Anime & Manga > L'Attacco dei Giganti
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Autore: Ode To Joy    20/07/2021    1 recensioni
[Erwin x Levi]
[Kenny x Uri] [Jean x Eren]
”L’Umanità si divide in due categorie: quelli che vogliono cambiare il mondo e quelli con il potere di farlo.”
Paradis, 850.
Il Muro Maria è stato riconquistato ma a caro prezzo: solo otto soldati hanno fatto ritorno da Shiganshina.
Levi ed Eren non sono tra loro.
Erwin è sopravvissuto a costo della sua umanità e non si ritiene più degno di guidare le Ali della Libertà.
Marley.
Prigioniero sotto la custodia di Zeke Jeager, Levi cerca di tenere in vita se stesso ed Eren con la certezza che Erwin sia morto e che nessuno stia venendo a salvarli. Manipolare il fratello minore per renderlo suo complice, però, è solo una parte del piano di Zeke.
“Ora hai sia la volontà che il potere. Smettila di piangerti addosso, vinci questa guerra e riprenditi ciò che è tuo.”
Mytras, 819.
Catturato dopo aver cercato di uccidere il re, a Kenny Ackerman viene risparmiata la vita e promessa la libertà in cambio di qualcosa che lo legherà a doppio filo al principe Uri Reiss.
[Canon-Divergence] [Omegaverse]
Genere: Drammatico, Guerra, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Yaoi | Personaggi: Eren Jaeger, Erwin Smith, Jean Kirshtein, Kenny Ackerman, Levi Ackerman
Note: What if? | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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11
Le Ali della Libertà

II



 

Le guardie avevano visto Eren uscire in sella a una motocicletta in compagnia di Porko.

Mai come allora - nemmeno dopo la caduta di Shiganshina, messo faccia a faccia con le conseguenze delle sue azioni - Reiner aveva desiderato la morte.

“Saremo tutti condannati alla forca prima di sera,” disse, seduto in fondo alla tavola da pranzo, con la testa stretta tra le mani. Pieck mostrò tutta la sua umana comprensione scoppiando a ridere. “Rilassati,” disse, dandogli una rassicurante pacca sulla spalla. “Torneranno prima del tramonto.”

“Liberio sarà un cumulo di macerie prima del tramonto.”

“Come sei pessimista.”

“Io chiamo il Capitano Zeke,” proclamò Colt, attraversando la sala comune per arrivare al telefono. 

Reiner saltò in piedi come se fosse esplosa una bomba. “Tu non chiami proprio nessuno!” Non gli disse che Zeke aveva dichiarato la resa con Eren nel momento in cui lo aveva affidato a loro per una gita a Liberio.

“Buoni,” disse Pieck, mettendosi a sedere in modo composto sul divano. “Lo conoscete Porko: è una testa calda ma è innocuo.”

Reiner emise un profondo sospiro. “Per l’ultima volta: non è Porko che mi preoccupa.”

“Sì, lo abbiamo capito, Reiner,” convenne Pieck. “Ma devo ricordarti il motivo per cui Eren è qui? Porko lo sta solo portando un po’ in giro a conoscere questo mondo completamente nuovo per lui. Vuoi che sia sincera? Lui è la persona giusta.”

Reiner sgranò gli occhi: per lui era assurdo vedere Porko come la persona adatta a fare qualsiasi cosa che non fosse far scoppiare una bomba. “Spiegati meglio, Pieck.”

“Se fosse per te, Eren dovrebbe restare rinchiuso in una cassaforte e lasciato lì.”

“Esattamente.”

“Bene, questo si chiama avere dei preconcetti.”

“Oh, come se Porko non li avesse!”

“I suoi non sono di carattere personale come i tuoi. Sono più facili da superare e il fatto che lo abbia fatto salire sulla sua motocicletta ne è la prova.”

“E quindi devo farmi andare bene che abbia rapito Eren?”

Pieck sorrise, paziente. “Esattamente,” concluse. “Credo che Porko sia la persona migliore per introdurlo nel nostro mondo. Vedrai, non appena Eren muoverà i suoi primi passi da solo, sarà più facile lasciarlo andare… Così lo accompagnerai sulla strada che avrà scelto per sé, invece di tenerlo al guinzaglio su quella che tu ritieni più idonea per lui.”




 

Eren non fu mai tanto sicuro come allora che la luce del tramonto avesse un effetto magico su quel che toccava. Porko lo aveva portato un po’ in giro per la strade principali della città e, nonostante il suo orizzonte fosse libero da mura, Liberio gli era sembrata più grigia e soffocante di Shiganshina.

Porko gli aveva raccontato che c’erano delle ville con dei parchi favolosi e anche dei castelli nella parte alta della città, ma non aveva accennato a volercelo portare. Non era una zona in cui poter passeggiare senza una buona ragione.

Che Liberio fosse una città militarizzata era ovvio dagli uomini in uniforme in ogni angolo. Eren aveva passato l’infanzia all’ombra del Muro Maria e non poteva dire di non essere abituato a vedere soldati sulle strade a ogni ora del giorno - Hannes era stato uno di loro - ma l’aria che si respirava lì era diversa.

La gente camminava con lo sguardo basso, guardandosi intorno come se avesse paura di qualcosa. Marley poteva non avere i Titani a minacciare costantemente le sue porte, ma era assediata da qualcosa d’invisibile che correva lungo le sue strade.

Eren appoggiò il casco sul davanzale del belvedere e dovette arrendersi alla cruda realtà: non c’era nessuna libertà fuori dalle Mura, solo il terrore di un governo tiranno e un mondo in guerra.

Gli veniva da piangere ma c’era della gente intorno a lui e Porko sarebbe tornato a momenti. 

Era solo profondamente triste vedere per che cosa erano morte tutte le persone che aveva amato in vita sua.

“Tieni…” Porko tornò, offrendogli un cono gelato senza gentilezza. “Sai che cos’è, vero?”

Eren alzò gli occhi al cielo e dimenticò la sua tristezza in favore di una ventata di noia. “Certo che lo so.” Ma se non fosse stato per Reiner, non avrebbe avuto idea di cosa farne. Leccò la crema biancastra e il sapore di vaniglia gli invase la bocca con piacevole sorpresa. Gli ricordò vagamente il sapore delle torte che faceva sua madre, quelle che Mikasa aveva insistito per imparare a fare solo per farlo contento.

Quel sapore lo riportò a casa.

“E adesso che ti prende?” Domandò Porko, la bocca sporca di gelato.

Eren si asciugò gli occhi velocemente. “Nulla,” riprese a mangiare, concentrandosi sul panorama che si estendeva davanti ai suoi occhi. Il mare era una striscia blu lontana e così lo era il fiume che divideva la città in due. “Che cosa c’è laggiù?” Domandò.

“Dove?”

“Lì, oltre il fiume.”

Porko esitò un istante prima di rispondergli. “Non ti deve interessare.”

Eren sbuffò. “Lo fai anche tu? Devo conoscere questo mondo, poi non deve interessarmi questo, non deve interessarmi quello!”

“E va bene! Va bene! Smettila di fare confusione, ci stanno guardando tutti!” Porko sbraitò solo per zittirlo, poi si guardò intorno per assicurarsi che nessun militare fosse stato attratto sul posto dal loro spettacolino. “Quello al di là del fiume,” disse, indicando il ponte di mattoni rossi che Eren aveva visto dalla finestra della sua camera. “È il ghetto.” 

Non era una reale spiegazione. Eren non era sveglio quanto Armin, ma lo era abbastanza da intuire tutti i dettagli a cui Porko non voleva dare voce. “Mio padre è nato lì,” concluse.

“Tutti noi siamo nati lì,” aggiunse Porko. “Famiglie di dieci persone che vivono in un quadrato con un bagno troppo piccolo e una cucina appena funzionante, che vanno a lavare i vestiti al fiume perché non sanno in che altro modo farlo.”

Eren inspirò profondamente da naso. “E i bambini nati e cresciuti nel ghetto non vogliono altro che diventare Guerrieri per il governo che li vuole ridotti in uno stato miserabile?”

Porko gli diede una sberla dietro al collo. “Non ti permettere di giudicare cose che non conosci.” Gettò a terra il resto del cono gelato - gli era passata la fame - e si ripulì la bocca con la manica della divisa.

Eren storse le labbra in una smorfia disgustata. “Sono qui per conoscerle, no?” Insistette. “Io vedo della gente oppressa che tenta di ottenere il potere come può per vivere in modo quantomeno dignitoso.”

“Allora non sei completamente stupido.”

“Sì, ma perché non usare quel potere per ottenere la libertà, quella vera!”

“E abbassa la voce!” Sibilò Porko. “Ci fucileranno tutti e due se ti sentono dire stronzate!”

Eren assottigliò gli occhi. “E che ci possono fare dei proiettili, eh?”

Porko fece per replicare, poi ci ripensò, dopo ancora ebbe l’impulso di prendere il quindicenne a schiaffi ma si trattenne. Alla fine, decise di portare gli occhi sul panorama e di borbottare via la sua irritazione.

“Anche io ho perso dei fratelli in guerra,” disse Eren, dopo aver finito il suo gelato, in tono stranamente gentile.

Porko fu preso talmente alla sprovvista che non provò a mascherarlo. “Grisha Jeager ha generato altri…” Indicò tutta la figura del quindicenne al suo fianco.

Eren alzò gli occhi al cielo. “No,” chiarì. “Una era adottata e con l’altro non avevo genitori in comune.”

“Non sono fratelli, sono amici.”

“Ci sono persone che formano una famiglia per loro scelta, sai?”

“Seguendo il tuo ragionamento, Pieck dovrebbe essere mia sorella.”

“E lo è?” Domandò Eren. “Condividete tutto e non vi vergognate di farlo? Certo, si può fare anche con un amico, ma ci sono amicizie che vanno oltre.”

Porko ridacchiò. “Come quella tra te e Reiner?” Irrigidì le spalle, pronto alla sfuriata che sarebbe seguita… Ma non accadde niente.

Eren si limitò a lanciargli un’occhiata disgustata. “Spero che tu non intendessi quello che immagino.”

“Ah, non lo so!” Porko estrasse dalla tasca della giacca un pacchetto di sigarette e un accendino. “Vuoi?” 

Eren storse la bocca. “Fumare fa male.”

Porko ebbe una gran voglia di accedersi una sigaretta in fretta e furia solo per sputargli addosso tutto il fumo. “Qualunque cosa tu faccia, la tua ora è già segnata e lo sai.”

“Lo è per tutti, Porko, noi abbiamo solo una data di scadenza definita.”

“Sei anche filosofo?” Domandò il Guerriero, prendendo una boccata di fumo e lasciandola andare verso la città che si estendeva sotto i loro occhi. “Reiner ci ha parlato di te nei dettagli, ma non pensavo di riuscire a tenere una conversazione con te senza passare alle mani.”

“Reiner non mi conosce.”

“A sentire lui, si direbbe il contrario.”

“Anche io pensavo di conoscerlo,” disse Eren. “E mi sono sbagliato.”

Porko si umettò le labbra. “Quanto eravate amici?”

“Smettila…”

“Ho fatto solo una domanda!”

“Non stai domandando, stai supponendo.”

Porko fece un altro tiro dalla sua sigaretta. “Mettiamola così: il Reiner che conosco io - e ammetto di essermi perso qualche dettaglio - non ti starebbe così attaccato solo per dovere.”

Eren corrugò la fronte. “Reiner è un soldato. Niente di più, niente di meno. Io sono solo una missione più lunga delle altre.”

“Nah, io non credo,” insistette Porko. “Forse non te ne sei mai accorto, ma deve averti guardato il culo mentre tu guardavi da un’altra parte.”

“Non guardavo da un’altra parte,” replicò Eren. “Guardavo un altro.” Non sapeva perché era così facile parlare di sé con quel ragazzo di cui a stento ricordava il nome per intero. Decise di non dargli peso: il giro in motocicletta, il gelato al tramonto, tutto era liberatorio per lui e voleva goderne prima di tornare in gabbia.

Una gabbia custodita con cura da Reiner.

Forse era proprio a causa sua che Eren aveva scelto Porko per iniziare a fare conoscenza: sapeva che non gli avrebbe fatto piacere.

Porko sorrise, divertito. “Un altro…” Ripeté. Era divertito. “E io che pensavo fossi un verginello.”

Eren gli diede uno schiaffo sul retro del collo tanto forte che la sigaretta scivolò dalle dita di Porko, oltre il parapetto del belvedere. “Ti sei fottuto il cervello?!”

“Sei un Alpha, vero?” Domandò Eren, come se non fosse ovvio. “Certo che lo sei. Non hai fatto altro che fare allusioni su di me e Reiner da quando abbiamo iniziato a parlare.”

Porko rimase lì a boccheggiare come un pesce fuor d’acqua. Le mani gli prudevano per la voglia di prendere a schiaffi l’altro e sapeva di non poterlo fare: nessuna divinità esistente lo avrebbe salvato dell’ira del Capitano Zeke - o da quella di Reiner. 

“Vuoi sapere una cosa divertente?” Porko decise di prendersela con Reiner, dato che non era lì per replicare. “Al tuo vecchio compagno di squadra non sono mai piaciute le ragazze.”

Eren mise su un broncio dubbioso. “Ti sbagli.”

“Non credo proprio!”

“C’ero mentre sbavava dietro una nostra compagna di squadra!”

Porko ammise la sconfitta. “Sul serio?”

Eren annuì. “Capelli dorati, occhi azzurrissimi… La parte divertente è che non ha mai avuto speranze con lei.”

“Si chiamava Krista, vero?”

Eren gelò e così accadde a Porko. “Io…” Quest’ultimo si appoggiò al parapetto del belvedere come se gli stesse mancando la terra sotto i piedi. “Mi gira la testa.”

A Eren servì un intero minuto per riprendersi, poi sorrise tristemente. “Ciao Ymir…”

Porko inarcò le sopracciglia. “Eh?”

“Era lei,” disse Eren con sicurezza. “Mi ha parlato attraverso te. Krista è un suo ricordo… Anche se quello non è davvero il suo nome.”

Porko sbuffò. “Non voglio saperlo.”

“Al contrario tuo, io vorrei sapere molte cose ma le voci nella mia testa sono confusionarie,” ammise Eren. “Mio padre ha ucciso i legittimi detentori del Fondatore,” aggiunse. “Immagino siano rancorosi nei miei confronti, per questo alimentano i miei incubi.”

Non era del tutto vero. Uri Reiss era arrivato a lui gentilmente, trasportandolo in un luogo di pace. Eppure c’era qualcuno che continuava a portarlo faccia a faccia con quel mostro dalla testa di uomo. Eren non sapeva dire di chi fosse quel ricordo, a che punto della storia dei Titani fosse collegato, ma era certo che fosse lì, nell’angolo più buio della sua memoria condivisa, solo per fargli del male.

“Io vorrei tanto che mio fratello mi parlasse,” ammise Porko. “Ma Marcel era così: si prendeva cura di me anche se non c’era alcun bisogno di farlo.”

Eren non ne era del tutto sicuro, ma chi era lui per mettere in discussione le sicurezze di Porko Galliard?

“Non verrà mai a tormentarmi,” concluse il Guerriero. Aveva lo sguardo malinconico di chi sperava di non avere ragione.

Eren lo comprendeva in parte: suo padre non aveva mai tentato di raggiungerlo in alcun modo, ma lui per primo non sapeva se volerlo o meno. Provava rabbia verso di lui e tanta voglia di riversargliela addosso, anche se significava prendersela letteralmente con un morto.

“Reiner continua a mentirmi,” disse di colpo, perché sapeva che Porko Galliard avrebbe fatto qualsiasi cosa per far dispetto a Reiner Braun. “Gli ho fatto giurare di non farlo più, ma non mantiene la sua parola.”

Porko ridacchiò. “Sai che novità.”

“Ho una richiesta da farti. Ti tirerai indietro anche tu?” Domandò Eren.

Porko non ci rifletté neanche per un istante, perché era come lui: una testa calda che agiva d’istinto e quello del giovane Galliard gridava di andare contro Reiner in ogni modo.

“Provaci,” gli concesse.




 

Levi gli aveva impartito due insegnamenti in particolare: nulla come la violenza è in grado di forgiare qualcuno e se devi fare una scelta, fai in modo di non pentirtene in seguito.

Eren si pentì di aver fatto a Porko quella richiesta nel momento in cui fermò la motocicletta di fronte a un edificio che aveva tutta l’aria di un ospedale.

“Questo è il posto,” disse il Guerriero, poggiando i piedi a terra. 

Si erano fermati dalla parte opposta della strada per non dare nell’occhio - così aveva detto Porko. 

“Ora capisci perché Reiner e il Capitano Zeke non ti hanno detto nulla?” 

Eren non smontò dal veicolo a due ruote, ma si tolse il casco per guardare meglio il luogo in cui si trovava. L’edificio era in mattoni grigi, nulla di diverso rispetto alle case che lo circondavano, ma era isolato dalle altre costruzioni, le mura del cortile erano alte e in cima al cancello principale vi erano degli spuntoni.

Il messaggio era chiaro: ciò che era lì dentro non doveva uscire per nessuna ragione.

“Che razza di ospedale è?” Si domandò Eren. “Sembra una prigione.”

“Sì,” concordò Porko. “Una prigione… Scendi dalla sella, avanti.”

Eren fece come gli era stato detto e Porko seguì l’esempio. “Tieni e aspetta,” gli lasciò il suo casco. “Parlo un secondo con gli uomini di guardia. Li conosco di vista.”

Il quindicenne non si mosse, guardò l’altro fare quello che andava fatto: un cenno di saluto, poche parole e le due guardie si allontanarono dal grande cancello.

Solo quando Porko gli fece cenno di avvicinarsi, Eren attraversò la strada. 

Il Guerriero gli andò incontro. “Ti aspetto alla motocicletta,” gli disse velocemente, mentre lo superava.

Eren procedette senza voltarsi, fino a che non si ritrovò a toccare le sbarre dell’alto cancello. Al di là vi era la brutta copia di un giardino, ma anche l’erba sembrava di un verde più smorto a Liberio. 

Eren non impiegò molto tempo a vedere quello che stava guardando: la maggior parte dei pazienti a passeggio era privo di un arto. Alcuni di loro riuscivano a muoversi solo grazie all’ausilio delle stampelle di legno. I loro sguardi erano bassi, persi nel vuoto.

Quegli uomini erano stati soldati del fronte e al fronte avevano lasciato la loro anima.

Non poteva essere il posto giusto. Zeke gli aveva dato delle informazioni troppo diverse, anche se non poteva sapere quanto gli avesse mentito.

A differenza di suo fratello, però, Porko non aveva alcuna ragione di dirgli una bugia.

“Che cosa stai facendo?” Un medico comparve dal nulla e si piazzò di fronte a Eren, oscurando il misero spettacolo che si teneva al di là di quelle sbarre.

Eren fece per dire qualcosa, per difendersi come era bravo a fare. Non riuscì a dire neanche una parola. L’uomo era alto e il suo viso era segnato: doveva essere uno dei medici più anziani dell’ospedale.

Nessuno di quei dettagli era importante.

Il colore dei suoi occhi lo era.

Anche l’uomo dovette riconoscere qualcosa nei suoi perché prese a tremare di colpo, aprendo e chiudendo la bocca senza dire niente. “Gri-Grisha…”

Eren fece un passo indietro, il respiro bloccato in gola.

Di colpo, non riusciva più a guardare quell’uomo - suo nonno, il padre di suo padre - negli occhi.

“Che cosa ci fai con quella divisa, figliolo?” Domandò l’uomo spaventato. “Ti avevo fatto studiare per divenire un medico, non un soldato. Dopo tua sorella… Non ti avrei mai permesso… No, tu non sei Grisha, non gli assomigli. Allora perché hai i suoi occhi?”

L’uomo prese a battere sulle sbarre del cancello, come se volesse sfondarlo. “Perché hai i suoi occhi?” Urlò. “Perché?”

Eren non riusciva a sollevare gli occhi da terra.

Qualcuno intervenne. “Dottor Jeager!” Chiamò a gran voce, confermando i suoi dubbi. “Dove sono le guardie? Si calmi, dottor Jeager…”

Dottor Jeager.

Da quanto tempo Eren non lo sentiva dire.

Ingoiò aria dalla bocca, si voltò e attraversò di nuovo la strada. Non guardò Porko negli occhi mentre gli porgeva il casco. Se lo infilò in testa, poi salì in sella alla motocicletta.

“Andiamocene…”




 

Zeke se ne era andato.

Non sapeva quando. 

Il loro stupido gioco era finito nel nulla.

Forse aveva bevuto troppo e aveva perso i sensi mentre il bastardo era ancora lì, con lui. 

Si era ripromesso di sopravvivere, ma lo vedeva da sé che cominciava a perdere colpi. Ogni giorno che passava diveniva sempre più debole. Le condizioni precarie in cui era costretto cominciavano ad avere il loro effetto.

Non avvertiva nemmeno più il fetore che emanava.

Era arrivato a ridursi in quel modo solo dopo la morte di sua madre. Prima, Kuchel si era sempre premurata di mandarlo a letto nutrito e pulito e, dopo, quel compito era toccato a Kenny.

A Marley l’unico che si preoccupasse per lui era Zeke fottuto Jeager e questa la diceva lunga su quanto la sua situazione fosse di merda.

Si raggomitolò sul materasso lurido che era divenuto il suo letto. Aveva sognato il mare, la spiaggia bianca in una bellissima giornata di sole. Si era seduto sulla sabbia ed era rimasto in disparte a guardare.

Guardare che cosa? I ragazzi che facevano il bagno nell’acqua salata e Hanji che toccava troppo liberamente creature che aveva visto solo disegnate su di una pagina dei libri di Erwin.

Era stato uno strano sogno, tanto realistico che ancora sentiva l’odore della salsedine nell’aria.

Si diede dell’idiota quando si ricordò che a dividerlo dal mare - quello vero - c’era solo una parete di pietra.

E le pareti nella sua mente? 

Per quanto ancora sarebbero state in grado di salvarlo dalla follia?




 

Non c’erano scogli, solamente sabbia.

Porko lo aveva portato lì senza che Eren dicesse niente.

Sapeva cosa gli stava mostrando quando lo aveva portato a quell’ospedale e aveva intuito che avrebbe avuto bisogno di una pausa.

Eren avrebbe dovuto ringraziarlo, perché il rumore del mare lo calmava. 

Le luci del porto non erano lontane, ma nemmeno tanto vicine da rischiare che qualcuno li vedesse per sbaglio.

Porko aveva fatto bene i suoi conti. Lo aveva portato dove avrebbe avuto potuto prendersi il suo tempo. Eren avrebbe voluto tanto sfruttarlo per piangere a dirotto, ma il suo orgoglio lo frenava.

Era già abbastanza miserabile seduto in mezzo alla spiaggia con le gambe strette al petto come un bambino smarrito.

Porko poggiò un ginocchio accanto a lui. “Sicuro di non volerne una?” Domandò, porgendo al più giovane il pacchetto di sigarette.

“No.”

“Ti aiuterà a rilassarti.”

“Non mi piace l’odore di fumo.” Una cosa che aveva ereditato da sua madre. Aveva passato nel fumo dei soldati gran parte della sua giovinezza. Le piaceva scherzare sul fatto di aver sposato l’unico uomo che non avesse mai visto con una sigaretta in mano. A Eren, invece, piaceva pensare di essere la ragione per cui Jean aveva rimandato all’infinito quel primo tiro che per anni aveva giurato di fare.

Per colpa sua, era morto a Shiganshina senza essersi mai fumato una sigaretta.

“Ah… Peccato…” Porko si sedette scompostamente vicino a lui. “Non per correre in difesa di Reiner,” aggiunse, “ma non credo che lui sapesse nulla del Dottor Jeager.”

“No, forse no,” concordò Eren. “Ma Zeke sì…”

“Non sono nella posizione di giudicare le azioni di tuo fratello.”

“Ti sarei grato se la parola fratello non venisse pronunciata.”

Porko lasciò andare una boccata di fumo. “T’infastidisce?”

“Le bugie m’infastidiscono.”

Porko scrollò le spalle. “Immagino di doverti far ragionare in modo da capire il loro punto di vista. Questi sono gli ordini.”

“E a te piacciono questi ordini?” Indagò Eren, fissando il suo profilo.

Porko non distolse lo sguardo da ciò che rimaneva del sole all’orizzonte. “No, non mi piaci se è questo che mi stai chiedendo.”

Fu il turno di Eren di scrollare le spalle. “L’unica felice di avermi qui è Pieck.”

“Pieck si diverte,” disse Porko. “Vede Reiner e me in difficoltà e le piace prenderci in giro.”

“Siete molto uniti voi due?”

“Non ho avuto altri compagni negli ultimi cinque anni.”

“Ecco… Come una sorella.”

“Non ricominciare. Ti hanno mai detto che sei petulante?” Porko gettò la cenere della sigaretta sulla sabbia.

“Reiner me lo ripete continuamente. Avete qualcosa in comune.”

“Per carità.”

“Ho un’altra richiesta,” ammise Eren.

Porko inspirò aria dal naso e lasciò andare un sospiro al sapore di fumo. “Ti stai approfittando del mio desiderio d’indispettire Reiner.”

“Oh, allora lo hai capito,” disse Eren con un sorrisetto, poi tornò serio e si umettò le labbra. “Immagino che tutti conoscano la storia della mia famiglia.”

Porko fece cadere la sigaretta ormai finita. “Vorrei negarlo, ma non si arriva a essere il Capitano dei Guerrieri senza un passato. Nel caso di Zeke Jeager, la sua storia l’ha sempre preceduto.”

“Mio padre era un ribelle di tale portata?” Domandò Eren, curioso. Non aveva mai visto suo padre perdere la calma in vita sua e faceva fatica a immaginarlo come un giovane animato da sentimenti ribelli.

“Tuo padre era molto conosciuto nel ghetto,” disse Porko. “Se chiedi alla generazione dei nostri genitori, se ne ricordano tutti. Era il medico del ghetto ed era bravo nel suo lavoro. Gli piaceva aiutare la gente, così dicono.”

Eren non faceva fatica a immaginarlo. “Anche mio nonno era un medico?” Domandò. “Prima… All’ospedale lo hanno chiamato Dottor Jeager.”

“A Marley hai due possibilità, Eren: o divieni quello sono i tuoi genitori, o entri nell’esercito. Alle volte, le due cose coincidono.”

Eren guardò l’orizzonte: il sole era ormai sparito e in cielo si vedevano le prime stelle. “Non mi ha mai indirizzato su quella strada.”

“Uhm?

“Mio padre,” spiegò il quindicenne. “Ha continuato a essere un medico anche dentro le Mura, ma non ha mai pensato d’insegnarmi a esserlo.”

“Non puoi saperlo.”

Eren lo guardò. “Perché dici questo?”

“Beh… Facendo due conti, quanti anni avevi? Nove?”

“Dieci…”

“Avrà voluto che tu trovassi la tua strada, magari… Che cazzo ne so.”

Eren rise di se stesso. “Io volevo indossare le Ali della Libertà. Quando gliel’ho detto… Cioè mia sorella ha cantato la verità al posto mio perché non voleva che facessi qualcosa di stupido!”

Ricordava ancora Mikasa che parlava dal nulla, il silenzio che era seguito e sua madre che partiva al contrattacco. Grisha Jeager non si era scomposto di una virgola. Aveva promesso a suo figlio una verità taciuta a chiunque ed Eren si era sentito speciale. Non gli era passato neanche nell’anticamera del cervello che i segreti di suo padre potessero fargli del male.

“Mio padre aveva promesso di dirmi tutto,” ammise. “Quando è saltato fuori il mio desiderio di divenire un soldato, mi ha detto che mi avrebbe mostrato i segreti nascosti nella nostra cantina. Mi chiedo cosa ci fosse di quello che ho scoperto venendo qui.”

“E che cosa cambierebbe?” Domandò Porko. “Da quel che ho capito, le Ali della Libertà le hai indossate fino a che non sono cadute, no?”

Eren lo guardò con rabbia. “Non sono cadute!”

Porko alzò entrambe le mani. “Non c’è alcun bisogno d’incazzarsi!” Sbottò. “Non so nemmeno che cazzo siano queste Ali della Libertà. So solo che Reiner ha detto che sono cadute.”

“Non sono cadute,” ripeté Eren, risoluto. “Non finché io vivo.”

Porko non sapeva che farsene della sua determinazione. “Fai un po’ come ti pare… Che domanda volevi farmi riguardo a tuo padre?”

“Non è solo riguardo a mio padre,” ammise Eren. “L’uomo… Mio nonno ha parlato della sua prima figlia, Faye. Ha detto che dopo di lei, non avrebbe mai permesso a mio padre di divenire un soldato.”

Porko lo fissò e scosse la testa. “Questa è una storia che deve raccontarti il Capitano.”

“Zeke non me la racconterà mai!”

“Allora pazienza!” Sbottò Porko. “Da me non saprai nulla!”

Eren sbuffò. “Va bene,” allargò le braccia, “che cosa puoi dirmi riguardo la rivoluzione di mio padre?”

“Gli chiamavano Restauratori, ma non arrivarono neanche a metà dell’opera prima che Zeke li denunciasse…”

Eren sgranò gli occhi, dischiuse le labbra ma non riuscì a dire niente. Porko capì immediatamente di aver commesso un grave errore. “Non sapevi neanche questo,” concluse.

“Zeke ha condannato i suoi genitori a morte.”

Se Dina Jeager non viveva più era perché suo figlio Zeke le aveva puntato il dito contro.

“Devo vomitare.”

Porko non fece in tempo a fare nulla. Eren si alzò e cadde in ginocchio sulla riva, riversando ciò che aveva nello stomaco.

La gola gli bruciava.

”Pensi di essere migliore?” Domandò una voce nella sua testa.

Eren si passò una mano tra i capelli. “Non adesso…” Li pregò. Non sapeva nemmeno lui a chi.

L’acqua del mare raggiunse le sue ginocchia, bagnandolo.

”Eren?”

Era la voce di Uri?

Una piccola mano si appoggiò sulla sua guancia, fredda e tremante come quella di una bambina spaventata.

”Eren?”

Sollevò lo sguardo. La prima cosa che vide fu la ragazzina, ma non riuscì a scorgere il suo volto.

Dietro di lei, si ergeva la creatura simile a un ragno scheletrico. Il mostro lo guardò negli occhi ed Eren urlò.

“Che cazzo ti prende!” Porko era alle sue spalle e tentava di tenerlo fermo.

Eren sbatté le palpebre un paio di volte: di fronte a lui, l’orizzonte si era fatto scuro e trapunto di stelle.

Si calmò.

Porko si alzò in piedi lasciandolo cadere sulla sabbia fresca. “Tu sei fuori di testa!” Urlò. “Ora ti riporto indietro e-“

“No.”

“Non sei tu a dettare gli ordini!”

Eren afferrò il casco lasciato cadere sulla sabbia. “Andiamo avanti fino a che il carburante ce lo permette,” propose. “Siamo stati in giro tutto il pomeriggio, non deve esserne rimasto molto.”

Era una proposta allettante per Porko: correre con la sua motocicletta e dimenticarsi delle responsabilità ancora per qualche ora.

Il Guerriero puntò l’indice contro il petto del quindicenne. “Sia chiaro che non lo faccio perché sei tu a chiedermelo.”

Eren sorrise soddisfatto. 




 

“Levi?”

Era solo, sapeva di esserlo.

Eppure, una mano gli accarezzò i capelli. 

“Levi…”

Sollevò lo palpebre e lo trovò lì, con quei suoi splendidi occhi azzurri e i capelli biondi in disordine. Era solito farsi vedere così solo da lui. Qualche volta si era liberato della maschera di perfezione anche davanti Hanji e Mike, ma mai per sua scelta.

Solo con Levi, Erwin abbassava tutte le sue difese.

“Ciao…” Disse lui, seduto per terra come se fossero ancora in quell’appartamento a Mytras in cui era cresciuto.

“Erwin…” Chiamò Levi, debolmente. Fu solo un attimo di cedimento. Chiuse gli occhi e fece appello alla ragione. “Sei morto, non puoi essere qui.”

“Che cosa stai dicendo, Levi?”

“Vattene, lasciami in pace.”

Non avrebbe permesso alla sua mente di soggiogarlo in quel modo.

“Ehi…” La mano di Erwin scese sul suo viso.

Quanto gli mancavano le sue mani? 

Quanto gli mancava farsi toccare senza temere nulla?

Non era solo per il sesso, ma una mancanza più intima. Gli mancava la quotidianità, le dita che si sfioravano mentre passavano l’uno affianco all’altro, o che si toccavano in modo completamente casuale mentre si passavano un tazza di té o un documento.

Le uniche mani a cui aveva dato tutta la fiducia di cui era capace erano state solo quelle di Erwin Smith.

“Levi…”

Non resistette. Aprì gli occhi di nuovo e gli occhi azzurri che risposero al suo sguardo erano troppo belli per mettere in discussione se fossero reali o meno.

“Erwin,” ripeté. Sentiva le lacrime pungere agli angoli degli occhi, una sfuggì al suo controllo ma non gliene importò. Era stanco, molto stanco. “Non ce l’ho fatta, Erwin,” disse. “Te lo avevo promesso e non-“

“Shhh…” Erwin fece aderire il palmo caldo alla sua guancia.

Levi ne aveva bisogno. Sentiva la necessità di un brivido, una scossa, qualcosa che lo facesse sentire vivo non solo perché il suo cuore non aveva ancora ceduto.

“Va tutto bene, Levi.”

“No, non va bene, Erwin. Fuori dalle Mura non c’è… Non c’è…”

“Hai combattuto bene, mio Capitano,” lo interruppe Erwin, dolcemente. “Hai combattuto bene.”

Levi si rilassò sotto quelle carezze illusorie.

Hai combattuto bene. Lo aveva detto anche lui prima di mandare Erwin a morire. Avrebbe voluto dirlo alla Quattrocchi, ai ragazzi della sua squadra caduti a Shiganshina. Avrebbe voluto dirlo a Eren, perché si meritava almeno quello alla fine di una vita troppo breve, troppo calpestata.

Li aveva delusi troppo.

“Eren è morto,” disse. “Sono tutti morti, Erwin.”

L’illusione si limitò ad accarezzargli i capelli, senza rispondergli. 

“E presto morirò anche io,” concluse.

“Pensavo avessi scelto di vivere,” ribatté Erwin. “Credevo che volessi dar senso alla morte di tutti noi.”

Levi guardò dritto in quegli occhi azzurri. “Il mare che volevano vedere quei mocciosi non è la libertà Erwin. È l’unica cosa che ci ha diviso dal vero nemico di sempre.”

Il Comandante si fece serio. “L’esistenza di un nemico è la precondizione a una guerra.”

“Non c’è nessuna guerra per noi qui, Erwin.”

“Per me no, ma c’è per te.”

Levi chiuse gli occhi, sfinito. “Lasciami libero, egoista bastardo,” sibilò. “Hai riempito di stronzate la mente di chiunque sia caduto sotto il tuo comando. Tutto quello che volevi era liberarti dal peccato di aver ucciso tuo padre validando le sue teorie.”

“Quindi è questo che pensi di me, Levi?”

Il Capitano inspirò profondamente dal naso. “Io non so più cosa pensare,” ammise. “Potevi smettere di essere il Comandante con me, eppure quella parte di te l’hai celata fino all’ultimo.”

“E nell’ultimo momento di disperazione a chi l’ho mostrata?” Domandò Erwin. “Hai dato valore a questo dettaglio?”

“Mi hai spinto a decidere per tutti.”

“Perché con te potevo mostrare disperazione e tu l’hai accettata.”

“Non ho accettato di condannarti a morte.”

“Allora perché non me lo hai detto?”

“Perché qualcuno doveva tenere la testa alta e combattere!”

Erwin storse la bocca in un ghigno derisorio. “E tu vorresti lasciarti morire?”

“Invece di prendermi per il culo, perché non mi dai una ragione per vivere?”

“Non ne hai bisogno.”

“Stronzo!” Sibilò Levi. “Maledetto bastardo!”

Sì, odiava Erwin Smith. Lo odiava per il suo maledetto egoismo, per avergli messo in mano il suo cuore solo nel momento in cui Levi stesso avrebbe avuto più bisogno del Comandante, del mostro pronto a tutto per vincere sul campo di battaglia.

“Perché non sei rimasto indietro e basta?” Singhiozzò. 

Tutto era finito lì. Non c’era più stata speranza da quel momento in poi.

Per questo aveva consegnato la siringa a Hanji, per evitare che i suoi sentimenti personali decidessero le sorti di tutta la guerra.

“Se fossi rimasto indietro, ora avrei una ragione per andarmene da qui.”

Ma la mano di Erwin non gli stava più accarezzando i capelli.

L’illusione si era dissolta.

Era di nuovo solo, in compagnia dell’eco dei suoi sogni.

“Fanculo Erwin.”

Lo odiava.

Odiava quel pezzo di merda con tutto il suo cuore. 

E amarlo glielo faceva odiare ancora di più.

“Alla fine, sei rinsavito?” Domandò una voce che lo prese di sorpresa.

Levi strinse le labbra. “Tu non sei morto, non puoi essere un fantasma.”

“Non lo ero neanche prima della vostra piccola rivoluzione del cazzo, eppure…” 

Kenny era in piedi e torreggiava su di lui con quel suo ghigno derisorio del cazzo.

“Non puoi sapere se sono morto mentre tu eri troppo impegnato a giocare all’eroe, ragazzino.”

Levi portò gli occhi sul soffitto di pietra. “Sono io il primo idiota di questa storia.”

“E come mai?”

“Perché nonostante tutto, sei il mio appiglio dopo Erwin.”

Il fantasma di Kenny s’inginocchiò accanto al suo materasso. “Il tuo appiglio per rimanere sano o vivo.”

“Entrambe le cose,” ammise Levi. “Anche se penso che il mio cervello sia definitivamente fottuto ormai,” fece una pausa. “Hai idea di quanto tempo ho passato a tenermi in vita con la rabbia che provavo per te? Per interi anni il rancore è stato tutto quello che avevo.”

“Erwin ha cambiato le cose?”

“No, le cose le hanno cambiate due mocciosi che credevano in me. Erwin non ha cambiato me, ma il mio mondo. Ha risvegliato in me cose che avevo dimenticato.”

“Fammi un esempio, nanerottolo.”

“Che ci si può affidare a qualcun altro, qualcuno che ha la nostra completa fiducia e che non userà le nostre debolezze per farci del male.”

Il fantasma di Kenny non ribatté. Nella sua testa, Levi sapeva come avrebbe etichettato le sue parole: stronzate.

Eppure, dopo la morte di sua madre, era stato Kenny a farlo sentire al sicuro e, dopo ancora, era stato il turno di Erwin.

Kuchel era morta e di questo non poteva fargliene una cosa. Per gli altri due la storia era ben diversa.

“E io ho continuato a fidarmi anche quando mi ha tradito.”

Sì, Erwin lo aveva tradito quando aveva deciso di combattere a Shiganshina.

Levi non aveva mai avuto speranze contro il fantasma di suo padre e il peccato che aveva marchiato Erwin fin da bambino.

“Non impari mai, ragazzino,” disse Kenny, ma non era divertito. 

“Alla fine, una cosa in comune la avete,” ammise Levi. “Mi avete tradito e abbandonato entrambi.”

Il fantasma non gli rispose.

Il Capitano chiuse gli occhi e sprofondò in un sonno senza pace.

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Salve a tutti! Mi faccio viva per dare un paio di avvisi e scambiare due parole con voi.
QUESTA STORIA CONTINUERÀ A FINE SETTEMBRE
Mi prendo una piccola pausa estiva per dedicarmi a dei progetti originali e alla mia famiglia, almeno fino all’apertura degli asili. Colgo l’occasione per ringraziarvi tutti, dal primo all’ultimo, per leggere questa storia e un ringraziamento speciale a chi ha speso cinque minuti del suo tempo per lasciarmi una recensione. Buona estate a tutti!


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Marta Magro.
Se preferite, Marta è più che sufficiente.
Se vi va di fare qualche chiacchiera da fandom,
di parlare dello scrivere o semplicemente per fare due parole,
Scrivetemi!
Scrivo tragedie ma sono simpatica, giuro ✌🏻
   
 
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