Capitolo 2

Passarono mesi da quella telefonata. Per un po’ di tempo sperai che zio Antonio cambiasse idea, ma quando arrivò l’estate capii che sarei rimasta a Muravera, forse per sempre, perciò mi diedi da fare per cercare un impiego. Mi sarei accontentata di tutto. Pazienza se non era attinente alla mia laurea, però dovevo per forza fare qualcosa per resistere a quella noia. Qualsiasi cosa che potesse riempire le mie giornate.
Avevo provato a mandare curriculum un po’ ovunque nelle zone limitrofe al mio paese, a Cagliari e in tutte quelle località che avrei potuto raggiungere con qualche ora di viaggio, ma nessuno aveva risposto. Le uniche offerte di lavoro che erano quelle che Antonio mi faceva arrivare attraverso la parrocchia: la signora Luisa che cercava una domestica, il signor Mansueto che chiedeva una segretaria per l'azienda avicola a Villaputzu e infine Stella, una lontana parente di Antonio, sempre in cerca di una badante per sua madre. Forse avrei dovuto dare retta al mio istinto e mandare il curriculum in continente, ma Antonio era contrario. Diceva che, dopo aver perso mio nonno e mia madre in quel modo orribile, avrei dovuto fare attenzione a quello che facevo e, soprattutto, dovevo evitare qualunque cosa che avesse a che fare con il genere maschile. Ero così terrorizzata da quella misteriosa maledizione che, fin da piccola, avevo evitato ogni possibile contatto. In pratica, nonostante fossi laureata e conoscessi fino al più piccolo meccanismo che regolava l’universo, i ragazzi erano per me un grande mistero. Non che non avessi mai preso una cotta per nessuno... però, avevo fatto mie le paure morbose di Antonio e ogni volta che avevo provato qualcosa per qualcuno mi ero ritirata molto prima di cedere a qualsiasi tipo di contatto. Ma, dopo ventidue anni di vita quasi monastica e soprattutto senza più un obiettivo da raggiungere, sentivo che dovevo fare qualcosa o almeno riempire le mie giornate in attesa che la mia vita prendesse qualche svolta.
Alla fine mi decisi e, non trovando niente di meglio, andai a fare la badante alla lontana parente di Antonio.
Donna Elita Osorio, cognata di Stella, era una signora anziana e di nobile origine. La sua stirpe discendeva da un ramo cadetto della famiglia Carroz, un’antica casata valenciana che aveva dominato il giudicato di Cagliari in un’epoca dimenticata o meglio dimenticata da tutti tranne da lei che, con un garbo aristocratico, continuava a guardare ogni essere vivente con grande disprezzo. E probabilmente era per quella sua incontenibile superbia che aveva fatto scappare milioni di badanti di ogni età ed etnia, nonostante il notevole salario.
Io, però, le piacqui subito e dopo un solo colloquio mi ritrovai a lavorare per lei in quella sua incredibile villa di montagna. Beh, insomma, non proprio di montagna…
La vedova, infatti, in estate si trasferiva in una fantastica abitazione di lusso che, dal promontorio più alto del golfo, affacciava sulla bellissima spiaggia di Costa Rey. Un paesaggio mozzafiato sul mare cristallino della costa sudorientale della Sardegna.
I monti dei Sette Fratelli degradavano quasi fino al mare ricolmi di vegetazione, profumi mediterranei e frutti selvatici. E, mentre stavo lì a bocca aperta, circondata da ulivi, alberi di corbezzoli, mirto e ginepri millenari, mi sentii come avvolgere da tutta quella bellezza. Assorta in quella visione paradisiaca, mi lasciai cullare dal frusciare delle foglie e il cinguettio degli uccelli e, felice, rimasi ad osservare la lunghissima spiaggia che splendeva di infiniti e minuscoli bagliori dorati. Il mare azzurro e trasparente, con una brezza leggera, portava il profumo del sale e i primi richiami dell’estate. Ero come incantata. Ricordo che rimasi per ore a fissare il mare senza parlare, fino a che, verso l’ora di pranzo, fu la stessa Elita a venirmi a cercare.
“Signorina, non la pago per stare ferma sul terrazzo!”
La guardai come se fosse la prima volta che la vedevo. Donna Elita era di bassa statura, magra, con i capelli grigi raccolti in una crocchia bassa e profondi segni del tempo sul viso. La sua salute era precaria quanto le sue fragili gambe che sporgevano dalle gonne nere merlate con un finissimo pizzo sangallo. La dama, con il suo volto austero e una voce distante, si avvicinò a me mentre ancora fissavo l’orizzonte.
“Mi perdoni, Donna Elita” dissi in un soffio. “Sono rimasta incantata dal panorama e questo profumo…”
Lei tolse gli occhiali, lasciandoli cadere nella cordicella dorata appesa al collo.
“È l’odore della Sardegna, mia cara. È sempre stato intorno a te, ma qui, nella solitudine di questa vetta, immersi in questa vegetazione lussureggiante, sembra sempre di sentirlo per la prima volta.” Donna Elita aggrottò le rughe che aveva sulla fronte. “Dimmi, bambina, hai più avuto notizie di tuo padre?”
Sussultai, come se qualcuno mi avesse scosso.
“Mio-mio padre?” Quindi lei sapeva? Ma certo, era una lontana parente di Antonio, doveva saperlo per forza. In paese lo sapevano tutti.
“Sei la figlia di Don Mauro, non è vero?”
Arrossii, sentendomi mancare le parole.
Donna Elita si accigliò, battendo due volte il bastone per terra.
“Tuo zio ritiene che tuo padre e tua madre fossero legalmente sposati e questo fa di te una giovane nobile, Clementina, non lo dimenticare.”
“Io, io” balbettai con timidezza. “Mio padre non mi ha riconosciuta…” Le mie mani cominciarono a tremare.
“Ah!” disse Elita, muovendo nervosamente le dita sul pomo levigato del bastone. “Tuo zio non è uno stupido e adesso ci sono dei nuovi mezzi per dimostrare la paternità dei figli o recuperare documenti smarriti... Io credo che Antonio si sia già mosso in questa direzione. Forse, non te lo vuole far sapere…”
Spalancai gli occhi, ripensando alle parole che avevo captato dalle conversazioni tra zio e la signora Greta.
“Quell’uomo, dovrà pagare il suo debito… Se pensa di scampare così alle sue responsabilità…”
Il cuore cominciò a battermi veloce. Possibile che fossi così ingenua? Zio non aveva mai smesso di cercare di farmi riconoscere da mio padre.
“Lei dice che…”
“Dico che tuo zio ha ragione e penso che, prima o poi, lo si dovrà obbligare a riconoscerti, bambina. Del resto, se vuoi fare delle nozze degne del tuo nome, si dovrà pure far presto… Quanti anni hai ragazza? Diciotto? Diciannove?”
“Ventidue, Donna Elita, ventidue. Quanto alle nozze…”
Mi venne da ridere e senza volerlo mi ritrovai a supporre tutti gli anni che l’anziana signora poteva avere sul groppone. Supergiù doveva avere l’età di zio Antonio e, probabilmente, ragionava come lui. Solo che zio mi voleva per sempre pura e illibata, chiusa dentro una casa, mentre Elita mi immaginava sposata con un damerino di qualche illustre famiglia. Entrambe le soluzioni mi sembravano tanto impossibili quanto ridicole. Era chiaro ormai che non mi sarei mai sposata e non avrei mai lasciato la Sardegna. Ma perché deludere le aspettattive due persone anziane? Così, strinsi le labbra, fingendomi seria.
“Perché ti nascondi, bambina? Non vuoi sposarti? Vuoi restare come quelle donne moderne che si spacciano per femministe? Vedi, con gli anni le cose cambiano nome e vestito. Le donne che sposano il lavoro e odiano gli uomini sono sempre esistite, solo che prima si chiamavano zitelle… adesso hanno un nome diverso, ma la sostanza è sempre la stessa e tu non vorrai restare una vergine inacidita fino alla fine dei tuoi giorni, dico bene?”
“Il signore mi protegga” sussurrai. “Donna Elita, io non so cosa dire.” Arrossii violentemente “Come fa a sapere, voglio dire, possibile che zio…”.
Donna Elita guardò lontano, sollevando la bocca da un lato in un ghigno enigmatico.
“Bene, Clementina, vedo che siamo della stessa opinione.
Vedrò cosa potrò fare a questo riguardo. Adesso vieni dentro che faccio portare il pranzo.”
Rimasi con Donna Elita fino alla fine di agosto. La signora non aveva realmente bisogno di una badante, essendo sempre circondata da personale specializzato per ogni cosa, ma aveva bisogno di compagnia e non voleva passare il suo tempo con persone che non riteneva alla sua altezza. Il fatto che mio padre, anche se scomparso e indifferente alla mia sorte, fosse un nobile mi rendeva degna del suo tempo e si comportò con me come una sorta di madrina.
I giorni in sua compagnia passarono in fretta. Nonostante fosse anziana aveva sempre un sacco di richieste che mi tenevano impegnata. La mattina voleva andare in spiaggia, il pomeriggio le piaceva giocare a carte e la sera voleva sempre che leggessi un buon libro a voce alta. A fine agosto, però, decise che avevo perso troppo tempo e - mi disse che era ora di fare qualcosa.
“Vedi, mia cara, hai già ventidue anni e per quanto, dopo questi mesi, tu mi sia già così cara è proprio necessario che ci si dia da fare.”
“Donna Elita, mi sta mandando via? Come le ho detto, anche io sogno di trovare un lavoro adatto alla mia specializzazione, però non è facile trovarlo e restare vicino ad Antonio. Se lei mi volesse potrei ancora farle compagnia...”
“Clementina, Antonio ha ottantacinque anni e ha goduto della tua compagnia per troppo tempo.”
“Ma, Donna Elita, e la maledizione? Le ho detto tutto sulla storia di mio nonno e mia madre… zio Antonio pensa che…”
“Basta! Ho già parlato con un mio lontano cugino: Alfonso Amat.”
Quando sentii quel cognome subito strizzai gli occhi. Non ricordavo benissimo dove l’avessi sentito. Era il nome di una strada? Un palazzo vicino al castello di Cagliari? Però rammentavo che era un’antichissima famiglia nobile della Sardegna. Ma cosa potesse fare per me quest’amico di Donna Elita rimase un mistero.
“Clementina!” Disse Elita in tono imperioso. “Perché fai quella faccia? Ebbene, Amat ha da poco acquisito un’interessante quota di azioni di una grossa azienda di telecomunicazioni. Ad ogni modo, l’ho già sentito e ti aspettano per un colloquio.”
“Cosa?” Scossi la testa un po’ confusa. “Mi aspettano? Quanti sono questi Amat?” Ero decisamente confusa.
“Che sciocchezza. Ti aspettano in azienda per un colloquio. Gli porterai il tuo curriculum di persona e questa lettera.”
Donna Elita piegò un foglio scritto a mano davanti ai miei occhi. Poi, lo mise in una busta che girò, scrivendoci sopra una dedica.
“All’attenzione dell’Onorevole. Alfonso Amat, Marchese di San Filippo, marchese di San Maurizio, ecc.”
“Tieni, mia cara, ti aspettano tra tre giorni. Ho già avvisato Antonio.”
“Tre giorni? Ma-ma, devo preparare la valigia e zio Antonio è d’accordo?”
“Ovviamente non era d’accordo. Ha accettato solo quando gli ho detto che avresti alloggiato a casa della cara Greta… sotto la sua attenta supervisione.”
“La signora Ruda? Ma-ma, vive a Bracciano? Il lavoro sarà a Bracciano?”
“Ma no, bambina, il lavoro è a Roma! E non alloggerai nella sua villa di Bracciano, ma a casa della figlia: la signora Mancini. Lei dovrebbe avere una figlia della tua età. Magari diventerà tua amica.”
“Ma-ma…”
“Coraggio, bambina, è arrivato il momento che il pulcino esca dal nido. Mi raccomando, sebbene io non creda alla storia della maledizione, cerca di stare attenta. La vita di una giovane donna è sempre piena di sorprese.”