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Autore: Kakashi_Haibara    05/05/2024    1 recensioni
Stati Uniti, 1985
Il governo statunitense ha indetto una caccia spietata ai mutanti, esseri umani dotati di poteri soprannaturali, per proteggere l'umanità in pericolo.
Feliciano Vargas è un mutante arrestato dall'esercito e rinchiuso nell'inespugnabile fortezza di Westbrook, dove vengono catturati e studiati i mutanti più temuti. Dovrà sopravvivere all'interno della prigione, tra esperimenti e lavori forzati, per poter tornare a casa e riabbracciare il fratello maggiore, aiutato nel frattempo da un gruppo di mutanti rivoluzionari determinati a salvare i prigionieri.
È una storia in cui due mondi opposti si scontrano e si uniscono continuamente tra il dolore, l'amore, l'amicizia e l'odio.
[Mutant!AU, supernatural powers]
(Coppie principali: GerIta, Spamano, FrUK)
!ATTENZIONE! il rating potrebbe salire da arancione a rosso, per scene future con contenuti violenti e/o sessuali espliciti
Genere: Angst, Drammatico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai, Yaoi | Personaggi: Francia/Francis Bonnefoy, Inghilterra/Arthur Kirkland, Nord Italia/Feliciano Vargas, Spagna/Antonio Fernandez Carriedo, Sud Italia/Lovino Vargas
Note: AU, Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Capitolo 14

 

21 febbraio 1985, sotterraneo di Villa Caesar, Portland, Maine, US

 

 

Appena raggiunsero la sala adibita alle riunioni nel sotterraneo della villa, trovarono Toris ad aspettarli seduto su una sedia con le braccia conserte. Gli occhi vispi si posarono all’istante sui due mutanti, scrutandoli. Se era nervoso, non lo dava a vedere.

- Le previsioni non davano pioggia. - disse Toris corrucciando la fronte.

Arthur abbassò lo sguardo sul proprio cappotto, per poi spostarlo su Alfred. Erano entrambi bagnati fradici dalla testa ai piedi per essersi lanciati la neve addosso durante tutto il tragitto fino al sotterraneo.

Si schiarì la voce, leggermente in imbarazzo. - Abbiamo avuto un… imprevisto. Ma veniamo al dunque. - congiunse le mani desideroso di cambiare alla svelta discorso e spostò due sedie con la telecinesi, posizionandole davanti a Toris. - Alfred mi ha riferito che sei amico del mutante della barriera. - disse Arthur una volta seduto.

- Feliks Łukasiewicz. - precisò Toris.

- Giusto. - annuì Arthur. - Che rapporto hai con Feliks?

Toris assottigliò lo sguardo, dubbioso. Sapeva di star parlando con un telepate, probabilmente non avrebbe provato a mentire, considerando la posizione in cui si trovava. - Siamo amici d’infanzia. Ci siamo conosciuti nel nostro orfanotrofio in Lituania e da allora siamo stati inseparabili, fino al giorno in cui l’esercito statunitense è arrivato a prenderlo, dieci anni fa. Feliks era stato abbandonato dai suoi genitori perché sapevano che possedeva il gene mutante e hanno avvertito l’esercito, che ha organizzato una serie di “visite mediche” su tutti i bambini dell’orfanotrofio, me compreso.

Abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore.

Arthur non sapeva a che tipo di visite l’esercito sottoponesse gli orfani, ma se il ricordo era ancora vivo nella mente di Toris, non erano nulla di piacevole.

Toris continuò. - Venne fuori che all’interno dell’istituto non c’era nessun altro mutante al di fuori di Feliks. E non era un mutante qualsiasi. Era il mutante che il generale Beilschmidt sperava di poter catturare, l’unico mutante in grado di convergere con le sue aspirazioni personali: un mutante che avesse il potere di annullare tutti gli altri poteri derivanti dal gene X. E gli fu molto comodo che Feliks fosse ancora un ragazzino debole e ingenuo, incapace di capire a quale destino stesse andando incontro, seguendo quei soldati che gli promettevano pasti caldi, un letto comodo e tanto tempo per giocare.

Strinse i pugni fino a far sbiancare le nocche. - Ricordo ancora il sorriso ebete stampato sulla faccia di Feliks il giorno in cui lo portarono via. “Spero che porteranno anche te in America, così possiamo ancora giocare insieme”. Non sapeva cosa lo stava attendendo, nessuno lo sapeva. - alzò lo sguardo per guardare negli occhi prima Arthur e poi Alfred. - Da quel giorno non mi do pace. Ho sempre saputo che tentare di entrare nella fortezza è solo un modo per farsi mandare all’altro mondo con facilità, quindi mi sono ingegnato in altri modi ed è esattamente il motivo per cui sono qui.

Alfred alzò un sopracciglio e incrociò le braccia. - Siamo tutto orecchi.

- L’orfanotrofio non si è mai preoccupato di registrarmi da nessuna parte, io non esisto per la società. Questo mi ha sempre aiutato a ottenere informazioni senza problemi. Ed è così che ho scoperto dell’esistenza di una spia in arrivo dalla Lituania ingaggiata dal generale Beilschmidt stesso per infiltrarsi nelle file dei ribelli.

Toris tirò fuori una serie di documenti dalla borsa a tracolla ai suoi piedi. Il primo foglio mostrava la fototessera di un uomo sulla trentina dai capelli castani e gli occhi chiari. - Antanas Stankevičius, la migliore spia dei servizi segreti lituani, probabilmente anche del mondo.

Alfred si massaggiò il mento, osservando la fotografia. - E… quando è previsto il suo arrivo negli Stati Uniti?

- Mai. - rispose Toris, guardandolo dritto negli occhi. - L’ho ucciso prima che potesse anche solo mettere piede sul suo aereo e ho preso il suo posto. Adesso io sono Antanas Stankevičius.

Arthur e Alfred ammutolirono all’istante, troppo sorpresi per poter anche solo formulare quello che avevano appena appreso.

Alfred scoppiò in una fragorosa risata, dopo essersi ripreso dallo sconcerto iniziale. - Sei forte, amico! Ti avevo sottovalutato.

Toris ignorò il complimento. - Un uomo lituano praticamente identico a me assunto dal generale Beilschmidt nella fortezza in cui è rinchiuso Feliks, non potevo perdere una tale occasione.

- E dunque come intendi procedere adesso? - chiese Arthur, incrociando le braccia. - C’è il rischio che il generale capisca l’inganno e ti uccida.

- Lo so, ma devo correrlo. - rispose Toris. - Ho studiato tutto di quest’uomo: la sua vita privata, i suoi studi, i suoi lavori di copertura, i suoi contatti, tutto. Non tornerò indietro dopo tutto ciò che ho fatto per arrivare fino a qui.

Arthur dovette ammettere a se stesso di ammirare la determinazione di Toris. Infiltrarsi nella fortezza più pericolosa d’America come spia nella cerchia del generale Beilschmidt in persona era un piano da far accapponare la pelle a chiunque.

- Il generale ha scelto questo tizio perché a quanto pare conosceva uno dei mutanti rinchiusi all’interno della fortezza, una scusa perfetta per poter entrare nelle fila dei ribelli senza creare sospetti in un telepate.

- Fare il doppio gioco non è un compito semplice, Toris. - lo avvertì Arthur. - Una mossa falsa e il generale avrà gli occhi puntati su di te più di quanto non ne avrà già.

Toris aggrottò le sopracciglia, tamburellando la punta delle scarpe sul pavimento. - Gli farò credere che non voglio avere nulla a che fare con suddetto mutante e intanto gli riferirò tutte le informazioni su di voi che riuscirò a reperire… false, ovviamente.

Arthur assottigliò lo sguardo, squadrandolo. - Ovviamente.

Toris scrollò le spalle, evitando il contatto visivo. - B-beh, non tutte false. Dovrò dargli qualche informazione reale o si insospettirà.

Alfred fece schioccare la lingua con dissenso. - Ecco la fregatura.

Toris tentò di giustificarsi. - Non me ne vogliate, devo farlo. Questo piano gioverà anche a voi, vi dirò tutto ciò che scoprirò all’interno della fortezza, lo giuro. L’unica cosa che voglio è liberare Feliks, non manderei mai tutto all’aria facendomi ammazzare da voi o dal generale.

Arthur sospirò, mentre si alzava dalla sedia. - Fai quello che credi, ma sappi che se i miei mutanti finiranno nei guai per colpa tua, la mia risposta sarà brutale, tanto che rimpiangerai il giorno in cui sei nato. - disse, puntando i freddi occhi verdi sui suoi. - Non fare passi falsi, Toris Laurinaitis.

Detto questo, si diresse verso l’uscita, seguito a ruota da Alfred.

- Staremo a vedere. - sussurrò Toris una volta spariti dietro la porta.

 

 

 

 

21 febbraio 1985, Fortezza di Westbook, Portland, Maine, US

 

Antonio aveva sperato di non dover più rimettere piede all’interno della fortezza per lungo tempo per aspettare che la ferita si rimarginasse. Quando era stato mandato a casa, avrebbe voluto fare i salti di gioia se non fosse stato così malandato. Finalmente avrebbe avuto del tempo per riposarsi come si deve!

Ma tutto era cambiato quando sulla soglia di casa aveva incontrato Romano, in piedi davanti alla porta di ingresso ad aspettarlo. “ Accetto. Usciamo insieme” aveva detto e Antonio non ci aveva più visto dalla felicità. Non aveva neanche avuto il tempo di metabolizzare quelle tre parole che Romano era fuggito via imbarazzato senza dargli alcuna possibilità di risposta.

Un appuntamento… un vero appuntamento con Romano! Antonio era al settimo cielo. Si sentiva così leggero e con la testa tra le nuvole che ignorava tutti i soldati che incrociava nei corridoi che si volevano accertare del suo stato di salute. Non poteva dargli retta: doveva recuperare i suoi abiti più eleganti dall’armadio del suo dormitorio. Voleva fare bella figura. Forse quella era l’occasione giusta per potersi avvicinare a quel ragazzo così schivo, misterioso e affascinante.

Una volta entrato nella sua stanza, condivisa con altri tre soldati, aprì l’armadio a due ante in cerca di qualche vestito. Non possedeva molti capi eleganti, era talmente preso dal lavoro che non aveva mai avuto tempo di indossarne qualcuno, tranne che per qualche serata in giro per nightclub o a cena con Erica, quando ancora si frequentavano. Rovistò a lungo, non curante del disordine che stava creando all’interno dei cassetti, fino a che non trovò una camicia bianca di cotone, un paio di jeans e un cardigan beige. Non era nulla di esagerato, ma ad Antonio piaceva come combinazione.

Aprì un cassetto del comodino di fianco al suo letto e tirò fuori un orologio da polso argentato e una collana con il crocifisso, entrambi oggetti che serbava solo per le occasioni speciali. Mise il tutto all’interno del suo borsone, insieme anche a un paio di mocassini marroni.

Sorrise soddisfatto e si precipitò nei corridoi. Non vedeva l’ora di provare l’outfit davanti allo specchio di casa sua e fantasticare, immaginando tutti i possibili scenari del futuro appuntamento. Avrebbe potuto portare Romano in un ristorante costoso, offrendogli la cena. Oppure sarebbero potuti andare al cinema. Se il tempo lo avrebbe permesso, avrebbero potuto fare un giro al parco,  prendere dello zucchero filato al luna park, salire sulla ruota panoramica e poi…

Antonio si coprì il viso con le mani. Si stava comportando come un adolescente in preda agli ormoni, ma era da tempo che non si sentiva così emozionato all’idea di uscire con una persona! Per quanto volesse molto bene a Erica, la relazione che aveva avuto con lei, durata più di sette anni, l’aveva prosciugato di tutte le energie. Sebbene all’inizio fosse molto innamorato, l’aveva sempre vissuta come una sorta di obbligo. Fidanzarsi con una ragazza di buona famiglia, pensare a un matrimonio e a un futuro insieme… non l’aveva mai fatto sentire a suo agio. I suoi genitori gli avevano fatto pressione più volte, intimandolo a chiederle la mano al più presto prima che il sentimento iniziale scemasse, ma Antonio non se l’era sentita. Non era questo che voleva nella sua vita e non aveva intenzione di ingannare Erica, mentendole. E da quando lei aveva capito che i suoi sentimenti non erano più reciprocati, era diventata più gelosa e soffocante. Non gliene faceva una colpa, Antonio non aveva mai cercato di nascondere il suo desiderio di voler trovare qualcuno che potesse farlo sentire davvero felice e allo stesso tempo non aveva avuto il coraggio di lasciarla per lungo tempo. Così erano entrati in un circolo vizioso di bugie e sofferenza, finché Antonio non aveva finalmente ceduto, ponendo fine alla relazione. Erica non l’aveva presa bene. Ma era una bellissima ragazza solare e socievole e Antonio sapeva che avrebbe trovato presto qualcuno di più giusto per starle accanto.

- Antonio? - lo chiamò una voce familiare alle sue spalle.

Si voltò, sussultando. Erica era in piedi sulla soglia dell’infermeria con delle buste di plastica tra le braccia.

- Che cosa ci fai qui? Pensavo ti avessero mandato a casa. - chiese, avvicinandosi.

Antonio tentò di giustificarsi. - È così, ma ecco…

- Ti senti male? Vieni con me, ti visito subito. - disse lei, allungando il palmo della mano verso la sua guancia.

Antonio gliela prese con delicatezza prima che potesse toccarlo, suscitando confusione nella ragazza. - Va tutto bene. Sono soltanto venuto a prendere i miei vestiti.

Erica schiuse le labbra, pronta a ribattere, ma rinunciò. Lo sguardo di Antonio era eloquente.

Liberò la mano dalla sua presa e la strinse a pugno davanti davanti alla bocca. Sembrava voler prendere il coraggio di dire qualcosa, senza riuscirci.

Antonio sospirò, facendo un passo indietro, pronto ad andarsene. - Ci vediamo, Erica.

Prima che potesse voltarsi, la ragazza lo incalzò. - Aspetta, Antonio! I-io ti volevo parlare…

Antonio chiuse gli occhi, consapevole di cosa avrebbe potuto dire. - Erica…

- Io mi chiedevo se magari noi due… potessimo ricominciare da capo.

Ecco, lo sapeva. Questa frase non gli era nuova. - Erica, abbiamo avuto questa conversazione un centinaio di volte, tra noi due è finita ed è giusto che tu lo accetti. È per il tuo bene.

Lei insistette. - Ma se potessimo anche solo provarci forse potremmo scoprire che in realtà siamo fatti l’uno per l’altra! Siamo stati insieme per così tanti anni, non può finire così tra di noi!

L’unica cosa che Antonio voleva fare in quel momento era darsela a gambe, ma non poteva. Quella doveva essere la conversazione definitiva, per il bene di Erica e soprattutto per il suo. - Non siamo stati bene nell’ultimo anno e questo lo sai anche tu. Tra noi non c’è più quell’intesa che avevamo da adolescenti. Le persone crescono e soprattutto cambiano, ed è giusto così.

- Ma non deve andare per forza in questo modo! - ribatté lei, alzando leggermente la voce. - I problemi in una coppia si affrontano insieme. Okay, noi non l'abbiamo fatto, ma possiamo sempre farlo da adesso!

- Erica, io… - Antonio si grattò il capo, guardandosi intorno a disagio. - Non lo so. Non credo che sia una buona idea.

- Mi avevi parlato di come ti sarebbe piaciuto organizzare il matrimonio in Spagna… - disse lei quasi sull’orlo del pianto. - Avevi detto che volevi dei bambini. Io ci avevo creduto, Antonio. E invece mi lasci così, con sogni infranti e un cuore spezzato!

- Ero molto giovane e ingenuo all'epoca, le cose sono semplicemente cambiate. - si giustificò lui. - Io sono cambiato.

- Se vuoi aspettare, io aspetterò. - continuò lei. - Non dobbiamo fare tutto adesso, io aspetterò che tu sia pronto! Non ti farò pressione, lo giuro.

- Mi sto frequentando con un ragazzo, Erica. - vomitò la verità, senza più trattenersi. Non aveva più bisogno di mentire.

Erica sbatté più volte le palpebre, perplessa. - Come?

Antonio spostò il peso da un piede all’altro, scrollando le spalle. - L’ho incontrato qualche settimana fa. Abbiamo in piano un appuntamento. - mentre parlava evitava lo sguardo disorientato di Erica. - Lo conosco da poco, ma mi fa provare sentimenti che non provavo da molti anni.

Erica era ammutolita. Teneva lo sguardo basso, mentre si torturava le unghie delle mani, mordendosele.

Antonio gliele prese, allontanandogliele dalla bocca. - Non volevo tenertelo nascosto. È giusto che tu lo sappia. Ed è giusto che tu superi la relazione che abbiamo avuto per cercare qualcuno che possa amarti come meriti.

Per qualche attimo Antonio temette che lei potesse esplodere, inveendogli contro. Invece la vide osservare a lungo il suo borsone da cui si intravedevano l’orologio e la collana, per sollevare timidamente lo sguardo, con le lacrime che le rigavano le guance. - E quindi questo ragazzo… ti rende felice?

Il cuore di Antonio gli piombò all’altezza dello stomaco, preso alla sprovvista dalla domanda inaspettata. Accennò una risata, imbarazzato. - Beh, non ho ancora avuto modo di conoscerlo meglio, ma so per certo che pensare a lui è abbastanza per farmi sentire le farfalle nello stomaco.

Erica scoppiò a ridere, asciugandosi le lacrime. - Sei sempre stato un romanticone.

Antonio rise a sua volta. - Certe cose non cambiano mai.

- Ed è meglio così. - Erica gli sorrise con malinconia, trattenendo altre lacrime che minacciavano di bagnarle nuovamente le guance. - Allora… ci vediamo, Antonio. - disse, prima di voltarsi e avviarsi in fretta verso l’infermeria, lasciando Antonio solo nel corridoio.






Spazio dell'Autrice:
SONO TORNATA FINALMENTE!!!
Non ci credo nemmeno io ahahah! Da quando ho pubblicato l'ultima volta sono succese un sacco di cose che mi hanno tenuta lontana dalla scrittura. La più importante: mi sono laureata!! Yeyyy, che grande traguardo, ci ho messo tanto, ma ce l'ho fatta! Ed è questo l'importante. Intanto mi sto dedicando anche ad altre cose a cui tengo molto e che spero possano diventare in futuro il mio lavoro (incrociamo le dita e manifestiamo).
Ma ora siamo qui! Finalmente Toris ha rivelato il piano che ha in mente e invece Antonio è persissimo tra le nuvole, più sottone di lui non esiste nessuno. Si è chiarito con Erica e quindi adesso può dedicare tutte le sue attenzioni a quello scorbutico di Romano!
Spero che il capitolo vi sia piaciuto, nonostante sia breve e solo di passaggio. Ci rivediamo alla prossima! <3

   
 
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