Anime & Manga > L'Attacco dei Giganti
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Autore: Red Saintia    17/06/2021    10 recensioni
Anche se è difficile immaginarlo, impossibile sapere come sarà, imprevedibile capirne i vari percorsi... il futuro arriva per tutti. Anche quando il presente incombe come un macigno pronto a schiacciarci a terra, ci sarà sempre un domani nuovo, diverso, migliore. Perché il dolore anestetizza cuore e sentimenti, inaridisce l'anima e spegne le speranze. Ma come tutte le cose di questo mondo pian piano passa, e resta solo un silenzioso compagno con il quale si riesce pacificamente a convivere.
Genere: Hurt/Comfort, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Altri, Armin Arlart, Hanji Zoe, Levi Ackerman, Mikasa Ackerman
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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I fatti che accadono in questa prima parte della storia sono da considerarsi precedenti l'attacco al distretto di Liberio, quindi durante l'assenza di Eren da Paradis.


 


"Hai intenzione di restare ancora a lungo senza far niente Ackerman?"

"Nossignore!"

"Allora spiegami perché tutti si stanno dando da fare tranne te!"

Strinse i pugni stizzita cercando di trattenersi. L'ultima cosa che le serviva era una punizione nelle prigioni sotterranee. Ma forse ne sarebbe valsa la pena pur di prenderlo a pugni e togliergli dalla faccia quell' espressione sempre così impassibile. Non gli diede la soddisfazione di mostrarsi irritata. Scattò all'istante in direzione di Jean, Connie e gli altri senza aggiungere altro.


"Perché non la lasci in pace Levi. Sei più irritante del solito negli ultimi tempi."

"Impara ad impicciarti degli affari tuoi quattrocchi. Lei fa parte della mia squadra adesso. E non tollero che i miei sottoposti battino la fiacca."

Hanji si sfregò leggermente la fronte in segno di resa. Non l'avrebbe mai spuntata in una discussione con lui. "Non è facile per lei lo sai. Per noi altri è diverso. Tutte le cose che siamo riusciti ad apprendere in questo periodo ci hanno aperto un mondo che neppure immaginavamo. Adesso in battaglia saremo alla pari con i nostri nemici, per non parlare di come potremmo far evolvere la nostra isola."

Lui si limitò a sbuffare. "Mi sto annoiando, vieni al dunque."

"Accidenti Levi! Lasciala in pace e basta. Non si è ancora abituata al fatto che Eren se ne sia andato di testa sua. Ci vorrà del tempo."

Il capitano osservò l'attuale comandante del corpo di ricerca come se ritenesse del tutto futili le spiegazioni che aveva appena dato. "Si farà sentire prima o poi. Per quanto quel moccioso possa essere un idiota sa fin troppo bene di non poter far niente da solo."

"Già... ma le sue intenzioni ci sono ignote e fidarmi di Zeke e degli altri credo sia troppo rischioso." concluse, visibilmente preoccupata.

 

                                                                                                                  ***

Si mise subito a lavoro aiutando gli altri a sistemare la nuova postazione costruita apposta per sperimentare tutte le innovazioni introdotte da coloro che un tempo chiamavano prigionieri. Mikasa evitava accuratamente di imbastire una qualsiasi conversazione con qualcuno di loro. Era sempre sulla difensiva, con lo sguardo sospetto e i sensi allerta.

"Guarda che non ti mordono mica se provi a rivolgergli la parola.” Jean la scosse dandole una lieve gomitata.

"Non vedo la necessità di farlo, tutto qui."

"La tua palese ostilità nei loro confronti potrebbe creare problemi te ne rendi conto? Ormai vivono qui in pianta stabile, dovremmo quanto meno mostrarci cordiali."

La ragazza lo osservò come se avesse detto un'assurdità senza senso. "Mostrati tu amichevole se vuoi, a me non interessa."

Si caricò in spalla alcuni sacchi di strane provviste e troncò la conversazione.

"È inutile che insisti Jean, sai bene perché Mikasa ce l'ha con loro. E non sarai certo tu a farle cambiare idea."

"Ancora con questa storia Connie? Non vedo come l'allontanamento di Eren c'entri con la loro presenza qui. Ha fatto uno dei suoi soliti colpi di testa da idiota senza parlare con nessuno. E solo questa la realtà dei fatti."

"Bravo... allora se hai il coraggio vallo a dire in faccia a Mikasa." gli intimò Connie con aria di sfida.

Jean tremò al solo pensiero di affrontare quel discorso con lei. "Lo farò se sarà necessario, magari... non adesso però."

"Sì come no..." rispose sorridendo sornione.

"Ragazzi sapete per caso dove stava portando quei sacchi Mikasa?" l'espressione di Sasha più che eloquente non lasciava adito a dubbi, aveva fiutato qualcosa.

"Perché lo stai chiedendo, cosa hai in mente? "

"Assolutamente niente è solo che... beh si insomma"

"Sasha..."

"Ohhh e va bene. C'è un odore nell'aria inconfondibile. Spezie e altre cose sicuramente commestibili, non posso sbagliarmi e non vedo perché dovrebbero tenercele nascoste." L'espressione estasiata e la bocca spalancata anticipavano chiaramente le sue intenzioni.

"Davvero non immagini il perché?" per Connie l'ingenuità di Sasha era una cosa a dir poco incredibile

"Che vuoi dire?"

"Ma guardati, stai letteralmente sbavando. Se qualcuno capisce le tue intenzioni ci farai punire tutti quanti. Rimettiti a lavoro e aspetta l'ora di cena per la miseria!"

Niente da fare, capì che non avrebbe ottenuto aiuto per i suoi loschi intenti, così si rimise ad accatastare materiale a testa bassa.

 


Si respirava un'aria di relativa tranquillità. L'assenza di giganti aveva disteso gli animi, e adesso gli argomenti di conversazione durante l'orario dei pasti erano radicalmente cambiati. I superiori, con Hanji al comando, discutevano sul da farsi valutando la situazione. C'era sempre una sottile aria di sospetto che serpeggiava tra i marleyani tenuti amichevolmente in ostaggio e i membri del Corpo di Ricerca, ma tutti cercavano quanto meno di mascherarla.

"Ehi Mikasa... questo pomeriggio hai avuto occasione di guardare in quei sacchi che stavi spostando?" l'espressione di Sasha carica di aspettative si scontrò con lo sguardo della compagna totalmente indifferente.

"Perché avrei dovuto."

"Ma come perché? Non sei neanche un po' curiosa di sapere cosa c'è dentro?"

"Direi di no." rispose, lasciando Sasha nella delusione più totale. Cercò di terminare la sua cena, ma lo stomaco anche quella sera non volle collaborare. Così si alzò, sperando di non dare nell'occhio, lasciando il refettorio.

 

L'aria all'esterno era piacevolmente fresca, chiuse gli occhi e respirò a fondo. Il cielo era sgombro di nuvole e la luna perfettamente visibile in tutto il suo chiarore. Si diresse verso il dormitorio, si sentiva incredibilmente stanca, la testa le pulsava peggio del solito trasmettendole un senso di nausea. Si tenne la fronte con entrambe le mani poggiando un ginocchio a terra per non perdere l'equilibrio. Udì dei passi avvicinarsi ma non ebbe la forza di rialzarsi se non quando fu afferrata per un braccio.

"Che ti prende ragazzina, non riesci neanche a reggerti in piedi?" riconobbe la voce è non le servì sapere altro. Scostò in malo modo il braccio che tentava di afferrarla e si rimise in piedi puntando gli occhi in quelli del suo interlocutore.

"Mi tolga le mani di dosso, sto bene."

Non si aspettava di certo dei ringraziamenti, ma nemmeno una tale sfacciataggine. "Rozza e sgarbata come sempre. Se vai avanti di questo passo morirai di fame e in battaglia sarai solo zavorra per i tuoi compagni."

Era davvero stanca... stanca del suo atteggiamento, dei suoi rimproveri, del suo tono saccente e accusatorio che ormai da giorni non le dava tregua. Voleva solo che stesse zitto e che la ignorasse.

"Non mi servono i tuoi consigli capitano, né le tue lezioni di vita. So badare a me stessa e di sicuro non sarò un peso per nessuno."

Levi incupì ulteriormente lo sguardo. Sapeva che aveva davanti a sé un muro insormontabile che non avrebbe ceduto facilmente se non messo alle strette da una cocente verità.

"Sei davvero patetica Ackerman. Forte all'apparenza ma fragile come un fuscello che si spezza sotto pressione. Tu sei un soldato e i soldati non crollano sotto il peso dei sentimenti, perché quelli non servono per vincere la guerra. Ma guardati... non sembri neanche più tu, stai cadendo a pezzi, e per cosa poi? Perché il tuo amichetto del cuore ha deciso che ne aveva abbastanza della tua asfissiante presenza e ha preferito andarsene per conto suo." Un guizzo saettò nei suoi occhi non appena la vide scattare. Era riuscito nel suo intento.

Gli occhi di Mikasa si animarono, come se fosse stata scossa dall'interno. Una furia ceca non le lasciò neanche il tempo di riflettere su ciò che stava facendo. Si scagliò su Levi con la mano destra chiusa a pugno che lui riuscì ad intercettare solo un secondo prima che si infrangesse sul suo zigomo. Una pronta reazione che lei si aspettava ma che di certo non bastò a fermarla.

Continuò con il sinistro e una serie di calci che puntavano dritti alle caviglie del capitano, che per un attimo perse l'equilibrio.

"Allora sai ancora batterti mammoletta." di nuovo una provocazione. Un grido rabbioso e sommesso le esplose in gola. Levi riprese il controllo ruotandole il braccio e bloccandole i movimenti. Non riusciva più a muoversi, voltata di spalle sentiva il suo respiro sul collo e un senso d'impotenza la pervase totalmente. Sembrava una belva in gabbia.

"Bastardo!"

Gli occhi di Levi si infiammarono sentendo quell'imprecazione.

"La verità fa male non è vero mocciosa? Ed io che credevo di poter fare affidamento su di te in battaglia. Dì un po'... metteresti altrettanta foga nel difendere qualcuno altro che non fosse Eren?"

Bastò sentire pronunciare il suo nome per bloccarsi all'istante. Forse perché difficilmente i suoi compagni lo menzionavano in sua presenza. Persino Armin, con il quale aveva sempre condiviso dubbi e paure, evitava l'argomento. Era diventata davvero così fragile e insicura agli occhi degli altri. Aveva deciso da molto tempo quali fossero le priorità nella sua vita. Aveva fatto le sue scelte, aveva deciso chi fosse meritevole della sua protezione. Eppure le parole di Levi la fecero sentire tremendamente egoista e in colpa per la prima volta.

"Le persone non cercano protezione, vogliono solo qualcuno a cui dare la colpa per le loro condizioni di vita. È stato sempre l'uomo il vero nemico di sé stesso."

La stretta di Levi sembrò allentarsi e lei ne approfittò per divincolarsi spingendolo lontano.

"Non dire stronzate adesso, non provare nemmeno a sminuire il sacrificio di tanti compagni insinuando che si sono battuti e sono morti per niente. Non trovare giustificazioni per la tua debolezza. La guerra non è finita, anzi... credo che il peggio debba ancora arrivare, sta solo a te decidere se fregartene oppure pensare finalmente con la tua testa. Togliti quell'aria da vittima dalla faccia e prenditi più cura di stessa. Non mi sono mai piaciute le persone sciatte, ancor più se fanno parte della mia squadra."

Le voltò le spalle tornando nella direzione da dov'era venuto. Solo dopo alcuni passi si rese conto che la caviglia sinistra gli faceva un male cane.

"Tze... fastidiosa ragazzina." mormorò appena.

 

 

Aveva le braccia intorpidite, le conseguenze della stretta di Levi cominciavano ad evidenziarsi con delle leggere ecchimosi che il giorno seguente sarebbero state di sicuro più marcate.

"Giuro che questa me la paga." eppure le sue parole le avevano fatto male, più di quanto volesse ammettere.

I suoi compagni non le avrebbero mai detto quelle cose. Spesso si chiedeva se fossero mai stati sinceri con lei o fingessero di continuo nel timore di una sua reazione violenta. Detestava essere sotto il comando di Levi, ogni loro incontro finiva quasi sempre in uno scontro aperto, che fosse verbale o fisico poco importava. Non c'era margine di dialogo con lui, ma lei era l'unica in grado di tenergli testa.

L'acqua fredda sul viso servì per calmarsi e schiarirsi le idee. La rabbia aveva preso il posto della stanchezza, neanche il pulsare continuo alla testa le dava più noia. Anche quella notte sarebbe stata insonne. Si rivestì con abiti puliti avviandosi verso la postazione di guardia. Inaspettatamente intravide qualcuno che l'aveva preceduta.

"Armin... che ci fai qui?" il ragazzo si voltò cercando nel viso di Mikasa ciò che restava della sua amica d'infanzia.

"Faccio la guardia non vedi." le rispose accennando un sorriso.

"Credevo fossi ancora con Hanji."

"No, abbiamo terminato per questa sera. Così ho deciso di venire qui. Sapevo che prima o poi saresti arrivata."

Si sedette accanto a lui in silenzio, passando una mano tra i capelli ancora umidi. Armin attese paziente che lei si abituasse alla sua presenza e soprattutto che fosse pronta ad ascoltarlo.

"Lo sai che non c'è bisogno che tu faccia la guardia tutte le sere, anche Hanji lo pensa, ma sa che dirtelo non servirebbe a niente."

"Allora evita anche tu..."

Lo sguardo di Armin si fece più severo, ma lei sapeva che c'era dentro anche tanta preoccupazione. "Adesso stammi a sentire. Ti ho lasciato i tuoi spazi, non ti ho fatto domande perché sapevo che stavi soffrendo e avevi bisogno di metabolizzare la cosa a modo tuo. Però adesso non posso più starmene zitto."

Mikasa lo osservò accorgendosi dopo tanto tempo di come i suoi occhi e gli atteggiamenti fossero maturati di colpo. Non ci aveva mai riflettuto, era troppo concentrata su se stessa per rendersi conto che chi le stava intorno aveva acquisito nuove consapevolezze.

"Se vuoi farmi anche tu la paternale sappi che ci ha pensato già il capitano Levi, quindi per stasera sono apposto." rispose

Armin rimase sorpreso nell'apprendere che Levi aveva preso l'iniziativa di parlarle, quando lui invece aveva esitato nel farlo fino a quel momento. "Questo dovrebbe farti comprendere che tutti noi siamo preoccupati per te. Isolarsi non è la soluzione Mikasa e tu lo sai. Ci stiamo preparando per un'operazione importante e abbiamo bisogno di te. Soprattutto che tu sia lucida e concentrata."

Sospirò, spossata e stanca di sentirsi dire di quanto le persone si aspettassero il massimo da lei, di doversi mostrare forte, risoluta e spietata. O forse... era solo stanca di lottare e basta.

"Farò quel che devo, quando sarà il momento."

Armin sapeva che una parte di lei era come assente, persa altrove, forse insieme ad Eren. La determinazione che l'aveva sempre contraddistinta aveva lasciato il posto alla rassegnazione. Ma lui non voleva né poteva accettare l'apatia che ormai solcava il suo volto.

"Pensi di essere la sola a soffrire? Credi davvero che io non pensi che Eren sia stato un completo idiota? Certo che lo penso, ma questo non cambierà le cose. Se lascio che i miei sentimenti prendano il sopravvento saranno anche altre persone a rimetterci, e credo che arrivati a questo punto di morti sulla coscienza ne abbiamo fin troppi."

Gli brillavano gli occhi come se un fuoco ardente vi bruciasse all'interno. Aveva ragione, aveva maledettamente ragione e lei l'aveva sempre saputo.

"Allora... cosa dovremmo fare secondo te. Cosa dovrei fare io?"

A modo suo le stava chiedendo aiuto, finalmente aveva lasciato uno spiraglio aperto nel quale Armin poteva fare leva. Il ragazzo allungò una mano che lei guardò esitante prima di stringerla e con essa sollevarsi da terra.

"Non posso dirti cosa fare, ma tu sai che non sei sola ad affrontare tutto questo. Non devi mostrarti forte a tutti i costi, puoi contare su di me. Andremo avanti Mikasa, è l'unica cosa che ci resta da fare adesso. Ormai non possiamo barricarci più dietro le mura. Dobbiamo affermare a tutti i costi il nostro diritto di essere liberi e capire se e come possiamo mettere la parola fine a tutto questo."

Lo sguardo di Mikasa sembrò animarsi di una nuova luce, era questa la forza che altri prima di lei avevano visto in Armin. Si pentì di non avergli confidato prima la sua sofferenza, ma comprese anche che lui la conosceva fin troppo bene. Aveva solo atteso il momento opportuno per scuoterla.

"Grazie Armin... scusami se ti sono sembrata un'autentica idiota egoista. Posso chiederti solo un'ultima cosa? "

"Certo, dimmi pure..." ma lei non aggiunse altro. Si aggrappò alle sue braccia e pianse, trattenendo i singhiozzi ma dando libero sfogo alle lacrime che aveva a lungo trattenuto. Avrebbe voluto urlare come mai in vita sua, anche se l'avrebbero considerata una pazza. Il tocco di Armin tra i suoi capelli però le diede un improvviso senso di pace e benessere. Era quello di cui aveva bisogno in quel momento, e lui era lì per questo.

Solo quando il suo respiro tornò regolare e le lacrime smisero di scendere Armin le sollevò il viso.

"Andiamo, adesso ti accompagno al tuo alloggio, stanotte dormirai come si deve e domani vedrai che starai meglio."

Si lasciò guidare come una bambina, come nell'infanzia avevano spesso fatto sua madre e anche Carla. Quando in qualche modo cercavano di placare la sua inquietudine.

Si salutarono con un breve abbraccio, entrambi sapevano che l'indomani avrebbero dovuto affrontare ciò che li attendeva con rinnovata determinazione.







Vi avevo anticipato che sarei tornata con qualcosa di più succulento e corposo e sono stata di parola. Dopo molto tempo torno a cimentarmi in una long non originale ma tratta da un'anime/manga. Ci saranno molti personaggi che nel corso dei vari (non moltissimi) capitoli compariranno sulla scena, alcuni di passaggio altri un po' meno. Il genere di cui mi piace scrivere, chi mi conosce lo sa bene, è molto introspettivo. Mi piace scavere nella psiche dei personaggi e sviscerare paure, timori e dolori inconfessati, voglio che il lettore si immedesimi con loro e senta la sofferenza e le paure di chi calca la scena, l'obbiettivo è sempre quello di rimanere il più fedele possibile al personaggio mettendoci dentro però anche un po' del mio. Avremo modo e tempo di parlare e spiegarci. Per adesso vi lascio con quaesto primo capitolo che inquadra un po' la situazione e i personaggi che incontrerete. Ci risentiamo la prossima settimana, perchè sarò puntuale anche con gli aggiornamenti (salvo imprevisti) 
Buona lettura a tutti.

 

   
 
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