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Autore: LaViaggiatrice    19/07/2018    3 recensioni
Dalla morte del padre, Bree ha capito che il vento gira contro di lei. Così ha fatto i bagagli e se ne è andata di casa, trovando rifugio a Dale, Canada, la città Natale di suo padre, dove ci sono tutti i suoi amici. Ma non sono tutte rose e fiori; non appena andrà nella nuova scuola dovrà confrontarsi con ragazzi spocchiosi, bulli di prima categoria e gente che non ha voglia di fare altro che non sia festeggiare. Fortuna che avrà dalla sua degli amici che le vogliono bene. Riuscirà a costruirsi una nuova vita? O i fantasmi del passato le si riproponeranno?
Spero di avervi incuriositi ;P
Genere: Commedia, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Compagnia di Thorin Scudodiquercia, Legolas, Nuovo personaggio, Tauriel
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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La stanza era inondata di luci psichedeliche. Lei stava ballando con un bicchiere in mano e il suo corpo premuto tra quelli dei suoi amici. Aveva appena svuotato il quarto bicchiere… o forse era il quinto? Si sentiva la testa tra le nuvole, non riusciva a fare pensieri sensati.    
“Sono ubriaca fradicia” pensò con un sorriso e continuando a ballare una musica che, nella vita di tutti i giorni, non avrebbe mai ascoltato nemmeno per sbaglio.  
Ma l’alcool in circolo distorceva le note facendole percepire un suono quasi piacevole.   
Sentiva vagamente mani passare sulle gambe nude; indossava un corto abito viola aderente con uno scollo a cuore, lungo fino a metà coscia, e un paio di scarpe nere con un tacco vertiginoso.   
In quel momento un paio di mani le afferrarono i fianchi e la trascinarono via. Lei ridacchiò adagiandosi in quella stretta confortante – Nathan… cosa c’è?- chiese con voce impastata.
Si girò nell’abbraccio del ragazzo, che la squadrò con i suoi magnetici occhi scuri e le rivolse un sorriso malizioso – Ti stavano guardando tutti, non potevo permetterlo.- mormorò al suo orecchio con voce suadente prima di baciarle l’attaccatura del collo.   
Bree ridacchiò, affondando le mani tra i suoi capelli biondo chiaro – Geloso.- biascicò. Lui le mordicchiò un lobo – Vorrei ben vedere. Sei mia.-. Un brivido le percorse la schiena. Non per ciò che aveva detto, ma per il tono con cui l’aveva detto, un tono duro e che non ammetteva repliche.  
Si scostò un po’ da lui improvvisamente all’erta nonostante l’alcol – Io non sono di nessuno.- ribatté. Il ragazzo le sorrise e la attirò di nuovo a sé – Ma si, facevo per dire.-. Bree annuì, ma continuò a sentire la sensazione di dover restare vigile.  
Nathan la condusse in pista – Balliamo?-. Ricominciarono a dimenarsi in quell’intreccio di corpi, spalmati l’uno sull’altra, ma poco dopo Nathan le prese il mento tra le mani e la baciò. Bree gli passò le braccia attorno alle spalle e ricambiò con trasporto. Non riuscì a capire come ma, poco dopo, si ritrovò nel ripostiglio seduta su delle scatole. Sentì le mani di Nathan risalirle le gambe fino ad arrivare all’orlo del vestito, per poi carezzarle rudemente le cosce.   
– Nathan…- mormorò Bree scostandolo lievemente. Gli occhi del ragazzo la guardarono lucidi di lussuria – Te l’ho già detto… Non ancora. Per favore.- mormorò cercando di riacquistare lucidità. Il volto del ragazzo si fece improvvisamente strano e le trasmise una sensazione fredda e di pericolo, che sparì come era arrivata.   
Lui le sorrise, ma c’era qualcosa che non andava in quel sorriso – Va bene. Scusami.-. Tornarono in pista, e si persero subito di vista. Bree aveva perso l’euforia data dall’alcool, ed era pervasa da un senso di pericolo. Forse è solo un nuovo stadio della sbornia, pensò. Poco dopo sentì la necessità di andare in bagno, e dopo essersi guardata intorno per cercarlo vi si diresse. Aprì la porta e ciò che vide la paralizzò. Nathan a petto nudo che baciava appassionatamente un’altra ragazza, seduta sul ripiano dove c’erano i lavandini, che gli cingeva i fianchi con le gambe.   
Quando la vide si staccò violentemente e la guardò con gli occhi lucidi, mentre la ragazza li guardava confusi con la vista annebbiata dall’alcool. – Bree…- mormorò Nathan, non con tono colpevole, ma con tono quasi… seccato.    
Seccato perché li aveva interrotti. La rossa indietreggiò sgomenta, gli occhi pieni di lacrime che però non uscirono. Il ragazzo non disse niente, rimase solo a guardarla. Bree chinò il capo di lato – Quindi è così? Io ti dico che non mi sento ancora pronta e tu prendi la prima ragazza che ti capita per…-.   
Un singhiozzo la interruppe, ma si affrettò a soffocarlo nella mano.   
Nathan scosse la testa – Mi dispiace. Forse dovremmo finirla qui.-. Bree strabuzzò gli occhi, improvvisamente con un groppo alla gola che le impediva di parlare. Poi sentì un grido risalirle dalla gola che le sbloccò la voce   
– Vaffanculo!- gli gridò, facendolo sussultare – Sei uno stronzo! Un lurido bastardo!-. E gli diede un pugno in faccia.  
La ragazza con cui lui stava amoreggiando lanciò un urletto isterico, come se si fosse accorta di lei in quel momento, e scappò fuori urlando. Nathan si schiantò con un gemito sulla porta di uno dei bagni, una mano al naso sanguinante. La guardò stupefatto, poi il suo sguardo si fece scuro e si lanciò su di lei.   
La premette contro il muro – Tu! Come hai osato?!-. Con un ringhio basso, Bree gli sferrò una pedata in mezzo alle gambe, badando bene a imprimere tutta la forza sul tacco. Il ragazzo lanciò un gemito strozzato e quando parlò lo fece con un’ottava in più nella voce   
– Lurida… puttana…-. Bree chinò la testa di lato, lo sguardo spiritato. Sentiva l’adrenalina alle stelle, quasi desiderava che lui reagisse per poterlo picchiare di nuovo. Prevedibilmente, Nathan si alzò e tentò di nuovo di bloccarla ma lei approfittò del suo slancio iniziale per scaraventarlo oltre la porta.   
Nathan capitombolò in sala da ballo spaventando la maggior parte delle persone. Bree uscì dal bagno, ma in quel momento Nathan le si avventò contrò e le sferrò un pugno che non riuscì a schivare del tutto e le colpì lo zigomo. Bree indietreggiò colta alla sprovvista, ma poi gli si scagliò contro accecata dalla furia.   
Non ricordò niente dei minuti seguenti; il mondo ricominciò a scorrere solo quando due poliziotti li separarono a fatica e intimarono di fare largo. Li portarono in questura e chiamarono i loro genitori.   
Suo padre era morto da poco più di un mese, quindi arrivò solo sua madre dal turno di notte nel locale dove lavorava. Bree aveva un occhio nero e un livido sullo zigomo, ma Nathan era preso peggio. Il naso continuava a sanguinare, probabilmente rotto, e quando muoveva le gambe la sua faccia si contraeva in strane smorfie.    
I suoi genitori erano furibondi. Parlarono con la polizia, sua madre discusse con loro a lungo, e interrogarono i due ragazzi. Alla fine, i genitori di Nathan decisero di non denunciarla, ma scoccarono un’occhiataccia a Bree.   
Lei non ricordò nulla del viaggio di ritorno, ricordò solo che quando arrivò a casa si lavò velocemente il viso e si infilò il pigiama mettendosi a letto a dormire in un lago di lacrime.   
 
La sveglia suonò talmente forte da far sussultare Bree la quale, ancora mezza addormentata, cascò dal letto insieme ad essa. Le tirò una pedata e quella, continuando a suonare beffarda, scivolò sotto il letto, obbligandola ad alzare il materasso ed incastrarsi la mano tra le doghe per spegnerla, imprecando a gran voce. Poi si sedette a gambe incrociate sul letto, le mani tra i capelli.  
Il sogno che aveva fatto si affacciò di nuovo e iniziò a tremare di rabbia. Non un sogno, un ricordo. Ma Nathan è rimasto a New York pensò con un sospiro – È solo una stupida festa.- si disse – Sopravvivrò.-. Si alzò stiracchiandosi e scese in cucina. Dovette mettersi in punta di piedi per prendere la caffettiera e il caffè, e mentalmente maledisse suo padre per non averle trasmesso il gene dell’altezza che aveva tutta la sua famiglia eccetto lei.  
Mentre si faceva il caffè accese le stereo cui aveva attaccato la sua chiavetta che fece partire Dragonfly degli Edguy, la canzone preferita di sua madre. Una lacrima le rigò il viso. Le mancava. Le mancavano le loro litigate, le serate a guardare serie TV durante le quali sua madre puntualmente si addormentava, i pomeriggi di shopping.   
Scacciando le lacrime tirò fuori i biscotti che aveva comprato al supermercato il giorno prima e non appena il caffè uscì se lo versò in una tazza insieme a un bel po’ di latte. Lo sorseggiò piano, con la testa altrove, finché il suo telefono non iniziò a suonare You Give Love A Bad Name di Bon Jovi, segno che erano le 7.15. Mise nel lavabo la tazza e buttò le briciole dei biscotti nel giardino di casa, quindi andò in bagno a lavarsi i denti.   
Quando finì si esaminò il viso allo specchio; la treccia che si faceva sempre prima di addormentarsi era spettinata, gli occhi stanchi e ancora con un velo di rabbia a causa del sogno/ricordo. Si lavò il viso e mise un po’ di crema. Osservò indecisa la borsetta dei trucchi, ma poi i Guns ‘n Roses le ricordarono che erano le 7.25 attaccando con Paradise City. Lasciò perdere il proposito di truccarsi e andò a vestirsi con un paio di jeans, i suoi amati anfibi consumati e una maglia nera a maniche corte con dei buchi sulle spalle con lo stemma dei Guns ’n Roses.   
Prima di uscire si assicurò di avere tutto e osservò nostalgica la porta che conduceva al garage dove la sua moto rimessa a nuovo attendeva pazientemente. Una volta preso il chiodo dall’attaccapanni se lo infilò uscendo di casa.      
 
Il cielo era coperto da nubi grigie scure, ma faceva piuttosto caldo, nonostante l’aria gelida che soffiava. Aria da temporale pensò tra sé. Si incamminò verso la stazione dell’autobus con un sorriso stampato sulle labbra. Seduto sulla panchina e in disparte rispetto agli altri ragazzi che abitavano in quel quartiere, i “metallari” c’era Kili, che aveva un’espressione assonnata; teneva il viso appoggiato sulle mani, e gli si chiudevano gli occhi. Indossava dei jeans grigi e degli anfibi e, come lei, aveva solo un chiodo.   
 I “metallari” stavano chiacchierando tra loro e ascoltavano la musica con una cassa Bluetooth. In quel momento stava andando Before the Winter degli Stratovarius che, con il tempo che c’era, ci stava benissimo. Quando la rossa gli si sedette vicino, Kili mugugnò un “Ciao”.   
– Sonno?- chiese divertita. Lui alzò gli occhi al cielo   
– Si. Ieri sera sono andato a dormire tardi per colpa di mio fratello che mi ha obbligato a vedere una serie TV che secondo lui era fortissima.- sbuffò.   
– Non lo era?-.   
Kili si raddrizzò – Si che lo era! È stato proprio questo il problema! Abbiamo guardato una stagione di 12 episodi da 40 minuti tutto ieri, e abbiamo iniziato alle 18! Fatti i tuoi conti!-.   
Bree batté le palpebre scioccata – Siete andati a dormire alle due di notte?? Ma che razza di telefilm era??-. Nemmeno lei e sua madre avevano mai fatto così tardi, ma probabilmente sua madre era più responsabile di Fili – Si chiama Teen Wolf ed è una figata!-.   
In quel momento arrivò Gimli trafelato, appena in tempo per prendere l’autobus blu che stava arrivando strombazzando. Salendo, Kili cominciò a raccontare concitatamente a Bree la trama del telefilm   
– Parla di due ragazzi sfigati, Scott e Stiles, uno asmatico e l’altro iperattivo, e una notte mentre cercano un cadavere nel bosco un lupo mannaro morde Scott che diventa un lupo mannaro, solo che poi si innamora della figlia dei cacciatori di lupi mannari e…-   
Bree gli tappò la bocca – Vuoi spoilerarmelo tutto o mi dai l’occasione di vederlo?-. Kili alzò gli occhi al cielo   
– Va bene… Ehi, che ne dici di venire da noi a vederlo? Abbiamo Netflix! Cioè, in realtà è dello zio ma non lo usa mai quindi lo usiamo solo io e mio fratello!-.   
– Va bene Stiles, ma calmati.- disse dandogli un buffetto su una guancia.   
Gimli, che aveva seguito il discorso in silenzio alzò un sopracciglio – Le tue capacità oratorie sono proprio penose.- dichiarò, facendoli scoppiare a ridere.   
All’improvviso un tuono rimbombò nel cielo, facendo girare di scatto la testa di Bree e lanciare un urletto ad alcune ragazze. Un secondo dopo cominciò a piovere, facendo spuntare un sorriso sul volto della rossa. Rimase a guardare fuori dal finestrino per tutto il tragitto, osservando la pioggia bagnare le rocce e ascoltando il dolce fruscio degli alberi scossi dal vento freddo, mentre Gimli chiacchierava con Kili.   
Ad un certo punto, Bree si girò verso i due ragazzi – Oggi non c’è Ori?- chiese. Kili e Gimli si interruppero. – Ah già.- osservò Gimli. Kili fece spallucce – Probabilmente con questo tempo lo ha portato a scuola suo fratello Dori. È piuttosto apprensivo.-.  
Gimli rise – Diciamo pure che è molto apprensivo. L’ha lasciato andare in giro da solo solamente dai 14 anni in su!-. Bree alzò gli occhi al cielo – Peggio di mia madre.-   
Tornò ad osservare il temporale, mentre il ricordo di suo padre si faceva più vivido che mai.     
 
Arrivati a scuola Bree si appoggiò ad una colonna dell’entrata ad osservare la pioggia e i lampi, e quando suonò la campanella si diresse a malincuore dentro la scuola, dove faceva un caldo bestiale. In classe c’era già un uomo seduto alla cattedra; aveva capelli lisci e neri, lunghi fino alle scapole, e penetranti occhi scuri. Indossava un paio di pantaloni di velluto rosso scuro, una camicia beige e delle scarpe nere, e stava scrivendo con una calligrafia elegante e curata su un foglio di carta.  
Bree si diresse al suo posto dietro Kili – Lui è…?- chiese.  
– Elrond.- rispose il moro. – Insegna latino e inglese.-.  
I ragazzi stavano chiacchierando moderatamente a causa della presenza del prof che, nonostante l’aria simpatica, sembrava intimidirli. Quando la campanella suonò l’uomo si alzò e gli altri si sedettero – Buongiorno ragazzi.- salutò con un sorriso – è un piacere rivedervi tutti.-.   
I tre amici di Bolg sbuffarono, ed Elrond scoccò loro un’occhiataccia. Non proprio tutti a quanto pare pensò con un sorriso. Il professore passò elegantemente tra i banchi distribuendo fogli con su scritto cosa serviva. Quando passò vicino a Kili e Gimli sorrise   
– Kili, sono rimasto stupito dalla dedizione allo studio che hai avuto a maggio. Spero che quest’anno ti impegnerai tanto quanto ti sei impegnato in quel mese.-.   
Il ragazzo sorrise – Si, me lo auguro anche io.-.   
Quando l’uomo posò gli occhi su Bree, la osservò con un sorriso enigmatico – Bree O’Duinn. È un piacere averti qui; spero tu sia una persona onesta e leale come tuo padre.-.   
Allo sguardo interrogativo della ragazza rispose con un sorriso - Conoscevo Robin quando abitava a Dale.-.   
La rossa sbattè le palpebre stupita, ma non più di tanto; c’era qualcuno che non conosceva suo padre? – Spero di sì. Mi dicono che gli somiglio molto, nel carattere oltre che nell’aspetto. Difetti inclusi.- ribatté.   
Elrond fece una risata che gli riempì di rughe il viso – Mi auguro che tu ti trova bene qui.- continuò posandole una mano su una spalla e proseguendo.   
Quando se ne andò, Kili si girò a guardarla – A quanto pare tuo padre era parecchio popolare qui a Dale, eh?-.   
Bree fece spallucce – A quanto pare… stupisce anche me, non mi ha mai parlato di loro-.  
Gimli corrugò la fronte – Magari ha interrotto malamente i rapporti anche con loro.-.   
La rossa annuii mordicchiandosi le unghie e fissando un punto imprecisato sullo schienale della sedia di Kili – Mi chiedo se sappiano anche che è…-.   
Non continuò, ma Kili le posò una mano sulla sua – Penso che lo sappiano.-. Bree sorrise, ma i suoi occhi rimasero assenti.   
Quando il professore li richiamò all’ordine, Kili e Gimli si girarono di scatto. Elrond, come gli altri prima di lui, fece una breve introduzione sul programma di quell’anno, e spiegò l’importanza degli appunti presi gli anni precedenti, al che Kili sbiancò   
– Oh, no. Non ho la più pallida idea di dove possano essere… - si lamentò con le mani tra i capelli. Gimli alzò gli occhi al cielo – Sei una vera frana.-. Kili borbottò un “Grazie”.   
Quando dopo la seconda ora la campanella suonò, Elrond aveva appena finito di parlare degli esami – Bene ragazzi. Ci rivediamo nei prossimi giorni.- disse uscendo dalla classe. I ragazzi si alzarono in piedi dividendosi in gruppi. Bree mise la sedia tra Kili e Gimli – Ori non è venuto.- osservò. I due ragazzi annuirono – Probabilmente Dori l’ha lasciato a casa per paura che si prenda un malanno.- fece Kili – Allora, alla fine sono riuscito a stanarti! Quindi verrai alla festa di Took?- chiese poi sorridendo. Lei annuì, ma il suo sguardo assente si fissò su una venatura della sedia di Gimli.  
Quest’ultimo le posò una mano sulla spalla – Tutto a posto?-.  
Lei annuì – Si, stavo solo pensando.-.   
- A cosa?-   
- Niente, una cosa successa a New York.- tagliò corto Bree. Non aveva voglia di parlare di Nathan, non in quel momento   
Kili le prese una mano e sorrise – Quando vorrai dirlo sai che puoi contare su di noi.-.
Bree sentì una fitta allo stomaco; sentiva davvero che poteva fidarsi. Gimli e Kili erano totalmente diversi dai ragazzi di New York, arroganti e presuntuosi.
Ricambiò il sorriso – Grazie. Non so come farei senza voi due.-    
 
La ricreazione durava 15 minuti, quindi Bree esplorò un po’ la scuola. Mentre passava vicino alla sala die professori, sentì nominare suo padre da una voce simile a quella di Elrond. Si girò verso la porta da cui aveva sentito le voci; era quella che portava alla sala dei professori. Si appoggiò al muro nel punto in cui la porta ruotava sui cardini per ascoltare ed evitare di essere vista nel caso qualcuno fosse uscito  
-Non avrebbe mai voluto che venisse qui- disse la voce di Elrond – Era più al sicuro a New York-.  
- Ne dubito. Ho sentito che sua madre ha sposato Smaug, e quell’infida serpe è pericolosa quanto Azog- ribatté Saruman. Stanno parlando di me, realizzò cercando di sentire meglio.  
- Credete che lui lo sappia?- chiese Galadriel; la sua voce flautata sembrava preoccupata.  
- Non lo so-. Era stato Balin a parlare – Ha avuto uno scontro con Bolg, ma non penso che lui l’abbia riferito a suo padre. D’altronde però, Azog è sempre informato su chi entra e chi esce da Dale-.  
Un brivido le percorse la schiena al sentire quelle parole. Cosa avrebbe potuto volere da lei l’assassino di suo padre?  
- Mi sorprende che non sia già apparso- disse Elrond metodico – O forse ha altro a cui pensare… non so quale prospettiva mi agghiacci di più-.  
- Perché dovrebbe prendersela con la ragazza?- chiese Saruman. – Lei non sa nulla dei piani di Robin. Nemmeno noi ne eravamo al corrente, e certamente non avrà condiviso i suoi piani con una sedicenne-.
In quel momento la campanella suonò proprio sopra la testa di Bree, che sussultò. Prima che potessero scoprirla corse verso la sua classe, dove trovò Kili e Gimli intenti a parlare tra loro. Quando la videro aggrottarono le sopracciglia – Cosa succede?-. Lei, ancora col fiatone scosse la testa – Dopo… dopo vi racconto-.  
L’ora dopo avevano lezione con Saruman, ma lei invece che prendere appunti fissò il foglio bianco chiedendosi quali fossero i “piani” di suo padre. Erano il motivo per cui era morto?
- Signorina O’Duinn, può rispondere alla domanda?- chiese all’improvviso Saruman. La ragazza sussultò – Scusi, non… non ho sentito la domanda-.  
Il professore alzò un sopracciglio – Davvero? E come mai?-.  
Bree scosse la testa – Mi sono distratta. Scusi-.  
Lui annuì – Qualcuno sa rispondere?-.  
Kili alzò la mano  
- Si Durin, puoi andare in bagno-.  
Kili rimase un attimo interdetto - No prof, io… volevo dire la risposta- disse.  
Saruman scoppiò a ridere, poi vide che Kili faceva sul serio – Oh, fai sul serio?-.  
Kili annuì e disse la risposta corretta, seguito da un applauso da parte della classe.   
 
Dopo la scuola Bree, Kili e Gimli si sedettero vicini in autobus. Il cielo era ancora ricoperto di nuvole, ma non pioveva più.  
- Allora, cosa ti ha sconvolta così tanto?- chiese Kili guardandola preoccupato. Lei sospirò e, controllando che nessuno stesse ascoltando raccontò la conversazione che aveva sentito.
Kili era impallidito, e le sue mani tremavano – Bree, se Azog crede che tu sia coinvolta nei “piani” di tuo padre… se i “piani” sono qualcosa che lo ostacola, lui…-. Non finì la frase, ma Bree comprese lo stesso. Mi ucciderebbe, come ha ucciso mio padre. Gimli si prese la radice del naso tra le dita respirando a fondo.  
Non parlarono fino a che non arrivarono alla loro fermata. Bree stava per tornare a casa sua quando Kili la fermò – Bree, se stasera non vuoi venire non ti preoccupare-. Si era quasi dimenticata della serata Netflix che le aveva proposto di fare insieme a lui e a suo fratello. Lei strinse i pugni sulle cinghie dello zaino fino a farsi sbiancare le nocche – No. Stasera ci sono. Non mi perderei mai una serata Netflix- disse sorridendo.  
Kili le sorrise di rimando – Ok. Allora ci vediamo stasera!-.
- Puoi contarci!- replicò lei, dirigendosi verso casa.   
 
Dopo aver mangiato due toast per pranzo e fatto i compiti andò al lavoro. Quando arrivò saluto Bofur con un sorriso e indossò il grembiule prima di mettersi a lavorare.  
Verso le sei e mezza arrivò anche Bilbo con suo nipote e il suo amico, che la guardarono con un sorriso timido prima di mettersi a giocare. Il libraio sorrise e tirò fuori un libro dove iniziò a scrivere, tenendo d’occhio i bambini. Poco dopo, proprio mentre Bree stava per andarsene, sentì la campanella suonare. Il locale si zittì, a parte Bofur che stava prendendo qualcosa da un mobile basso che esclamò – Solo un secondo!-. Bree si bloccò non appena vide chi era entrato.
L’uomo era completamente calvo, la pelle lattea e occhi di un azzurro chiarissimo, glaciale. Indossava abiti di pregio, ed era grande e grosso. Bofur si alzò e, non appena vide l’uomo che era entrato sbiancò. I bambini rimasero immobili con gli occhi pieni di lacrime, guardando Bilbo che sedeva rigido sulla sedia. Non serviva dire chi fosse quell’uomo; era evidente.
Azog sorrise, un sorriso feroce, come quello di una bestia – Buonasera concittadini-. Disse concittadini, ma dal tono sembrava stesse dicendo “prede”. Il suo sguardo si puntò su Bree, che non riuscì a muoversi dal suo posto. Le si avvicinò, e il suo sorriso si allargò – E così la pecorella smarrita è tornata all’ovile- sentenziò fermandosi davanti a lei, che nonostante il terrore non abbassò lo sguardo.
Quello cui si trovava di fronte era l’assassino di suo padre. Una rabbia ceca la investì, e strinse i pugni per evitare di tremare e fare qualcosa di cui si sarebbe potuta pentire, come tirargli un pugno in faccia.
Lui le prese il mento e la guardò - È un piacere conoscerti, Bree. Purtroppo, ho saputo del tuo arrivo solo poco tempo fa, e ho pensato che fosse giusto conoscerti. Non pensi?-. Bree si divincolò dalla sua presa – Lasciami stare- ringhiò. Vide Bofur scuotere la testa, ma lo ignorò. Tremava di rabbia e adrenalina. Voleva prenderlo a pugni, sbattere la sua testa sul pavimento. Voleva ucciderlo, come lui aveva ucciso suo padre. Ma si trattenne. Con uno sforzo sovrumana represse la rabbia e la mise via. Un’altra volta, si disse. Non adesso.  
Azog chinò il capo di lato – Non mi sembra molto educato-. Allora Bree sorrise a sua volta, ma i suoi occhi mandavano fulmini – Scusami, forse dovrei avere un po’ più di riguardo per te, visto tutto ciò che hai fatto per me- disse incrociando le braccia. L’uomo le si avvicinò repentinamente e la guardò con occhi fiammeggianti.  
Non sorrideva più – Ciò che è successo a tuo padre è stato solo uno spiacevole incidente. Che spero non debba ripetersi mai più. Ci siamo intesi?-. Bree non rispose. In quel momento sentì una voce familiare – Allontanati immediatamente-.
Dain era sulla porta del locale con le braccia incrociate. Azog si voltò verso di lui – Ciao Durin- disse con il suo sorriso ferino.  
Dain lo fronteggiò con lo sguardo – Azog. Cosa vuoi?-.  
- Solo fare quattro chiacchiere, Durin. Me ne stavo giusto andando-. Si diresse verso l’uscita. Dain si mise di lato per farlo passare, ma prima di uscire si voltò – Grazie per la piacevole chiacchierata-. E uscì.
Non appena la porta si chiuse alle sue spalle il tempo riprese a scorrere. Frodo e Sam si gettarono in lacrime tra le braccia di Bilbo. Bofur riprese un po’ di colore e iniziò a borbottare e a mettersi le mani tra i capelli. Bree riprese a tremare. Aveva bisogno di sfogarsi. Aveva bisogno di colpire qualcosa. Si girò verso il muro del locale che dava sulla cucina, strinse un pugno e ci sferrò un colpo, seguito da un ruggito di rabbia. Dain le si avvicinò e le afferrò la mano – Sta buona, ragazza. Prima o poi ci vendicheremo- disse a voce abbastanza bassa da non farsi sentire dagli altri. Lei prese un respiro profondo e ricacciò indietro la rabbia.
Stava tornando a casa quando le arrivò un messaggio. Era Took    
 
Sabato sera ci sei alla festa?    
 
Avrebbe voluto rispondergli che no, non aveva alcuna intenzione di andare a quella festa, non quando l’assassino di suo padre era ancora impunito e a piede libero.  
Avrebbe voluto scrivergli che odiava le feste, che odiava essere circondata di gente spensierata mentre lei pensava pure troppo, che odiava vedere gente felice senza motivi mentre lei aveva mille ragioni per non esserlo.  
Ma non lo fece. Non disse nulla di ciò che le passava per la testa. Gli scrisse    
 
Certo!    
 
Era vero, odiava le feste.   
Ma non avrebbe dato quella soddisfazione ad Azog. Non voleva che credesse fosse spaventata da lui talmente tanto da non farla uscire.  
Lo era, ovviamente, anzi, ne era terrorizzata. Ma la sua rabbia, il suo desiderio di rivalsa e di vendetta erano più forti della paura.   
 
*Angolo Autrice*
Si signori, sono viva! E si, sono rimasta muta per sei mesi, ma l’ispirazione si era gettata nel Monte Fato, e avevo voglia solo di oziare. Questo capitolo è una cosa tipo 7 pagine Word, ed è anche più fitto degli altri.  
Le cose si stanno muovendo (alleluia!) e stiamo iniziando a capire qualcosa di più (forse). Ci saranno degli errori, ma ad essere sincera non l’ho riletto con molta attenzione, chiedo venia.  
Inoltre, vi ricorderete che nell’episodio di Astrid Bree diceva che non aveva mai avuto un fidanzato. Ebbene, ho cambiato quella parte perché non si incastrava bene con la storia di Nathan.
Un abbraccio a tutti voi, sperando non vi siate dimenticati di me XD
LaViaggiatrice
 
 P.S.: Lo so, i nomi dei capitoli sono penosi ma cercate di sorvolare su questo, per favore XD
   
 
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