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Autore: storiedellasera    18/05/2022    1 recensioni
Estate del 1968.
Tom, Wyatt e Evelyn sono dei ragazzi di Louistown, una piccola e remota cittadina dell'Arkansas.
Le loro vite stanno per essere sconvolte da un mostro crudele... un mostro che adora uccidere le persone e che predilige i giovani.
Genere: Horror, Mistero, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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♦ Ascensori Otis, i migliori del mondo ♦





Evelyn era terrorizzata.
Non sentiva più le gambe, tremava intensamente e serrava così forte i denti da avvertire un intenso dolore in bocca. Stringeva con entrambe le mani il bastone che aveva raccolto da terra. Le sue nocche erano diventate bianche per via della pressione esercitata sul legno.
Lo spaventapasseri le dava le spalle, la sua attenzione era completamente rivolta verso un attonito Tom… un attonito Tom paralizzato dalla paura, sdraiato a terra e incapace persino di urlare.
Eve doveva intervenire. Sentiva dentro di sé l’impulso di difendere il suo amico.
In uno slancio di ardore, la ragazzina scattò contro lo spaventapasseri, agitò in aria il bastone e lo colpì sul capo.
Si udì chiaramente la paglia agitarsi nella testa di iuta del fantoccio. Questi iniziò a barcollare. Il suo volto, se così vogliamo definirlo, si era deformato per via del colpo subito e questo gli donava un aspetto ancora più inquietante.
< Non fermarti > urlò la coscienza di Evelyn nella sua mente.
< Non fermarti o non sarai più in grado di muoverti. >
Eve colpì di nuovo lo spaventapasseri, questa volta su una spalla.
Lui indietreggiò, sembrava aver perso parte delle sue capacità motorie.
Evelyn, nel vedere i suoi goffi movimenti, gli venne in mente una scena tratta da un film muto, dove un uomo con un cappello tirato fino a metà volto non era più in grado di orientarsi e di camminare in maniera composta.
Sembrava di vedere un ubriaco o una persona affetta da una specie di spasmo muscolare.
Fu per puro caso che Evelyn abbassò lo sguardo verso le gambe dello spaventapasseri. Allora i suoi arti inferiori le sembravano incredibilmente sottili e fragili, due esili ramoscelli secchi tenuti in piedi da chissà quale osceno miracolo.
Eve alzò il bastone e colpì quelle gambette. Si udì lo schiocco del legno frantumato riecheggiare per tutta la collina.
Lo spaventapasseri cadde immediatamente al suolo. Spighe di paglia schizzarono fuori dai suoi vestiti logori.

Tom non poteva far altro che ammirare inorridito la scena.
Lo spaventapasseri era a un passo da lui. Le sue movenze gli suggerivano in qualche modo che non provava alcun dolore ma aveva ormai perso gran parte del controllo del proprio corpo. Con incredibile violenza, Evelyn infierì di nuovo con il bastone. Ancora una volta la ragazzina colpì la testa del fantoccio.
Questa volta, le cuciture della iuta saltarono e l’imbottitura, un misto di paglia, foglie ed erba secca, si librò in aria.
Ma qualcos’altro uscì fuori dalla testa dello spaventapasseri. Qualcosa che iniziò a volare attorno Evelyn.
Erano cicale. Tom le fissò con rinnovato terrore.
Grosse cicale ronzanti e raccapriccianti. Una sorta di sciame nero e agguerrito.
Eve iniziò a urlare, lasciò cadere a terra il bastone e prese ad agitare le mani tra i suoi capelli. Le cicale continuavano a orbitarle attorno, impazzite, euforiche.
Tom non aveva mai visto degli insetti comportarsi in quel modo.
Le urla della ragazzina si facevano sempre più acute e isteriche.

Solo in quel momento, Tom Williams sentì uno strano formicolio su una mano.
Qualcosa che inizialmente pensava fosse solo un intorpidimento dell’arto, forse dovuto alla sua caduta al suolo. Ma quando abbassò lo sguardo, notò due di quelle cicale infernali appoggiate sulla sua mano.
Erano enormi, dal ventre grasso e rigonfio. Il loro carapace era nero e non rifletteva la luce del sole… sole che stava iniziando a scomparire all’orizzonte, donando al cielo delle sfumature ramate e brillanti.
E gli occhi, gli occhi delle cicale erano rossi come tizzoni. Sporgevano dalla testa e questo donava a quelle creature un nonsoché di paonazzo.
Ma c’era qualcos’altro in quelle cicale… qualcosa che traumatizzò Tom nel profondo non appena capì cos’era. Allora la sua mente rimosse immediatamente quell’immagine della sua memoria.
Lo shock fu così assurdo e atroce che Tom non rammentò neanche i momenti che seguirono subito dopo… i momenti in cui si alzò in piedi e scacciò via dalla sua mano quelle due cicale.
Non ricordò neanche di essersi avvicinato allo sciame e di aver agguantato Evelyn per un polso. Ebbe soltanto qualche sprazzo di memoria di lui che correva via dalla collina, trascinando Eve con sé.
Ma ricordò benissimo come, una volta fuggiti da quel delirio, lui e Evelyn caddero a terra, senza più fiato. Solo allora poterono abbandonarsi in un abbraccio e in un pianto liberatorio.


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Quanti giorni erano passati da quando aveva perso il suo coltello? Curt Limpshire non riusciva a rammentarlo. Sapeva solo che non avere più tra le mani il suo amichetto lo metteva di pessimo umore. Inoltre, quella femminuccia di Tom Williams gli era sfuggito per un soffio.
Bisognava dargli una lezione… oh, se c’era bisogno di dargliela!
Suo padre gli aveva insegnato che la migliore educazione passa per la cinta o qualunque altra cosa potesse essere brandita o scagliata contro qualcuno.
Tom Williams aveva ferito suo fratello con una pietra.
Una simile azione non meritava una giusta e adeguata educazione?

Curt aveva sviluppato una certa e febbricitante ossessione per quella vicenda.
Per lui era una vera e propria faccenda personale.
In cuor suo detestava il fatto che Tom la passasse liscia.
Così si era messo a cercarlo per tutta la città… e aveva portato con sé il suo cane, Buckley.
Quell’enorme mastino non faceva altro che suscitare paura e apprensione nei passanti. Non un singolo uomo osava avvicinarsi a quell’animale e questo infondeva in Curt un certo orgoglio.

Si diresse poi verso il campo da baseball vicino la vecchia fattoria di Price, convinto di trovare lì Tom Williams.
Ma quel giorno il campo era deserto.
C’era uno strano vento ad agitare la polvere e fili d’erba che rivestivano sulle colline.
Curt si aspettava quasi di vedere un rotolacampo passargli di fronte, tale era la desolazione che provava in quel momento.
Non riuscì a spiegarlo, ma gli venne in mente una favola che sua madre gli leggeva da bambino. Una favola in cui un uomo incantava tutti i bambini di un villaggio con il suo flauto magico, per poi portarli via, per sempre… chissà dove.
Alzò gli occhi verso il mare d’erba attorno la casa di Price: < se fossi un pifferaio magico, nasconderei lì i bambini. >
Curt si sorprese di quel pensiero.
< È questo posto. È questo posto che mi fa fare strane idee. >
C’era qualcosa di insolito vicino a lui, Curt ne era certo… così come era certo che, se avesse osservato con più attenzione gli elementi di fronte a lui, forse avrebbe notato cosa lo aveva messo in agitazione. Ma il suo cervello si rifiutava di indagare.
Il suo cervello aveva notato qualcosa e in qualche modo cercava di nasconderlo ai suoi sensi, per proteggere Curt e la sua ragione.
Eppure, Curt aveva compreso che c’era qualcosa di marcio vicino a lui… vicino a quel campetto deserto, quel mare erboro e quella vecchia casa di Price stagliata contro il cielo che, in quel momento, sembrava aver assunto delle tinte malate.
Curt si ritrovò a sperimentare una certa ansia.
< Ma è ridicolo… > pensò < …perché mi sento così? >
Il ringhio di Buckley lo fece sussultare. Il suo cane raramente emetteva qualche verso. Fu così improvviso che Curt lasciò la presa dal suo collare e il mastino iniziò a correre verso la casa di Price.

Curt lo inseguì per un po', fino a quando Buckley non svoltò per un vecchio sentiero. Aveva trovato qualcosa che stuzzicava la sua curiosità.
Sembrava un cadavere riverso a terra. Il mastino aveva iniziato ad annusarlo.
Curt si avvicinò mentre riprendeva fiato.
Non era un corpo, anche se i vestiti potevano trarre in inganno.
Si trattava di un vecchio spaventapasseri.
“Idiota di un cane” sussurrò Curt a denti stretti. Riagguantò il collare del mastino e gli diede un piccolo strattone, segno per dirgli che era ora di muoversi.
Ma il mastino, come risposta, inarcò le zampe e annusò con più foga quel cumulo di stracci.
Curt notò alcuni vermetti contorcersi tra quei vestiti.
Tirò di nuovo il collare: “avanti, si torna a casa.”
Buckley addentò qualcosa tra quei vestiti e, dopo due masticate, deglutì.
“Bleah!” Commentò Curt.
Il cane iniziò a tossire, come se qualcosa gli si fosse incastrato in gola.
Il suo padrone iniziò a preoccuparsi ma, prima che potesse sperimentare del verso panico, Buckley mandò giù ciò che lo stava soffocando e smise di tossire.
“Bastardo, sacco di pulci” disse Curt mentre tirava un respiro di sollievo.
Buckley si volse verso di lui. I loro sguardi si incrociarono e Curt, per un istante, ebbe l’impressione di contemplare degli occhi che non aveva mai visto. Occhi di uno sconosciuto. “A-avanti, si torna a casa, bello. Cercheremo Tom Williams un altro giorno.”


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Sua madre non le aveva lasciato alcun biglietto, eppure Evelyn sapeva che si era dovuta trattenere al lavoro. Ogni volta che mamma non rincasava prima delle sei del pomeriggio, era perché c’era qualche problema nell’albergo in cui lavorava come cameriera.
Non che l’unico hotel di Louistown, il Bernic, ospitasse chissà quanti turisti… ma c’era sempre quel cliente che, per usare un termine gentile, poteva essere definito particolarmente esigente… o magari c’erano altri problemi legati alla manutenzione, come le tubature che facevano sempre i capricci. Del resto erano pezzi di ferraglia risalenti ai tempi in cui il presidente Roosevelt era ancora vivo... non Frank Delano, ma Theodore Roosevelt.
Morale della storia, Eve avrebbe passato un’altra nottata da sola.
Ma c’erano dei lati positivi in quella vicenda: ad esempio, poteva scegliere i canali da vedere in televisione e mangiare di tutto… anche se l’interno del frigorifero assomigliava a una sorta di landa spoglia e ghiacciata.

La ragazzina si ritrovò a passeggiare per il corridoio.
Buffo come anche un misero appartamento di periferia poteva sembrare enorme quando ci si trovava da soli. Eve passò vicino al telefono.
Spesso si era ritrovata a fantasticare di chiamare Wyatt Sinclair e di chiacchierare con lui per ore intere. Non gli interessava l’argomento della conversazione. Ma la semplice immagine mentale di lei che parlava con quel ragazzo dai capelli corvini, magari mentre arricciava il filo della cornetta del telefono tra le dita, le faceva sentire una strana sensazione di tepore che non aveva mai sperimentato in nessun’altra situazione.
Ci fu una volta, la primavera scorsa, che Eve fu sul punto di chiamarlo.
Ma cosa poteva dirgli? "Ciao, Wyatt… ascolta, sono Evelyn… Evelyn Reese …la ragazza che tutti in paese additano come la figlia della polacca oppure come la figlia della rifugiata di guerra… ricordi?
Sai, non ci siamo mai parlati… e del resto credo sia un po' per colpa mia, ho sempre uno sguardo imbronciato e credo di incutere un certo timore sulla maggior parte dei nostri coetanei…” < e la cosa, devo ammetterlo, mi fa provare un certo orgoglio >“…ma la verità… ed è il motivo del perché ti ho chiamato… è che mi piaci. Dio, se mi piaci da morire!”
Il solo pensiero di quella conversazione la faceva diventare rossa e alzare la sua temperatura corporea di almeno un milione di gradi, figuriamoci dichiararsi realmente a Wyatt.

Quella sera, Evelyn non chiamò Wyatt, ma Tom Williams.
Era passata una settimana da quando loro due avevano affrontato lo spaventapasseri. Da allora Tom non si era fatto vedere in città, ne aveva provato a contattare Evelyn.
Inizialmente, la ragazzina era adirata nei confronti di quello spilungone dai capelli color del grano… ma col passare del tempo giunse alla conclusione che Tom era rimasto profondamente traumatizzato da quello che avevano visto.
Eve si immaginava il suo amico rintanato in casa sua, sotto le coperte del letto, tremante come una foglia in autunno.
Alzò la cornetta e compose il numero di casa Williams.
Dopo tre squilli, una voce di donna rispose dall’altra parte: “pronto?”
Evelyn inizialmente si sentì disorientata: “s-salve. Mi scuso per l’ora, sto cercando Tom. Sono…” < non dire il tuo nome > “…una sua amica.” < Deve essere sua madre > pensò infine.
Aveva ragione.
Diana Williams disse: “mi dispiace, ma Tom è andato dal suo amico, Wyatt. Passerà la notte a casa sua. Vuoi lasciarli un messaggio?”
“N-no… non è nulla di importante.”
Evelyn riagganciò dopo aver salutato la signora Williams.
Nella sua mente apparve la strada che l’avrebbe potuta condurre fino alla fattoria dei Sinclair. < In effetti non è lontano da casa mia, per nulla lontano. >
Ma con quale scusa avrebbe potuto bussare alla porta di quell’abitazione? Di sicuro i genitori di Wyatt avrebbero avuto molto da ridire… e per di più il sole stava iniziando a tramontare. Ciononostante, Evelyn sentiva il bisogno di parlare con Tom.
Aveva mille domande nella sua testa che le ronzavano come uno sciame di api frenetiche.
Lo spaventapasseri era stato sconfitto… perciò l’incubo era finito?
Suo padre, o il mostro in cui si era trasformato, sarebbe tornato a tormentarla? E se così fosse, quale forma avrebbe assunto?
Evelyn aveva il disperato bisogno di confrontarsi di Tom, di ascoltare il suo parere.

Tornò in camera sua, il suo sguardo si posò sulla mazza da baseball che aveva portato con sé dopo il giorno in cui fu pressa a sassate da quegli idioti di Joe Limpshire e faccia-da-pizza Ron.
< È il mio trofeo > pensò mentre fissava ancora la mazza.
Si ritrovò a provare nostalgia per quei momenti. Essere bullizzata dai ragazzi erano problemi che era in grado di fronteggiare, di certo non erano nulla se paragonati al terrore scatenato dall’uomo mezzo marcio.

Eve fece qualche passo in avanti… una mano guizzò da sotto il letto.
Una mano cadaverica, putrescente. La carne in avanzato stato di decomposizione, a tratti mancante, rivelando segmenti di bianco osso.
Le unghie erano annerite e spezzate in modo orrendo.
Le dita si erano serrate attorno a una caviglia di Evelyn.
Non ebbe tempo neanche per urlare, eppure sapeva perfettamente cosa stesse accadendo. Cadde sul pavimento. Da quel punto poteva osservare la cosa che si nascondeva sotto il letto. Una faccia ghignante le rivolgeva il suo macabro saluto.
La pelle cadente, la carne marcia e quell’orbita priva di un occhio, colma di vermi che si contorcevano e banchettavano nella carcassa.
Il fetore del cadavere di Alan Reese travolse violentemente sua figlia. Lei fu sul punto di svenire, sentiva le sue viscere contorcersi mentre la sua stanza aveva iniziato a roteare.
Il mostro spalancò la bocca. Emise un rantolo rabbioso ma anche euforico. Il suo unico occhio brillava di una sinistra eccitazione.
Evelyn iniziò a dimenarsi e a scalciare. Colpì la mano cadaverica che la tratteneva, la colpì con inaudita frenesia, fino a liberarsi. Allora balzò in piedi, l’adrenalina riversata nel suo sangue le aveva conferito un’impressionante rapidità nei movimenti.
Eve si slanciò verso l’angolo della stanza, agguantò la mazza da baseball e tornò a guardare il letto.

Il mostro non c’era. Era svanito nel nulla.
La stanza era immersa in un silenzio così profondo che la ragazzina ebbe l’impressione che niente aveva provocato alcun rumore di recente.
C’era solo lei, il letto, un misero mobilio e decine di poster di shuttle che tappezzavano le pareti. Eve però non si mosse, manteneva la posizione da battitore, con la mazza impugnata con entrambe le mane e caricata dietro le sue spalle. Le gambe leggermente divaricate e piegate.
Non voleva accettare l’ipotesi di aver solo immaginato quell’aggressione, rifiutava l’idea di un simile scherzo della mente. Il cuore, intanto, le martellava così forte nel petto da farle provare una certa fitta.
I suoi occhi restavano spalancati e saettavano in ogni punto della stanza.
Poi si spostarono verso il basso. Con orrore, Evelyn notò il segno di una mano attorno la sua caviglia. Aveva assunto un colore simile a una macchia di vino su un lenzuolo.
La vista di quell’impronta rinnovò il terrore che aveva in corpo.
“Eeeeeve” riecheggiò una voce nella casa.
Era gracchiante e disumana. Sembrava il suono di qualcosa che si sgretola nel fondo di una caverna. Soltanto un mostro poteva avere una voce così spaventosa, un mostro dalla trachea ormai putrefatta.
“Eeeeeve.”
Evelyn sentì le lacrime scorrergli sulle guance. In quella voce terrificante, la ragazzina riconobbe vagamente il timbro vocale di suo padre.
< Mamma… Tom… >
Scosse di brividi si alternavano a ondate irregolari sotto la sua pelle. Non aveva idea di cosa fare, non riusciva più ad articolare alcun pensiero.
Le sue gambe sembravano essersi pietrificate… ma all’agghiacciante suono di un armadio, che si aprire alle sue spalle, esse scattarono verso la porta della stanza.
Evelyn si ritrovò ad urlare e a ruzzolare per il corridoio.
Il rumore di passi dietro di sé le diedero la tremenda conferma di essere inseguita. Si fiondò verso la porta di casa: < oddio! Fa che non ho chiuso a chiave, fa che non ho chiuso a chiave. Ti prego, Dio! Fa che quando afferrerò la maniglia, questa si abbasserà! Ti prego, ti prego! >
Afferrò la maniglia e questa si abbassò.
Allo spalancarsi della porta di casa, Eve osò provare una flebile speranza nel marasma del terrore che si stava agitando verso di lei. Fu come vedere un candito raggio di sole mentre si era in balia di una tempesta sull’oceano.
Continuò la fuga. Iniziò a scendere le scale del palazzo. Saltò gli ultimi quattro gradini della prima rampa, aveva sempre voluto farlo ma non aveva l’ardore di compiere un simile azzardo… fino a quel momento. Riatterrò sul marmo e avverti un doloroso contraccolpo nelle ginocchia e nella schiena. Continuò a correre. La sua mano serrava ancora la mazza da baseball, Eve se ne rese conto solo mentre percorreva la seconda rampa di scale. < Perché abito all’ultimo piano di questo stramaledetto palazzo?! >
Un’altra rampa di scale.
Evelyn sentì improvvisamente l’alito nefasto di Alan sul suo collo.
Quando l’aveva raggiunta?
Urlò.
Il mostro fece per agguantarle i capelli ma Eve, istintivamente, si acquattò di scatto senza arrestare la sua fuga.
Dopo un’altra rampa di scale, Eve vide l’ascensore alla sua destra. La porta era aperta e la luce nella cabina era accesa.
Si fiondò al suo interno, chiuse prima la grata, poi la porta.
Premette il tasto del pian terreno.
Da prima l’ascensore tremolò e i suoi cavi borbottarono, come se l’intero macchinario si rifiutasse di lavorare. Poi iniziò a scendere.
Eve sentì i suoi polmoni andare a fuoco, la sua gola dolorante e il suo stomaco sottosopra. Era sul punto di vomitare. Si piegò in due e cercò di riprendere fiato.
La mano ancora serrata sulla mazza.
Un’ombra saettò al di fuori dell’ascensore. Evelyn udì una sommessa e crudele risatina.
< Mi vuole anticipare?! >
Premette il tasto di blocco dell’ascensore e questi si fermò a metà tra due piani. Evelyn poteva scorgere la sezione trasversale di un pavimento.
In quel momento, le luci delle scalinate si spensero e la ragazzina sprofondò in un buio quasi totale.
Una spia rossa sul quadro dei pulsanti sembra fissarla e sbeffeggiarla.

Evelyn si tappò la bocca con la mano libera.
Indietreggiò e premette la schiena contro una delle pareti dell’ascensore. Il macchinario sembrò oscillare e rispose con gemiti metallici.
Il terrore si fece più intenso.
Evelyn si sentì osservata. Cercò di osservare oltre la grata ma riusciva a scorgere solo qualche sezione di scalinata.
< Dov’è andato? >
Si sentiva come un animaletto in gabbia.
< È finita! Scacco matto! Termine della corsa, prego scendere dalla giostra. Ecco la vostra fermata, signorina Evelyn, suo padre la sta aspettando proprio qui fuori per mangiarti viva, piccola stronza, figlia di una cagna! >
La ragazzina scosse energicamente il capo.
Tese le orecchie ed ebbe l’impressione di captare il rumore di passi avvicinarsi. Nuove lacrime tornarono a rigarle le guance.
< Cosa posso fare? >
Studiò l’interno della cabina dell’ascensore. Sopra di lei, una targa in ottone diceva: ascensori Otis, i migliori del mondo, capienza massima: tre cadaveri adulti o sei nel caso sono bambini, le mie vittime preferite!
Eve scosse di nuovo il capo.
< Sono impazzita! Doveva succedere. Dopo tutto quello che ho passato, è già un miracolo se ho tenuto duro fino a questo momento >
Tornò a leggere la targhetta: ascensori Otis, i migliori del mondo, capienza massima: due persone. Installato nel 1961.
Si udì di nuovo il suono di un passo.
Un’ombra si posò sulla porta dell’ascensore. Un’ombra di un uomo torto e minaccioso.
Evelyn si sentì rimpicciolirsi mentre osservava quella sagoma nera.
Alan tentò di aprire l’ascensore che restava bloccato tra due piani.
Bussò con sadica lentezza.
Ogni suo movimento lasciava trapelare una gioia malata alimentata dal terrore della ragazzina. Lei scoppiò in un pianto silenzioso.
Il mostro iniziò ad emettere strani suoni gutturali. Alan doveva ricordare il mondo in cui si parlava.
“Eve… Eve…” la sua voce era spettrale “…te ne vai in giro, sola con due ragazzini?!”
Iniziò a schioccare la lingua sul palato ed Evelyn pensò che, in quel momento, suo padre stesse facendo segno di no con il dito.
“Non si fa, Eve. Non-si-fa.”
Evelyn ebbe l’impulso di rispondere: non è come pensi! Come se fosse un normale litigio tra padre e figlia.
Si rannicchiò in un angolo dell’ascensore, cercò di rimanere più lontana possibile da Alan.
Questi provò di nuovo ad aprire la porta: “fammi entrare” disse poco dopo.
Eve scosse il capo, aveva avvertito una cerca esasperazione crescente nel timbro di voce di suo padre, segno che stava per perdere le staffe.
Ormai la ragazzina non riusciva più a veder nulla per le troppe lacrime che stava versando. Le colava il naso e il mento era contratto di una smorfia di paura.
Alan bussò di nuovo.
Evelyn scosse lentamente il capo, in segno di diniego.
“C-che cosa ti è successo?...” Domando con voce spezzata e flebile “…perché sei così?”
Suo padre non rispose. Rimase di fronte la porta dell’ascensore per diversi secondi… o diversi anni, Eve non riusciva a capirlo.
Improvvisamente si udì a qualche piano sopra di loro il tintinnio ovattato di un mazzo di chiavi, una serratura che veniva fatta scattare e una porta che si apriva.
< La signora Gredy del quarto piano!...> Pensò con orrore Evelyn <…oddio!>
Non aveva mai scambiato una parola con quella signora.
Eve la ricordava come una bassa e grassa anziana che viveva da sola con tre gatti.
“Rientri in casa!” Urlò Evelyn alzando la testa verso l’alto. Era balzata in piedi.
Alan si era già fiondato verso le scale, ridacchiando.
Poco dopo si udì la signora Gredy gridare e richiudere immediatamente la porta del suo appartamento.
Evelyn aveva già rimesso in funzione l’ascensore.
Una volta raggiunto il piano terra, schizzò fuori come una scheggia.
Vicino l’uscita del palazzo si trovavano alcune biciclette. Eve ne prese una. Apparteneva al signor Howard, scorbutico e antipatico inquilino del primo piano.
Evelyn uscì dal palazzo, mise la mazza da baseball sul manubrio e iniziò a pedalare con tutte le sue forze in direzione sud di Louistown, verso la fattoria dei Sinclair.
Le prime stelle della sera avevano iniziato a brillare su un cielo terso.
Attraversò una strada senza guardare. Un’auto fu sul punto di investirla. L'uomo al volante le strombazzò prima di sterzare bruscamente. Lo stridio delle gomme sull’asfalto fu come un trapano nei denti di Evelyn.
L’autista le urlò contro qualcosa, ma Eve non riuscì a cogliere tutte le sfumature di quelle offese.

Lasciò in poco tempo la città e prese una strada brecciosa, circondata da alberi che si facevano sempre più tetri e oscuri. Il sole era quasi del tutto tramontato.
Mentre continuava a pedalare a tutta velocità, Evelyn immaginò in signor Howard andare su tutte le furie quando avrebbe visto il posto vuoto della sua bicicletta.
Allora Eve iniziò a ridere. Fu una risata sinistra, isterica, il cui suono non piacque per nulla alla ragazzina.

.



cic

   
 
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