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Autore: Nocturnia    08/04/2022    0 recensioni
Un biglietto in carta rosa e dal profumo di ciliegia.
Alex lo fissa interdetta, stringendolo tra le dita guantate.
"Domani sarà il compleanno di Sherry."
Annette si appoggia con il fianco al bancone, abbozza un sorriso.
"Compie un anno."
Genere: Angst, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Albert Wesker, Alex Wesker, Annette Birkin, Claire Redfield, William Birkin
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
- Questa storia fa parte della serie 'The Devil in I'
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"She was a prism
through which sadness
could be divided
into its infinite spectrum."
- Jonathan Safran Foer -



Lost days




(2011)

A letter to my future self, am I still happy? I began;
Have I grown more pretty, is Daddy still a good man?
Am I still friends with Colleen? I'm sure that I'm still laughing
Aren't I? Aren't I?

L'ha ignorata fino a quando ha potuto.
Ha lasciato che diventasse grigia di polvere sul fondo della sua valigetta, dietro una pila di libri, nascosta sotto gli ultimi risultati del trial sul virus.
Ha provato a dimenticarla - non c'è riuscita.
Ha tentato di bruciarla - l'ha recuperata dalle fiamme con mani concitate, frenetiche.
"Master Alex."
L'aroma del caffè nell'aria - una miscela arabica forte, robusta.
Il dolce della crema alla vaniglia, l'aspro dei lamponi che vi si ergono sopra come tanti piccoli soldatini rossi.
Stuart le concede un breve cenno di commiato, scivola con lo sguardo sull'orizzonte, dove una tempesta gonfia l'oceano, il cielo.
Alex stringe tra le dita tutto ciò che resta di lui.


1987

"Ci affiancano una nuova ricercatrice."
"Uhm."
William dondola all'indietro sulla sedia, lo studia in tralice.
"Magari è simpatica."
Wesker regola il fuoco del microscopio, annota qualcosa nel foglio alla sua destra.
"Oppure una stronza di prima categoria; anche se trovo difficile superarti, Al."
Schiocca la lingua contro il palato, estrae dalla tasca del camice una barretta ai cereali e cioccolato bianco; davanti a loro il nome A. Fayer significa ancora tutto e niente.

1987

Alexandra Fayer, si era presentata.
Capo ricercatrice del progetto virus T, il suo incarico.
William si era scrollato nelle spalle, trovando la sua ironia pungente, ma decisamente più gradevole di quella di Albert.
Annette all'inizio si era tenuta alla larga, salvo poi sviluppare una strana complicità basata su turni di notte massacranti e confidenze inaspettate.
"Non è male." ribadisce Birkin, passandosi una mano tra i capelli.
"Sa fare il suo lavoro."
William sospira - che piaga che sei, Al - scarta un cioccolatino ripieno alla nocciola.
"Peter ne è già innamorato."
Silenzio.
"Quello del livello -3."
"Avevo capito; non sono stupido quanto te."
"Ah. Ah. Molto divertente, Al, sul serio: avresti potuto fare il comico in un'altra vita."
"Me lo dicono tutti."
Birkin gli regala un ossuto dito medio, saltella con il ginocchio sotto il piano della scrivania.
La dottoressa Fayer fissa entrambi e sorride.

1987

"Vi assomigliate."
Glielo dice proprio Peter, quello del piano sopra.
Alex solleva appena il viso dall'insalata di pollo in cui sta rovistando con la forchetta, lo fissa.
Un sorriso asimmetrico, gli incisivi separati da un leggero diastema; Peter la osserva da dietro una massa ribelle di capelli neri, ricci fin quasi essere troppo.
"Posso?" le chiede, sedendosi davanti a lei.
Alex tace, il coltello sospeso sopra un pomodoro e una foglia di radicchio.
Peter intreccia le dita davanti a sé, inclina il mento verso destra - all'indirizzo di Wesker.
"Tu e lo stronzo; vi assomigliate."
Alex lancia un'occhiata di sfuggita al tavolo poco più in là, dove Birkin sta bevendo un cioccolato al latte direttamente dal cartone - sulla cravatta macchie di crema e zucchero a velo.

"Voglio che lo controlli, Alexandra."

"Non sarete mica parenti, per caso?"

"Che studi le sue mosse, i suoi progressi."

Peter allunga la mano verso il suo polso ed è l'istinto a reagire ancora prima che la mente - la Bestia.

"E che gli sia di... stimolo. Deve migliorare. Di più. Ancora. Sempre."

Peter libera un gemito sorpreso, ritrae la mano di scatto - lungo il dorso un taglio trasversale e rossastro.
Wesker e Birkin si voltano, le rivolgono uno sguardo annoiato il primo, attento il secondo.
Sotto le luci della sala mensa il coltello brilla di una luce malevola e accecante.

1987

C'è qualcosa in lei che lo disturba.
Non saprebbe dire cosa, ma è una sensazione che gli stritola le viscere, le rende molli, cedevoli.
Si era presentata come una dottoressa brillante e sicura di se stessa; mostrava poi inaspettati lati infantili, quasi fragili.
Wesker la osserva digrignare i denti, intestardirsi su un grumo di cellule che non ne vuole proprio sapere di reagire positivamente all'inoculazione.
Scivola con lo sguardo sui piccoli denti bianchi che mordono il labbro inferiore, la curva delicata del collo teso, contratto.
È bella, la dottoressa Fayer; pallida, algida.

Attraversata da rabbie funeste e improvvise, che l'accendono, bruciandole gli zigomi, gli occhi.

Lo irrita immensamente - lei, il suo modo di contraddirlo, le sue continue obiezioni su tutto.
Alex sbatte il pugno sulla scrivania, rovesciando la tazza vuota.
Sì, è bella Alexandra Fayer - così bella che il pensiero di una scopata lo vale.
Il ricordo della mano di Peter è ovattato da una voglia che gli risale le cosce e stringe.


(2011)

Hey there to my future self, if you forget how to smile
I have this to tell you: remember it once in a while
ten years ago your past self prayed for your happiness,
please don't lose hope.

Rompe il sigillo in ceralacca, spezza il serpente in due - dà voce a un uomo ormai morto.
Alex si umetta le labbra, tossisce - ascolta i polmoni accartocciarsi in loro stessi, tra le costole.
Liscia un angolo piegato verso il basso, inspira - comincia la sua lunga discesa per il viale dei ricordi.
Sushestvovanie è livida di pioggia e neve, grovigli umidi e gelidi che percuotono la Torre, le sue mura.

Alexandra,

Alex chiude gli occhi e comincia a piangere.


1987

"Ci sta provando."
Birkin si gratta una guancia, appoggia i piedi vicino alla centrifuga in funzione.
Annette lo riprende con lo sguardo, spingendolo più in là - riportandolo con le scarpe per terra.
"Chi?" ribatte lui, imbronciando le labbra in una smorfia che le ricorda Sherry quando viene mandata a letto senza dolce.
"Albert."
William la fissa, non capisce.
"Albert. Con Alex." specifica Annette, puntandogli la penna contro.
"Ah. Aaaaaah, sì. Giusto."
Birkin aggrotta le sopracciglia e Annette può chiaramente scorgere quel suo brillante cervello lavorare - compiere uno sforzo sovraumano per comprendere.
"Dici?"
Annette sospira, accavalla le gambe.
"Ne sono sicura."
"Ma lui ci prova con tutte."
"Appunto."
Birkin sembra soppesare l'informazione, scomporla - si scrolla poi nelle spalle, decidendo che non è di suo interesse.
Estrae una caramella al caffè dalla tasca del camice, la scarta; alle sue spalle Wesker intreccia il primo filo di una storia che condannerà tutti loro.

1987

"Sei un coglione."
Silenzio.
"Questi risultati sono sbagliati."
Birkin socchiude la bocca, incredulo; Wesker solleva il viso dal microscopio, la fissa - neutro.
Alex sbatte il plico di fogli che stringeva tra le mani sulla sua scrivania, stizzita.
"Ho dovuto rifare tutto daccapo."
"Non sono sbagliati."
"Certo che lo sono."
"Impossibile."
Alex incrocia le braccia al petto, raddrizza le spalle - lo sfida.
"Stai forse dicendo che io sto sbagliando."
"Sì."
"Non credo proprio."
Wesker si alza, sovrastandola.
"E dove sarebbe l'errore, di grazia?"
Alex si flette verso destra, sfoglia la documentazione - punta poi il dito a pagina cinque, paragrafo sei.
"Qui; quella proteina non può comportarsi così. Sei partito da un presupposto biologico sbagliato."
Wesker si sistema gli occhiali sulla punta del naso, controlla - schiaccia le labbra in una piega contrariata.
Birkin trattiene il fiato, sgrana gli occhi - si prepara a scattare, incerto se verso la porta o verso di loro.
Alex solleva il mento, nell'aria un vago profumo d'argan e karitè.
Wesker si toglie gli occhiali, ripiegandoli con cura e mettendoli nel taschino del camice; le rivolge poi un sorriso di plastica, che non raggiunge gli occhi - da lupo.
"Le mie scuse, dottoressa Fayer; devo essermi distratto."
"Controlla meglio, la prossima volta. Se ci sarà, vista la tua incompetenza. Sono stanca di rimediare ai tuoi errori."

Lo farò per tutta la vita, Albert; anche quando di te non rimarrà che polvere e cenere.

Wesker posa lo sguardo sulla carotide pulsante di Alex e prova la voglia viscerale di mordere e strappare.

1987

Cinque mesi e due giorni; da tanto Alexandra Fayer è entrata nella loro routine lavorativa.
William si siede di fronte alla sua postazione, spostando di lato la tastiera del pc.
Alex alza un sopracciglio, lo fissa - interdetta.
Birkin le rivolge un sorriso sghembo, furbo; estrae una merendina dalla tasca del camice, ne stacca un generoso pezzo, masticando con gusto.
"Alex."
"Dottor. Birkin."
William ride, sparge briciole di biscotto ovunque - sulla scrivania, negli interstizi della poltrona - le batte la mano aperta sulla spalla una, due, tre volte.
"Oh, Alex; quanta formalità. Puoi chiamarmi Will, sai?"
Alex posa lo sguardo sulla mano di Birkin - sporca di cioccolato, ancora appoggiata sul suo blazer bianco - tace.
"In fondo..." mormora, avvicinandosi "... sei una di famiglia adesso, no?"

Diventagli amica, Alex. Comprendilo. Sii la sua ombra - ciò che i miei occhi non possono vedere.

Dall'altra parte del laboratorio Wesker studia la sua espressione in silenzio.

1987

"Correte!"
Annette si solleva di colpo dal microscopio, segue con lo sguardo suo marito attraversare il laboratorio come se avesse il demonio alle calcagna.
"Correte, ho detto!" urla di nuovo William, la cravatta rossa sventolata come una sorta di bizzarra e ridicola bandiera.
"Cosa diavolo hai combinato questa volta?" tuona Annette, afferrando alla rinfusa fogli scarabocchiati e documenti stampati a metà.
Alex aggrotta le sopracciglia, apre la bocca e...

Sbam.

"Cazzo."
Wesker si volta - molto lentamente - Alex con lui.
"L'avevo detto io che i topi erano una pessima idea." chiosa Birkin, serissimo.
Davanti a loro trenta chili di roditore pesantemente modificato dal virus T li fissa e ringhia.


(2011)

Oh, oh what a pair me and you,
put here to feel joy, not be blue,
sad times and bad times see them through,
soon we will know if it's for real what we both feel.

Il dolore è pesante.
Il dolore è piombo fuso che si accomoda tra le tue viscere e lì rimane - strattona verso il basso e non smette mai.
Il dolore è una sensazione paradossale - anestetizza mentre brucia.

Alexandra,
se stai leggendo questa lettera significa che ho fallito.

Il vento si alza lungo le coste dell'isola, ruggisce - frusta la terra brulla dei faraglioni che si ergono a guardiani della Torre.

Significa che ho perso; che l'Uroboros è stato un insuccesso.
Un terribile sbaglio.

Stuart la fissa con le mani congiunte davanti a sé, sul tavolino vicino una tazza di caffè caldo e un vassoio coperto.
Non osa interrompere il suo silenzio, perché dalla curva contratta delle spalle comprende.

Vede.

Alex si flette verso il pavimento, nella stanza solo il crepitio del fuoco e quello della carta stropicciata.
Il dolore è un'assenza che trascina con sé ogni presenza.


1987

Aleksandra: questo il suo vero nome.
Spencer studia il volto di Astra, posa poi lo sguardo su quella figlia che le avevano strappato ancora in fasce - identico.
Astra Volkonskij, questo il suo titolo.
Un'aquila nera in campo dorato, questo il suo stemma - a fianco un angelo di bianco vestito in campo blu.
Vladimir gli aveva assicurato che sarebbe stata una candidata perfetta per l'esperimento, e così era stato.

O quasi.

Alex lo fissa dalla parte opposta della scrivania, aspetta.
Spencer richiude quel fascio di foto nel cassetto - nomi, date di nascita, parametri vitali, segreti - intreccia le dita tra loro, appoggiandole sul vetro del tavolo.
"Come procede il soggetto #13?"
"Bene. Le sue prestazioni sono ottimali."
"Me ne compiaccio. Ti stai ponendo verso di lui come un avversario degno d'essere sconfitto e superato?"
"Certamente, padre; come mi avevate ordinato."
Spencer annuisce un paio di volte, torna con lo sguardo sul profilo di Alex - su quella bambina fattasi donna che era già morta e tornata ben due volte.

La mia creatura.

"E il soggetto risponde come dovrebbe?"
"Mostra segni di narcisismo patologico; è un manipolatore seriale e non accetta d'essere inferiore a nessuno. Crede d'avere il diritto di controllare e possedere gli altri e sfruttarli senza alcun senso di colpa. Sotto il suo fascino è possibile riscontrare una natura fredda e spietata, priva di scrupoli."
"Perfetto."
Alex accavalla le gambe, solleva il mento - raddrizza la schiena.

Regina della polvere, signora del nulla.

"Nell'ambiente si distingue per avvenenza fisica e modi gradevoli, per la buona posizione sociale e professionale che offre e di cui non si vergogna a fare alcun sfoggio. Fa leva sulla propria bellezza per manipolare i membri femminili dello staff e farli aderire ai suoi obiettivi."
"Instaura con loro relazioni durature? Che possono in alcun modo rallentare la sua evoluzione?"
"No, padre. Alcune sono state ricollocate subito dopo la fine della relazione."
Spencer tamburella con l'indice sul bordo della scrivania, ascolta, assorto.
"Tuttavia mostra anche segni di una natura dispotica e arrogante. Possiede un atteggiamento spesso autoritario; umilia le persone con cui si relaziona fino a che queste non si espongono più per paura delle sue reazioni. Il soggetto #13 è sicuro che il suo punto di vista sia unico e assoluto, non ha alcun riguardo verso gli stati d'animo e la vita altrui. Non rispetta le regole che valgono per gli altri, anzi: impone le proprie. Le crea."
"Quello per cui siete stati allevati, mia cara."

"Posso entrare, mia cara?"

Alex trattiene una smorfia, la ingoia - affila il proprio rancore, la propria rabbia.
Spencer sospira, fissa il muro borgogna davanti a sé.
"C'è altro?"
"No."
"Bene. Sei congedata."
Alex si alza, flettendosi leggermente in avanti - prostrandosi a un padrone che presto sarà vittima e schiavo; il virus è una bestia che accumula tutto quell'odio e ne fa la sua arma più bella.

1987

Un biglietto in carta rosa e dal profumo di ciliegia.
Alex lo fissa interdetta, stringendolo tra le dita guantate.
"Domani sarà il compleanno di Sherry."
Annette si appoggia con il fianco al bancone, abbozza un sorriso.
"Compie un anno."
"Congratulazioni."
"Io e Will daremo una piccola festa."
"Sembra divertente."
"Oh, non lo è: per niente."
Alex solleva lo sguardo su Annette, la studia in silenzio - quel ridicolo quadrato rosa ancora stretto tra le mani.
"Genitori curiosi. Bambini urlanti. Che si pisciano addosso e piangono. Una torta gigante a tre piani di panna e mascarpone - la preferita di Will; Sherry è ancora troppo piccola e ho come l'impressione che preferisca il salato; così, giusto per fare dispetto a suo padre."
Alex si umetta le labbra, ruota il biglietto - siete invitati al mio primo anno di vita! - in sottofondo in quieto ronzio del dispersore.
"Ognuno porta qualcosa, scegli tu. Ma niente dolci: Will è già troppo vicino al diabete."
Il sorriso sdentato di Sherry è quanto di più innocente abbia mai toccato negli ultimi anni.

1987

È piccola, Sherry.
È una bambina spettinata che stringe la cravatta di suo padre come fosse un trofeo - un cuore onesto, sincero.
Sorride alla macchina fotografica, le guance sporche di panna rosa e glitter.
William si sovrappone crudelmente al suo profilo - genio mai cresciuto, un ragazzino nel corpo di un uomo ossessionato e devastato dalla propria ambizione.
Annette si affianca a loro all'ultimo secondo, rimane impressa nella pellicola mentre si porta una ciocca di capelli dietro l'orecchio e bacia la tempia di Sherry.
Alex studia William attaccare la foto allo schermo del suo pc con del nastro adesivo blu, allontanarsi dalla postazione e annuire con se stesso, soddisfatto del risultato finale.
"Siamo proprio una bella famiglia." cinguetta, allontanandosi poi verso la macchinetta del caffè.
Alex incrocia gli occhi di Albert e tace.

1987

Annette la trova seduta in una delle panchine nel cortile esterno, l'affianca in silenzio.
"Grazie."
Alex rimescola la sua insalata verde senza convinzione, annuisce bruscamente.
"Sai, non può ancora guidare una bicicletta, ma immagino lo farà presto."
"Non sapevo cosa prenderle."
"È stato un bellissimo pensiero."
"Non ho mai avuto a che fare con un bambino così piccolo; per me sono tutti uguali. Piangono, dormono, espletano."
E Annette riderebbe alle parole di Alex - alla loro stranezza - se non vi leggesse dentro qualcosa di pesante, che c'è ancora.
"Posso?"
Alex si scrolla nelle spalle, accetta Annette al suo fianco - il tepore del suo corpo, il suo profumo floreale, rassicurante.
Anni dopo quello sarà l'ultimo, autentico, ricordo che rimarrà di lei.


(2011)

Though I can't know for sure how things worked out for us,
no matter how hard it gets, you have to realize:
we weren't put on this earth to suffer and cry,
we were made for being happy;
so, be happy, for me, for you, please.

Non ti chiederò scusa,

Alex inspira, si stropiccia le palpebre gonfie - occhi iniettati di sangue, da cui cadono lacrime sporche, nerastre di malattia e morte.

perché ero convinto d'avere successo: di vincere.

Il caffè è ormai diventato freddo, fuori le asperità di Sushestvovanie sono state smussate dalla neve e dal ghiaccio.

Forse è stata colpa di Irving; magari di Excella.

Gli infetti continuano a crescere, gli esperimenti a masticare vite su vite - soffi di mortalità che regalano a lei la possibilità di scappare e trascendere.

Oppure mia.

Una folata di vento colpisce la vetrata del loft, facendola sobbalzare.
Alex stringe istintivamente la lettera tra le mani, stropicciandola; la donna che le restituisce lo sguardo è uno scheletro consumato dalla disperazione.


1987

L'ha studiata a lungo.
L'ha osservata da lontano, memorizzando le sue reazioni, la prossemica di un corpo esile, che potrebbe quasi spezzare.
Alexandra Fayer ha fatto altrettanto - ne è sicuro.
Ha sorvolato sulla dottoressa Werman, su Martha e anche su Abigal.
Ricollate, eh, aveva chiosato William, ridacchiando; come no, Al; come no.
E non era una novità per il loro piccolo e deviato gruppo; ai tempi di Alexia il buon vecchio Will ne aveva ammazzati di ricercatori - abbastanza da riempire due stanze di smaltimento rifiuti biologici e barili di sangue e viscere.
E Annette: oh, Annette.
Wesker posa lo sguardo sulla moglie di William - occhi cerchiati di scuro e una dipendenza d'ansiolitici che si sta avvicinando pericolosamente al limite.
Annette, che amava un bambino mai cresciuto.
Annette, che ricattava, ingannava, uccideva.
Annette, che accarezza i capelli di William con una smorfia a metà tra il disprezzo e l'amore.
Annette, Annette, Annette - l'unica ad avergli chiuso gambe e bocca.
Non che ti sia mai interessata davvero, mormora Lui - un languore a basso ventre, un ruggito nelle tempie, tra le costole.

Peggiorato da quando c'è lei.

Wesker si accende la terza sigaretta della mattina, nell'aria l'odore acre del tabacco e quello acido dei conservanti chimici.
Il virus di Alex si avvicina a quello di Albert e rovista.

1987

O non si parlano, o scendono in guerra.
Non hanno vie di mezzo il dottor. Wesker e la dottoressa Fayer, e questo l'hanno imparato molto bene tutti.
Tra le rovine del laboratorio William raccoglie ciò che resta di un paio di piastre, due microscopi, forse una centrifuga.
Wesker è seduto nell'angolo più buio della stanza, una mano sul viso e l'altra chiusa a pugno sulla coscia.
"Occhio o mento?"
"Fottiti, Will."
"Occhio, allora."
"Tutti e due." bercia Alex, seduta due postazioni più in là.
Birkin sospira, melodrammatico.
"Che primedonne che siete."
"Ha parlato la Butterfly dei miei coglioni."
"Non c'è bisogno d'essere così offensivi, Al."
"Già, Al: non c'è bisogno di offenderlo. Non ne ha colpa lui se sei un imbecille su scala mondiale."
"Crepa, stronza."
"Magari. Magari; così non dovrei più vedere la tua faccia da cazzo ogni giorno."
"Ti mangiasse uno dei cerberi giù nelle gabbie."
Alex solleva il dito medio verso Wesker, dà le spalle a entrambi.
William scuote la testa e si chiede cosa succederà quando.

1987/1988

"Sei qui."
Wesker solleva appena lo sguardo dai filmati che sta visionando, tace.
Alex lo fissa dalla soglia delle doppie porte rinforzate, un plico più grande di lei contro il petto e in cima un contenitore di cibo d'asporto.
"Pensavo fossi uscito a festeggiare; il tuo turno è finito tre ore fa."
Wesker torna a guardare lo schermo del televisore, la ignora.
Alex inspira con forza, avanza verso la sua scrivania, appoggia il tutto in un tonfo sordo, seguito poi da una bestemmia trattenuta.
Wesker studia le immagini dell'ultimo trial sugli insetti senza un reale interesse, ascolta i rumori alle sue spalle - il cigolio della poltrona girevole, la plastica del contenitore che viene aperta, l'odore di salmone affumicato che riempie l'aria.
"Hai mangiato?"
"Non sono un bambino."
Alex si ritrae in se stessa, e sono questi i momenti in cui Albert intravede la fragilità che si nasconde sotto la sua arroganza - dietro una pelle fredda e pallida.
E lo fa solo con lui, Alex. Non è stupido: l'ha notato.
Nulla la colpisce davvero, se non quando lui affonda - e morde, allora, la dottoressa.
Contrattacca, e non ha paura di farsi male - non ha paura di lui.
"Bene."
Percepisce la forchetta che affonda nella carne tenera del salmone, l'aroma del limone appena spremuto - origano e rosmarino.
L'orologio segna le undici e cinquantasei di sera - quattro minuti al nuovo anno.
Alex mastica lentamente, dandogli le spalle e sfogliando gli appunti che le ha lasciato William - un insieme confuso di formule e faccine sorridenti o tristi per sottolineare i risultati.

Crick.

"Però gradirei la torta al caffè che nascondi nel secondo contenitore."
"Ne ho una sola fetta."
"Mi hai chiesto se avevo fame."
Alex alza un dito verso di lui, puntualizza.
"Non è esatto: ti ho chiesto se avevi mangiato, non se volevi un dolce."
Wesker si protende oltre di lei, afferra il contenitore - lo sistema nel mezzo della scrivania.
"Non vedo alcuna differenza; ho mangiato e ho fame."
Alex lo fissa mentre solleva il coperchio azzurro, dietro di loro i numeri in rosso segnano quasi mezzanotte.
Le porge una seconda forchetta in plastica, occhi nudi - privi delle solite lenti scure.

Curiosi.

"Buon anno, dottoressa Fayer."
"Alex." replica lei, e gli ultimi secondi dell'anno scorrono via in fretta, senza riguardo "Puoi chiamarmi Alex."
Wesker annuisce, ripete il suo nome - lo arrotola sulla lingua, provandolo, tastandolo.
Il nuovo anno accoglie quell'improbabile pace nel silenzio di un laboratorio deserto.

1988

È la prima volta che succede.

No.

Le parole di William si fanno confuse, il volto di Annette grottesco - contorto.

Non adesso.

Lo stomaco si accartoccia, i polmoni collassano - il virus lotta.

Fermati.

"Alex?"
Il Progenitore avverte il pericolo e avvampa.


(2011)

Oh, oh what a pair me and you,
put here to feel joy, not be blue
sad times and bad times see them through,
soon we will know if it's for real what we both feel.

Dicono che piangere liberi l'anima, ma per Alex le lacrime sono pesanti - acide.
Corrodono la pelle, i pensieri, lasciandola nuda dinnanzi una solitudine troppo grande per essere combattuta da sola.
Stuart si torce le mani tra loro, ansioso - preoccupato.
Il caffè giace rovesciato sul tappeto bianco, la carne sotto il coperchio d'argento marcia - morta.
"Master Alex."

Comunque sia andata, Alex, io non ci sono più.

Il gemito che le fuoriesce dalla gola è patetico e raggelante allo stesso tempo.


1988

Stai morendo; gli esami parlano chiaro, le sussurra il virus, e io ne sono la causa.
Will alza la mano verso di lei, Annette sorride.
"Bentornata; immagino che quei tre giorni di riposo ti abbiano fatto bene."
Alex posa lo sguardo su Annette, risponde al suo sorriso - indossa la sua maschera migliore, quella più bella.

"Nessun problema, padre: un banale calo di zuccheri."

"Una meraviglia."
"Ah! Comodo! Solo perché siete due donzellette che venite dalla campagna sul calar del sole e in difficoltà e zac! L'azienda vi regala tre giorni di riposo pagati."
Annette fulmina suo marito - ma taci, idiota, che a breve mi andrai in coma per un picco glicemico - Wesker lo ignora, ma è su di lei che concentra tutta la sua attenzione.

"Bene; lo studio del soggetto #13 non può essere disturbato da altri inconvenienti."

Perché questo era Alex: un inconveniente. Un inciampo nel suo dorato percorso vero l'immortalità. La figlia disgraziata. La puttana redenta. La bambina umiliata.

Nulla più che un granello nel perfetto ingranaggio che era invece Albert Wesker.

Alex stringe al fianco la borsa - Gucci, collezione Ophidia, camoscio e pelle nera - inspira - mente.

Cosa...?

Il virus di Albert si sveglia e la fissa.

1988

L'attrazione sessuale è una delle componenti fondamentali nell'evoluzione di una specie: persino le B.O.W. meno raffinate ne erano provviste.
Per notti intere William aveva osservato i cerberi femmina dominare quelli maschi - le api regnare incontraste dal fondo del loro alveare.
Si erano mutilati a vicenda i maschi degli hunter per avere in premio la femmina migliore - ondate di ferormoni che il delicato olfatto di Alex aveva colto come la peggiore delle puzze.
Sbavavano, i cerberi, dalle loro gabbie d'acciaio e polimeri termoplastici - graffiavano le pareti, i loro simili.
Alex irrigidisce un muscolo sotto la mandibola, ascolta il suo intero sistema rispondere - ricettivo.
"Uhm." annota Birkin "A quanto pare vanno ancora in calore."
Alex s'inclina appena in avanti, alza un sopracciglio - nell'aria solo il frenetico ansimare del soggetto B-03.
"Ma non possono riprodursi: il virus T ha spogliato le femmine di questa possibilità."
William si scrolla nelle spalle, tamburella con la matita mezza masticata sul labbro superiore.
"Non è del tutto esatto, Alex."
Uno dei cerberi schiocca le mandibole verso di loro, guaisce - la riconosce.
"Uh oh, ne abbiamo uno aggressivo, qui." ridacchia William, arretrando appena.
Alex rimane immobile, avanza - spinge tra le sinapsi del cane il virus, lo costringe alla resa.
"Dicevi?"
"Eh? Ah, sì." Birkin si schiarisce la voce, fissandola da sotto in su "Il virus le uccide, questo è vero. E, come ben sappiamo, un morto non può procreare. Non ancora. Eppure ho rilevato una modesta quantità di attività ormonale nelle loro ovaie; persino lo spessore dell'endometrio va incontro a modificazioni mensili."
Alex mantiene lo sguardo fisso sulle gabbie di contenimento, tace.
"Anche perché il virus modula i propri stimoli sulla secrezione di ferormoni. Attacca o riproduciti. Da questo punto di vista sono le femmine le più pericolose della specie, quelle con lo scettro del potere."
William le assesta una gomitata al fianco, facendole l'occhiolino.
"Che figata, eh Alex?"
Gli occhi lattiginosi del cerbero non l'abbandonano per un solo fottuto istante.

1988

Tutto crolla in un mese.

Tutto si crea.

Alex viene sollevata sul bancone del laboratorio, schiude le cosce - morde.
È morbida la sua bocca, l'opposto di quello che si era aspetta.
È vorace - esigente.
Sempre piegata in una smorfia contraddetta, distesa in un sorriso derisorio; contro la sua brucia, liberandola.
Il virus si dispiega tra le sue cellule come un grandioso arco nerastro e rosso, pulsa - nelle tempie, tra le gambe.
La dipendenza da farmaci di Annette sta peggiorando, l'umore di William è prossimo all'isteria.

E loro invece brillano - signori di un nuovo mondo, dèi della polvere.

Wesker le stringe i capelli della nuca, tira - la conduce verso di sé, piegandole il collo in una curva quasi dolorosa.
Alex si aggrappa alle sue spalle e affonda.

1988

C'è qualcosa che lo guida verso di lei - un rumore di sottofondo, un brusio che lo tiene sveglio la notte, tra le cosce di altre donne.
Gennaio regala loro le ultime gelate dell'inverno - nevicate improvvise e che tingono Raccoon City di bianco e grigio - e nel mentre Alex lo cerca come una ragazzina alla sua prima cotta.
Sarebbe quasi inbarazzante; quasi, se non fosse che è così anche per lui.

Quanto sei caduto in basso.

E quel qualcosa continua a tormentarlo, a non dargli pace.
Lo bacia come se fosse l'unica cosa al mondo - come se l'avesse fatto mille e mille altre volte - salvo poi ritrarsi all'improvviso, negli occhi uno strano miscuglio di curiosità e paura.
Ha venticinque anni, Alex, ma ne dimostra almeno il doppio quando parla - come tutti loro, in fondo.
Ha venticinque anni e la morte nel cuore, sulle mani, eppure, quando è con lui, si trasforma.

Muta, senza cambiare mai.

E sono ragazzi, direbbe qualcuno.
Sono ragazzi che giocano a fare i grandi - bambini che hanno indossato i vestiti di mamma e papà troppo presto.

Guardami, guardami! Sono uno scienziato! Un astronauta! Un medico!

Alex gli percorre la linea della mandibola in punta di lingua, geme - s'inarca contro il suo petto.
Anni dopo Wesker riconoscerà quel sentimento per quella che era stato davvero: una disperata e nuda innocenza.


(2011)

We were put here on this earth, put here to feel joy.
We were put here on this earth, put here to feel joy.
We were put here on this earth, put here to feel joy.
We were put here on this earth, put here to feel joy.

E mi dispiace.

La neve ha smesso di cadere, il cielo di vomitare ghiaccio e acqua.

Mi dispiace di non aver mantenuto la promessa.

Sushestvovanie tace, quieta; un pugno di rocce lambite da marosi freddi, scuri.

Di non aver potuto portare a termine quello che mi ero prefissato.

Una lampadina penzola dal soffitto, divelta; Stuart la fissa, annotandosi mentalmente di sistemare l'illuminazione del loft.

Di non averti salvato.

"Sono passati sette giorni, Master Alex."

Mi dispiace, Alex.

"Nei laboratori chiedono di lei."

Ma rifarei tutto dall'inizio.

Stuart avanza di uno, due passi; Alex gli dà le spalle, una curva stropicciata e pallida.

E lo sai.

Il respiro le esce in una serie di rantoli asciutti, secchi - foglie morte e crepitanti.
Stuart intreccia le dita dietro la schiena, aspetta; Alex scivola verso le ultime righe e si abbandona all'abisso senza rimorsi.


We made this war - this tragic story.


1988

Quello che facciamo da bambini ci sembra eterno; inscalfibile.
Ciò che abbiamo - che stringiamo - pare non debba morire mai.
Ricorderemo fino alla fine il nome del nostro pupazzo preferito, del gatto di casa, persino il torto che quello della seconda fila ci fece in quinta elementare.

Ricorderemo, e lo renderemo infinito.

Alex lo fissa con un misto di curiosità e voglia, le cosce socchiuse - a dividerli solo un elaborato intrico di seta e pizzo nero.
Albert le bacia la linea piatta dell'addome, quella morbida del pube - scende, guadagnandosi le sue dita tra i capelli, un ansito strappato, stupito.

Ricorderemo, e ne faremo un monumento al futuro.

La trattiene per i fianchi, spinge - i pollici che affondano nelle piccole concavità del bacino, la sua bocca tra le gambe (umida, vorace).

Ricorderemo, e ci salveremo da questo presente di sabbia - da noi.

Alex accoglie l'orgasmo e se ne lascia trasportare senza alcuna paura.

1988

"Qui gatta ci cova."
Annette sospira, si passa una mano tra i capelli - l'altra nella tasca del camice, a contare quante pillole la dividono dalla sanità mentale.
"Al ha combinato qualcosa."
Spirali di DNA senza significato, proteine anomale, bestie infernali - nel mezzo loro, i signori dell'apocalisse, alfieri della fine del mondo.
William l'affianca, tra i denti una matita blu, sul volto un cipiglio infantile - fuori luogo.
"Non so ancora cosa, ma lo scoprirò."
Annette posa lo sguardo sul motivo d'interesse di suo marito - Albert e Alex.
Coglie il sorriso a mezza bocca di Alex, il modo in cui guarda Wesker - comprende, ma non è questo a stupirla.
No; perché non è una novità che ad Al piaccia fare un po' di casino in giro - nella sostanza; non tenersi le mutande addosso per più di cinque minuti, salvo poi regalare un biglietto di sola andata per il Pozzo, come l'aveva chiamato Will.
Ricollocate, avrebbe detto Wesker.
Ammazzate, correggeva Annette.
Progressi, li chiamava invece William; nuove cavie donate alla scienza.
No, non è come Alex lo guarda a sorprenderla.

Ma è come lui guarda lei.

Wesker accoglie Alex sulle sue ginocchia come se fosse la cosa più naturale del mondo.

1988

"Mi piaci."
Alex fissa Sherry, un pulcino spelacchiato di appena due anni e mezzo.
"Sì, mi piaci. Mi piacciono i tuoi capelli. E le tue labbra."
Alex continua a studiarla come se fosse uno strano insetto sbucato fuori dal nulla, tace.
"Sei un'amica della mamma."
"È una domanda?"
"No."
"Ah."
Annette alza un sopracciglio a quel ridicolo scambio di battute, si chiede se in quel laboratorio non sia l'unica adulta - a giudicare dal numero di tranquillanti che butta giù ogni giorno di più no, ma solo la meno pazza.
"La baby-sitter era ammalata: ho dovuto portarla al lavoro."
Alex continua a fissare Sherry con un'intensità inquietante, Wesker la scavalca - letteralmente.
"Ciao zio Al."
"Sherry."
Will finisce di annodarle il codino sinistro, raddrizza il coniglio rosa incollato sopra l'elastico - arretra, mettendosi le mani sui fianchi ed esibendo un'espressione molto soddisfatta.
"E adesso fai la brava, Sherry, che papà deve andare a scoperchiare qualche calotta cranica."
Sherry ridacchia, torna a fissare Alex - le sorride, mostrando una chiostra di denti storti e un po' traballanti.
Alex le tocca la fronte con la punta dell'indice, arrentra come scottata - quasi squittisce; Annette scuote la testa, vinta.

1988

C'è qualcosa di fuori sincrono in Alex - di asimmetrico.
Non ha bisogno di dirle cosa fare - come; non deve guidarla o imbeccarla, suggerirle cosa gli piace e perché.
Si adatta ai suoi bisogni con una velocità disarmante, esige con la sua stessa ferocia.
È un corpo generoso, ma egoista.
Concede, chiede.
Scivola con la lingua lungo la sua erezione, stringe - lo riduce in ginocchio; geme poi il suo nome, si schiude alle sue mani, per lui, morbida, arrendevole.
È un contrasto vivente, Alexandra; un'innocenza che in pochi istanti diventa bestia e furia.
È una donna geniale, una ragazzina spaventata, un qualcosa che lo chiama dal profondo delle viscere.

Quanto sei stupido, gli mormora Lui.
Quanta strada devi ancora fare per capire, ride, Lui, e non ha forma, colore.

Albert socchiude la bocca, libera un ansito spezzato - fissa il soffitto bianco del laboratorio e non è pronto quando l'orgasmo lo colpisce.

E mai lo sarai dinnanzi a lei.

Alex lo bacia, sulle labbra lui - lei, loro; Wesker chiude gli occhi e respira.


(2011)

Here I stand, helpless and left for dead; close your eyes, so many days go by.
Easy to find what's wrong, harder to find what's right.
I believe in you, I can show you that I can see right through all your empty lies.
I won't stay long, in this world so wrong.

È un sole pallido, malato, quello che schiarisce il cielo di Sushestvovanie.

Come te.

Stretta in un blazer bianco Alex fissa un orizzonte spento, morto.
Ed è ancora bella, Alex; distante come quelle nevi improvvise di marzo - quegli ultimi ruggiti di un inverno che di andarsene non ne vuole proprio sapere.
Fili d'oro attorno al collo, lungo le maniche - Alex respira piano (sembra non farlo affatto).
Stuart ha buttato il contenuto del vassoio sere prima, ripulendo la stanza attorno a lei - cercando di dare un ordine alla sua confusione emotiva.

Non c'è riuscito.

La luce taglia le pareti del loft in bave traslucide, brillanti, illumina un sorriso vuoto - occhi trasparenti, lontani.
Non ha mai saputo per cosa vivere, Alex.

Se non per lui.

Adesso sa per cosa morire.


I was here - and you with me.

1988

La guarda come se non ci credesse neppure lui.
Alex non ha vergogna mentre fissa la macchia rossastra che va allargandosi tra le sue cosce - su di lui, lungo la sua erezione.
Piega le labbra pallide in una smorfia, trattiene un gemito quando lo percepisce spostarsi - gli incide piccole mezzelune di sangue nelle spalle.
E vorrebbe dire qualcosa d'intelligente, Wesker; forse anche di sagace.

Che la umili e lo tolga dalla sgradevole sensazione d'imbarazzo che Lui gli urla nelle orecchie.

Sai, per essere una così disponibile non ti facevo ancora vergine.
Sai, per il modo in cui me l'hai preso in bocca non pensavo che non l'avessi ancora data via come se non fosse tua.

Alex chiude le dita a pugno, sbattendole contro il suo petto - quasi lo rovescia all'indietro.
E c'è rabbia nei suoi occhi: c'è una linea sottile d'orgoglio e vergogna - una frustrazione che Albert riconosce come propria.

Lo strappo che logora che loro esistenze da sempre.

C'è una risposta pungente, un coltello pronto a tagliare - a ferire, esigendo libbre di carne e sangue.
C'è Alex, una contraddizione vivente che si raggomitola tra le sue braccia e lo chiama - Albert.

Lo invoca.

Alex, che si schiude a lui fino a quando non fa male - che gli prende il mento tra il pollice e l'indice, costringendolo a guardarla.
"Non ho bisogno della tua pietà." sibila, piccola serpe velenosa.
"Non te l'avrei data comunque; nemmeno se l'avessi implorata." ribatte Wesker, affondando.
Alex snuda i denti e ride.

1988

Dal suo trono d'ossa e spine Spencer osserva.
Dal suo seggio putrefatto e già in rovina sogna.
Un mondo a sua immagine e somiglianza; una purga data per bene, di quelle che non si dimenticano facilmente.
Stira le labbra in un sorriso tutto denti e gengive, tamburella con le nocche della mano sul mogano della scrivania - tump, tump, tump, il richiamo di un vecchio.

L'assolo di una condanna.

Patrick gli serve il solito tè aromatizzato all'arancia della sera, sul tovagliolo vicino un una fetta di torta Battenberg - poco zucchero a velo, un cucchiaino di miele.
Spencer fissa un pugno di foto sparse sul sottomano in pelle marrone - #12, #13 - le distende come la chiusa vincente di una partita a poker.

L'Adamo e l'Eva del suo futuro.

Dall'altra parte della città Alex spezza il primo anello di una catena che l'ha uccisa troppe volte per poterle contare tutte.

1988

La studia in silenzio, la schiena curva, le mani congiunte in grembo.
Si strappa una pellicina dal pollice, la schiaccia contro l'unghia - osserva.
Alex respira quieta al suo fianco, una curva nascosta dal lenzuolo di cotone egiziano.
È una manipolatrice, Alex; è una donna - ragazzina - furba. Intelligente. Addestrata a prendersi quello che vuole. Quando vuole.
È come lui, Alex; l'ha saputo - annusato - fin dal primo momento.
È crudele, Alex; senza scrupoli.
Ed è questo che non capisce, Wesker.

Il perché.

Il sesso è un'arma in ciò che sono chiamati a fare - l'unica, invero, che Alex non abbia mai usato, a quanto pare.
Borbotta qualcosa nel sonno, lo cerca - allunga la mano verso di lui, tastando lo spazio vuoto e stringendogli poi il ginocchio.
Apre un occhio - azzurro, pieno - ciglia pallide, fili d'oro attorno alle guance, sul cuscino.
"Dormi, Albert." gli dice.

Dormi, Albert, gli dirà - quando la follia se lo sarà mangiato vivo e l'Uroboros regnerà nelle loro vite, incontrastato.

E stropiccia le lenzuola, Wesker: si ritrova sotto i polpastrelli una macchia umida e rosata - sua, loro.

Dormi, Albert.

Fuori, la neve non ha ancora rinunciato al suo dominio su Raccoon City; dentro, qualcosa in Wesker si spezza e libera un solo, soffocato, singulto.

1988

"Non hai la panna."
Wesker solleva appena una palpebra, mette a fuoco la figura di Alex - un bricco di spremuta d'arancia nella mano destra e la moka in quella sinistra.
"Non hai la panna." ripete, come se fosse la cosa più grave al mondo.
"No." riesce a rispondere, nelle ossa una stanchezza che lo rende molle, languido.

Libero.

Alex schiocca la lingua contro il palato, irritata.
"Mi serve la panna."
Wesker posa lo sguardo fuori dalla finestra - bianco e ancora bianco.
"Ah, già: i telefoni non vanno. Ho fatto a malapena in tempo ad avvisare Annette; che, tra parentesi, è a casa anche lei con un William isterico e una Sherry petulante."
La ricerca viene prima di tutto, vorrebbe replicare Albert, ma la verità è che, in quel momento, il virus T gli sembra un'immensa stronzata.
"E la luce va e viene; e io volevo la panna."
Wesker fa per aggiungere qualcosa, ma Alex gli dà le spalle e scivola fuori dalla stanza - piedi nudi e addosso la sua camicia della sera prima.
"E ho bruciato una padella!" urla poi dal piano di sotto, piccata come se la colpa fosse sua.
Wesker sospira e torna a dormire, quieto.


(2011)

Say goodbye, as we dance with the devil tonight.
Don't you dare look at him in the eye, as we dance with the devil tonight.
Trembling, crawling across my skin.
Feeling your cold dead eyes, stealing the life of mine.

È viva, Claire Redfield.
È un pugno di lentiggini sul viso giovane, pulito.
È fuoco nello sguardo, tra i capelli: la forza di un sangue che di morire non ne ha proprio voluto sapere.
"Procediamo con l'estrazione, Master Alex?"
Stuart trattiene un plico di fogli contro il petto, tra le dita una penna stilografica, pennino in argento con rifiniture dorate, inchiostro nero.
Alex annuisce, fissa il volto di chi ha vinto tutto - nemica, rivale, nemesi.

Riflesso spietato.

"Provvedo subito a chiamare il signor. Fisher."
Alex tace, lo congeda con un gesto distratto della mano - passa al file successivo, Moira Burton.
Sulle ginocchia le parole di Albert bruciano e scavano.


1988

È cambiata, Alexandra.
Spencer lo nota dal modo in cui si siede, dall'espressione che gli rivolge.
Nulla traspare da quel viso diafano - nulla che possa rivelargli cosa vi si nasconde davvero sotto.
La neve ha smesso di cadere da giorni, ma il gelo che avvolge la stanza quando Alex vi è entra è terribile - l'anticamera di un inferno da lui stesso invocato.
"Padre." lo aposotrofa.
"Padre." lo chiama.
"Padre." gli ricorda, e sorride, Alexandra - denti da lupo, occhi artici.

Un mostro; ho creato un mostro.

Spencer si porta il pugno chiuso dietro la schiena, osserva le vette dei monti Arklay infrangere il cielo - le sue deboli speranze.
"Il soggetto #13 procede bene?"
"Senza intoppi."
"La sua maturazione?"
"A buon punto."
"È competitivo? Cerca di primeggiare sugli altri? Su di te?"
Nessuna risposta. Il silenzio si distende nello studio come una patina viscida e umida - un sudario che gli avvolge il volto, i polmoni.
Spencer si volta, appoggiandosi al bastone dalla testa in peltro - un cigno dal collo curvato innaturalmente verso il basso.
Alex accavalla le gambe, gioca con il simbolo dell'Umbrella - una spilla d'oro e rubini che le aveva donato per la sua prima rinascita.

Un marchio e uno stigma.

"Alexandra."
Si ferma, le dita a mezz'aria, una scarpa rossa in bilico sulla punta del piede.
"Senza alcun dubbio, padre."
Alex inclina il mento verso di lui, gli cerca gli occhi - non arretra.

Non questa volta.

Spencer osserva le sue labbra tendersi nella parodia di un sorriso e tace.

1988

Cambia in fretta la pelle, il serpente.
Se ne libera come un peso inutile, l'abbandona lungo una strada di sabbia e pietre - macerie e lacrime già asciutte.
Annette si gratta una guancia, passa poi ai capelli - sotto le unghie una cute trascurata, irritata.
"Stai uno schifo."
"Grazie tante, Alex."
"Prego."
Annette sospira, umettandosi le labbra.
"E quel rossetto non ti dona proprio per nulla."
"Di' un po', la stronzaggine l'hai presa da Albert per osmosi o cosa?"
Alex allarga leggermente gli occhi, sbatte le palpebre una, due volte - alza un sopracciglio.
"Era solo un suggerimento."
"Dormo male."
"I tranquillanti che prendi devono essere ormai insufficienti."
"Conosco l'assuefazione e i suoi sintomi, Alex."
"Potresti smettere."
Silenzio.
"Sai bene che non posso."
"Non vuoi."
"Non... "
"Non dormi. Per quello che facciamo qua sotto, lo so. Non ci vuole un genio per capirlo."
Annette tace, si affloscia sulla sedia girevole.
"Vorrei poter dire che non lo sapevo, ma sarebbe solo una gigantesca cazzata."
"Allora perché hai accettato?"
Annette schiude le dita davanti a sé in un gesto ovvio, stringendosi nelle spalle.
"Chi direbbe di no a un colosso nazionale come l'Umbrella Corporation?"
È il turno di Alex di tacere, un bicchiere in plastica pieno di caffè che va raffreddandosi in mano, nell'altra l'ultimo rapporto sul trial di William sulle api.
"Non si esce da questa azienda, Alex: c'è una sola porta ed è quella per la tomba."
Silenzio.
"Ti vado a prendere un altro caffè."
Annette annuisce, stanca.
"E mettici anche tre cucchiaini di zucchero, per favore: ne ho proprio bisogno."
Alex scivola con lo sguardo sulla sua figura - il volto scavato (sconfitto), i capelli raccolti in un nodo sporco, senza forma.

Guardala. Guardala, e imprimiti bene nella memoria la sua faccia, perché prima o poi sarà anche la tua.

Il virus le raggiunge gli occhi nella forma di una sola, vuota, lacrima.

1988

A volte le sembra che William possa vederla; lei e il suo virus.

La sua malattia.

A volte le sembra che l'aver passato così tanto tempo con i mostri l'abbia reso più sensibile - attento - a certi particolari.
"Cosa c'è?"
Birkin continua a studiarla in silenzio, sul volto un'espressione ridicolmente adulta - tragicamente seria.
"Ho qualcosa in faccia, Will?"
"No."
"Allora perché mi stai fissando?"
"I tuoi occhi."
"Cosa? Me ne è spuntato un terzo?"
William scuote la testa lentamente, come a voler raccogliere le idee prima di risponderle.
Posa poi lo sguardo sulle luci bianche del laboratorio, e Alex nota quanto sia dimagrito negli ultimi mesi - la pelle delle mani tesa sulle ossa, quasi trasparente.
"Mi erano sembrati rossi."
Silenzio.
"Sarà stata colpa della stanchezza."
Birkin sospira, china il capo.
"Vorrei solo dormire un po', Alex. Solo un po' di più."
Alex gli appoggia una mano sulla spalla e accoglie la sua fragilità di uomo-ragazzino mai cresciuto.

1988

Marcus è morto.

E suo marito ride.

Marcus è stato ucciso.

Da William. E da Albert. Da noi.

"Zio Al!"
Sherry allunga le braccia verso Wesker, sorride.

E lei era d'accordo.

Alex beve un sorso d'acqua, l'affianca - un vestito blu pavone fasciarle i fianchi, la curva piccola del seno, spingerlo verso l'alto come un'offerta a lui.
"Smettila di tormentarti." le dice, facendo tintinnare il ghiaccio dentro il bicchiere.
"James non era certo un santo; meritava la fine che ha fatto."

Neppure noi lo siamo.

Annette cerca a tentoni la boccetta di Valium, viene fermata da Alex - le dita una morsa d'acciaio attorno al polso, sull'orologio dal quadrante rettangolare e il cinturino in pelle chiara.
"Non oggi."
"Non sei mia madre."
"No: ma sono una tua diretta superiore e ti dico non oggi."
Sherry sposta il peso da un piede all'altro, felice - grata di quel pomeriggio improvvisato al parco.
Annette studia il volto di sua figlia accendersi quando Will le porge il vassoio di pasticcini che nascondeva dietro la schiena - i tuoi preferiti, Sherry.

L'omicidio mette di buonumore.

"Non sei una cattiva madre."
"Sono un'assassina."
"Non per lei."

"Non sei contenta che tuo marito sia stato promosso, Annette?"

"Verrò ricordata per questo."
Alex la fissa in tralice, respira l'odore della paura - quello tiepido dei primi giorni di giugno.
"Per aver ucciso uomini, colleghi; per aver strappato feti dal ventre delle loro madri mentre gridavano e strillavano. Averli poi buttati in incubatrici sterili e osservati crescere e deformarsi sotto i miei occhi senza fare nulla."
Alex tace, raddrizza la schiena - su di lei lo sguardo interrogativo di Albert, quello perplesso di William.
"Non lo saprà mai, Annette."
"I segreti non sono eterni, Alex."
"Questi lo saranno."
Annette le rivolge uno sguardo speranzoso - angosciato; il vento attraversa le loro parole rendendole già polvere.


(2011)

I believe in you, I can show you that I can see right through all your empty lies.
I won't last long, in this world so wrong.
Hold on. Hold on.
Goodbye.

Le mani intrecciate dietro la schiena, spalle dritte - lo sguardo rivolto agli elicotteri della milizia che stanno atterrando sull'isola, fendendo l'aria gelida con le loro pale scure e nerastre.
"Sono arrivati, Master Alex."
I prigionieri vengono estratti dalla carlinga e Alex riconosce immediatamente i capelli di Claire Redfield, il viso ancora giovane della figlia di Burton - lei, con il suo stupido orsacchiotto di nome Lottie.
"A breve potremmo iniziare l'ultimo trial."
"Perfetto."
Stuart la osserva ancora qualche istante - i capelli biondi raccolti a lato del viso, la posa rigida, marziale, del corpo.

Così simile a quella di suo fratello.

La malattia crepita sotto la pelle, la divora viva a ogni respiro - vene bluastre che pulsano, trasportano un sangue infetto, marcio.

Te l'avevo promesso, sciocca ragazzina, che sarei venuto per te: che non avrei mancato questo appuntamento.

"Se è tutto, Master Alex..."
Silenzio.
"È stato un onore lavorare con lei."
Alex tace e congeda la propria vita in un lungo, solitario addio.




****


Alexandra,
se stai leggendo questa lettera significa che ho fallito.
Significa che ho perso; che l'Uroboros è stato un insuccesso.
Un terribile sbaglio.
Non ti chiederò scusa, perché ero convinto d'avere successo: di vincere.
Forse è stata colpa di Irving; magari di Excella.
Oppure mia. E mi dispiace.
Mi dispiace di non aver mantenuto la promessa.
Di non aver potuto portare a termine quello che mi ero prefissato.
Di non averti salvato.
Mi dispiace, Alex.
Ma rifarei tutto dall'inizio.
E lo sai.

Alla prossima vita, meine liebe.

A.W.


****

Il volto di Stuart è sereno persino nella morte.
Alex lo fissa con il naso rivolto all'insù, le grida degli infetti che corrono per la Torre lontane, ovattate.
Per un attimo è quasi tentata di salire sulla scrivania e portarlo giù, recidendo la corda con la quale ha deciso di porre fine alla sua vita.
Le telecamere di sorveglianza inquadrano poi Claire, la figlia di Burton - la loro disperata fuga su per le scale del loft.
E china il capo, Alex, sconfitta.
E stringe tra le dita la sua lettera - tutto ciò che resta.

"L'hai comprata."
"Cosa?"
"La panna."
"Così eviti di rompermi le palle alle sei del mattino."

"Overseer." urla Claire, e frantuma l'acquario che nasconde la leva per il laboratorio - rabbiosa, in guerra.
Alex la osserva con uno sguardo disinteressato, vuoto - privo di colore.
Non è il mio nome, vorrebbe risponderle, così è come mi chiamava Spencer, non lui.

"Meine liebe."
Alex apre un occhio, lo fissa - sorride, ancora mezza addormentata.
"È tedesco."
"Lo so."
"Mi piace: ripetilo."

Si umetta le labbra screpolate, scaglie di pelle e rosso che cadono a terra, sul colletto della sua camicia.

"Mi sono... divertita."
"Lo immaginavo."
"Potremmo rifarlo."
Albert la squadra in tralice, affonda il cucchiaino nel gelato e ne sottrae una generosa porzione.
"Non intendevo la cena." (1)

Sfiora con i polpastrelli la punta della scarpa di Stuart, abbozza un sorriso triste - sincero.

"Se vuoi restare, fai pure."
Alex si morde un labbro, china il capo.
"Altrimenti chiudi la porta con entrambe le serrature. Le chiavi sono nello studio."
Le dita affondano nelle braccia, lungo gli zigomi gocce d'acqua che assomigliano a lacrime.
"Alexandra."
Silenzio.
"Alexandra." la richiama, e lei risponde.
"A dopo." (2)

Ripiega la lettera in quattro parti esatte, allinea nuovamente il simbolo del serpente - la testa che si arrotola sulla ceralacca, le fauci spalancate, pronte ad attaccare.
"A dopo, Albert. Aspettami: sto venendo a prenderti."
Sotto il blazer bianco - sul cuore - la confessione di Wesker brucia come la peggiore delle punizioni.




"Deep in earth my love is lying
and I must weep alone."
- Edgar Allan Poe -




Note dell'autrice: (1) The heart is a Devil, (2) Bedroom hymns.


   
 
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