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Autore: giugiu9605    10/05/2022    0 recensioni
Inuko Higurashi è la figlia di Inuyasha e Kagome
Immagine di copertina creato da me, potete trovarla anche su Instagram: julyall_fanart
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Inuyasha, Kagome, Nuovo personaggio | Coppie: Inuyasha/Kagome
Note: AU | Avvertimenti: Incompiuta, Triangolo
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_Episodio 54_“La terra sacra verde” Inuyasha_
 
Era pomeriggio. Il gruppo aveva appena lasciato il castello di Kuranosuke. Arya pensò fra sé mettendo una mano sotto al mento: “Se dista venti minuti dal covo e siamo già in viaggio, arriveremo molto presto.” La ragazza stava camminando verso il Kokedera con i suoi amici ed erano sopra un viottolo fatto di pietre rotonde, l’apprendista maga era alla sinistra di Inuko, quest’ultima aveva in collo la piccola Nao solo perché le facevano male i piedi, non si era ancora abituata ai geta (sandali). Dietro c’era Roan che camminava a destra di Shame, quest’ultima guardava le svariate piante sulla sinistra man mano che camminava, invece il ragazzo osservava il viso della mezzo demone e sorrideva. E poi c’erano le gemelle Misa e Kugo le quali stavano chiacchierando e parlavano precisamente del principe Kenta per come si era comportato con loro. Infine, Hariko e Nozomi, gli ultimi della fila, non stavano conversando, il ragazzo provò a dirle qualcosa ma quest’ultima non proferì parola. Calò subito un silenzio che era cupo e denso. Hariko osservò il viso della sorella e non capiva perché avesse quel comportamento così freddo. 
“È ancora arrabbiata con me? Ma solo perché parlo sia con Inuko e sia con gli altri invece di farle compagnia?” pensò mentre continuava a camminare insieme ai suoi compagni.
 
A un certo punto i nove svoltarono a sinistra e trovarono un grande sōmon (cancello d’ingresso) di legno chiaro. Dietro alla sua sinistra, videro un’antica struttura, era la Sala Sairai-do del tempio Saiho-ji che era stato costruito in legno marrone scuro col tetto ampio di color verde chiaro. Inuko aprì il cancello, entrò con gli altri e vide dei gradini di legno scuro a sinistra del tempio. Di fronte c’erano due monaci pelati che indossavano delle vesti verdi e dei waraji (sandali di paglia) con delle tabi colore bianche (calze divise in due), i due salutarono i nuovi arrivati e si presentarono, quello a sinistra si chiamava Raito e invece quello a destra si chiamava Akihiro ed era un po’ più basso rispetto al suo compagno.
— Benvenuti, qual è il motivo della vostra visita? — chiese Raito sorridendo.
— Dobbiamo parlare con quello che possiede l’ultimo braccialetto di protezione dell’elemento terra. Per favore, è urgente, — rispose Arya in modo educato inchinandosi.
— Chi, tra di voi, si definisce il guardiano della terra? — domandò Akihiro guardando tutti.
— Eccomi, sono io. Il mio nome è Roan,— rispose in modo deciso avvicinandosi e inchinandosi.
— Ben arrivato nel Tempio Saiho-ji, ti sta aspettando qui dentro, — disse Raito guardandolo.
Il monaco aprì la porta in legno e condusse Roan all’interno.
— Voialtri non potete entrare, potete aspettarlo fuori nel giardino e se volete vi posso fare da guida e inoltre offrirvi una buona tazza di tè Matcha all’interno di una delle tre sale, — affermò Akihiro guardando le due gemelle e Arya che erano davanti rispetto agli altri.
— Va bene signor Akihiro, ci piacerebbe molto conoscere il celebre giardino e sorseggiare quell’ottimo tè, — disse Inuko sorridendo.
 
Quando Roan entrò nel tempio con Raito, vide la schiena di una ragazza che era seduta nella sala principale del tempio e stava pregando davanti alla statua “Amida Buddha” insieme ad altri sei monaci, questi ultimi si trovavano a destra e a sinistra della fanciulla.
A destra e a sinistra del monumento c’erano dei senkoh alla vaniglia e all’arancia (bastoncini di incenso) piantati sopra due lunghi piatti porta incenso in porcellana blu e grigia a forma rettangolare, questi ultimi erano sopra a due tavolini bassi in legno colorato in rosso scuro.
Raito sussurrò all’orecchio del ragazzo dicendogli che doveva rimanere in piedi davanti alla porta, invece lui andò davanti ad avvisare della sua venuta a colui che aveva il braccialetto della terra. La ragazza annuì, fece un inchino da seduta all’altare dove c’era la scultura dorata, si alzò lentamente e andò davanti a Roan.
— Benvenuto, sei arrivato giusto in tempo perché abbiamo appena finito la preghiera in onore del nostro “Amida Buddha” chiamato anche “Luce Infinita”, — disse la ragazza sorridendo.
— Grazie mille, sono venuto da lei con i miei amici e le mie sorelle per diventare il nuovo proprietario del braccialetto di protezione dell’elemento terra, — spiegò il ragazzo.
— Ho appreso tutto da Raito. Però ancora non mi sono presentata! Scusami per la mia sbadataggine, sarebbe la prima cosa che dovrei fare, — affermò mentre si stava toccando la testa pelata e sorrideva per l’imbarazzo.
Il suo nome era Verth, una ragazza sui vent’anni e prossima capa del gruppo di monaci sterminatori di demoni, risiedeva nel “Tempio dei Muschi” sin dalla tenera età per seguire le orme di suo padre Ungai, l’attuale capo. Portava al polso sinistro l’ultimo braccialetto di protezione dell’elemento terra che glielo aveva dato suo nonno paterno prima di morire e la fanciulla stava aspettando il nuovo guardiano. I suoi occhi erano marroni chiari, indossava un abito composto da tre strati: il primo era un juban bianco (sottoveste), sopra aveva un kimono verde che erano legati da un obi nero (cintura), sopra ancora indossava un koromo (veste) fatto di denim verde scuro (tessuto di cotone ritorto) che le arrivava a metà polpaccio, infine portava un shukin (cordone) avvolto intorno alla vita e non aveva i geta (sandali) ai piedi.
— So che mio padre Miroku conosce molto bene tuo padre Ungai, si videro in due occasioni diverse, — informò Roan sorridendo.
— Davvero? Sei davvero il figlio di quel famoso bonzo! — esclamò innalzando le sopracciglia e mettendo le mani davanti alla bocca.
— Sì sono io, — affermò scuotendo la testa in su e in giù, — ho pure due sorelle gemelle più grandi di me che mi stanno aspettando fuori, — concluse il ragazzo.
— Stai tranquillo Roan che li vedrai dopo. Ma prima, devi fare una cosa per me, — enunciò mentre sorrideva, — Dovrai affrontare una tigre azzurra di nome Pibageika, si trova all’interno del “Kokedera”. Quando avrai finito di combatterla, deciderò se sarai degno di diventare il nuovo proprietario del braccialetto, — spiegò in modo lento mentre gesticolava.
— Va bene venerabile monaca Verth, — disse il ragazzo chinandosi un po’ il capo.
— Per favore, non chiamarmi “venerabile”, è una parola passata di moda e suppongo chi te l’ha insegnata, — precisò la ragazza ammiccando.
— Scusami tanto, non volevo offenderti. Comunque, prima che affronto questo animale, volevo sapere una cosa: a cosa servono quei bastoncini di incenso che sono davanti alla statua? — domandò Roan indicandoli, — Mia madre Sango li mette sopra le tombe dei suoi parenti nel suo villaggio natale e prega, — spiegò.
— Questi senkoh (bastoncini di incenso) facilitano la meditazione e le preghiere e si possono usare sia all’esterno che all’interno dei templi, — informò Verth sorridendo.
— Capisco, grazie della spiegazione. E ora, sono pronto per lo scontro! — disse deciso.
— Mi fa molto piacere sentirtelo dire, mi si riempie il cuore di gioia! — affermò sorridendo.
Raito e gli altri sei monaci rimasero dentro il tempio perché dovevano sistemare la stanza per le prossime meditazioni o preghiere, invece Verth e Roan uscirono. I due stavano andando al Kokedera e iniziarono a camminare percorrendo un vialetto fatto di pietre ovali di piccole e di grandi dimensioni. Dopo alcuni minuti, svoltarono a destra e si introdussero in una foresta piena di diversi tipi di alberi tra cui aceri, bambù e piante millenarie e il terreno era interamente ricoperto di muschio di color verde intenso. A sinistra c’era una piccola struttura fatta di legno chiaro dove potevano sentire del profumo e vedere un leggero vapore uscire da esso.
— Scusami ma che cos’è questa? — chiese Roan indicandola.
— È una delle tre sale da tè del tempio, si chiama Shōnantei, — rispose Verth sorridendo.
— Può darsi che sono lì i miei amici dove mi staranno aspettando. Quando avrò finito di scontrarmi con quel bestione, anch’io vorrei sentire il vostro tè, — disse con occhi sognanti.
— Certamente che lo berrai dopo! — esclamò la monaca sorridendo.
 
Fecero altri cinque passi e videro un laghetto, la sua forma ricordava il carattere cinese “shin” che significa “cuore”, all’interno c’erano molti grandi sassi allineati vicini ai bordi.
Mentre Roan guardava in modo sbalordito tutta la vegetazione, sentiva il gradevole rumore dell’acqua limpida che zampillava e scorreva rapidamente nello stagno e le cicale che cantavano allegramente insieme agli uccellini tra i rami degli alberi.
— Eccoci, siamo arrivati. Questo è il centro del Kokedera e lo stagno si chiama “Ougonchi”, — spiegò Verth indicando l’isolotto senza alberi che era in mezzo al laghetto, — tra non molto apparirà quella tigre e devi essere pronto. Resterò nei paraggi e ti osserverò da lontano, fa’ del tuo meglio, Roan! — concluse sorridendo mentre si inchinava e subito dopo si allontanò.
Il ragazzo non ebbe il tempo di replicare in alcun modo e, senza la presenza di un amico in quel posto appena visitato, aspettò che comparisse l’essere da lui tanto atteso. Purtroppo potette respirare per una manciata di minuti perché ad un tratto sbucò dall’altra sponda dello stagno un’enorme tigre turchina con degli enormi occhi dorati, quattro lunghe zanne d’ambra e delle massicce zampe con tutti gli artigli fuori. Osservò attentamente il muso della belva e notò che stava fremendo di rabbia.
— Finalmente sei arrivata! — esclamò Roan guardandola mentre si stava spostando verso di lui.
 
L’animale ruggì ferocemente, fece un balzo e iniziò a correre. Roan chiuse gli occhi e, attraverso la connessione mentale con la terra, che si originava dai piedi e arrivava al cuore e al cervello, localizzava mentalmente i movimenti dell’animale e percepiva ogni tipo di vibrazioni del terreno, dunque fece cascare alcuni alberi secolari prima a sinistra e poi a destra però la tigre li evitò uno alla volta. Tenendo sempre gli occhi chiusi, creò delle piante rampicanti velenose che li scaraventò contro la bestia e la imprigionò, quest’ultima ruggiva dimenandosi nel tentativo di liberarsi da quegli arbusti e poco dopo lo fece. Roan non si perse d’animo, fece un respiro lungo e profondo facendo uscire dalle mani dei semi gettandoli in terra vicino alla bestia. Grazie ai suoi poteri, nacquero all’istante dei fiori arancioni “Giglio Tigrato” (Lilium lancifolium), la tigre li vide e dato che era incuriosita, si avvicinò a loro annusando solo una dove, un secondo dopo, uscì un vapore viola chiaro trasparente e l’animale si accasciò a terra addormentandosi in un batter d’occhio. Infine, senza indugio, il ragazzo scagliò alcuni spini urticanti uccidendo in un attimo la tigre e dopo aver fatto ciò, aprì gli occhi e iniziò ad ansimare perché ancora non si rendeva conto di quello che aveva appena fatto. Era abbastanza scioccato, i suoi occhi si sgranarono, le sopracciglia si sollevarono, la bocca si aprì e il viso divenne sudato.
“Ce l’ho fatta?” pensò fra sé guardando le mani sporche sia di fango e sia di sangue.
Volse lo sguardo intorno a sé e vide che l’ambiente non era cambiato, durante il combattimento aveva smesso di sentire il canto degli uccellini o quello dell’acqua limpida del laghetto perché aveva concentrato tutto il suo potere verso quell’essere che ora giaceva inerme nel terreno.
A un certo punto sbucò dal sotto del suo kimono la folletta della terra Chi.
— Sono felice per te! Dobbiamo aspettare quella monaca, — spiegò mentre stava svolazzando.
— Ma da dove salti fuori? Non ti ho visto in tutto questo tempo e poi, insieme alle altre, non hai aiutato né me e né i miei amici a superare le prove! — esclamò stupito Roan.
— Sono sempre con te anche se non mi faccio vedere. E poi perché ti dovevo aiutare? Senza di me, sei forte lo stesso, — replicò la folletta mettendo le braccia incrociate.
Roan sospirò scuotendo la testa mentre aspettava Verth, invece Chi era andata ad annusare del muschio e, a sinistra del laghetto, trovò molte larghe foglie e un piccolo fiore di loto color rosa chiaro che stava per sbocciare.
— Quanto tempo che non lo vedevo uno così! — esclamò stupita mentre lo guardava.
— Mi fa piacere che ti piacciono! — affermò una voce che stava venendo nella loro direzione.
Roan si girò, vide una figura e riconobbe immediatamente il volto. Era quello di Verth.
Il ragazzo, nel vederlo, iniziò pian piano a calmarsi e a respirare normale.
La monaca sorrise e applaudì per come si era comportato, poi sfilò dal suo polso il braccialetto di protezione della terra e glielo porse e divenne in modo ufficiale il nuovo guardiano della terra.
Infine i due, insieme alla folletta Chi, si incamminarono verso la sala da tè del tempio Shōnantei perché per prima cosa volevano mangiare i Hanami dango, gnocco giapponese composto da tre palline di colore diversi, il primo è colorato dai fagioli azuki rossi, il secondo da uova e l’ultimo dal tè verde e infine bere il tè matcha insieme agli altri e alle altre quattro fate.
Quando entrarono, videro tutti seduti sopra a degli zabuton (cuscini colorati) e in mezzo c’era un furo (braciere) con sopra il kama (bollitore). Inuko e Shame salutarono Roan, invece le due gemelle salutarono la monaca e li invitarono a sedersi, Hariko prima dette un piattino a Roan e poi a Verth dove all’interno c’erano due diversi wagashi (dolci), nel piccolo vassoio del ragazzo c’era un Dango colorato come voleva lui mentre in quello della monaca c’erano due Daifuku mochi, dolci di riso glutinoso farciti di pasta di fagioli azuki rossi (marmellata anko), che uno era di color verde e l’altro rosa pallido. I due dettero i primi morsi ed entrambi sospiravano per quanto erano buoni quei dolcetti adatti al tè matcha e quando li finirono videro Misa che stava prendendo il chaki natsume (recipiente chiamato così per la sua forma che ricorda il giuggiolo) fatto in legno laccato di colore amaranto dove all’interno c’era il tè matcha e lo dette a Arya la quale lo aprì. Quest’ultima prese il chashaku in bambù (cucchiaio) e versò due cucchiaini di matcha in polvere nelle chawan nere (ciotole) con dei fiori di ciliegio disegnati, appoggiate sopra il tatami (stuoia di paglia di riso per coprire il pavimento). Kugo afferrò l’hishaku di bambù (mestolo) e versò un po’ d’acqua calda dentro le chawan (ciotole). Hariko pigliò il chasen di bambù (frullino) e lo dette ad Arya la quale lo lavò delicatamente con l’acqua fredda prima di mescolare la polvere di tè con quella calda, infine la ragazza sbatté vigorosamente ed energicamente disegnando la lettera “M” in mezzo per quindici secondi il liquido e il matcha fino a formare una leggera schiuma verde chiara nella superficie.
— Che bella preparazione! Che tè è questo? — chiese Nao curiosa.
— Si chiama matcha usucha (tè leggero) e per prepararlo si usano solo le foglie più vecchie delle piante più giovani, — spiegò Arya alla piccola e poi sorrise.
— Non l’ho mai bevuto finora però prima che arrivassero gli altri due, ho solo mangiato uno di quei dolcetti buonissimi che non so come si chiamano, — disse Nao.
— Sono i wagashi e quelli che ci ho offerto prima il signore Akihiro erano gli Yōkan, gelatine dense fatte da pasta da acqua, zucchero, agar agar (gelificante vegetale) e fagioli azuki rossi e poi ci ha dato gli Manju, dolci fatti all’esterno di farina di riso con un ripieno di fagioli azuki rossi (marmellata anko) e zucchero, — chiarì Arya mentre passava una chawan (ciotola) ad Nozomi la quale lo passò a suo fratello e infine questa chawan (ciotola) arrivò nelle mani di Verth.
 
Erano passati alcuni minuti e ognuno aveva nelle mani la ciotola, bevvero a piccoli sorsi, chinarono il capo e dissero: “Otemae chodai itashimasu (Grazie per avermi preparato il tè)”.
Verth chiamo l’attenzione di Akihiro la quale disse, in modo pacato, che rimaneva lì e che lui poteva tornare con calma al tempio. Inoltre, aggiunse che doveva avvisare gli altri perché le preghiere potevano cominciare fra un’ora e mezzo e non prima.
— Va bene maestra! Farò quello che mi ha detto, — rispose alzandosi, fece un inchino e uscì.
Roan prese di nuovo in mano la ciotola, sorseggiò un po’ e poi disse:
— Tornerò un giorno qui perché vorrei diventare come mio padre ma quando sarò più grande.
 
Prossimo episodio:_Episodio 55_“Uno scontro inaspettato” Inuyasha_
   
 
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