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Autore: Walpurgisnacht    13/11/2011    2 recensioni
[EIP: Extreme Improvisation Project. Una storia round robin scritta via messenger, senza alcun controllo sul testo e sulla grammatica. Se trovate orridi typo, sapete il perché.]
Maledette parole che detenevano potere di vita o di morte su tutte loro.
Mousse, un giorno, dopo un evento che nessuno si sarebbe mai aspettato potesse accadere, prende una decisione che potrebbe avere grandi influenze su Ranma, Akane, Shan-Pu e tutti i matti che frequentano Nerima.
Genere: Malinconico, Romantico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: non specificato | Personaggi: Akane Tendo, Mousse, Ranma Saotome, Shan-pu, Ukyo Kuonji
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Lasciarono casa dei Tendo in silenzio, tesi come corde di violino.
Obaba e Wei-Zan, in testa al gruppo, marciavano come generali con alle spalle dei condannati a morte; l'aria era elettrica per via delle loro aure combattive perennemente in stato di guardia. Per tutto il tragitto non avevano fatto che punzecchiarsi a colpi di ki, trovandolo perfino divertente.
I ragazzi, al contrario, non sembravano particolarmente divertiti, anzi. Era ormai l'ora della resa dei conti finale, e non sarebbe stata una passeggiata. Inoltre avevano dovuto lasciare Xi-Lin al dojo. Era incosciente e inoffensiva al momento, ma non potevano sapere quanto sarebbe durata.
Mousse, immerso nei suoi pensieri, non poteva fare a meno di chiedersi quale sarebbe stata la loro fine. Wei-Zan li avrebbe uccisi tutti? Avrebbe costretto lui e Shan-Pu a sposarsi? Sarebbe scoppiata una guerra all'ultimo sangue tra loro ed altri emissari del Consiglio?
Ok, magari quest'ultimo pensiero era azzardato ma non abbastanza, conoscendo quelle mummie. Si voltò a guardare Ukyo, che camminava davanti a lui e Shan-Pu, in silenzio. I sensi di colpa lo tormentavano. Per colpa sua si trovavano in quel casino, e Ukyo rischiava la vita solo perchè ci era finita tirata in mezzo. Non riusciva a perdonarselo.
Perso nella sua autocommiserazione non si accorse che Shan-Pu aveva intercettato il suo sguardo malinconico verso la bella cuoca giapponese. La cinese si morse le labbra, indecisa su come interpretare quello sguardo. Dopo la dichiarazione di Mousse e il loro patto, in realtà, non avrebbe avuto proprio motivo di dubitare di lui. Ma l'insicurezza ormai l'accompagnava, e se aveva bisogno di almeno una certezza nella sua vita quella certezza era, ora più che mai, proprio Mousse. La sua mano si mosse da sola e andò ad aggrapparsi a quella del ragazzo, lasciandolo piacevolmente sconvolto.
Poco più avanti, un'altra coppia faceva i conti coi suoi problemi.
Ranma e Akane, dopo aver parlato brevemente in aula, non si erano più rivolti la parola. Vuoi per mancanza di tempo e di imprevisti che si andavano sommando, vuoi perchè non erano ancora in grado di accettare i loro sentimenti, alla fine si erano di nuovo ritrovati in una situazione di stallo fastidiosa.
I pensieri di tutti furono interrotti dalla voce gracchiante di Obaba, che annunciava l'arrivo al Nekohanten.
"Bene signori, siamo a destinazione. Abbiamo molto da dirci, quindi accomodatevi mentre io e Shan-Pu prepariamo qualcosa da mettere sotto i denti. Sarà una lunga serata" disse, e sparì in cucina seguita dalla nipote.
"Alt" intimò Wei-Zan alzando il suo minuscolo braccio sinistro. Lo sguardo interrogativo di Cologne non la fece muovere di un millimetro.
"Qualche problema?".
"Non esattamente un problema. Diciamo più un... chiarimento". Indicò Ranma e Akane col raggrizinto mignolo e disse "Voi due. Non seguiteci".
Gli interessanti si bloccarono a metà passo, stupiti dall'ordine.
"P-Prego?" fece Akane.
"Mi avete sentito bene. Non siete parte in causa in questa faccenda in nessuna misura, quindi siete gentilmente pregati di non immischiarvi più del dovuto. Saremo io, Ku-Lun, Xian-Pu, Mu-Si e l'altra giapponese a discutere di quanto è accaduto qui fra duelli, finte fidanzate e quant'altro".
Ad Akane non parve vero di sentirla parlare in questo modo. Fra sé e sé non poté negare che, in effetti, le parole della vecchia amazzone corrispondevano a verità, ma questo non toglieva che ormai si sentivano parte attiva del meccanismo che stava portando quel bizzarro e variegato gruppo di persone a sedersi attorno a un tavolo del ristorante cinese per parlare.
Raccattò tutto il proprio coraggio mentre rispondeva: "Nobile Wei-Zan, non intendo mancarle di rispetto ma io e Ranma siamo stati coinvolti in tutto questo per il solo fatto che passavamo per caso, proprio per questa via, quando l'altra mattina c'è stato l'evento scatenante. Non è disposta a fare un'eccezione?". Cercò di suonare diplomatica quanto poteva. Da una parte teneva, per qualche motivo che non era bene in grado di spiegarsi, ad essere presente al tavolo delle trattative; dall'altra non era poi così sicura che quella di dileguarsi, almeno per un po', fosse poi una cattiva idea.
"Akane, facciamo come ci è stato detto".
Lei si voltò, decisamente presa in contropiede dalla voce che aveva pronunciato quelle parole.
Ranma.
"Tra l'altro vorrei parlarti, quindi perché non approfittarne?". Lo sguardo di lui era... non era il solito Ranma. Si mordeva nervosamente il labbro inferiore e nei suoi occhi si leggeva chiaramente la voglia di sciogliere degli annosi nodi.
Lei non trovò la forza di opporsi. Accettò le condizioni di Wei-Zan, ottenendo in cambio la promessa di farsi ragguagliare il prima possibile su quello che sarebbe uscito dal conciliabolo, e seguì Ranma mentre si allontanava, apparentemente senza meta, dal Nekohanten.
Camminaronoin silenzio per un pezzo, finchè non giunsero al parco nei dintorni. In un modo o nell'altro finiamo sempre qui, pensò svogliata Akane.
Si sedette sull'altalena, mentre Ranma continuava a camminare in tondo e saltellare sulle ringhiere adiacenti. Era evidentemente nervoso, e probabilmente stava cercando le parole più adatte per iniziare quel discorso. Akane sorrise, e decise di aspettare che fosse pronto, evitando per una volta battute caustiche. Anche lei era parecchio nervosa, anche se cercava di apparire calma; tutti i nodi stavano per giungere al pettine. Avevano girato attorno all'argomento per così tanto tempo che ritrovarsi faccia a faccia senza distrazioni, solo loro due e i loro sentimenti, era qualcosa che la destabilizzava. Non sapeva come comportarsi, come affrontarli. Sapeva come comportarsi con un avversario reale: come evitare i suoi colpi, neutralizzarli e sconfiggerlo. Ma con qualcosa di impalpabile, senza materia, come fai? Come si affrontano i propri sentimenti? Come devono affrontarli due persone che non l'avevano mai fatto in vita loro, e che anzi avevano fatto in modo di sfuggirci il più possibile?
"Sei nervosa?"
La voce di Ranma la riportò alla realtà. Lo trovò accoccolato davanti a lei, quasi seduto sui talloni e in equilibrio sulle punte, una posizione che adoperava spesso e volentieri per stare in equilibrio sui muretti.
La ragazza lo guardò, notando come anche lui cercasse invano di nascondere la tensione, senza riuscirci. Lo conosceva bene, e inoltre lui era l'attore più scarso del mondo...
Sorrise al fidanzato, per una volta pensando davvero a lui come tale.
"Un po'. Non so nemmeno da dove iniziare..."
"Nemmeno io, se può consolarti" sorrise di rimando il ragazzo. Ridacchiò, lasciando ciondolare la testa in avanti, poi si alzò in piedi e riprese a camminare, stavolta davanti l'altalena. Akane lo guardò perplessa.
"Che hai da ridere? Non dovevamo fare un discorso serio?".
"Oh si" smise gradualmente di ridere Ranma "E' solo che... è assurdo pensare come tutta questa situazione sia nata da un colpo di testa di quell'orbo di Mousse! E' bastato vedere come ha deciso di affrontare i suoi problemi una volta per tutte per causare un effetto domino e fare in modo che tutti noi facessimo finalmente i conti con i nostri sentimenti..." disse, girandosi a guardarla "Perchè noi non ci abbiamo pensato prima, Akane? Perchè non l'abbiamo mai fatto?"
Il suo istinto sulle prime fu di rispondere con una battuta sarcastica, rimarcando quanto lui fosse tonto. Ma bastò il suo sguardo così serio e un pò malinconico a farla desistere. Si morse un labbro, alla ricerca di una risposta soddisfacente.
"Non saprei... orgoglio, credo. Nessuno di noi due era disposto a scendere a compromessi fin dall'inizio, volevamo prevaricare sull'altro... e abbiamo continuato per così tanto tempo che, quando... qualcosa è cominciato a cambiare, non ce ne siamo nemmeno accorti...".
"...o non volevamo vederlo." concluse Ranma. Akane annuì.
"Io però non voglio più nascondermi dietro il mio orgoglio" disse il ragazzo, serio "non voglio dovermi più ritrovare in situazioni estreme per dover affrontare i miei sentimenti e accettare il fatto che... che..." si interruppe, balbettando e totalmente rosso in volto.
"Che...?" arrossì a sua volta Akane, tutta orecchie, il cuore a mille.
"... che io ti amo, Akane".
Tutto qui. Ci vollero qualcosa come due secondi per dire la frase che lui, lei e chiunque nel raggio di chilometri avrebbe voluto, o non voluto, sentire. Una di quelle frasi che ti cambiano la vita era uscita in un soffio dalla sua bocca e aveva definitivamente distrutto i fragili equilibri su cui si reggevano le vite degli abitanti di Nerima.
A dire il vero c'erano altri avvenimenti che, di riffa o di raffa, avrebbero finito con lo sconvolgere esistenze e rapporti costruiti da anni. Ma a loro, ovviamente, non passò neanche per l'anticamera del cervello di pensare a qualcosa che non fosse quanto era appena stato detto in quel parco.
Akane se lo aspettava. Sapeva che lui avrebbe finito col dirlo. Se lo sentiva. Eppure tutta la preparazione psicologica del mondo non le avrebbe potuto evitare di cadere per terra.
Quelle quattro semplici, normali, persin banali parole l'avevano... l'avevano... non sapeva neanche lei cosa le avevano fatto. Ma avevano avuto un grosso effetto. E se le aspettava. Non prese neanche in considerazione l'ipotesi che le potessero venire dette in un momento in cui la sua guardia era abbassata.
"R-R-R-Ran-Ranma...". Balbettava in maniera sconnessa e finì col ripetere il suo nome quattro o cinquecento volte, a raffica.
Dal canto suo lui prese a bruciare quasi fisicamente dall'imbarazzo. E nonostante quello il suo viso, pur attraversato dal rossore più rosso che si possa immaginare, sosteneva quello totalmente sconvolto di lei, attendendo avido una risposta. E Akane vide nei suoi occhi scuri una vorace necessità di sapere che la cosa era reciproca. Che lei lo corrispondeva.
E lei lo corrispondeva. Eccome se lo corrispondeva. Ma la sua bocca, in quegli istanti, non ne voleva sapere di collaborare e di articolare le semplici parole che lui avrebbe assolutamente voluto sentirle dire. Il deserto del Sahara sembrava il box di un parco giochi, al confronto dell'aridità che vi albergava.
Ranma continuava a fissarla. E, col passare dei secondi e col perdurare del silenzio, vedeva chiaramente come all'imbarazzo andasse sostituendosi qualcosa che assomigliava sempre di più a... delusione.
Sbrigati, cretina! Diglielo! Non vedi che lo stai ferendo? Cretina! Cretina!
Fu solo un soffio quello che riuscì ad esprimere.
E poi vide qualcosa che non avrebbe mai pensato di poter scorgere sul volto di Ranma: l'accenno di una lacrima.
Akane si sentì morire.
Non ricordava di aver mai visto piangere Ranma...
No invece. Era successo. Durante lo scontro con Saffron, in cui lei aveva seriamente rischiato la vita. E Ranma l'aveva rischiata per lei, credendola morta fino all'ultimo. E si era risvegliata tra le sue braccia, sentendo le lacrime del ragazzo bagnarle il viso.
Non si era mai fermata a pensarci, fino ad ora, ma Ranma aveva pianto per lei quella volta.
D'istinto si gettò verso di lui e lo abbracciò, stringendolo più forte che potè. Perchè ogni lacrima era una coltellata, e lei non voleva più vederlo soffrire così.
Ranma rimase immobile tra le braccia della ragazza, che non riusciva ad interpretare l'assoluta mancanza di reazione come sorpresa, difensiva o altro.
"Non piangere più" sussurrò, sperando che riuscisse a sentirla.
"Non piangere, non c'è bisogno. Sono io la stupida, adesso."
Ranma, ancora in silenzio, lasciava scorrere le lacrime, mordendosi il labbro inferiore quasi a farlo sanguinare. Non sapeva come reagire: un tempo avrebbe semplicemente preso ad urlare e sarebbe scappato via, rifugiandosi sul tetto di casa Tendo a rimuginare. Ma ora era diverso. Ora erano soltanto lui, Akane e i suoi sentimenti da affrontare. E ci provava, ci provavano entrambi, ma non aveva previsto quel silenzio. O forse avrebbe dovuto aspettarselo, non lo sapeva. I sentimenti non sono avversari di cui puoi prevedere le mosse, e ora si trovava bloccato in un angolo senza una contromossa a liberarlo.
Stava quasi per arrendersi e andare via, scusandosi con Akane per aver stupidamente pensato che affrontare quel discorso potesse essere una buona idea, quando quest'ultima lo strinse ancora di più, per impedirgli di muoversi.
"Non te ne andare. Non lasciarmi più..." disse, un sussurrò che lo fece rabbrividire - un brivido piacevole contro il suo orecchio, che preannunciava solo una cosa...
"...perchè anche io ti amo"
Un sussurro appena udibile, ma a Ranma sembrò quasi un urlo che chiunque a Nerima potesse udire. Si voltò a guardarla con occhi sgranati e un'espressione incredula da bambino che fece ridere di cuore Akane, stemperando l'imbarazzo tra i due.
E finalmente Ranma rise. Scoppiò a ridere di gioia, come avrebbe voluto fare tanto tempo prima. Abbracciò Akane e quasi si ritrovarono per terra, con quest'ultima che borbottava poco convinta frasi tipo "Qualcuno potrebbe vederci!" e cose simili, mentre lui ancora rideva. Che li vedessero pure e pensassero quello che volevano - lui era finalmente felice, e nient'altro importava.

Al ristorante, nel frattempo, l'atmosfera era tesa fino all'inverosimile.
"Queste sono le mie condizioni Obaba" gracchiò Wei-Zan.
"Condizioni? Sembrano più le imposizioni gettate addosso alla Germania dopo la fine della prima guerra mondiale" commentò acida Cologne. Per chi fosse a digiuno di storia: voleva semplicemente dire che avrebbero potuto staccar loro braccia e gambe, sarebbe stato più misericordioso.
"Sai che, in quanto Decano Millennario del Gran Consiglio, ho un certo tipo di responsabilità verso la tribù e, soprattutto, verso le leggi" la rimbeccò Wei-Zan, visibilmente scocciata.
"Lo so e lo capisco, ma questo è veramente troppo".
"Non lo è e lo sai. Potrei fare di peggio, ne ho l'autorità e la forza".
"Per favore, non costringermi a mostrarti che ti sbagli"
Quest'ultima frase venne decifrata da Shan-Pu e Mousse come un segnale a tenersi pronti se la situazione fosse degenerata.
"Come puoi" riprese Cologne "chiederci di rientrare in Cina, senza la minima protesta, e sottoporci al giudizio del Consiglio? Sai bene che equivarrebbe a morte certa per tutti e tre. Anzi, tutti e quattro visto che vuoi che pure la giapponese venga con noi. E se posso capire, pur non approvandolo, il tuo punto di vista nei nostri confronti non trovo per nulla giusto che anche lei venga tirata in ballo e condannata. Devo forse ricordarti che questa poveretta è stata coinvolta suo malgrado e praticamente obbligata dagli eventi, e dal nostro insistere, a sottoporsi a tutto questo? Non solo ha dovuto umiliarsi e comportarsi in una maniera innaturale, ma per il solo fatto di aver agito secondo il proprio codice morale deve anche pagare con la propria vita? Mi sembra francamente esagerato".
"Più ti avvicini ai quattrocento e più ti piace esagerare, noto. Innanzitutto non ho mai parlato di morte certa. La mia condizione è che vi facciate giudicare dal Gran Consiglio di fronte all'accusa di aver voluto sovvertire la legge sul matrimonio amazzone. E per quanto non ti possa nascondere che non partite da una posizione esattamente comoda sai bene che, in passato, ci sono stati casi di assoluzione. Pochi e molto particolari, sicuramente, ma ci sono stati. Per quanto riguarda la signorina... Kuonji, giusto?".
L'interpellata confermò con un debole cenno della testa.
"Ecco. Per quanto riguarda lei mi duole vedere che non ricordi bene come funzionano le cose a Joketsuzoku: chiunque si trovi invischiato in una questione amazzone, che lo voglia o no, che ne sia cosciente o no, che sia consenziente o no, è sottoposto alle sue regole. E alle conseguenti punizioni in caso di colpevolezza".
Mousse venne colpito in pieno volto da un figurato Shinkansen sul cui motore era scritto, a caratteri cubitali, Senso di Colpa.
Aveva cercato di starsene buono per tutto il tempo, per evitare di peggiorare la situazione - ma dubitava fosse possibile finire più nello sterco di così.
Era rimasto in silenzio, insieme alle ragazze, ad ascoltare le due cariatidi discutere animatamente in cinese lanciandosi improperi e provocazioni, evitando perfino di provvedere alla traduzione per la povera Ukyo, che non sapeva nemmeno in quale lato dell'emisfero sarebbe stata ghigliottinata.
E quando le due vecchie si calmarono, iniziando a parlare in giapponese per volere di Obaba, era diventato chiaro a tutti che non ne sarebbero usciti vivi. O forse si, ma con parecchi arti in meno.
Ora come ora, sia a Mousse che a Shan-pu la prospettiva del matrimonio cominciava a sembrare allettante se poteva salvare i fondischiena di tutti. Ma sarebbe stata una scappatoia troppo facile che Wei-Zan non avrebbe mai concesso, non ora che poteva torturarli a piacimento fingendosi "costretta" dal suo ruolo e dagli eventi. Stupida mummia.
Ad ogni parola di quel ghoul in miniatura, Mousse si sentiva sottrarre un anno di vita. Sudava freddo, il cuore andava a mille, e stringeva invano il bordo della sedia come se potesse dargli conforto.
Quando le parole "Giudizio" e "Gran consiglio" la speranza venne meno. Non svenne solo perchè sentì la mano di Shan-pu stringere la sua con forza, la stessa idendica espressione allibita sul volto.
"Mi dispiace, ma nessuno di noi la seguirà in Cina."
Tutti si voltarono a guardarlo. Obaba era ormai rassegnata alle sue uscite fuoriluogo; andavano avanti da quasi quattro giorni e avevano dato il via a tutto, una in più cosa poteva cambiare ormai?
Wei-Zan fissò il ragazzo, quasi divertita da tanta impertinenza.
"Questi giovani, così impetuosi" disse "Credi forse che basti il solo volerlo a far si che accada, giovanotto?"
"Farò in modo che accada, dovesse costarmi la vita" replicò Mousse, unendo le braccia fino a farle scomparire dentro le sue maniche. E chi lo conosceva sapeva bene che quando lo faceva c'era poco da scherzare.
"Fermo Mousse. Voglio risolvere la questione senza spargimenti di sangue... finchè possibile" intervenne Obaba. "Mi spiace Wei-Zan, ma come vedi nessuno di noi è disposto a seguirti in Cina. E detto francamente, dovresti un pò aggiornarti sul mondo al di fuori di Joketsuzoku. Come si usa dire adesso, siamo fuori dalla tua giurisdizione e le tue leggi valgono meno di zero a Nerima" disse, rilasciando un'aura potentissima che riempì la stanza.
Wei-zan ringhiò, per nulla contenta di come si erano messe le cose. Non aveva previsto l'opposizione di Obaba, di solito così attaccata alle tradizioni del villaggio. Sarebbe stata un osso molto, molto duro.
"Credo non vi sia chiaro" disse, rilasciando la sua aura contro quella di Obaba "che non vi è stata data una scelta, ma un ordine"
In tutto questo nessuno dei cinesi pensò a guardare la cuoca degli okonomiyaki, ormai distesa all'indietro perché si sentiva schiacciata dalla prospettiva di una morte prematura che premeva sul suo fragile corpo di sedicenne impreparata.
E fu così che la povera Ukyo Kuonji si ruppe.
Fra le nonne di Tutankamon che facevano a gara a chi aveva il ki più elefantiaco, Mousse che faceva sparate da esaltato suicida, Shan-Pu che si era trasformata in una specie di Cenerentola innamorata... nessuno notò l'assenza di una ragazza vestita da maschio.
Si trovò a vagare per Nerima, in lacrime. Il suo stato psicologico invidiava terribilmente la Pequod del capitano Ahab che, in mezzo all'oceano in tempesta, dava la caccia a Moby Dick. Al confronto quella era una passeggiata di salute.
"Kami... perché io? Cos'ho fatto di male per meritarmi tutto questo?" si trovò a lamentarsi all'aria che, insensibile, non si degnava di fornirle una spiegazione plausibile.
Non faceva neanche lo sforzo di asciugarsi gli occhi.
La sua mente divenne completamente slegata da qualunque ancora e cominciò ad andarsene per i fatti suoi, quasi a voler sfuggire in tutti i modi che conosceva da una mannaia intarsiata in dialetto di Joketsuzoku.
Inciampò e cadde per terra quattro o cinque volte, sporcandosi il volto e i vestiti. E ogni volta che si rialzava faceva un po' più di fatica. Come se stesse cupamente accettando, seppur in modo del tutto inconsapevole, quello che la aspettava quando una delle due arpie in miniatura sarebbe venuta a prenderla per trascinarla di fronte a un plotone di esecuzione.
Come in ogni film drammatico che si rispetti finì, puntualmente, nel parco dove Ranma e Akane erano intenti a dichiararsi amore reciproco, eterno e immortale.
E quando li vide uno sopra l'altra, in una posizione facilmente equivocabile, fu la miccia che fece esplodere quel poco di lucidità che ancora le restava.
Cominciò a prendere a testate il più vicino albero, il sangue che si mischiava col pianto sulla corteccia.
Dopo il settimo colpo, quando ormai la sua fronte non ricordava altro che un grumo di pelle accartocciata, una mano si posò sulla sua spalla.
E si fermò, terrorizzata all'idea di voltarsi per vedere chi fosse stato a venire al suo capezzale.
Si voltò lentamente.
"Capo, tutto bene?"
Il volto preoccupato di Konatsu fece capolino alle sue spalle.
Ukyo lo fissò stupita, era di certo l'ultima persona che si sarebbe immaginata di incontrare.
"Konatsu cosa... cosa ci fai qui?"chiese, ancora incredula e intorpidita da quell'accumulo di pensieri e stanchezza. Il ragazzo l'aiutò a rimettersi in piedi, tenendola per un braccio.
"Ero in giro per comprare alcuni ingredienti che mancavano al ristorante, e..." si fermò, notando l'espressione di Ukyo, quasi divertita. Perlomeno vederla sorridere era un sollievo.
"Sei un pessimo bugiardo" disse Ukyo, guardando il ragazzo shinobi dritto negli occhi. Konatsu sospirò. "Ok è vero, ti ho seguita. E' un pò che vi pedino, in effetti..." ammise il ragazzo, arrossendo "Ti ho vista così sconvolta quando al ristorante guardavi i due ragazzi cinesi insieme... e come guardavi il giovane Saotome e la signorina Tendo... volevo solo capire cosa stava succedendo!" "E quindi mi hai seguita..." continuò Ukyo per lui. Doveva ammettere che era un ottimo ninja - pardon, shinobi. Non era al meglio della sua forma e distratta da altre cose, ma in quei giorni non si era minimamentw accorta della presenza di Konatsu. Quest'ultimo si mostrò giustamente imbarazzato, e anche dispiaciuto.
"Io non... non volevo fare nulla di male" si giustificò, torturandosi le mani e stringendo le dita nervosamente "Ero solo preoccupato per te!"
Ukyo sgranò gli occhi.
E d'improvviso tutta quella stanchezza, apatia, disperazione - quell'ingarbugliato mix di sensazioni cominciò a sciogliersi, lasciandola libera di respirare.
Era questo che volevi Ukyo? si disse. Volevi solo avere qualcuno che si preoccupasse per te?
Non lo sapeva, non ne era del tutto sicura. Ma di certo sentirselo dire nel momento di peggiore sconforto, mentre il mondo attorno a te crolla e tu non puoi fare niente per fermarlo, non poteva che fare del bene al suo animo logorato. Erano parole semplici, eppure così sentite - perchè Konatsu teneva a lei, e parecchio, e non era un segreto per nessuno - che bastarono a farla sentire meglio, a farle credere che forse c'era ancora qualche speranza e che tutto si sarebbe risolto per il meglio.
Il volto le si bagnò di lacrime, mentre Konatsu, allarmato temeva di aver detto qualcosa di troppo.
"Mi dispiace! Mi dispiace non-" "Grazie."
Lo shinobi guardò Ukyo, perplesso. "Uh prego ma... per cosa?"
Ukyo non rispose, limitandosi a ridacchiare e ad asciugare le lacrime che continuavano a scendere da sole.
Inspirò e si calmò, scusandosi mentalmente con Ranma e Akane perchè li avrebbe interrotti di lì a poco.
Forse c'era ancora qualcosa che potevano fare - non sapeva cosa, ma non voleva lasciare nulla di intentato.
Mousse aveva combinato un casino che stava per costargli la vita, ma aveva fatto in modo che tutti loro, a Nerima, aprissero finalmente gli occhi e facessero i conti coi loro scheletri nell'armadio.
E Ukyo non voleva lasciarlo solo proprio ora - aveva un favore da restituirgli.
   
 
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