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Autore: Picci_picci    27/09/2020    5 recensioni
Sono passati mesi da quando Ladybug e Chat Noir non si vedono più. Solo una muta promessa li unisce: non scordarsi mai l’uno dell’altra. Vanno avanti nel loro presente, ma continuano a vivere nel passato e nel loro ricordo. Marinette, ormai, è a tutti gli effetti la stagista personale di Gabriel Agreste, praticamente il Diavolo veste Agreste nella realtà, e Adrien sta tornando da Londra per imparare a gestire l’azienda di famiglia.
Cosa mai può andare storto?
Tutto, se ci troviamo alla maison Agreste.
Mettetevi comodi e preparatevi a leggere una storia basata sulle tre cose indispensabili di Parigi: Amore, Tacchi alti e...là Tour Eiffel.
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"Perché l'amore è il peggiore dei mostri: ferisce, abbandona, ti rende pazzo, triste ed euforico allo stesso tempo. Ma è anche l'unica cosa bella che abbiamo in questa vita."
Genere: Commedia, Malinconico, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Adrien Agreste/Chat Noir, Gabriel Agreste, Marinette Dupain-Cheng/Ladybug, Plagg, Tikki
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Era di ritardo. Troppo di ritardo. Con il tailleur blu pavone giacca-pantalone firmato Agreste e le Louboutin classiche nere, tacco dieci centimetri, Marinette stava facendo la sua entrata nella Maison Agreste dove sarti, stilisti, illustratori e stagisti si stavano facendo in quattro.

Con passo di carica oltrepassò tutti gli uffici e, con le cartelline ben strette in mano, aprì la porta in fondo alla stanza. Trovò Natalie alla sua postazione, una scrivania situata alla parte destra della stanza, che si mimetizzava nell'arredamento bianco e nero dell’ufficio.

“Monsieur è già arrivato?”, domandò alla robotica assistente.

“Certamente, è lei di ritardo”, guardò brevemente l’orologio e poi continuando a scrivere al computer, “di ben sei minuti e mezza.”

Con un sospirò si avvicinò alla porta seguente, l’ultima. Batté le nocche due volte sulla superficie lignea bianca e aspettò.

“Avanti.”

Abbassò la maniglia ed entrò.

Monsieur Agreste non si scomodò nemmeno ad alzare lo sguardo, troppo preso a leggere l’ultimo numero di Vogue, e l’accolse con un “ricordami perché non ti ho ancora licenziata, Marinette? Questo è il tuo secondo ritardo in tre settimane.”

“Vero, ma..”

“Io ti prego di non continuare quella frase. Piuttosto, perché non devo licenziarti?”

“Perché sono solo una stagista e sono brava”, rispose lei anche se sembrava più una domanda.

“Sfortunatamente per me, troppo brava”, le rispose lui alzando gli occhi sulla sua figura.

“Sono le cartelline che ti avevo chiesto ieri?”

“Ieri, alle undici e quarantacinque.”

“Oh, ora tieni anche l’orario?”

Marinette gli lanciò un’occhiata tra l’esasperato e il divertito, mentre gli passava le cartelline tanto richieste.

“Come mai di ritardo?”

Si immobilizzò sulle sue Louboutin e pensò se fosse una buona idea raccontare cosa era successo al suo mentore. No, non doveva farlo preoccupare inutilmente, perciò decise di rispondere con la battuta di un vecchio amico.

“È un storia buffa, sai?”

Un dolore sordo all’altezza del petto la colpì mentre ripeteva le parole del suo amico.

“Preferisco non saperla.”

Rimase là qualche altro secondo, tempo che Gabriel visionasse gli ultimi fogli, per poi consegnarglieli, “portali in sartoria e vedi di spiegare bene i materiali che voglio. Siamo vicini alla sfilata, non voglio errori.”

“Mancano tre mesi.”

“Ergo, poco. Tre mesi nel campo della moda sono niente...ma cosa vi insegnano all’università?”

“Sicuramente, non ci insegnano a sopportare un mastino come Gabriel Agreste.”

“Ti salvi solo perché mi hai dato del mastino.”

“Solo?”, chiese Marinette giocosa e con un sorriso sincero sul volto.

“E anche perché sei brava”, gli concesse lui.

“Avrei dovuto registrarlo.”

“Hai perso l’occasione.”

Si sorrisero a vicenda, poi Marinette uscì dall’ufficio.

“Dove va, mademoiselle?”

“Natalie, solo Marinette. Sono mesi che lavoro qui dentro.”

“Certo, mademoiselle.”

Lei alzò gli occhi al cielo, non l’avrebbe mai avuta vinta con Natalie.

“Vado in sartoria”, rispose Marinette mentre usciva dall’ufficio.

Attraversò di nuovo gli uffici, entrò nell'ascensore e scese di due piani.

“Mari..”

Lei abbassò la testa verso la testolina di Tikki che spuntava dalla sua giacca blu.

“Va tutto bene.”

Poco convinta, la kwami annuì per scomparire di nuovo nella tasca.

***

Si era appena messa a sedere alla sua scrivania, posta esattamente di fronte a quella di Natalie, dopo aver fatto la maison su e giù più volte. Oggi, Gabriel era più attivo che mai e pretendeva lo stesso dai suoi dipendenti, e Marinette lo avrebbe fatto volentieri se non fosse stato per le scarpe che portava ai piedi.

“Marinette.”

Si alzò di scatto dalla sedia, mentre Gabriel usciva dal suo ufficio. Alzò due dita in alto, segno che voleva il suo cappotto perché doveva andare via e lei si precipitò a prenderlo, mentre Natalie si preparava per andare con lui.

“Dove va, Monsieur, se posso sapere?”

“Devo controllare di persona alcuni fornitori e poi torna Adrien dal viaggio all’estero, vado a prenderlo.”

“Capisco.”

“Natalie, tu vieni con me, mentre Marinette ho bisogno che tu resti qui ad occuparti della maison.”

“Io?”, chiese Marinette sbalordita con gli occhi fuori dalle orbite.

“Tu. Devi solo stare qui e fare il tuo lavoro e, se qualcuno avrà qualche problema, verrà da te. Troppo difficile?”, chiese impegnato a mettersi il giubbotto.

“No no, monsieur.”

“Bene.”

E se ne andarono tutti e due, senza salutare. Per quanto Gabriel (e un po’ anche Natalie) fosse migliorato nei rapporti sociali, il concetto di saluto non era ancora entrato nella sua testa.

Sorrise e scosse la testa, sedendosi alla scrivania.

“Tikki”, disse sottovoce.

La sua amica spuntò subito fuori a guardarla.

“Sono al timone della nave, Gabriel mi ha lasciato il controllo”, disse euforica.

“Te lo meriti. In questi mesi sei stata impeccabile”, le rispose affettuosa. 

Marinette annuí contenta, mentre sistemava la sua scrivania.

“Quindi”, sentì la vocina piccola di Tikki, “non ti fa nessun effetto il fatto che Adrien sia tornato da Londra?”

Forse un tempo, rifletté Marinette. Ora era solo contenta che il suo amico tornasse a Parigi e, per rispondere alla domanda di Tikki, scosse la testa in un cenno negativo.

“Ti è davvero passata la cotta per Adrien”, esclamò stupita la kwami.

“Ci è voluto molto, ma sì, mi è passata. Adrien adesso è solo un mio amico.”

La kwami guardò preoccupata la sua protetta. La vita sentimentale di Marinette non era mai andata molto bene, ma negli ultimi mesi era peggiorata in un modo tale che Tikki non pensava essere possibile.

“Mari… Luka prima ti ha mandato un messaggio.”

Marinette prese il telefono con un peso sul cuore e lesse velocemente le poche righe inviatele dal ragazzo: Ho portato anche gli ultimi scatoloni dai tuoi, così non devi tornare qui. Stammi bene, Luka.

Bloccò lo schermo del telefono e tornò al suo lavoro.

“Tutto apposto?”, si informò ancora preoccupata Tikki.

“Oggi non dobbiamo tornare nel mio vecchio appartamento. Luka ha portato gli ultimi scatoloni dai miei.”

“Non ti scoccia tornare a vivere a casa con i tuoi genitori?”

“No, sono contenta di stare per un po’ con mamma e papà, come hai vecchi tempi.”

“Hai ragione”, disse la kwami con rinnovato spirito, “e adesso forza, a lavoro.”

***

Da quanto non metteva piede a Parigi? Troppo tempo.

“Moccioso, sei impalato in mezzo all’aeroporto da cinque minuti, muoviti!”

Si ridestò con la soave voce di Plagg e si mosse per recuperare il suo bagaglio: due valigie nere con rifiniture oro del marchio Agreste. Aguzzò la vista, ma sul nastro trasportatore non passò nessuna delle sue valigie.

“Stavi cercando queste?”, si girò verso la voce piatta e maschile, trovandosi lì davanti suo padre.

Gabriel Agreste in completo grigio e cappotto color cammello Agreste, svettava all’interno dell'aeroporto. 

“Papà”, lo salutò il biondo con voce calda. Persino quell’uomo freddo, che sempre più stava conoscendo come un essere umano, gli era mancato.

“Figliolo.”

Si avvicinarono e si abbracciarono per qualche secondo, “come è andato il master in economia.”

“Molto bene, in realtà. Avevi ragione, mi ha fatto bene cambiare aria e finire il mio percorso di studi a Londra.”

“Ne sono contento”, e poi con una mano sulla spalla condusse il figlio verso Natalie che ai suoi piedi aveva le tanto ricercate valigie.

“Buonasera, monsieur Adrien.”

“Natalie, che piacere vederti.”

“Signore, dovremmo tornare in atelier..”, disse la segretaria verso Gabriel.

Ma lui la interruppe prima che finisse la frase, “no, mi fido delle scelte della mia stagista.”

“Stagista?”, chiese sbalordito Adrien, “e chi è?”

“Lo scoprirai, non preoccuparti”, gli disse Gabriel spingendolo in macchina, “ora torniamo a casa.”

***

Appena varcò la soglia di casa, si tolse le Louboutin che gli avevano ucciso i piedi quel pomeriggio.

“Tesoro”, esclamò Sabine sbucando dalla cucina, “la cena è quasi pronta.”

Mentre Marinette si toglieva la giacca del completo e si sedeva a tavola insieme a suo padre, sua madre continuò l’interrogatorio, “come è andata la giornata?”

Ma Marinette sapeva troppo bene dove sarebbe andata a finire quella conversazione, “molto bene, in realtà. Monsieur Agreste mi ha lasciato la guida dell’atelier oggi.”

“Ma davvero?!”, esclamò entusiasta sua madre.

“Brava la mia Marinette”, esclamò suo padre battendogli una sonora pacca sulla spalla.

Si sedettero tutti e tre a tavola e iniziarono a mangiare la zuppa cinese.

Sabine mentre girava la sua zuppa disse casualmente, “sai, oggi è passato Luka.”

“Lo so”, rispose Marinette, “mi ha mandato prima un messaggio.”

Ecco dove voleva andare a parare sua madre.

“E tu…”

“E io, cosa? Tra noi è finita mamma e va bene così, l’abbiamo deciso insieme.”

“Sì, certo tesoro. Mi chiedo solo se tu stia bene. La vostra convivenza è stata così improvvisa che siamo rimasti scioccati e lo siamo anche ora che è finita.”

“Quello che vuole dire tua madre”, disse Tom dolcemente, posando il cucchiaio visto che aveva finito la zuppa, “è che noi siamo felici, se tu sei felice. Ma rendici più presenti nella tua vita, rendici partecipi delle tue decisioni. Noi ti appoggeremo sempre.”

Marinette annuì, smettendo di mangiare. Improvvisamente aveva perso l’appetito.

“Colpa mia. Non ero convinta della mia scelta, ma l’ho fatto comunque.”

“È quello che non capiamo”, commentò Sabine prendendo le zuppiere di tutti e tre, convinta che nessuno di loro avrebbe mangiato altro, “non è da te agire così impulsivamente, ma sappiamo che avrai avuto i tuoi motivi.”

Lei sorrise triste, nonostante tutto aveva dei fantastici genitori.

“Va bene, non preoccupatevi.”

“Non puoi non dirci non preoccuparci, bambina”, le disse Tom, “un genitore si preoccuperà sempre dei suoi figli.”

Marinette annuì, dette un bacio ai suoi e salì in camera sua.

La sua cameretta, quante ne aveva vissute lì dentro. Nonostante gli scatoloni sul pavimento, Mariette poteva rivedere la sua stanza come era un tempo con le pareti rosa e le foto di Adrien là dove il muro aveva dei rettangoli più chiari.

Sospirò, “forza Tikki, mettiamo un po’ a posto e poi a dormire.”

Togliendo le cose da gli scatoloni e sistemandole a giro per la stanza, Marinette ripensò a quanto era successo negli ultimi mesi. L’addio di Chat Noir, la convivenza con Luka per togliersi il bel gatto nero dalla testa e il lavoro da Gabriel Agreste. Tutte le sue scelte erano state affrettate e prive di senso, e tutte dettate dall’abbandono del suo chaton.

Dopo aver convinto Papillon a lasciare i suoi piani e dare loro il miraculous della farfalla e del pavone, lei e Chat Noir si erano detti addio. Finché non ci sarebbe stata una nuova minaccia per Parigi, loro sarebbero rimasti in silenzio nelle loro vesti civili.

Non pensava che quella decisione, presa da entrambi troppo frettolosamente, le avrebbe fatto così male. Invece, era stato così e ora ne pagava le conseguenze.

Accarezzò la scatola del miraculous della farfalla...prima o poi avrebbe dovuto riportarla a maestro Fu, ma aveva paura di scoprire qualcosa su Chat Noir che le avrebbe fatto del male, come il miraculous del gatto nero tornato dentro il grammofono.

Sospirò, ripensando all’ultimo incontro con il suo chaton poco dopo che Papillon aveva consegnato loro i gioielli magici da l’ascensore della Tour Eiffel. Le sue condizioni erano state chiare: avrebbe accettato la resa, ma nessuno avrebbe dovuto scoprire la sua identità, e i due eroi avevano accettato.

Papillon era entrato dentro l’abitacolo dell’ascensore ed era sceso giù, poco dopo l’ascensore era risalito portando come passeggeri due scatole in legno contenenti i due miraculous scomparsi. Qualche minuto dopo, i due eroi si dicevano addio, mentre gli occhi parlavano per loro, con una muta promessa: nessuno si sarebbe mai scordato dell’altro.

Poi volarono via, per non incontrarsi più.

E così era successo, pensò tristemente Marinette guardando ancora fuori dalla finestra. Lei aveva continuato ad aspettarlo, ma sapeva che lui non sarebbe venuto, che lui non l’avrebbe aspetta e che lei sarebbe rimasta sola un altro po’.

Angolo autrice
Eccomi qua, con una nuova storia. Che dire, spero che questa nuova storia vi piaccia come la precedente e che sia riuscita ad esprimere e farvi comprendere la situazione iniziale della storia.
Non preoccupatevi, non ho abbandonato "Loop", penso che ritornerò con una nuova one-shot sul loro matrimonio futuro, ma sarà tra un po'.
Per ora dovete sorbirvi questo mio nuovo sclero ahahhha.
Grazie a tutti quelli che sono arrivati fin qui,
Cassie.

   
 
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