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Autore: _Atlas_    31/01/2021    4 recensioni
1997.
Axel, Jake e Jenna vivono i loro vent’anni nella periferia di Mismar, ubriacandosi di concerti, risate e notti al sapore di Lucky Strike. Ma la loro felicità è destinata a sgretolarsi il giorno in cui Jake viene trovato morto nel suo appartamento, spingendo gli altri nell’abisso di un’età adulta che non avrebbero mai voluto vivere.
Diciotto anni dopo, Axel è un affermato scrittore di graphic novel che fa ancora i conti col passato e con una storia di cui non riesce a scrivere la fine.
Ma come Dark Sirio ha bisogno del suo epilogo, così anche il passato richiede di essere risolto.
Genere: Generale, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo VI
 
 



 

 
 
 
Nel mezzo di quella interminabile caduta, Axel riuscì miracolosamente a trovare un appiglio; quello che doveva fare, si disse, era dopotutto molto semplice.
«Avanti, apri» borbottò con il pugno a mezz’aria davanti a un’elegante porta d’ufficio.
«La signora Armstrong è impegnata in una telefonata urgente» gli fece notare il segretario dello studio col tono di chi aveva ripetuto quella frase già quattro volte.
«Ho capito, non sono sordo» ribatté Axel, in preda all’agitazione. Quello alzò le mani in segno di resa e tornò alle sue scartoffie d’ufficio.
Dopo una manciata di secondi la porta finalmente si aprì e senza troppe cerimonie Axel si intrufolò nella stanza superando la sagoma di Loraine ancora attaccata al telefono.
«La ringrazio signor Layton,» disse facendo impallidire Axel «le assicuro che farò tutto il possibile. Le auguro una buona giornata» concluse la donna riappropriandosi del suo posto dietro la scrivania e mettendo da parte il telefono.
«Era lui?» chiese Axel che invece era ancora in piedi a pochi passi dalla porta, indeciso se assecondare l’impulso di scappare da lì con la stessa velocità con cui vi si era precipitato.
«Era lui» confermò Loraine rivolgendogli uno sguardo severo «Siediti, dobbiamo parlare.»
«Preferisco stare in piedi. E sì, dobbiamo assolutamente parlare. Tanto per essere chiari fin da subito: non andrò a Mismar. Te lo puoi scordare, preferisco rinunciare alla mia carriera piuttosto che tornare in quel posto» protestò iniziando a gesticolare con nervoso. Sapeva quali sarebbero state le conseguenze se non si fosse dato una calmata, ma era come se ogni fibra del suo corpo fosse finita nelle grinfie di uno stato d’animo intollerabile e lui fosse chiamato a liberarne una per una, non importava con quali mezzi.
«Axel, vorrei che tu cercassi di capire la situazione» disse Loraine con tono volutamente calmo.
«Io devo cercare di capire? Io?! Hai assicurato la mia presenza a un convegno senza neanche chiedermi se fossi d’accordo!»
«Se te l’avessi chiesto non avresti mai accettato e la tua immagine pubblica, per quanto la cosa ti sia indifferente, è importante, che tu lo voglia o no. »
«Certo che non avrei accettato, ma questo non ti dava diritto di prendere decisioni senza rendermene partecipe! Non hai idea di che cosa rappresenti per me quel posto, tu non c’eri vent’anni fa in quella scuola e in quella città! E non me ne frega un cazzo della mia immagine, è possibile che tu non l’abbia ancora capito?!» urlò sforzandosi di ignorare quel senso di vertigine che anticipava le sue crisi d’ansia. Un’altra manciata di minuti e sarebbe scoppiato.
«Stai esagerando, Axel, ti avverto» questa volta Loraine si alzò in piedi e per la prima volta da quando lavoravano insieme Axel vide sparire dal suo volto ogni traccia di comprensione, pazienza o affetto nei suoi confronti.
«La tua immagine pubblica è anche e soprattutto affar mio, se la cosa non ti piace ti consiglio di cercarti un’altra persona disposta a tollerare i tuoi capricci da scrittore maledetto, chiaro? Finché lavorerai con me le cose funzioneranno in un certo modo e non intendo affossare definitivamente quello che la C.A.M. ha rappresentato per tanti studenti che a differenze di te non hanno avuto fortuna, solo perché tu non riesci a fare pace con il passato. Se ti tiri indietro non entrerai più in questo studio. Intesi?»
La freddezza che mise in quelle parole indebolì solo in parte le sue emozioni e pur articolando migliaia di risposte nella sua testa non riuscì a tirarne fuori nessuna. Rimase immobile davanti a lei, semplicemente guardandola e domandandosi in segreto perché mai non riuscisse a capirlo, se fosse davvero così stronzo come si percepiva in quel momento, se fosse davvero uno dei tanti accecati dal successo, egoista, incompreso, maledetto.
Quando alla fine Loraine girò i tacchi e lo lasciò da solo nell’ufficio, il panico lo aveva già raggiunto.
 
 
 
*
 
 
 
Il pomeriggio successivo lo passò a picchiare l’enorme sacco da boxe appeso in salotto. I suoi respiri erano corti e affannati ed era abbastanza evidente che la causa non fosse da attribuire al suo scarso allenamento degli ultimi mesi. L’ansia lo divorava ogni giorno con costanza e determinazione, come se si fosse posta l’obiettivo di rendere invivibile ogni secondo della sua vita.
Mentre sferrava pugni al sacco gli venne in mente la sua relazione con Gwendolyn e il suo modo tutto particolare di approcciarsi al mondo; era stata lei a fargli da guida durante le sue prime sedute di meditazione, a mostrargli il giusto modo di respirare e di vivere il momento presente. Lui d’altra parte non era mai riuscito a comprendere quegli insegnamenti, li trovava ridicoli e poco efficaci e si sforzava di portarli avanti solo perché Gwen si faceva in quattro per farlo stare meglio. Lei era una tipa sveglia, entusiasta, felice, troppo lontana dal suo mondo imperfetto e pieno di sofferenza.
Che le cose tra loro non avrebbero mai funzionato lo capirono presto, e quando una mattina di metà settembre Gwen lasciò New York per volare in Indonesia, gli fu subito chiaro in quale direzione stesse andando la sua vita. La cosa più dolorosa fu realizzare che non gli importava e che probabilmente era sempre stato così.
Fu mentre sferrava l’ennesimo pugno, guanto contro sacco, che gli tornarono a galla altri ricordi. Con una morsa al petto, quasi gli sembrò di sentirlo quell’odore dolciastro delle Lucky Strike, mentre Jake se ne portava una tra le labbra nascondendo un sorriso sbruffone.
«Allora, mi aiuti o no con quel fumetto? Lo sai che non sono capace!»                           
«Se non sei capace tanto vale lasciar perdere, no?»
E c’era quella canzone, quella canzone che non voleva ricordare…
«Chi erano quei tizi?»
«Due imbecilli. Oh, merda, mi esce di nuovo sangue dal naso.»
«Axel, tu devi partecipare a quel concorso!»
«Non cercarmi più, Jenna. Promettimelo.»
Il pugno piombò con violenza contro il sacco da boxe, poi ne sferrò un altro e un altro ancora.
Alla fine si arrese a quella pioggia incessante di ricordi, sperando che riviverli potesse placare una volta per tutte l’ansia e l’angoscia che lo tormentavano.
All’improvviso era di nuovo il 1997, un freddo pomeriggio di metà marzo; Dark Sirio era ancora una bozza inconclusa abbandonata sulla scrivania e la NBC trasmetteva la terza stagione di Friends.
 
 
 
 
_____________
 
 
 

  

NdA
Ehm, salve!
Con non poca frustrazione mi scuso prima di tutto per il ritardo di questo aggiornamento, gli ultimi mesi sono stati colmi di novità e la scrittura è stata messa da parte in maniera spontanea, che poi è lo stesso modo in cui sta tornando adesso dalla sottoscritta :’)
Vi avevo lasciato con un cliffhanger abbastanza brutto e non sono sicura di aver rimediato con questo capitolo, tuttaviiiia è probabile che con il prossimo mi farò perdonare un pochino :3
 
Come sempre approfitto di questo spazio per ringraziare coloro che finora hanno letto e commentato la storia, i nuovi lettori e tutti coloro che l’hanno aggiunta nelle varie liste…grazie infinite!
 
Un saluto e alla prossima,
 
_Atlas_

   
 
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