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Autore: BeaterNightFury    19/04/2022    0 recensioni
Non importa il tuo aspetto, non importa da dove vieni, né gli abiti che hai. Se hai un nome, una volontà e una famiglia, sei una persona e questo è il tuo posto.
Seguito di Legacy, Journey e Guardians.
All'indomani della sconfitta di Xehanort, i Guardiani della Luce cercano di riprendere le loro vite dove si erano interrotte, o di cominciare quello che gli era sempre stato negato.
Ma l'equilibrio precario raggiunto con la chiusura di Kingdom Hearts viene compromesso quando una voce di Maestri Perduti inizia a farsi strada tra i mondi, e l'ordine dei Signori del Keyblade, spaccato da una tragedia vecchia di secoli, sembra non bastare più a contenere la vecchia minaccia dell'Oscurità.
Verità e segreti potrebbero fare la differenza - ma quanto può essere difficile riuscire a trovare sé stessi dopo anni di oblio?
Genere: Avventura, Fantasy, Fluff | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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Re:Union – Capitolo 2
Dove Eravamo Rimasti?
 
Il sole era a picco sull’orizzonte polveroso, e solo un uomo in una cappa nera era in piedi in mezzo al deserto.
Una spada nera, che avrebbe rassomigliato a una chiave se non fosse stato per la sua apparenza irta e minacciosa, era conficcata nel suolo davanti a lui, e lui la prese.
«Finalmente di nuovo a casa
Pareva stesse per fare qualcosa con quella sorta di spada – forse quasi formulare una qualche magia – ma qualcosa fu più veloce di lui, e una figura esile e alta gli si avventò contro, brandendo quella che sembrava una falce.
«Dov’è LUI?»
Un giovane uomo con i capelli rosa, una camicia con una veste, e un paio di pantaloni attillati, era l’aggressore dello straniero in nero – che non fece una piega, ma si limitò ad alzare l’arma che aveva ritrovato per parare.
«Non so di chi stai parlando, Merluzzia.» L’uomo in nero schernì il giovane, bloccando la lama della falce in una parata.
Il giovane slegò la falce dalla spada e balzò all’indietro, rimanendo in una posizione di attesa.
Nelle sue mani, la falce emise un lampo di luce e divenne improvvisamente più corta, mutandosi anch’essa in una sorta di chiave, che a differenza di quella dell’uomo in nero sembrava interamente composta di rose e rovi.
«Il mio nome è Lauriam.» Il giovane puntò all’uomo in nero un dito accusatore. «E tu lo hai sempre saputo, non è vero Xigbar?»
Il volto di Lauriam si contorse in una smorfia.
«O forse dovrei dire Maestro Luxu
 
 
Casa.
Non erano passate che poche settimane da quando Luna Fleuret, dottoressa Luna Fleuret, studentessa di medicina, praticante delle Arti Mistiche, e Principessa del Cuore, aveva lasciato New York per cercare la minaccia oscura e aiutare i Custodi del Keyblade ad estinguerla alla fonte.
Non sembrava niente fosse mai successo, a casa.
La gente camminava per le strade ignara, e i rumori familiari della grande città le sembravano quasi estranei.
Bleecker Street, con i suoi night club, risuonava come sempre di musica. Luna si chiese se a quell’ora Ravus stesse portando i cani al parco… un momento, le luci nel Sanctum erano accese…
… Strange doveva sapere del suo ritorno!
Come se fosse soltanto stato un giorno come tanti, aprì il portone e si schiarì la gola, annunciando la sua presenza.
Stephen e Ravus erano lì, in cima alle scale, come lei aveva immaginato, pronti a riaccoglierla a casa.
«Allora?» Suo fratello fu il primo a parlare.
«È fatta.» Luna ammise con un sorriso. «Il Cercatore Oscuro è stato sconfitto. I suoi prigionieri sono stati liberati… i mondi sono salvi.»
Era tutto quello che poteva dire con una frase, ma quello che aveva conosciuto e imparato viaggiando gli altri mondi era troppo da poter riassumere… la presenza sempre più marcata dei Fulcra, la sincera contrizione del vecchio Ardyn per qualcosa che non aveva nemmeno mai realmente fatto, tutte le persone che aveva incontrato che come lei ricordavano una vita che non era la loro… e, come era successo per Noctis e i suoi amici, per Cloud, per G’raha che era poco più che un ragazzino, la loro tenacia nel cercare di aiutare.
«Ma c’è ancora molto che non torna. È come se questa fosse soltanto la fine di film, e qualcuno avesse già girato un sequel.»
Luna non poté evitare di notare che Strange avesse appena abbozzato un sorriso. Ma era qualcosa di strano, come se lo stesse forzando.
«Sapevo che lo avresti detto.» Lo stregone ammise.
Ovviamente poteva saperlo – non era un caso, probabilmente aveva visto il futuro da parecchio. Dopotutto, era stato lui ad avere l’idea di cercare Noctis, e poi di farla partire assieme a lui per trovare Sora.
Evidentemente, portare Shiro, Roxas ed Ephemer al Cimitero era stato quello che aveva fatto la differenza.
«Quindi c’è davvero un sequel.» Ravus incrociò le braccia. «Possiamo avere qualche spoiler?»
Strange alzò un dito e prese a camminare avanti e indietro.
«Xehanort era solo l’inizio. La conseguenza. La causa era quello che lo ha creato – l’uomo che ha fatto in modo che il bambino che era si reincarnasse in un Maestro che portasse la sua spada.»
Stava dicendo quelle cose in maniera quasi impersonale – come se stesse tenendo una lezione.
«L’Ordine dei Custodi del Keyblade adesso ha la Maestra Aqua a comandare… ma non sarà abbastanza. E qui, Luna, entri di nuovo in gioco tu.»
Ma l’ultima frase serbava quasi una nota di tristezza.
«Ti devo chiedere di andartene di nuovo. E stavolta per sempre.»
 
 
«Ciao, Naminé. Benvenuta alla Radiant High.»
Era la prima volta che Sora vedeva G’raha stringere la mano a qualcuno anziché tirare fuori la scusa che la mano destra gli facesse male, o che non chiedesse ad una nuova conoscenza di firmargli il gesso.
Ma nel bene e nel male, il tempo stava passando, le strade di Radiant Garden avevano preso a riempirsi di neve, e il sorvegliante dei corridoi era diventato il capo del servizio d’ordine e aveva finalmente entrambe le braccia che funzionavano.
E Naminé, dopo un paio di settimane, aveva deciso di venire a scuola.
Non era stato facile convincerla. Non era stato neanche facile convincerla che meritava di vivere.
I due cittadini di Radiant Garden che avevano più esperienza con orfani e ragazzi con brutti passati, un pescatore di nome Massimo, e Unei, la madre adottiva di G’raha, si stavano ancora riprendendo dall’essere scomparsi per una decina d’anni, e Ienzo non aveva voluto coinvolgerli, ma inaspettatamente erano stati Otto e Nove a trovare Naminé tramite la rete del castello e a parlare con lei.
Riku aveva menzionato a Sora di aver messo in contatto i due programmi con un’intelligenza artificiale di nome Baymax, anche se sembrava che uno dei due, Nove, avesse già più o meno saputo cosa fare da prima.
In circostanze normali, Sora non avrebbe nemmeno pensato che fosse stata una buona idea lasciar andare Naminé a scuola – soprattutto dopo il primo giorno di Xion, ma con un Miqo’te, una mezza fata, e un Sahagin a pattugliare i corridoi, beh…
… Sora sapeva che c’era un bullo in terza superiore, Kairi glielo aveva menzionato, ma a quanto pareva verso fine Ottobre gli erano caduti i pantaloni in mezzo al giardino affollato, e da allora non aveva combinato quasi più nulla.
Qualche giorno prima persino Noctis e Prompto avevano chiesto di seguire lì le lezioni – evidentemente per via della natura eterogenea della scuola, quei due ragazzi avevano avuto la loro stessa idea.
«… e immagino che con te sia quasi fiato sprecato, ma ricordati di non usare nomignoli con gli altri studenti riguardo al loro aspetto. Insomma, non chiamare mostro marino un Sahagin, per dirne una.» G’raha stava finendo di dire a Naminé sulla soglia della classe. «Ho salvato il mio numero sul tuo telefono, nel caso ci fosse qualcosa di cui tu abbia bisogno, ma qui in classe con te c’è Yuna, puoi anche parlare con lei se c’è qualsiasi cosa che ti turba, qualcuno che ti da fastidio, o anche solo se vuoi andare a prendere un caffè prima che le lezioni comincino.»
La campanella suonò, e G’raha si congedò rapidamente e corse fuori dalla classe.
Naminé si guardò rapidamente attorno, poi attraversò la classe e prese posto nel banco vuoto. Sora si disse che non poteva scegliere un giorno migliore per cominciare – quel giorno avevano arte alla prima ora!
Era incredibile come, in poco tempo, tutto stesse diventando così normale.
Lui, Riku e Kairi si erano momentaneamente trasferiti nella casa d’infanzia di Kairi e Lea, che Merlino aveva allargato per consentire a sei persone di abitare.
Shiro tornava al Castello di Partenza ogni sera, ma loro avevano deciso di provare a fare “i grandi” per un po’, se non altro per non dover viaggiare ogni volta. Le giornate avevano ripreso ad essere prevedibili, tra lezioni, partite a pallacanestro in cortile, e Roxas e Xion che insistevano per andare a mangiare il gelato al tramonto sulle mura del borgo.
Avevano quasi trovato il loro equilibrio, e Sora si rese conto, non senza un certo stupore, che aveva perso il conto dei giorni che non aveva più evocato il Keyblade.
Non che gli dispiacesse, poi. Un po’ gli mancavano Paperino e Pippo, anche loro alle prese con vite e famiglie da rimettere in sesto, ma sfidare i ragazzi dell’ultimo anno per chi fosse più bravo a mandare la palla in canestro era sinceramente molto meglio che rischiare la pelle ogni giorno per salvare i mondi, soprattutto da quando Noctis e Prompto contavano nel numero degli avversari e le partite si erano fatte interessanti.
Era rimasto quindi davvero allibito – per non dire spaventato – quando sia a lui che a Riku e Kairi era arrivato un messaggio di Ventus, di tutte le persone, in cui il giovane chiedeva aiuto per qualcosa di estremamente importante. E di riferirlo anche a Roxas, e Xion – solo a loro.
 
«Allora, prima che voi vi spaventiate, scusate per non essermi spiegato per bene.» Ventus annunciò quando furono tutti seduti a un tavolo del Settimo Cielo. «E scusate, Roxas e Xion, se vi ho fatto informare per passaparola anziché contattarvi direttamente. Non potevo correre rischi.»
«Va bene, vecchio, vieni al sodo.» Roxas si strinse nelle spalle.
Ventus si guardò rapidamente in giro. Sapeva che Shiro era già sulla strada di casa – Terra aveva fatto in modo che lo fosse – ma qualcuno dei suoi amici avrebbe potuto essere lì in giro, come Lann o Reynn. O entrambi.
Non riconobbe nessuno del gruppo della terza media – c’era solo uno studente molto alto dell’ultimo anno, con i capelli chiari raccolti in una coda, che in dispetto al freddo di Dicembre aveva appena chiesto una coppa di gelato.
«Il venticinque è il compleanno di Shiro. Compirà tredici anni.»
Come c’era da aspettarselo, Sora, Riku e Kairi parvero capire immediatamente, ma Roxas e Xion fecero una faccia perplessa.
«Com’è che non lo sapevamo?» Roxas si grattò la testa.
«Non lo sapeva nemmeno lei fino a quando Aqua non è tornata.» Riku si strinse nelle spalle. «Ma non credo sia il punto adesso. Immagino che stai cercando di farle una festa a sorpresa, dico bene, Ven?»
«L’idea sarebbe di Aqua.» Ventus ammise immediatamente. «Ha incaricato me e Terra di organizzare, però. Vuole fare tutto il possibile per recuperare quello che abbiamo perso. Insomma, sapete, come famiglia.»
Si prese un momento prima di finire la frase.
«E anche voi ne siete parte adesso, quindi… perché la festa abbia senso, dovete esserci anche voi.»
Sperava davvero che dicessero di sì. Aqua era più che intenzionata a fare le cose in grande, e Ventus poteva capirla. Si erano persi undici compleanni, undici Natali. Erano stati portati loro via. Il minimo che potevano fare era iniziare a recuperare.
Il Castello era lo stesso di sempre, ma i corridoi sembravano vuoti senza il Maestro. Adesso, in teoria, era Aqua a comandare, ma Ventus aveva come l’impressione che quell’incarico fosse troppo sulle sue spalle.
Lui ancora ricordava quale libro aveva lasciato a metà, e si era buttato sullo studio per non pensare troppo, Chirithy seduto sul tavolo a fissarlo il dettaglio più evidente che tutto era cambiato, ma Aqua e Terra non avevano il privilegio di poter riprendere dove si erano fermati.
Persino riorganizzare l’Ordine sembrava una chimera, con Terra ancora nel limbo di un esame non passato, e tutti gli altri Custodi precettati nei banchi della scuola superiore o in una vita da rifarsi.
«Beh, ha senso. Shiro ci vuole bene.» Roxas fece sì con la testa. «Se è un giorno importante per lei, allora ci vorrà vicini.»
«E il 25 Dicembre è Natale, non c’è scuola.» Sora si strinse nelle spalle.
«Quindi posso contarvi tutti? Oh, e potete dirlo anche a Naminé? Non ho il suo numero…» Se fino a quel momento, Ventus si era sentito lo stomaco pieno di nodi, in quel momento sentiva come se i grovigli si stessero districando, uno dopo l’altro. «Ci sono delle stanze libere, se volete restare a dormire.»
«Sì, ci siamo tutti.» Riku prese la parola.
«Faremo in modo che ci sia anche Axel.» Xion concluse. «Non si vorrà perdere la giornata per tutto il gelato del mondo!»
La ragazza era quasi irriconoscibile, qualche settimana dopo il primo giorno di scuola: Ventus aveva visto alcune foto in cui aveva un vestito nero, ma quel giorno in particolare, Xion aveva una felpa senza maniche sopra la camicia dell’uniforme scolastica, e si era portata un ciuffo di capelli all’indietro, come il capoclasse. Shiro aveva detto più volte che continuava a cambiare stile, cercando a più riprese di imitare i compagni, e stava lentamente prendendo coscienza di sé.
O così Shiro diceva.
Roxas, invece, era lo stesso di sempre, a parte un paio di lividi sulle braccia che potevano essere spiegati da una caduta sul campo di gioco. Ventus aveva iniziato a chiedersi se non era il caso di farsi crescere i capelli per fugare i dubbi tra loro due una volta per tutte, anche se il sopracciglio spaccato era già un altro dettaglio visibile…
Un peso familiare gli calò sulla testa, accompagnato dal pop di una comparsa improvvisa, e Ventus alzò le braccia per raccogliere Chirithy e spostarselo in grembo.
«Lo so che stai comodo lì, ma sei pesante.» Scherzò. «Quattro chili e mezzo li reggo, ma non sulla testa. Quante altre volte te lo devo dire?»
«Sì, ma mi sei mancato.» Chirithy ribatté, afferrando il suo braccio con le zampe anteriori.
E non aveva torto – chissà quante persone, quanti mondi, ora che il pericolo era passato stavano facendo del loro meglio per rimettere assieme i pezzi… per tenere le loro famiglie assieme, recuperare anche solo un briciolo della felicità che avrebbero dovuto vivere.
Rimettere insieme vite.
Stavano tutti facendo del loro meglio per guarire… e pur senza essere un Maestro, Ventus era felice di essere riuscito in quella piccola missione.
 
 
Chiunque non viveva a Crepuscopoli tutto l’anno avrebbe erroneamente asserito che il cielo, congelato in un perenne tramonto, non cambiasse mai realmente, ma i cittadini avrebbero potuto provare che chiunque avesse detto una cosa del genere si sbagliava in un qualsiasi momento di Dicembre, quando il cielo arancione si riempiva di nubi e i tetti e le strade del bianco della neve.
Alla fine, anche in quel mondo prima o poi arrivava il Natale.
«Sul serio Luna ha detto che passerà il Natale con noi?» Prompto fu il primo a scendere dal treno, quasi saltellando sul posto dall’eccitazione.
«Ha anche detto che sta iniziando a cercare una casa a Radiant Garden.» Un sorriso si allargò sul volto di Noctis. «Sta vedendo se può trovare un lavoro alla scuola, dice che hanno bisogno di qualcuno che se ne intenda di bende e cerotti. Insomma, che ti devo dire, non riesce a starmi lontana.»
«Credevo che Strange avesse bisogno di lei, sai, amico?» Prompto inclinò la testa di lato, ancora visibilmente poco convinto.
Normalmente, anche Noctis avrebbe sospettato qualcosa riguardo ad un cambio di comportamento così repentino, ma una cosa del genere gli sembrava quasi credibile, dopo tutte le fila che il bislacco Dottor Strange aveva tirato per farli uscire insieme più volte possibile.
«Beh, gli Heartless sono andati. I mondi non sono più in pericolo. Dobbiamo tutti riprendere dove eravamo rimasti, no?»
Ed era stata una benedizione che Radiant Garden avesse riaperto la loro scuola – per Noctis sarebbe stato troppo l’imbarazzo di frequentare l’ultimo anno delle superiori con quella sottospecie di teppista di Seifer e la sua banda a ricordargli che alla sua età avrebbe già dovuto avere un diploma.
Certo, lui e Prompto avevano dovuto di nuovo prendere un appartamento in affitto in un altro mondo, e stavolta non c’era neanche stato Ignis a coprire loro le spalle, ma la mensa scolastica esisteva, e con soli tre studenti a pattugliare tutta la scuola, era anche facile infilarsi discretamente nello zaino un po’ di pizza o pesce fritto quando nessuno guardava.
«Passi un momento da me prima di andare a casa? Ci facciamo un caffè magari.» Noctis propose. Pur sapendo che la ragione del suo astio per il vecchio Ardyn era completamente infondata – almeno in quella vita – meno tempo avesse passato da solo con lui, meglio sarebbe stato.
«Con questo tempo, forse sarebbe meglio una cioccolata.» Prompto commentò mentre passavano al secondo binario, che portava al quartiere della terrazza, dove la famiglia di Noctis aveva una villa. In quel momento, Noctis avrebbe preferito abitare in centro, dove probabilmente quell’anno l’arena della sabbia sarebbe stata coperta di ghiaccio su cui pattinare, il cinema sarebbe stato coperto da una tettoia e il bistrot avrebbe avuto un menu natalizio e una casetta di pan di zenzero a decorare ogni tavolo.
«Lascio i bagagli e vengo con te dopo. Voglio vedere che succede in città.» Noctis disse a Prompto.
Anche perché probabilmente papà – conoscendolo – sarebbe stato al municipio, e Noctis non era più abituato alla casa vuota…
Il treno si fermò alla piccola stazione, e Noctis e Prompto si affrettarono a scendere. Ricordava ancora quando avevano a stento cambiato voce, e proprio in una giornata di neve come quella avevano provato che la meraviglia degli scalini era una fandonia con la semplice prova delle impronte delle loro scarpe sulla neve fresca.
«Sembra quasi che non sia cambiato niente.» Prompto confessò, mentre Noctis frugava nello zaino per cercare le chiavi di casa. «E invece siamo cambiati noi, e tutto questo sembra diverso.»
«Stai iniziando a fare il filosofo? Parola mia, a volte non riconosco più… noi stessi.» Noctis ritrovò le chiavi e tirò un sospiro.
«Beh, lo hai ammesso almeno.» Prompto lo punzecchiò.
Prese le chiavi, Noctis stava per infilarle nella toppa e girare quando il crepitio di passi affrettati sulla neve fece girare entrambi i ragazzi – e nel giardino della villa si ritrovarono davanti l’ultima persona che Noctis avrebbe sperato di rivedere in quel momento, cappello, cappotto e bastone in resta.
«Ehi, nipote!»
Ma la nota di preoccupazione nella voce del vecchio Ardyn era nuova.
«Noctis… il ragazzino è scappato.» Ardyn li raggiunse, alla massima velocità che la sua età e la neve gli concedevano.
«Ragazzino?» Prompto aggrottò le sopracciglia.
«Quello che avevi trovato nella Città di Mezzo? A cui avevi dato i miei vecchi vestiti?» Noctis ricordò. Gli era anche stato detto, pochi giorni prima, che sembrava stare meglio, e Ardyn voleva portarlo a Crepuscopoli per fargli festeggiare il Natale assieme a loro – nonostante l’adolescente fosse chiuso in sé e alquanto reticente a parlare.
«Ha sfondato una finestra dall’interno. Ho trovato le sue impronte in alcuni vicoli, ma poi… come se fosse sparito nel nulla.» Ardyn abbassò la testa. «Con la forza di stare in piedi… probabilmente deve aver riacquistato un qualche tipo di abilità magica.»
«Allora potrebbe essere dovunque.» Noctis scosse la testa. Non gli andava di affrontare un’altra improbabile missione – Luna sarebbe arrivata il giorno dopo, e ci teneva troppo a passare il Natale con lei.
Aveva già perso un anno della sua vita perché Ardyn aveva avuto un gran brutto presentimento, e se pur non lo rimpiangeva… adesso non voleva rovinarsi il Natale.
Inaspettatamente, Ardyn rispose…
«… va bene,» e si sistemò il cappello per guardare il ragazzo negli occhi, poi diede un colpo con il bastone tra i piedi di Noctis. «Probabilmente lo sgorbietto avrà avuto una buona ragione per andarsene, e ti ho già messo questo bastone in mezzo ai piedi abbastanza. Facciamo passare il Natale, e poi ne riparliamo. Magari anche con l’aiuto della tua ragazza
 
 
La neve fuori dalle finestre aveva imbiancato i prati del castello, ma dopo tutto il lavoro di quel giorno, Ventus si sentiva quasi troppo stanco per pensare a giocarci.
Aqua aveva portato Shiro a Radiant Garden con una scusa, e Ventus e Terra, con lo straordinario aiuto di Sora, che aveva passato un po’ di tempo a dare una mano in un ristorante a Novembre, avevano ripulito il castello, addobbato il salone a festa, e infine Sora si era barricato in cucina con la scusa di dover pensare lui alla torta.
Il sole stava tramontando, Sora era riuscito a cacciarli via, e Ventus invece era riuscito a filarsela con due tazze di tè per lui e Terra, e adesso erano seduti sugli scalini davanti al castello, a guardare lo spiazzo innevato.
«Mi ci gioco i pantaloni che domattina Aqua ghiaccia tutto e insegna a Shiro a pattinare.» Terra commentò, poi rimase in silenzio, fissando il pavimento.
«Forse è il caso che lo facciamo sulla cima quest’anno. C’è più spazio per tutti.» Ventus cambiò rapidamente argomento, memore di cosa fosse successo in quel posto. Ci sarebbe stato del tempo per affrontare quel ricordo, per guarire. Ma non c’era bisogno di farlo subito.
Come suo solito, Chirithy apparve dal nulla, stavolta direttamente sulle sue ginocchia, e rimase in silenzio. Ventus abbassò la tazza e prese a grattarlo dietro un orecchio.
«Ci credi che siamo alla fine di un altro anno?» Terra ammise. «Io non… è tutto così strano.»
«Lo so.» Ventus rimase fermo, guardando il Dream Eater che si godeva il caldo.
«Eppure proprio tu sei quello che è tornato subito al libro che aveva lasciato.» Terra alzò una mano e gli arruffò i capelli. «Niente da dichiarare, Ven? Non è che ti senti messo in ombra da Sora?»
«Ma quando mai?» Ventus usò la mano libera per difendersi. Attese che Terra smettesse di giocare, poi si fece serio. Niente più segreti, Aqua aveva detto, e quello non poteva restare.
«Ho paura, Terra. Ho paura di non essere più la stessa persona. E ho pensato che forse… se avessi ripreso da dove ero rimasto, forse sarei stato meglio. Ma non… non è così.»
Terra gli mise un braccio attorno alle spalle.
«Sh, vieni qua. Lo sai che hai ancora noi, vero?»
«È tutto… confuso, Terra. Sora e gli altri adesso vanno a scuola, Shiro adesso è alle medie… e io ho tante domande, e Aqua dovrebbe rimettere in piedi l’ordine ma è da sola e non ha l’esperienza che dovrebbe avere.» E io e te avremmo già dovuto essere Maestri, avrebbe voluto dire, ma non osò mettere il dito nella ferita. «Non è così che mi aspettavo di essere, a ventisette anni. Non so nemmeno se ho ancora quel sogno… se ne ho ancora uno.»
Sentì che Chirithy gli era sobbalzato in braccio e si raddrizzò, aspettandosi una reazione come era abituato a fare il piccolo Dream Eater.
«Beh, “non un Maestro”, intanto chi ha aiutato Ephemer a intervenire?» Chirithy balzò sullo scalino sotto di loro, indicandolo con una zampetta. «Chi ha affrontato Xehanort tre volte ed è ancora qui a raccontare la storia? Non è un titolo a fare una persona. E lo dico anche per te.» Guardò Terra. «So di che pasta è fatto un Maestro del Keyblade, e voi due corrispondete alla descrizione.»
«Non che per Terra ci fossero dei dubbi.» Ventus alzò le spalle e scosse la testa. «Ormai lo sanno anche i sassi che Xehanort stava tramando nell’ombra da quando abito qui. Mi ci gioco il Keyblade che la prova era truccata… Vanitas sapeva ciò che penso.» Guardò Terra. «Ha messo te nei guai per farmi preoccupare, per mettere me nei guai.»
«Non prenderti colpe che non sono tue, Ven. Avrei dovuto essere meno…»
«Andiamo, vuoi dirmi che non è così? Pensa ai giorni prima della prova. A com’era soddisfatto il maestro. A quanto fossimo entusiasti di quello che poteva accadere. Pensa all’ultima notte. Il maestro magari si sarà sbagliato sull’uso dell’oscurità, se Riku è una prova sufficiente… ma sarebbe stato in grado di individuarla se ci fosse stata prima. Probabilmente ti avrebbe anche ammonito.»
Terra fissò Ventus, e il ragazzo più giovane sostenne il suo sguardo.
«Ma anche se fosse, è anche irrilevante farsi tutte queste domande su qualcosa che è passato.» Chirithy incrociò le zampette e li fissò con aria di rimprovero. «Dovreste guardare a quello che potete fare adesso, e lo avete detto o no, che Aqua ha bisogno di aiuto? Avete la vostra risposta. Voi due siete le persone più importanti nella sua vita… credete davvero che potrebbe rifiutarlo?»
Ventus sorrise e scosse la testa. Chirithy era con loro soltanto da qualche settimana, ma sembrava aver imparato a conoscerli più di loro stessi – e sicuramente era così per lui.
«Beh, non dico che mi hai convinto, palla di pelo, ma terrò conto del tuo ragionamento.» Terra concluse, poi vuotò la sua tazza di tè di un fiato e si rimise in piedi. «Allora, Ven, che ne dici se sfrattiamo Sora dalla cucina e vediamo di farci qualcosa per cena?»
«Maccheroni e formaggio! Per favore, maccheroni e formaggio!» Il musino di Chirithy si illuminò, e prese a saltellare come un bambino piccolo.
«Il formaggio è il tuo chiodo fisso, eh?» Terra non riuscì a trattenere una risata. «Magari vediamo se Sora è d’accordo, che ne dici?»
«Beh, io dico che può ancora aspettare.» Ventus diede un’altra occhiata alla neve che continuava ad accumularsi davanti allo spiazzo del castello. «Sta continuando a nevicare, forse è il caso che liberiamo la piazza davanti alla scalinata e poi… con il mucchio che spazziamo via…»
Forse era vero che non si poteva davvero riprendere da dove si erano fermati. Ma non c’era ragione di lasciare certe cose nel passato.
«Ti va di fare un pupazzo di neve?»
 
 
«Ma Papà e Zio Ventus fhono Maefhtri,» River obiettò tirandosi su a sedere.
Fino a quel momento era sembrato sul punto di (finalmente!) addormentarsi, ma quella discussione sembrava aver risvegliato il suo interesse abbastanza da svegliare anche lui. Shiro si sarebbe presa a calci da sola per essersi fatta scappare quel piccolo dettaglio.
D’altra parte, non avrebbe avuto molto senso raccontare la storia senza menzionarlo, ma River era stato sul punto di crollare, e adesso era difficile stimare quando il ranocchietto si sarebbe addormentato.
«Complimenti per la cura ai dettagli.» Shiro gli passò una mano tra i capelli. «Se il Maestro Sora fosse qui, ti avrebbe già fatto un bel discorsetto su quanto sia fiero di te, lo sai?»
Forse però c’era una maniera di concludere quella parte della storia in modo che River andasse a dormire soddisfatto.
«… e ti racconterei come è successo, ma prima andammo tutti a dormire, e la storia riprese proprio la mattina dopo…»
 
Loro non sapevano niente, ma la festa era anche per loro.
Era solo colpa di Xehanort se non avevano potuto realizzare il loro sogno, ma come aveva detto loro Chirithy, non per questo non meritavano di essere riconosciuti… e Mamma lo sapeva.
Per questo, io, lei e il Maestro Sora avevamo un piano.
 
 
Quando era stata l’ultima volta che il Castello di Partenza era stata così affollato?
Ventus non poteva dire di ricordarlo – men che meno, non ricordava nemmeno un Natale con così tanta gente.
«Non passavamo molto tempo con gli altri nemmeno a Natale.» Chirithy gli aveva ammesso. «Uscivano quasi tutti a sfidarsi a palle di neve. Non ti piaceva, nessuno ti voleva in squadra e finivi sempre bagnato fino al midollo. C’erano due fratellini che restavano sempre davanti al camino a leggere e a parlare tra loro, ma tu avevi paura di dargli fastidio.»
Il piccolo Spirito sembrava entusiasmato da come le cose fossero cambiate: a colazione era sparito e riapparso su e giù per la stanza mentre Ventus parlava con gli altri al suo posto, con Sora di cosa stavano facendo a scuola, con Kairi del libro che aveva finito in biblioteca, con Roxas di come volessero decidere di cambiare pettinature in modo da non risultare confusionari ad occhi distratti, con Xion dei suoi nuovi amici…
«E poi che facciamo?» chiese subito a Ventus quando si furono alzati. Stringeva ancora nelle zampette uno dei biscotti che era riuscito a prendere dalla tavola.
«Non ricordi?» Ventus lo prese in braccio. «Ieri io e Terra abbiamo passato ore a montare l’albero di Natale nel salone. Adesso dobbiamo andare ad accenderlo!»
«Oh, giusto!» Chirithy scosse la testa e ridacchiò. Tutto sembrava nuovo per lui, anche se per Ventus era quasi familiare.
Era sempre stato il Maestro ad accendere l’albero, da quando Ventus era lì. Il giovane si chiese a chi sarebbe toccato quella volta – era pronto a scommettere che sarebbe stata Aqua, e anche Terra il giorno prima era stato dello stesso parere.
D’altra parte, Topolino era rimasto a casa con la sua famiglia – non poteva lasciare il suo regno per un altro Natale, dopo averne già passato uno in viaggio, non con i suoi doveri di monarca. E Yen Sid non avrebbe lasciato la sua torre solitaria, non era da lui.
Forse Aqua avrebbe lasciato che fossero Sora e Riku ad accendere le luci. O forse sarebbe toccato a Shiro, perché era il suo compleanno.
In tutto questo, Ventus non poté evitare di sentire ancora una volta un nodo alla gola.
«Zio Ven?»
Le cinque dita di Shiro si agitarono davanti alla sua faccia.
«Ti sei di nuovo perso nel mondo dei sogni?»
La ragazzina, ancora con un biscotto di pan di zenzero in una mano, gli chiese di nuovo.
«Oh, no, stavo solo pensando all’…» Ventus non poteva dire albero di Natale. No, non le avrebbe rovinato la sorpresa con i suoi grattacapi.
«Bene, perché Mamma ci sta aspettando in salone. Anche Papà è distratto… c’è qualcosa che non va?»
La ragazzina sorrise e corse via. Ventus tirò un sospiro e la guardò correre.
Chirithy gli si sporse sulla spalla.
«Non so perché, ma ha in mente qualcosa.» Mormorò.
Ventus cercò Terra con lo sguardo. Era intento a parlare di qualcosa con Riku, e non sembrava preoccupato o assorto in alcun modo. Camminò verso i due, mentre Lea, Roxas e Xion percorrevano il corridoio per le scale che portavano al salone, e poi Kairi, e Naminé, e Sora che rideva come uno scemo… tutto come da piano, avrebbero sorpreso Shiro là con la torta, e cantato Tanti Auguri…
«Forse faremmo meglio ad andare anche noi.» Riku stava dicendo a Terra, rivolgendo lo sguardo verso le scale.
Sembrava fossero rimasti gli ultimi ad entrare nella stanza – Aqua aveva detto a Ventus e Terra di non affrettarsi dopo la colazione, in modo da non destare sospetti, ma forse erano stati un po’ troppo lenti. Arrivati in cima alle scale, Riku, che aveva subito allungato il passo in modo da stare loro davanti, fece per dare un’occhiata a qualcosa, fece un cenno, e poi corse in avanti nella sala.
Sembrava stesse facendo qualcosa, ma cosa? Il salone era come Ventus e Terra lo avevano lasciato – l’albero di Natale nel cerchio di luce proiettato dal rosone, festoni e ghirlande ai muri, il tavolo per la torta al centro della stanza… e Riku non era stato coinvolto nella sorpresa per Shiro, a meno che Terra non sapesse qualcosa di cui Ventus era all’oscuro…
«Ma avevi detto qualcosa a Riku, tu?» Terra chiese a Ventus.
Oh, no.
Cosa stava succedendo?
Aqua attendeva al posto che il Maestro aveva sempre preso, ad ogni Natale, e quando arrivarono Terra e Ventus si schiarì la gola come per parlare.
«Accendere l’albero è una tradizione che il nostro Maestro ha tenuto viva da quando io e Terra siamo qui – e risale a quanto il suo Maestro faceva a Scala ad Caelum, anni e anni fa.» Aqua iniziò il discorso. «Festeggiamo il Natale quando le giornate sono più brevi, e ogni anno sembra che la luce ceda strada al buio. E quello che facciamo è allora… accendere la luce. Non combattere l’oscurità, non maledirla… ma mantenere la nostra luce accesa, come promessa che le giornate torneranno a farsi lunghe, che per quanto l’oscurità non potrà mai essere eliminata, neanche la luce può realmente essere vinta.»
Non era un discorso che Ventus aveva mai sentito prima – il Maestro non aveva mai detto nulla del genere. Aqua doveva aver scritto quel discorso in seguito alla battaglia nel cimitero, dopo quanto aveva detto loro Ephemer… ma era normale. Anche Ventus aveva ancora vivo nel suo cuore le parole del suo vecchio amico… “possiamo solo proteggere chi ci sta a cuore, e io credo di averlo fatto”.
Era quel che voleva dire accendere la luce.
«Questo è il nostro primo Natale dopo undici anni di esilio.» Aqua continuò. «Mai avrei creduto che la mia prima volta di questo discorso sarebbe avvenuta quando Shiro avesse compito solo tredici anni, o che sarebbe stata dopo una battaglia come quella del mese scorso.»
O che avresti acceso l’albero di Natale mentre io e Terra non siamo ancora Maestri, Ventus si trovò a pensare, ma probabilmente Aqua era persino troppo afflitta per ammetterlo.
«Ma così come non mi sarei aspettata il dolore che ho passato… non mi sarei neanche aspettata le gioie. I miei amici di una vita, la famiglia che mi sono creata, sono ancora qui; e con loro Sora, Riku e Kairi, Lea, Roxas e Xion, Naminé, Chirithy…»
Guardava tutti mentre ne pronunciava i nomi. Ventus riusciva a vedere che i suoi occhi si facevano lucidi.
«Non siamo riusciti a impedire che il buio calasse. Eppure vedo questa stanza adesso – vedo noi, la nuova famiglia che ci siamo creati, e mi rendo conto che il sole è tornato a splendere, ancora più luminoso.»
La voce aveva iniziato a tremarle, e si fermò un momento, poi guardò Terra e Ventus.
«Senza gli sforzi di ogni persona presente in questa sala, probabilmente non avremmo una ragione per essere qua a festeggiare. Tutti noi siamo la prova di quanto i legami tra le persone a noi care possono diventare un’ancora di salvezza. Ma… alcuni in particolare hanno sostenuto delle prove, negli ultimi mesi. Hanno visto i loro errori ripetuti da altre persone, e imparato che la fiducia negli altri può cambiare il finale di una storia. Hanno affrontato le loro peggiori paure, e sono rimasti a viso aperto contro i loro stessi mostri.»
«Eh?» Terra era il primo che sembrava non capire, e anche Ventus aggrottò le sopracciglia.
Di chi stava parlando? Sora e Riku erano già Maestri dopo che Yen Sid li aveva testati, e praticamente chiunque avesse impugnato le armi nel cimitero aveva avuto a che fare con dei mostri, sia metaforici che reali…
Ma, errori? Chi aveva sbagliato…?
Aspetta un momento.
Stava parlando di Will e delle cause perse? Di Vanitas? Di come Terra aveva rotto il controllo di Xehanort?
Aqua si schiarì di nuovo la gola.
«Ho pensato più volte in queste settimane a come ripartire.» Continuò il discorso. «E tutte le volte che avevo immaginato questo momento, lo avevo fatto con le persone più importanti della mia vita qui, al mio fianco, come miei pari. Un fato ingiusto ci ha privato di questa gioia undici anni fa… ma se siamo riusciti a resistere alla tempesta, è perché due di noi hanno provato che erano forti abbastanza, coraggiosi abbastanza, che il loro cuore era nel posto giusto per guidarci.»
Nella sala calò il silenzio, mentre Ventus cercava di capire cosa volessero dire quelle parole. Si sentiva il sangue allontanarsi da tutte le estremità, mentre mani e piedi iniziavano a formicolare.
Non voleva mica davvero dire…?
«Terra, Ventus. Abbiamo visto la vostra luce. Abbiamo visto il vostro coraggio.» Aqua sorrise e li guardò. «A nome mio, del Maestro Yen Sid, e del Maestro Topolino… oggi sarete voi ad accendere la luce, come nostri nuovi Maestri del Keyblade.»
   
 
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