po’.»
«Questo pomeriggio ho chiesto al capitano di questa improvvisa perturbazione. Mi ha detto che non c’è bisogno di preoccuparsi, che si tratta di una corrente polare scesa insolitamente a sud e che già nella giornata di domani dovremmo allontanarcene e il tempo dovrebbe ristabilirsi, ma non sono convinto…»
L’uomo sospirò, scosse la testa.
«Vi prego, continuate», disse Anna, con un filo di voce.
«Vedete, signorina, ho fatto questa tratta moltissime volte, in tutte le stagioni. So che il cattivo tempo può arrivare in pochi minuti e che si può passare da una bellissima giornata di maggio a una tempesta terribile, ma non ho mai visto la temperatura scendere così tanto. E poi… una tempesta si vede arrivare, all’orizzonte. Ve lo confesso, ho i brividi. Non so di cosa si tratti, ma certamente non è una corrente polare.»
 
 
Una luce debole filtrava dall’oblò, annunciava un'alba grigia. Per tutta la notte, Oliver si era rigirato nella cuccetta; tutte le coperte che aveva non gli erano bastate, perché il gelo lo aveva inseguito anche sotto gli strati di lana scura e il rollare della nave lo aveva strappato via a qualsiasi accenno di sonno.
Si vestì in fretta, salì sopra coperta. Un lieve strato di brina copriva il ponte, luccicava sotto i raggi del sole appena sorto, che tingeva il cielo gelato di rosa e di rame. Il vento si era ridotto a una brezza sottile, il mare si stendeva freddo e calmo; qualche piccolo bagliore rosa accarezzava le increspature impercettibili delle onde. A un tratto lo colpì in viso una sferzata gelida, che niente aveva a che fare con i venti che si insinuavano nelle strade di Londra o con qualsiasi altra cosa avesse mai conosciuto. Non soffiava forte come il giorno prima: gli scompigliava i capelli, gli entrava nei vestiti; Oliver sentiva la sua carezza sul viso assonnato, sulla pelle scoperta del collo — era come se il vento volesse intrufolarsi sotto la camicia, sfiorargli il petto con le dita gelide.
Cailean
Era il sussurro di una voce familiare, distorta dal tempo. Oliver si aggrappò al parapetto incrostato di brina. I raggi del sole gli accarezzavano la pelle, riuscivano appena a scaldargli il sangue, mentre quel soffio gelato lo avvolgeva e gli entrava nelle ossa, gli infondeva più intenso che mai il desiderio di gettarsi tra le onde.
Sentì sul dorso delle mani qualcosa di più freddo della brina e di più solido del vento, ma impalpabile come la seta sottile. Sollevò gli occhi davanti a sé e vide, sospeso oltre il parapetto, l'uomo che tanto aveva amato: gli occhi azzurri e limpidi, i tratti delicati del viso, i riccioli rossi incendiati dai raggi obliqui del sole. Era identico all’uomo che aveva incontrato dieci anni prima tra le strade di Londra; al ragazzo che aveva tenuto tra le braccia, quando si erano sdraiati nel parco della sua tenuta, sotto la luce del tramonto che gli accarezzava il viso, che rimbalzava sulle sue ciglia dorate, l’ultimo giorno che avevano trascorso insieme. Oliver non muoveva un muscolo e non osava chiudere gli occhi; temeva che la visione svanisse per sempre. L'ombra schiuse le labbra in un sorriso che nel ricordo l’aveva travolto mille volte, che avrebbe voluto poter guardare per sempre.
«Mi dispiace averti spaventato, Oliver», gli disse, «volevo soltanto dirti il mio nome.»
Oliver non capiva; le sue labbra si schiusero appena. «Henry...?»
L'ombra scosse la testa. «Ci sono molte cose che ti ho tenuto nascoste perché non volevo sconvolgerti. Cailean è il nome che mi diede mia madre, moltissimo tempo fa. Non avrei mai potuto dirtelo, devi perdonarmi…»
Oliver restò senza fiato. Voleva disperatamente guardarlo, ma non osava perché temeva che il suo sguardo potesse distruggerlo, che potesse spazzarlo via come una nuvola di fumo.
«Che cosa significa? Ti prego, spiegami.»
«Solo il mio nome. Mi ero ripromesso di dirti soltanto il mio nome. Quando un giorno sarai con me, da questa parte, ti spiegherò ogni cosa.»
Oliver si sentiva tremare nel vento gelido — non sapeva se provasse ira, disperazione, o il desiderio disperato di afferrare Henry e di trascinarlo dall’altro lato del parapetto.
«Perché mi hai lasciato, Henry? Non merito di saperlo? Non merito di sapere cosa ti sia successo, cosa ci faccia la tua ombra sospesa sulle acque dell’Atlantico?»
Sollevò lo sguardo appena in tempo per vedere Henry chinare il viso, sulle loro mani intrecciate. «Oliver, ti prego, usa il mio vero nome. Non ho mai avuto la gioia di sentirti pronunciare il mio nome.»
Oliver scosse la testa; sentiva gli occhi bruciare, la voce romperglisi in gola. «Certamente… certamente avrai avuto delle buone ragioni per lasciarmi, non mi aspetto nemmeno che tu me le riveli, ma ti prego… dimmi soltanto come hai trovato la morte.»
L’ombra gli rivolse un sorriso triste. «La verità sulla mia morte è collegata ad altre verità che non sono pronto a svelarti, non ancora. Ma sono stato io a scegliere questo destino, perché tu vivessi…»
Sentì qualcosa di gelido sul viso: Henry aveva sollevato una mano ad accarezzarlo.
«Vi guardavo ieri, sul ponte… ho visto che Annabeth sta bene.»
Oliver annuì; nell’aria gelata del mattino, due lacrime bollenti gli tagliarono le gote per un istante, poi divennero più fredde di tutto il resto.
«È per questo, dunque? È stata colpa mia? Perché… perché hai pensato…»
Henry scosse la testa.
«Perché ho capito che eri l’unica cosa al mondo per cui valesse la pena vivere o morire. La morte non è niente: è un viaggio che non devi temere, e io sarò dall’altra parte ad aspettarti.»
Henry socchiuse gli occhi, avvicinò le labbra alle sue.
Oliver sentì il cuore arrestarsi per un istante, nell'attesa che il calore di qual bacio gli sfiorasse il viso, che gli si spargesse di nuovo nel petto, ma l'unica cosa che sentì fu un soffio gelido che gli intorpidì le labbra.
Quando aprì gli occhi, davanti a lui si stendeva soltanto il mare sconfinato. Si guardò attorno, nella speranza di intravedere Henry per l’ultima volta, prima che svanisse per sempre. A prua, non troppo distante da lui, Henry era affacciato al parapetto; i capelli ramati si spargevano sotto la luce del sole come se fossero fatti della stessa sostanza del vento. Accanto a lui c'era una donna, vestita come in tempi perduti: una stola attorno alle spalle, perline intrecciate nei capelli rossi.
Chi era? Oliver era certo che non appartenesse al suo secolo e di non averla mai vista, nonostante in lei ci fosse qualcosa di familiare. Aveva gli stessi colori della Persefone dell’appartamento londinese di Henry, e la curva delicata del naso era inconfondibile: era la donna del busto che Henry teneva nella sua stanza! Lei si staccò dal parapetto, si voltò a guardare Oliver con una punta di dispetto negli occhi, ma anche con dolcezza. Prese Cailean per mano e scomparvero nel vento del mattino, come uno spruzzo di schiuma.
Oliver si sentì strappare il fiato via dal petto — si costrinse a dire quel nome, che non poteva essergli così estraneo sulle labbra se apparteneva all’uomo che amava.
«Cailean.»
Il soffio freddo del vento giocò ancora un istante tra i suoi capelli, gli gonfiò appena gli abiti. Ogni centimetro della sua pelle si raggrinziva per il freddo, ma Oliver sorrideva.
Pochi minuti dopo, l'abbraccio gelido lasciò la nave; la brina si sciolse al sole di maggio, lasciò il ponte umido di rugiada. Il sole gli seccò le lacrime sul viso e gli scaldò velocemente la pelle, le mani; dovette togliersi la giacca. Appena qualche giorno e sarebbero arrivati a Philadelphia. Anna si sarebbe sposata e lui sarebbe rimasto solo come mai in vita sua, ma a Londra, per la prima volta in tanti anni, avrebbe avuto qualcosa di davvero interessante da fare: avrebbe consultato tutti gli esperti d’arte con cui potesse mettersi in contatto, avrebbe fatto analizzare il dipinto e il busto nella ricerca disperata di una verità che forse gli sarebbe sfuggita anche così, ma se c’era una sola speranza che quella donna lo conducesse alla verità su Cailean, doveva provare. Se avesse fallito, poi, non aveva importanza: Cailean lo amava, Cailean lo avrebbe aspettato dall’altra parte e Oliver non temeva più il viaggio di ritorno, né le stanze vuote dei suoi palazzi e la solitudine di Londra.

 
 

Vorrei ringraziare ancora la giudice elli2998 per i  suoi consigli e i lettori della versione precedente per gli spunti preziosi che mi hanno dato. Ringrazio anche tutti i lettori che sono arrivati fin qui e spero che la storia vi sia piaciuta. Per chi fosse curioso di sapere di più su questi personaggi, lascio di nuovo il link della storia principale.
Se vi fa piacere, lasciatemi un commento e fatemi sapere cosa ne pensate!

 
   
 
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