The
way we were
XVIII
Ricomposizione
Io non ho detto loro
di te
ma essi videro che ti lavavi nelle mie pupille
[Nizar Qabbani]
Era primavera, quando Draco tornò da lei, undici anni dopo. Lo vide riflesso nel vetro della finestra, nella sua camera da letto. La guardava negli occhi, con uno sguardo indecifrabile, il suo volto solcato dalle gocce della pioggia appena conclusa. Sembrava vero, pensò Pansy, perdendo il proprio cuore. Sembrava vero, ad ogni incontro. Giorni prima, lo aveva visto bere alla fontana della piazza, in città. Il riflesso del sole primaverile sui suoi capelli biondi l’aveva richiamata dal libro che stava leggendo sulla panchina in marmo. Allora aveva sollevato gli occhi dalle righe del libro, da parole francesi che le rimandavano una melodia a lei comunque, per sempre, estranea. Aveva posato lo sguardo sulla nuca di Draco, e lo aveva fissato fino a quando non aveva soddisfatto la sua sete. Fino a quando aveva accettato che non fosse Draco.
Anche la notte prima, era tornato da lei. Aveva fatto l’amore con lui tutta la notte. Al mattino, aveva ancora il suo respiro addosso, vicino all’orecchio. Aveva portato le mani sul proprio ventre, nel punto esatto in cui lui aveva poggiato le labbra. Era rimasta nel letto, cercandolo tra le lenzuola. La avvolse un buon profumo di bucato ai fiori di Provenza. Non era il suo odore. Allora aveva chiuso gli occhi, ed era rimasta a letto, fino a quando aveva accettato che quella notte non fosse mai esistita.
Ora lo incontrava di nuovo, nel vetro della finestra. Sembrava vero, come in tutti gli altri incontri. Questa volta non si era fatto la barba, e sembrava più adulto. Questa volta la guardava con occhi diversi, meno ardenti, più cauti. Sembrava che non volesse spogliarla, che non avesse il coraggio di toccarla. Nei loro incontri, Draco occupava sempre lo spazio come se fosse suo, come se gli spettasse. Anche se era solo lo spazio della sua immaginazione, uno spazio che lei sola gli metteva a disposizione. Eppure lui appariva, dando per scontato di esserci sempre stato. Ma questa volta, la guardava aspettandosi qualcosa da lei. Pansy lo trovò ugualmente molto bello, ma di una bellezza diversa. Aveva negli occhi uno sguardo dolente. E aveva qualcosa sul viso, pensò lei. Quell’aria dolente la rintracciò nelle rughe che aveva sulla fronte. Quelle rughe che erano anche le sue rughe. Sei invecchiato anche tu, insieme al mio pensiero di te. Ma non glielo disse. Perché quando appoggiò la mano sullo stipite della porta, il bottone che aveva sul polsino della giacca urtò il legno, e fece rumore. Fece rumore. Un suono secco. Dichiarativo. Parlò a Pansy, e le disse che anche lei era invecchiata. Le rughe sulla fronte erano il segno degli anni, non solo delle pieghe che aveva nel cuore. Il rumore le ricordò che anche lei era invecchiata, come l’uomo che adesso era nella sua stanza. Che si era appoggiato allo stipite perché quella fissità gli aveva fatto perdere l’equilibrio. Perché era stanco delle ore di viaggio, del viaggio in treno che gli aveva rovinato la piega del vestito, proprio come succede alle persone reali.
Lui si era mosso, ma le gocce di pioggia erano rimaste immobili al loro posto, appese al vetro della finestra della sua camera da letto. In attesa che il sole le asciugasse. Non erano più sul volto di Draco.
Pansy si voltò lentamente. Lo cercò, appoggiato a quello stipite. Per un attimo, le sembrò di trovarci Lucius Malfoy, il giorno in cui era apparso nel salone di Malfoy Manor. Solo allora comprese come Draco si fosse sentito, quel giorno. L’incredulità che superava qualsiasi speranza. Il timore di una felicità sbagliata. Il bottone sul polsino della sua giacca aveva fatto rumore.
“Ciao, Pans.” Disse lui. La sua voce era roca e la gola chiusa. Ciao, Pans, le disse, “sono in ritardo per il tè.”
*
Il serpente che non
può cambiare pelle, muore.
[F. Nietzsche]
“Sento uno sbatter d’ali” esordì Blaise d’un tratto, inserendosi perfettamente nel momentaneo silenzio della stanza. Pansy gli riservò un’occhiata serafica, accompagnata da un ammorbidirsi delle labbra quando sentì Draco tendersi al suo fianco. Il cielo scuro alle loro spalle rimaneva imperturbabile, privo di gufi all’orizzonte.
“Sei senza ritegno” commentò Blaise, allungando i piedi sulla sedia lì di fronte.
“Taci” replicò l’altro, senza preoccuparsi di stare al gioco o piegarsi ad un po’ di autoironia.
“Perché non mandi un falchetto al Magnifico Preside? Almeno metteremmo fine a questa dilaniante attesa.”
Draco
serrò i
denti, chinandosi
verso il tavolino
basso con l’intento di versarsi ancora da bere. Nel farlo il
suo gomito urtò la
bottiglia poggiata all’angolo del tavolo, fu questione di un
attimo che a
Blaise non sfuggì, notò con quello che avrebbe
potuto definire un insensato
compiacimento il modo in cui con la mano Pansy si sostenne al braccio con cui
repentinamente Draco
l’aveva allontanata dal brandy e dai vetri della bottiglia.
Qualcosa in quella
sintonia ritrovata, e nei gesti attenti e discreti che entrambi si
rivolgevano,
lo fecero sentire in pace, come ai vecchi tempi. Come se
l’ordine si fosse
ricostituito, anche se con un certo ritardo e ad un prezzo che qualcuno
più
sano di mente e meno autolesionista di uno Slytherin avrebbe valutato
come
troppo alto.
“Sai Blaise,
forse ti sfugge il fatto che non sono affari tuoi” lo
apostrofò Draco dopo aver
ordinato alla bottiglia di ricomporsi, per quanto vuota.
“Mi riguarda eccome,
e non fingerò di non essere offeso. È pur sempre
il mio figlioccio.”
Draco e Pansy lo
guardarono con limpido stupore e Blaise cercò di non esserne
sopraffatto.
“Ovviamente mi
riservo unicamente gli aspetti goliardici e diseducativi del
ruolo.”
Gli altri due
sembrarono rilassarsi. Blaise ne sorrise. Come se l’ordine si
fosse
ricostituito.
Come se Pansy
non avesse atteso undici anni per riavere il proprio compagno di vita.
Come se
non avesse sprecato undici anni della sua vita ad accudire il pallido
rimpianto
di lui. Come se Blaise non avesse passato tutto quel tempo a fare i
conti con
la propria ombra, a non averne timore, ad accettarla come parte di
sé, a
renderla una compagna di strada e non l’orrore di morte che
cercava di
divorarlo ad ogni passo.
Diede
un’occhiata a Pansy e Draco, seduti sul divano in una casa in
Provenza. Si
chiese se davvero potesse funzionare. Se per caso tutti loro non
stessero
cercando di ignorare l’irrimediabilità delle loro
esistenze, se per caso non
fossero già morti, a un qualche punto delle loro vite, e
adesso stessero lì
come fantasmi che giocano ad essere vivi.
Poi Draco si
voltò leggermente, sporgendo il collo a controllare per
l’ennesima volta che un
gufo arrivasse con la lettera in cui suo figlio gli comunicava di
essere stato
smistato in Slytherin, e nel voltarsi concluse quel gesto lasciando
scivolare
il braccio sulle spalle di Pansy. Quei due gesti, legati tra loro,
sembrarono
chiudere il cerchio. Blaise comprese davvero che quel giorno Draco era
padre e
compagno. Che dentro di sé aveva fatto abbastanza spazio.
Che era riuscito a
mettere nell’angolo gli orrori e gli errori, accettando di
non potersene
liberare ma di poter imparare a conviverci. Si accorse che nei suoi
gesti
l’arroganza era stata sostituita dalla fermezza. Non aveva
più niente da
dimostrare, a quel punto, solo molto da dare.
“Finirà di certo
in Slytherin” disse, guardando anche lui il cielo scuro
lì fuori.
Draco annuì,
fingendo che non avesse importanza. Eppure ne aveva, e molta, anche se
non lo
avrebbe detto ad alta voce, neanche a Blaise e a Pansy.
“Sì” asserì,
anche se non ne era per niente certo, ma ci sperava. Sperava che suo
figlio
fosse uno Slytherin, che in qualche modo continuasse ciò che
lui era stato ma
trovando la propria strada, la propria chiave interpretativa di quel
miscuglio
di leggi non scritte e codice d’onore. Sentiva che, in
qualche modo, Scorpius
era stato il frutto della propria rinascita, perché lo aveva
concepito con
tanto amore, anche se non era indirizzato verso la donna nel cui ventre
lo
stava depositando. Avrebbe trovato la sua strada, pensò
Draco, e avrebbe
restituito alla Casa l’originaria dignità che la
sua, la loro, generazione le
aveva strappato.
*
If you must cling to
someone
now and forever
let it be me
[Bob Dylan, Let it be
me]
C’erano cose di cui era difficile discutere. Pansy e Draco non ne parlarono mai esplicitamente, se non attraverso commenti a mezza voce o silenzi molto eloquenti. Quello che non riuscivano a dirsi, presero l’abitudine di scriverselo. Capitava che Draco trovasse un foglietto spiegazzato in cui Pansy aveva scritto con una grafia minuscola qualche pensiero che le rimaneva imprigionato in gola. Draco doveva strizzare gli occhi per riuscire a leggere quelle parole, timide e indecise, ma nella loro fragilità tremula, sincere.
Penso che dovresti far sapere ad Astoria
dove sei.
Non gli
chiese
mai con quali parole avesse lasciato Malfoy Manor. Non volle sapere se
il
maniero fosse rimasto ad Astoria, per questioni legali, o se lei avesse
preferito tornare nella casa materna, in cerca di un guscio abbastanza
robusto
dove celare il matrimonio fallito. Non domandò mai a Draco
se Astoria avesse opposto
resistenza, se avesse posto condizioni, quante e quali. Sapeva quanto
bastava:
che se Draco era tornato da lei, di certo Astoria non gli aveva imposto
di
sacrificare Scorpius.
In seguito a
quel biglietto, Draco tornò a Londra per cinque giorni. Al
suo ritorno, Pansy
era intenta a distogliere Blaise dall’idea di licenziarsi, di
nuovo, dalla
Gringott. Lui la cercò, le baciò una tempia e
andò a farsi una doccia. E Pansy
seppe che quella calma piena e avvolgente che sentiva dentro di
sé, chiudeva
anche quel capitolo.
Draco
trovò il
coraggio di parlarle di sua madre solo dopo un anno. Una sera, riaccese
la luce
che Pansy aveva spento, e guardando il soffitto, disse: “Ho
incontrato tua
madre.” La testa di Pansy si volse spontanea verso
l’armadio in cui aveva
conservato la lettera che sua madre le aveva scritto, il giorno in cui
aveva
lasciato Londra. Draco attese immobile che gli concedesse
l’opportunità di
andare avanti. Le lasciò il tempo di recuperare il ricordo
di sua madre, di
ritornare figlia.
“Quando?” prese
tempo lei, mentre pensava al profumo di sua madre, alla vita di
solitudine cui
l’aveva lasciata con suo padre, ora che non aveva
più una figlia a cui
raccontare la menzogna di un uomo che in verità non era
stato un marito.
“Quando sono
andato a parlare con Astoria.”
Pansy cercò lo
sguardo di Draco. Vide solo il suo profilo affilato.
“E l’hai
incontrata? Per caso?”
Non c’era accusa
né rabbia nella sua voce. Draco, in ogni caso, non aveva
creduto che fosse
stato possibile mentirle.
“Sono andato a
cercarla.”
Pansy non
distingueva più tanto bene il suo profilo, tutto le divenne
confuso. Si alzò,
assumendo una posizione seduta, perché il respiro era di
colpo pesante da
sostenere. Sua madre, che non era stata accogliente, con lei. Che
l’aveva resa
uno specchio, in cui esercitarsi nell’arte del tessere
menzogne sulla propria
vita. Sua madre, che forse l’aveva resa a sua volta incapace
di essere madre.
Di colpo ebbe nostalgia di lei.
“Perché?” riuscì
a chiedere, in un soffio di voce. Solo allora Draco si tirò
su di colpo,
lasciando perdere il soffitto e voltandosi verso di lei, al suono della
sua
voce, che era flebile e piena di dolore. E forse i suoi occhi, che non
poteva
vedere, nascosti dai capelli, erano pieni di lacrime, e lei era piena
di
domande a cui non avrebbe saputo rispondere, perché da quel
rapporto era sempre
stato escluso. Forse non avrebbe dovuto permettersi, lo aveva pensato
subito,
nel momento in cui aveva avuto di fronte quella donna. Forse avrebbe
dovuto
scrivere anche lui un biglietto a Pansy.
“Per farle
sapere dov’eri.”
Anche la sua
voce era un sussurro spezzato, cercava di contenere già
delle scuse. Ma Pansy
non disse niente, annuì e basta. La mano di Draco raggiunse
il suo collo, e
sostenne il peso della sua tristezza. Pansy lo lasciò fare,
assalita da una
nostalgia antica per qualcosa che in realtà non aveva avuto.
Non le mancava,
forse, la donna che l’aveva ospitata dentro di sé
e che aveva condiviso con lei
un percorso di vita conflittuale e distanziante. Le mancava la madre
che non
aveva avuto, e quella che lei non sarebbe stata.
Draco non allontanò la mano che aveva sul suo collo, e rimase con lei a celebrare quella perdita.
*
Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
[Julio Numhauser,
Todo cambia]*
Blaise
impiegò mezza
giornata per radunare tutte le sue cose, quando decise di lasciare la
Provenza.
Nel riporre i suoi oggetti nel baule gli parve lampante, illuminante,
di essere sempre stato pronto, in realtà. Doveva solo
riconoscere che il momento fosse giunto. Si chiese se anche Pansy,
oltre al
proprio subconscio, se ne fosse accorta. Se avesse solo finto, come lui
sembrava chiederle, sempre inconsciamente, di credere che si trattasse
solo
della sua proverbiale mania dell’ordine.
Se niente di
Blaise era disseminato per la casa era solo perché preferiva
che ogni cosa
fosse al suo posto. E così, per tutto quel tempo,
dov’era stato? Aveva lasciato
quasi tutto nel baule in attesa di capire quale fosse il suo, di posto.
Quando Pansy e
Draco rientrarono in casa, inciamparono uno dopo l’altro nel
baule che Blaise
aveva, appositamente, lasciato all’ingresso.
Pansy lo guardò
cercando quanto meno di sorridere ma non le riuscì molto
bene. Blaise la
perdonò subito. Qualcosa in lui fu commosso da quella
gelosia, dallo slancio
egoistico con cui Pansy sembrò per un attimo decisa a
tenerlo lì con loro.
Draco invece spostava irrequieto lo sguardo dal baule al suo migliore
amico,
aspettandosi chiarimenti che potesse deliberatamente ignorare
sollevando una
qualche polemica inutile al solo scopo di trattenerlo il più
possibile in
quella stanza.
O forse no.
Forse anche lui,
in quei secondi che Pansy occupò a ricordare a se stessa di
averlo sempre
saputo, di essere preparata e di averlo già accettato, anche
Draco in quei
secondi comprese che avrebbe dovuto lasciarlo andare, per poterlo avere
per
sempre al suo fianco.
“Sono giunto
alla conclusione che Londra mi manca” comunicò
Blaise, con un sorriso.
Pansy si riservò
di pensare che in parte gli mancasse anche Daphne, e, soprattutto, in
un modo
tutto suo e per ragioni che nessuno di loro avrebbe fatto meglio a
sondare, che
gli mancasse anche Millicent. Allo stesso modo in cui mancava a lei.
Non in maniera
lancinante, come una ferita sempre aperta, ma in modo dolce e blando,
come era
Milli nel rapporto con loro.
Draco
lasciò che
fosse Pansy la prima ad abbracciarlo, perché in fondo in
tutti quegli anni lui
non c’era stato, non aveva preso parte alla complicata opera
di ricostruzione,
anzi, con la sua assenza forse ne aveva aggravato i lavori. Ma fu lui
ad
accompagnare Blaise alla stazione, perché smaterializzarsi
avrebbe tolto ad
entrambi il pretesto per fare quell’ultimo percorso insieme.
Lungo la strada si
distrassero in commenti reprensibili sulle donne francesi, si persero e
discussero per ritrovare la strada, si offesero e si fecero promesse
che forse
per la prima volta sarebbero stati in grado di mantenere. Poi furono
costretti
a salutarsi, consci che non era un congedo come la prima volta,
perché in realtà,
adesso, tutti e tre si erano appena ritrovati.
Fine.
Mi fa un
pò impressione dirlo, ma è finita davvero.
In conclusione, direi solo che vi ringrazio, per aver - cercato, se non
altro XD - di seguire questa storia. Credo che con questa si sia
più o meno concluso anche il mio percorso con Harry Potter,
inizio a non avere più memoria di certi dettagli importanti
dei sette libri, il che lo interpreto come un segno, una sorta di
passaggio obbligato ^^ Anche se Draco e Pansy rimarranno sempre
l'incarnazione scritta della mia speranza che davvero nella vita ogni
serpente possa cambiare la sua pelle.
Insomma grazie a tutti quelli che hanno seguito, in qualsiasi forma
abbiano scelto, questa storia, a chi l'ha anche recensita (soprattutto Entreri e sweetchiara, che
anche se non l'hanno saputo formalmente sono state un punto fermo nelle
crisi d'ispirazione ^^) e a chi si è fermato a leggerla.
Beh, chiudo qui, perchè sono un pò Slytherin
anch'io e con certe cose non ci so fare. Magari ci "leggeremo" ancora,
ma nella sezione originali
:D
* La versione più famosa - e a mio parere bella - è quella di Mercedes Sosa ma l'autore primo è stato Numhauser.
Cambia direzione il viandante,
sebbene questo lo danneggi,
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.