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Autore: Superkattiveh    12/01/2022    2 recensioni
Una Stratega e una Mentore.
Una Ghiandaia Imitatrice.
I semi della Ribellione nei Distretti più rivoltosi della Capitale.
{Seconda parte della serie Vittima della mia Vittoria || 74th Hunger Games}
Genere: Angst, Drammatico, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash | Personaggi: Katniss Everdeen, Nuovo personaggio, Peeta Mellark, Tributi edizioni passate
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Vittima della mia Vittoria'
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VITTIMA DELLA MIA VITTORIA

Parte II - Figlia, come osi sfidare tuo padre?



Capitolo II - Figlia, come osi sfidare tuo padre?


 
 
Il suo ultimo compito prima della fine del turno fu inviare il dono a Katniss.
Se permettere una cosa del genere o no fu molto dibattuto, ma alla fine era stato deciso che i soldi non dovevano andare sprecati. Felix aveva visto Chaff e Sedeer discutere animatamente con Seneca attraverso le porte a vetro, e aveva capito che anche Seneca si era reso conto che le cose stavano cominciando a farsi più grandi di loro. Perfino Haymitch si trovava lì, e non le era mai sembrato così sobrio.
«I miei ringraziamenti alla gente del Distretto 11» la voce di Katniss giunse limpida alle orecchie di tutti gli Strateghi in Sala.
Felix non sapeva se dalla regia avessero tagliato quella parte o avessero deciso di mandarla in onda, ma lei l’aveva vista e tanto le era bastato. Aveva visto tutto.
Non appena mise piedi fuori dalla Sala di Comando la mano corse al pacchetto di sigarette che aveva in tasca. Ne finì una ancora prima di uscire dal campus degli Strateghi, e tempo di cambiarsi e lavarsi via il sudiciume che sentiva addosso, ne accese un’altra, con più rabbia del solito.

Le era concesso un perimetro oltre il quale non poteva allontanarsi, ma la Capitale, nella sua immensa generosità, si era assicurata che la zona fosse la più lussuosa e ricca della città. Anche senza Pacificatori a scortarla, Felix era perfettamente consapevole di essere sorvegliata.
Mentre aspettava pazientemente che scattasse il verde, tentava di ignorare i maxischermi che trasmettevano trailer e spot dei Giochi. Non ne poteva più. Ovunque si girasse, vedeva Katniss che faceva esplodere le riserve di cibo, Cato che ammazzava qualche tributo, Tresh che si dileguava nel campo di grano e mai, neanche una volta, il volto di Rue faceva la sua comparsa sugli infiniti schermi cittadini. Di questo, di questo non ne poteva più.
Di come stessero cercando di insabbiare la cosa, di come puntassero tutto sulla brutalità dei Giochi, di come tentassero di cancellare quel momento vero che c’era stato e che era durato fino all’ultima nota di Katniss.
Di come, ancora una volta, lei stessa non riuscisse a lasciare il passato nel passato, e di come quello che era accaduto le avesse fatto sentire il corpo di Jack fra le braccia, il tremore scomposto delle sue membra, quell’ultimo, fatidico spasmo e poi niente, solo il suo cadavere che si abbandonava a lei…
Qualcosa scattò. Il verde. Felix alzò lo sguardo. La sigaretta, fra le sue dita, era rimasta sospesa, bruciando poco a poco, un sottile rivoletto di fumo che danzava nell’aria. Si ritrovò a seguirlo, stupita della sua presenza, quando i suoi occhi si soffermarono su una semisfera nera fuori la vetrina di un negozio.
Una telecamera. Fissa su di lei.
Felix tornò immediatamente in sé e avvertì tutte le membra irrigidirsi. Fece l’ultimo tiro e per la prima volta in vita sua avvertì l’impulso di gettare la sigaretta per strada. Esitò per un istante sulle strisce pedonali, poi il semaforo divenne giallo e Felix si affrettò a raggiungere il marciapiede opposto.
A volte la spaventata la facilità con cui si adattava alla vita frenetica della città. Quella vera, la città con tram, metro, auto e cemento liscio, non sfregiato dai bombardamenti di ottant’anni prima e mai riparato. Le macchine giravano al Distretto 3, ma non così tante. Di tram ce ne era uno solo, non mille. Capitol sembrava una versione più bella e ordinata del Distretto 3 e spesso si ritrovava a contare le analogie con casa, che di volta in volta si facevano sempre più numerose. Anche quello, però, sembrava un insulto.

Il posto verso cui era diretta era il luogo più silenzioso che era riuscita a trovare. Non vi erano negozi attorno, solo un curatissimo boschetto, ma non c’erano maxischermi e riusciva addirittura a specchiarsi nelle acque di un laghetto artificiale - come tutto in quella città.
Sedette sulla panchina, il mozzicone ancora in mano. Non v’era posto, a Capitol City, che fosse completamente avvolto nel silenzio, nemmeno nelle ore più profonde della notte. Non era mai completamente buio. La città che non dorme mai, così la chiamava Caesar, e nemmeno Felix riusciva a dormire quando stava lì. Seduta sulla panchina, riusciva a captare i flebili messaggi pubblicitari degli schermi in strada, i jingles che pubblicizzavano i Giochi, perfino alcune delle frasi più famose pescate in settantaquattro edizioni. Non aveva bisogno di tutto questo per immergersi nell’atmosfera dei Giochi.
Aveva imparato così tanto del gergo capitolino che ormai l’aveva assimilato nel suo parlare quotidiano. Ogni parola, ogni sigaretta, ogni volta che aspettava il verde per attraversare la strada la portavano più lontana dal Distretto 3 e l’avvicinavano a coloro che le avevano rubato il corpo, la mente e, se ne aveva mai posseduta una, anche l’anima.
Felix aveva paura di riflettersi nelle placide acque del parchetto cittadino perché sapeva che il corpo che avrebbe visto non le sarebbe appartenuto. Avrebbe visto qualcuno che disprezzava o qualcuno che non conosceva. Ma Felix Facilis… Felix Facilis erano anni che non riusciva a trovarla nello specchio.
Fino a quel giorno.
Erano davvero passate poche ore? Non riusciva a capacitarsene.

Solo la luce calante della sera confermava le sue coordinate temporali e non c’era dubbio. Al massimo un paio d’ore prima, Felix aveva avvertito qualcosa muoversi in lei. Qualcosa che si spezzava, qualcosa che rompeva qualcos’altro, qualcosa di informe e senza nome ma che c’era, c’era, lo aveva sentito, lo sentiva prima e lo sentiva anche in quel momento e non era pazza, no, pazza no!
Pazza di paura, forse…
Quello che era successo non era normale. Non andava bene, non era lei quella strana se reagiva così, col desiderio di gettare una cicca per strada e il fuggire quanto più le fosse concesso, era normale che si sentisse così… soprattutto perché Katniss aveva fatto per Rue quello che lei aveva fatto per Jack e ancora le tremavano le mani per quello, ma era così tanto che non ci pensava – che non lo sentiva – che all’improvviso ogni ricordo era troppo vivido e ogni pensiero sembrava in grado di ucciderla, perché non aveva mosso un dito per impedire che il destino di quella bambina si compisse ed era stata complice anche di quell’omicidio.
Ormai non vedeva più le mani sporche di cremisi, ma non si ingannava: non voleva dire che le avesse pulite. Ma quell’ennesimo tributo… quell’ennesima bambina, per opera sua…

Katniss, coprendola di fiori le aveva reso onore, le aveva dimostrato affetto, ma più di ogni altra cosa aveva attaccato loro, noi, che differenza fa, e li aveva smascherati… Felix aveva visto sé stessa in lei, sé stessa nell’istante prima di spezzarsi e dare vita a quella che poi sarebbe diventata. Sé stessa com’era e come avrebbe potuto essere. Piegata, non spezzata. Portatrice di morte, ma anche di conforto. Qualcosa di più di una semplice pedina e qualcuno di migliore del maestro di scacchi.
Katniss rischiava la vita per questo.
Felix non si sarebbe stupita se tornando in Sala di Controllo le statistiche l’avessero aggiornata sulla misteriosa e spettacolare morte della Ragazza in Fiamme. In cuor suo, era convinta che quello sarebbe stato il corso delle cose. Non poteva andare diversamente. Non esisteva un futuro alternativo, se Seneca era assennato. Lei stessa – Felix se ne rese conto senza stupirsi e al contempo disprezzandosi – se fosse stata Capo Stratega, avrebbe ordinato la sua esecuzione. Un comportamento del genere semplicemente non poteva essere ammesso nei Giochi, tantomeno i suoi. E non erano il suo talento, i Giochi, proprio come aveva detto il Presidente Snow quella mattina d’inverno a casa sua?
Non li avrebbe messi a repentaglio così, non per una cacciatrice di frodo del Distretto 12. Sì, Felix ne era convinta. Il giorno dopo, all’inizio del suo turno, avrebbe trovato la notifica che l’avvisava della morte della ragazza, o l’orario per cui era programmata. Per cui non c’era bisogno di gettare la sigaretta per terra.
Ormai spenta da un pezzo, Felix la picchiettò delicatamente sul legno della panchina. Attese qualche istante, cercando di distinguere le ghiandaie imitatrici nell’acufene che l’opprimeva. Dopodiché si alzò, lisciò l’immacolata piega dei pantaloni, e gettò la cicca all’interno di un cestino. 

Riuscì ad impedirsi di fumarne un’altra nel tragitto verso il suo appartamento. Non era per l’astinenza che le tremavano le mani e lo sapeva. Era scioccata, o forse semplicemente impaziente.
Dopotutto aveva scelto un modo lento per morire.
Fumare la uccideva poco a poco, e ogni volta che finiva una sigaretta Felix immaginava che i suoi polmoni fossero un po’ più scuri di prima, e quando sarebbero stati completamente neri come il suo cuore, sarebbe morta.
Non riusciva a tollerare l’idea di star usando un’arma che erano stati loro a darle, ma a quel punto che differenza faceva? Loro gliel’avevano data, ma finché lei non la metteva in bocca e l’accendeva era perfettamente innocua. Non c’era nemmeno più un lei e un loro… ed era per questo che ora perfino il suo Distretto la odiava.
Non riusciva a dargli torto. Forse anche per quello tentava quel futile suicidio giornaliero, quel suo avvicinarsi all’irraggiungibile fine della retta. Ma tutti erano consapevoli della sua incapacità di farla finita. Fosse stato altrimenti, lei e Jack avrebbero marcito nella stessa tomba. Mettere lei stessa quel punto che avrebbe chiuso il segmento della sua vita era l’unica cosa che non riusciva a fare.
Si sentiva tradita, questa era la verità. Lei doveva morire e invece contro ogni aspettativa aveva vinto. Era sopravvissuta e ogni giorno doveva scontrarsi con la dura realtà: la vita va avanti, la gente dimentica, e cosa peggiore di tutte, niente le assicurava che non avrebbe vissuto altri cento anni.
Cento anni passati a fare la Stratega, cento anni di sconfitte del Distretto 3, cento anni di sigarette che non l’avrebbero uccisa. Cento anni trascorsi vivendo in un passato che sarebbe stato il suo eterno presente, perché non importava che gli anni passassero, che la vita andasse avanti e che le persone dimenticassero. Felix comunque non sarebbe morta perché incapace di uccidersi e non avrebbe vissuto perché incapace di andare avanti.

Jack sarebbe stato da solo sottoterra a farsi mangiare dai vermi.
Il pensiero del suo corpo abbandonato in una bara la perseguitava, e a volte, quando si svegliava nel mezzo della notte e sentiva il respiro rassicurante di Isaac che dormiva accanto a lei, si chiedeva se lui, quando l’abbracciava, immaginava di stringere lo scheletro del fratello.
Tutto questo perché una sedicenne del Distretto 12 aveva mostrato gentilezza e compassione ad una dodicenne del Distretto 11.
Felix la odiava per questo. La odiava perché fingeva col ragazzo del pane ma tutti le credevano, la odiava perché era in parte colpa sua se quei Giochi erano così sfiancanti da organizzare, la odiava perché era stata sincera con Rue proprio come lei lo era stata con Jack e, sopra ogni altra cosa, la odiava perché non riusciva a smettere di provare qualcosa che c’era sempre stato ma che solo ora si manifestava. Qualcosa che stava venendo alla luce grazie al sacrificio di una bambina innocente e alle lacrime di una persona che, come lei, non era riuscita ad impedire a qualcuno che amava di morire.
Avrebbe pianto, se ne fosse stata in grado.
Invece compose il numero di casa sua e i due squilli di attesa le parvero due anni.

«Ce ne hai messo per chiamare» Isaac sembrava più triste che arrabbiato.
«Avevo bisogno di prendere aria» Felix chiuse gli occhi, esausta. «E’ stato orribile.»
«Lo so…» la tristezza nella voce di Isaac era insopportabile per lei. «E’ stato come… come…»
«Lo so com’è stato» lo interruppe Felix, più brusca di quanto avrebbe voluto. Sospirò. «Scu-»
Il suo cercapersone vibrò. L’anteprima del messaggio mostrava una convocazione straordinaria per tutto il corpo Stratega e richiedeva presenza immediata.
«Isaac, devo andare»
«Ma Feli-»
«Ti richiamo io» attaccò senza attendere risposta. Non si spogliava mai degli abiti di Stratega. Non poteva.  Ma ogni volta era sempre più difficile dire dove finiva lei e dove cominciava l’altra.

Trovò la Sala di Comando stipata di persone. Tutti avevano risposto all’appello di Seneca, che faceva su e giù sulla passerella sopraelevata da cui dirigeva i Giochi. Si respirava agitazione nell’aria. Impazienza. Qualcosa che le faceva rizzare la pelle. Che cosa hanno in mente?
Lo stava per scoprire. Era al sicuro, dall’altro lato della barricata, era lei a muovere i fili e lo faceva da una posizione assolutamente privilegiata, non doveva avere paura. Non c’era bisogno.
E allora perché si sentiva come un Tributo? Perché le pareva di essere di nuovo seppellita sotto terra, ad osservare la luce soffusa dei minerali in attesa dell’ennesimo colpo di scena che avrebbe assottigliato le loro possibilità di vittoria?
Qualcuno le toccò il braccio: «Felix?»
Felix si ritrasse, disgustata. Era solo Strabo. Lui parve ferito dalla sua reazione, ma la ragazza non se ne curò, riportando la sua attenzione su Seneca, che appariva più eccitato che mai.
«Grazie di essere giunti qui con così poco preavviso»
Dev’essere qualcosa di grosso. Aveva dato un’occhiata ai monitor, la situazione pareva sotto controllo. Dicci cos’è e facciamola finita.
«Siamo alla vigilia dell’Edizione della Memoria, ma grazie al vostro lavoro e all’impegno dei tributi, credo che l’anno prossimo dovremmo impegnarci al massimo per riuscire anche solo ad eguagliare le emozioni che stiamo regalando oggi»
Seneca accolse l’educato applauso con un sorriso e andò avanti. «Ma le emozioni non sono ancora finite! Abbiamo sei tributi ancora in gara, uno più brillante dell’altro… e per questo, abbiamo l’opportunità di creare il più grande colpo di scena della storia…»
Tutti fissavano Seneca con occhi sgranati, impazienti, in religioso silenzio. Il Capo Stratega godette di quell’attenzione per qualche secondo, fissandoli di rimando con quei brillanti occhi azzurri e stuzzicandoli con quel sorriso enigmatico. Suo malgrado, Felix si sentiva trepidante tanto quanto i suoi colleghi, anche se confidava di nasconderlo meglio di loro.
«Colleghe e colleghi, è con grande onore che vi comunico che dopo essermi confrontato a lungo col Presidente Snow… abbiamo il permesso di apportare una modifica al regolamento. Quest’anno, per la prima volta nella storia di Panem… ci saranno due Vincitori, purché provengano dallo stesso Distretto!»

Calò il silenzio, il tempo che la notizia penetrasse. Felix comprese prima degli altri, ma non parlò. Si limitò a rimanere ferma al suo posto, immobile, a combattere quell’impulso di reagire, di sbattere le porte di vetro e andarsene. Infine, chiuse gli occhi quando le urla dei suoi colleghi che avevano finalmente compreso le riempirono le orecchie.
«Non ci credo!»
«Non è possibile… ma si può fare?»
«Che colpo di scena grandioso!»
E tutto per quei due che fingevano – e anche male – di amarsi perdutamente.
Felix non era una brava persona, ma l’amore sapeva cos’era.
L’amore era quel pugnale in mezzo al petto che ancora le faceva sognare Jack la notte, gli scacchi di sua madre, il respiro che le mancava ogni volta che intravedeva Maya per strada. L’amore era lavorare in bottega con suo padre, era Beetee che le accarezzava la guancia, era Isaac che le donava un cielo trapunto di stelle.
Perché quell’amore valeva meno di quello degli amanti sfortunati?
Perché… perché… lei sì e io no?
Anche lei e Jack erano riusciti ad arrivare agli sgoccioli in due, non era forse abbastanza? Si era spogliata per lui, tutta Panem aveva spiato la sua nudità e non era valso a niente. Mentre a quella là bastava fare due piroette e coccolare una bambina per ottenere la grazia.
Felix attese di essere congedata per fumare una, due, tre sigarette, finché accartocciò nella sua mano il pacchetto vuoto e lo gettò in un cestino immacolato e prese la chiamata giornaliera da casa in una saletta privata del campus.
Avevano dato l’annuncio durante la sua pausa e mancava ancora un po’ al suo prossimo turno.

«Tu lo sapevi?» le chiese concitato Isaac.
«No» rispose monocorde Felix. «Nemmeno lo immaginavo. Ma si potrebbe dire che io manchi di immaginazione, quindi non so se conti.»
«Già» il ragazzo ridacchiò nervoso, ma non bastò affinché anche lei sorridesse. Isaac stava parlando, si mangiava le parole, febbrile, ma Felix non lo stava ascoltando. Non capiva le parole, non capiva cosa le stava dicendo. Percepiva solo quell’eccitazione che per qualche motivo la offendeva.
«Perché sei contento?» sbottò all’improvviso.
«Come?»
«Perché sei contento?» ripeté la ragazza abbassando la voce. Anche se le sue telefonate erano intercettate non voleva farsi sentire dai suoi colleghi di passaggio. Non voleva che mettessero in giro strane voci su di lei, mentre era stranamente sicura che il Presidente Snow non si sarebbe turbato nel sentire quella domanda. O leggerla, se riceveva le trascrizioni.
«Perché sono con- Felix! Ma ti rendi conto? E’ la prima volta nella storia dei Giochi che succede una cosa del genere, è… è…»
Rivoluzionario!
La parola rimase sospesa fra di loro, ma era passato il tempo in cui avevano bisogno di parlare per capirsi.

«E’ tutta strategia, Isaac» rispose lei. «Questa edizione è strana, è impegnativa, è coinvolgente. Vogliono trarne il maggiore profitto possibile.»
«Vuoi dire che è per finta?» le domandò lui.
«No, no» si affrettò a negare lei. Non doveva assolutamente passare che lei mettesse in dubbio le parole degli Strateghi e, per estensione, del Presidente Snow. Solo lui avrebbe potuto approvare una modifica simile. Seneca avrebbe dovuto ottenere il suo permesso esplicito per farlo e a quanto pare ci era riuscito.
«Non è per finta. Dico solo che…» che non ne faremo mai vincere due, che ce ne può essere uno solo e io lo so bene, solo uno, non due e ce li faranno ammazzare facendoli passare per un incidente, deve essere così, altrimenti tutto sarebbe vano, non capisci… «Dico solo che non dovresti essere contento.»
«Felix»
Eccolo là. Il tono scontento. Il suo nome che precedeva qualcosa che non avrebbe voluto sentire. Solitamente, il tono che le faceva realizzare di essere in torto.
«Sono due situazioni completamente diverse. E lo sai. Sei troppo intelligente per non capirlo.»
Arrestò il tamburellare della sua mano sul tavolo. Il silenzio che calò le parve incredibilmente pesante e pensò che fosse ora di terminare la conversazione. Non voleva litigare, ma era così arrabbiata…
«E non pensare di attaccarmi il telefono in faccia perché non te lo perdono, Felix Facilis. Va bene per prima perché è successa questa cosa, ma ora non ti azzardare proprio.»
Felix non poté impedire ad uno sbuffo di abbandonarle le labbra e annuì anche se lui non poteva vederla. Ma perché non poteva pensarla come lei per una volta? Perché sembrava essere l’unica a trovare quella trovata ingiusta? Che cosa aveva fatto Katniss più di lei? Felix non aveva fatto abbastanza? Se si fosse impegnata di più, se avesse fatto qualcos’altro, qualunque cosa… che cosa le era mancato per meritare quella stessa opportunità?
Voglio andare a casa…
Riuscì a cavarsi di bocca una mezza risposta: «Ci sono due squadre in gara»
«Lo so da solo» rispose il ragazzo, ma stavolta Felix percepì il sorrisetto nella sua voce e sospirò.
«Volevo dire… che visto che ora lavoreranno insieme, i Giochi potrebbero finire presto.»
«Speriamo bene. Spero anche che Katniss riesca a trovarlo subito, perché lui sta proprio male. Qua sono tutti riuniti in strada per seguire ogni aggiornamento»
Felix aggrottò le sopracciglia, confusa. I loro tributi erano morti entrambi e anche se le novità di quell’edizione erano sorprendenti, non si aspettava una partecipazione sentita, per lo meno non nel Distretto 3. L’ultima volta che il suo Distretto si era riunito in piazza e per le strade per seguire in massa i Giochi era stato cinque anni prima, e solo quando le loro possibilità di Vittoria si erano fatte concrete. Forse la gente del Distretto 3 non era certa quanto lei che avrebbero trovato un escamotage per far fuori le squadre. Possibile che fossero tanto ingenui da fidarsi?
«Vedremo» disse infine lei, tirando fuori l’orologio da taschino che da cinque anni portava sempre con sé. Si avvicinava l’inizio del suo turno. Anche se non poteva parlare liberamente con Isaac non voleva attaccare il telefono. Avrebbe voluto stare in silenzio sapendo che lui era dall’altra parte della cornetta e fingere di posare la testa sulla sua spalla. Non aveva nemmeno voglia di parlare con suo padre.
«Senti… dì a mio padre che avevo troppo da fare e ci siamo sentiti per un attimo, digli che lo chiamo domani.»
«Agli ordini, comandante. Tanto è in bottega con alcuni amici. Ci sentiamo domani… non mancare.» La sua voce risultò più supplichevole che minacciosa.
«Non mancherò. A domani.»
Agli ordini, comandante.
In un’altra occasione avrebbe riso.

Non rise ma si riscoprì ammirata quando Peeta emerse dal suo nascondiglio perfettamente mimetizzato – lei aveva sempre saputo che fosse là, ma l’inquadratura catturava perfettamente l’invisibilità del ragazzo. Avremmo dovuto dargli un voto più alto, pensò Felix, del tutto indifferente all’abbraccio e alla risatina di Katniss.
«Permesso di inviare i doni?» domandò con l’indice sospeso sul bottone.
«Negato» la informò Seneca. «Il Mentore blocca l’invio del dono. Manda quello del Distretto 2 e attendi per il Distretto 12»
Era una richiesta strana, ma non era compito di Felix mettere in discussione gli ordini del Capo Stratega. Considerando che lavorava a stretto contatto con i Mentori, quella doveva essere stata una richiesta esplicita di Haymitch.
Felix tentava di ignorare la stretta al petto mentre osservava come Katniss si prendeva cura di Peeta. Ci misero l’intero pomeriggio per fare pochissimi metri e trovare una grotta di fortuna in cui ripararsi, ma, per qualche strana ragione, il momento peggiore per Felix non fu quando Katniss spogliò Peeta o quando, finalmente, si baciarono. Quell’effusione aveva provato non pochi sospiri nella sala e gli utenti collegati salivano di secondo in secondo, ma non fu quello che la ferì.
«Ora puoi mandare il dono» le ordinò Seneca, e così Felix fece. E così facendo, premiò loro per la stessa cosa per cui lei era stata punita. Brodo caldo per Peeta, niente per Jack. Sostegno per Katniss, seni nuovi per Felix. Figli e figliastri.
Pari opportunità per tutti, e intanto il sangue le ribolliva nelle vene e le sigarette non le annerivano abbastanza in fretta il cuore, i Giochi sono l’opportunità più equa per ogni Tributo, e nel frattempo Katniss riceveva lo sciroppo che le serviva per andare al festino, e a lei non arrivava niente per curare o anestetizzare Jack, noi Strateghi trattiamo tutti i Tributi allo stesso modo, ricordatevelo, ma il bottino del suo festino non era stato così ricco e Jack vi aveva perso la vita, mentre Katniss era stata graziata.
E per il suo stramaledettissimo atto di bontà.
«Solo stavolta, Dodici. Per Rue.»
Felix, come Katniss, come Tresh, capiva perfettamente la necessità di non essere in debito con nessuno. Era per quello che Katniss era andata a cercare Peeta. Ed era per sopravvivere che rischiava la vita per lui.
Non erano gli unici innamorati sventurati, a quanto pareva.
Il ragazzo del Distretto 2 stava singhiozzando disperato sul corpo della sua compagna, ma fu proprio Felix che diede il via libera per il suo cannone una volta morta. Le statistiche erano da capogiro: Katniss era riuscita a curare Peeta – la cifra di quella medicina aveva sei zeri – Cato stava andando a caccia di Tresh, prefigurando uno scontro epocale, mentre Finch si nascondeva indisturbata, invisibile agli occhi degli altri giocatori e degli sponsor.
Finito il suo turno Felix, piena di bile e vergogna, incapace di non pensare, crollò a letto fissando il soffitto, una generosa quantità di sigarette accanto a lei, e non rispose al telefono quando squillò.


 
Forse per la prima volta in quell’Edizione, Anice provò paura.
Non la paura che aveva preceduto il Bagno di Sangue e i successivi omicidi dei suoi Tributi- quella era prevista, quella se l’aspettava, quella era stata confortante, in qualche modo.
La paura che provava in quel momento era qualcosa di più viscerale, perché ciò che i suoi occhi vedevano era spaventosamente simile a qualcosa che aveva già vissuto.
Una ragazza che si prendeva cura del suo alleato.
Che otteneva la sua fiducia, che lo abbracciava nel freddo della notte, che rischiava la vita per lui.
Lo avrebbe anche ucciso nel sonno godendo da sola della refurtiva?

Anice non voleva che Katniss fosse come lei. Non fino in fondo. La Vincitrice credeva passati i giorni in cui si identificava in un tributo che puntualmente moriva di una morte terribile. Credeva che il vero interesse per i Giochi sarebbe scaturito in lei solo una volta che il suo tributo avesse avuto concrete possibilità vittoria, non in un’Edizione in cui erano entrambi morti il primo giorno.
Invece non riusciva – non voleva – mettere a tacere quella curiosità, quella smodata voglia di vederla andare avanti, quel palese desiderio di vederla trionfare. Perché non poteva negarlo, era quello che voleva. La ragazza che aveva scelto quasi per noia giocando con Johanna era quella su cui avrebbe investito, se le fosse stato permesso farlo. Era proprio quella che avrebbe supportato se avesse guardato i Giochi da semplice spettatrice e non da Mentore.
La sua limitata ma incisiva esperienza di Mentore le aveva donato quello che per Dyneema era stato un talento naturale: la capacità di individuare un potenziale vero Vincitore. Non qualcuno che avrebbe voluto che vincesse, o qualcuno che sulla carta poteva farcela. Un potenziale vero Vincitore era qualcuno che fosse disposto a spogliarsi di ogni umanità per tornare a casa.
Anice ne vedeva due e l’altro non era il Ragazzo Innamorato.
Una considerevole dose di fortuna aiutava i due del Distretto 12, l’unica squadra rimasta, e questa era l’unico pensiero a cui si aggrappava Anice, con una disperazione che non credeva avrebbe mai riprovato in tutto il resto della sua vita. E perché mai avrebbe dovuto? Tutte quelle che amava erano morte. Non le era rimasto niente per cui disperarsi.
Ma mentre osservava Katniss e Peeta parlare, ridere e scherzare al riparo dal temporale in quella caverna di fortuna, Anice avvertiva più che mai qualcosa che si apriva nel suo cuore. La sua mano strinse la collana di Nym che ancora portava al collo, rendendosi conto che quella non era l’unica cosa che le avesse lasciato.
Forse voleva che Katniss tornasse a casa con Peeta perché se ce l’avessero fatta loro, sarebbe stato come se anche Azlon avesse vinto i Settantaduesimi Hunger Games, e lei non sarebbe stata qualcuno di cui non ci si poteva fidare, una sporca traditrice, l’uccellino ammaestrato che si nutriva dalla mano del padrone.
Anice ancora voleva l’assoluzione che non meritava, e se ci fosse stato un modo per togliersi dalla coscienza anche solo una delle morti che aveva provocato… anche se un modo fittizio, anche se irraggiungibile… anche a costo dell’umanità di qualcun altro… Anice lo voleva.
Dopo così tanto tempo, dopo quella fatidica notte in cui aveva deciso di voler vincere, finalmente Anice voleva qualcosa. Voleva che la Ragazza di Fuoco e il Ragazzo del Pane vincessero perché se provava disperazione all’idea della loro morte, significava che le stavano donando qualcosa che da tempo credeva perduta: la speranza.
Perché Katniss era disposta a strapparsi di dosso l’umanità che le rimaneva per vincere, e Peeta aveva ucciso e lo avrebbe fatto di nuovo per difendere lei, perché anche se non si amavano, non sul serio, avevano qualcuno su cui contare, qualcuno che gli permetteva di sopravvivere. E Anice non dimenticava gli anni bui che paradossalmente tanto rimpiangeva, quando sopravviveva solo perché aveva Dyneema e Delaine che la sostenevano.
Perfino in quel momento Anice sopravviveva perché Cecelia l’aveva accolta come una figlia e perché anni addietro le aveva dato il permesso di uccidere per vivere.
E se due sedicenni del Distretto 12 vincevano grazie alla compassione mostratasi l’un l’altro…

Anice non riusciva nemmeno ad esprimere i sentimenti che provava, non riusciva nemmeno ad immaginare una continuazione dei suoi pensieri, perché era un’Edizione così strana, così particolare, così pericolosa… che anche Johanna e Finnick ne avevano la giusta paura. Non lo dicevano, ma Anice lo sentiva.
Altrimenti non le avrebbero rivolto quelle occhiate significative che nessuno poteva additare come sospette, altrimenti Johanna non avrebbe costretto Blight a seguire i Giochi lì con loro in quel momento, altrimenti non si spiegava un’unione così variegata di Mentori nella stessa stanza.
La cosa più che incredibile era che erano stati proprio gli Strateghi a permettere una cosa del genere! Non potevano rimangiarsi la parola!
Anice non riusciva a crederci, quasi ridacchiava al sol pensarci, e quando permetteva al mero pensiero di trasformarsi in qualcosa di più concreto – in una possibilità, no, meglio, un’opportunità – le risatine diventavano reali e Cecelia la guardava ammonendola, ma Johanna rideva insieme a lei, e questo le faceva capire di non essere pazza.
Chaff e Seeder non si alzarono dal loro posto quando Cato infilzò la lama dritta nel cuore di Tresh.
«Questo è per Clove» ansimò il diciottenne del Distretto 2, stringendo la nuca del suo avversario proprio come Anice aveva fatto a suo tempo con la morte che le aveva consegnato la Vittoria.
La scosse sentirsi simile al Favorito del Distretto 2 che forse Favorito non era più, non dal pubblico della Capitale, per lo meno.
Anice aveva visto come Hyamitch e la sua accompagnatrice – Netty? Effie? – fossero circondati da sponsor che facevano la fila per sostenere i suoi Tributi, e per una volta erano di più di quelli che attorniavano Brutus ed Enobaria. 
Uno sponsor, qualche giorno prima, quando Katniss aveva raccontato della capra che aveva regalato alla sorella – facendo sorridere Anice e sbellicare Cecelia – aveva donato loro un vero e proprio banchetto. Si era perfino premurato di metterci il piatto preferito della ragazza, e dei panini morbidi che Peeta aveva divorato con gusto.
Anche quella gentilezza la metteva a disagio… perché era sincera. La partecipazione e il trasporto della Capitale non era cosa nuova, come non lo era il cercare di conciliare l’affetto degli spettatori che imparavano le piccole cose dei tributi – il loro colore preferito, la pietanza che più li aveva colpiti – con quegli stessi spettatori che si divertivano a vedere il cadavere deturpato di una ragazzina.

«A che pensi?» Johanna si fece più vicina. Il modo in cui la scrutava non era diverso da come la guardava sempre, o almeno così sarebbe sembrato ad una prima occhiata. Ma Anice la conosceva bene, Johanna. Quegli occhi penetranti avevano qualcosa di diverso in quel momento.
«Non te lo posso dire» la voce le uscì come un sussurro, le labbra appena arricciate. Le parve che gli occhi di Johanna indugiassero lì, solo per un istante, ma la sensazione svanì così com’era arrivata.
«Bravo uccellino ammaestrato» commentò la Vincitrice del Distretto 7, piegando la testa sulla spalla. «Io penso proprio che quella che ci darà più filo da torcere sarà la ragazzina del Distretto 5, è troppo furba. Parola mia, quella rimarrà per ultima.»
«Anche lei sbaglia» la contraddisse Anice. «Quando hanno costruito quella piramide è scivolata»
«Bazzecole» Johanna girò una mano nell’aria provocandole una risatina. «E’ la più furba là dentro»
Anice alzò un sopracciglio: «Quindi non tifi più per la coppia del Distretto 12?»
«Non ho detto questo» Johanna sogghignò. «Né ho mai detto di tifare per loro»
«Mh» Anice soffocò un ghigno. «Sarà… ma una gentildonna lascia ad una signora i suoi piccoli vezzi»
Suo malgrado, quando Finch ingoiò quelle bacche e cadde esanime al suolo, Anice si ritrovò ad occhieggiare Johanna.
«Non dire niente»
«Ma io non stavo per dire nulla» rispose candidamente Anice. Una volta si sarebbe schifata di sé stessa, lì a discutere del prossimo tributo – del prossimo ragazzino – che sarebbe morto, e invece eccola là, a cinguettare con Johanna nella sala dei Mentori e a piazzare scommesse. Una volta non si sarebbe nemmeno creduta capace di una cosa del genere… ma forse, proprio perché temeva che quel momento sarebbe arrivato, il momento in cui Katniss sarebbe diventata lei e avrebbe ucciso Peeta, tentava di diventare qualcuno che non era, qualcuno come una vera Vincitrice.

Avevano preso le bacche… nessuno le toglieva dalla testa che Katniss le avrebbe ficcate a forza nella bocca di Peeta, se necessario. Lo aveva già fatto con lo sciroppo per dormire datole da Haymitch, e aveva anche un arco a sua disposizione… però potevano vincere in due, non capiva perché avesse così tanta ansia. Così tanta paura. Una paura diversa, una di come ne aveva provate solo quando aveva ancora qualcuno da perdere.
Anice aveva imparato a conoscere lo sguardo che Katniss aveva proprio in quel momento mentre andava a caccia. Lo vedeva in Dyneema quando affrontava i bulli all’orfanotrofio, ne aveva scorta una scintilla in Soliell quando aveva percorso a ritroso il percorso fino alla Cornucopia e ben più di una sola scintilla negli occhi di Johanna mentre si protendeva verso il televisore, i capelli rizzati dietro la nuca.
Un’improvvisa risata catturò l’attenzione di Anice, che distolse lo sguardo dal collo di Johanna e puntò gli occhi sullo schermo. Caesar e Claudius se la stavano ridendo in uno studio rosa pastello, mentre mostravano le immagini dei torrenti, degli stagni e perfino dei più piccoli rigagnoli d’acqua che si prosciugavano, lasciando un solo e unico posto intatto. Il palco per il gran finale: la radura della Cornucopia, il lago.
La siccità non era nient’altro che un eco delle sue volpi bianche, più candide della neve, più silenziose della brina che si formava sulle sue sopracciglia. Anice avvertì il corpo che tremava, e solo lontanamente percepiva le voci di Johanna e Finnick che discutevano.
Cecilia taceva, lo sguardo fisso sul televisore. Così come Haymitch, Brutus ed Enobaria.
«Non è proprio il posto del re del mare, adesso» Johanna alzò un sopracciglio e Finnick ridacchiò. Simulava una posa rilassata, ma i muscoli delle spalle erano tesi, e il sorriso palesemente finto.
«Lo sai benissimo che io senz’acqua e luce del sole muoio»
Tutti rimasero lì in attesa, chi bevendo e chi mangiando, ma Cecelia si alzò poco dopo e Anice la seguì. Aveva le vertigini.
«Perché te ne vai?»
«Fino a domani non succederà nulla» le rispose la Mentore chiamando l’ascensore. «Stanno dando a tutti il tempo di piazzare le ultime scommesse e di sistemarsi per il gran finale. Al massimo, se dovesse succedere qualcosa, me lo guarderò in camera. Vieni?»
Anice deglutì. Non se la sentiva di stare in camera da sola. Cecelia non avrebbe protestato se lei si fosse infiltrata nella sua, ma non voleva essere di peso. In sala con gli atri si sarebbe potuta appisolare accanto a Johanna, o a Finnick – o non dormire affatto – senza intralciare nessuno.
«Ci vediamo domani, allora»
«Buonanotte» le rispose la sua Mentore e sparì in ascensore.

Ovviamente andò come aveva previsto Cecelia – cioè non accadde nulla – e stranamente come aveva previsto Anice: quando gli ibridi sfrecciarono fuori dal bosco, ringhiando e sbavando, rincorrendo il povero Cato e inseguendo Katniss e Peeta, lei se la diede a gambe, incurante della gamba mutilata del suo innamorato.
Solo una volta arrivati ai piedi della Cornucopia si diedero una mano, e il silenzio calò.
Il gran finale.
Katniss, Peeta e Cato giacevano sul dorso della Cornucopia tossendo e sputando sangue, il ringhio delle bestie che li accerchiavano era l’unico suono che si librava nell’aria. Anice stringeva le gambe al corpo nel tentativo di frenare i tremiti, mentre Cato strappava via Peeta dalla ragazza.
Il sangue schizzò dalla gamba del ragazzo sul volto di Katniss che trasalì all’unisono con Anice, memore del sangue del suo ultimo alleato sul suo viso. Era caldo e denso e lei non aveva avuto la forza di urlare.
«Vai, Cato!» sibilò Brutus, stringendo i pugni.
«Guardate gli Ibridi!» esclamò Claudius accompagnato dai versetti di gioia di Caesar. «Guardateli! Sembrano… sì, sì, ma è per forza così, sono… sono i Tributi caduti in questa fantasmagorica edizione!»
Suo malgrado Anice si costrinse a spostare lo sguardo su quei lupi, quei lupi che aveva cercato di ignorare, quei lupi tanto diversi eppure così simili a quelli che le avevano lasciato un’invisibile cicatrice sul braccio. Riusciva ancora a percepire le loro zanne affondate nella carne, il cuore che batteva come un tamburo, il loro peso che le toglieva il fiato…
«Ancora un grandissimo applauso agli Strateghi che in così poco tempo sono riusciti a creare delle meraviglie simili! Oh, se solo possedessi l’intelligenza di uno Stratega!»
L’intelligenza? Anice era allibita. La crudeltà, vorrai dire. Seneca Crane non ha neanche avuto l’originalità di creare ibridi diversi dalla sua prima edizione. Riusciva ad intravedere Finch, dal pelo fulvo, e la piccola Rue…
«Uccidimi e lui viene giù con me» Cato sogghignò.
Poteva ancora farcela, realizzò Anice sedendosi composta, poteva ancora vincere. Poteva ammazzare Peeta e usarlo contro Katniss, per poi spedirla giù a farsi sbranare. Lui sembrava proprio essere di quell’avviso, perché l’eco della sua risata si rifletteva negli occhi di Katniss, che però non guardavano lui.
Guardavano Peeta. E la X che disegnò col proprio sangue sulla mano del Favorito. Katniss scoccò la freccia e resse Peeta, ma Cato cadde giù.
Enobaria strinse le labbra e scosse la testa.
Anice non volle guardare.

Attese il cannone, il momento in cui avrebbero squillato le trombe e sarebbero stati dichiarati due Vincitori per la prima volta nella storia degli Hunger Games, ma tutto ciò non avvenne. Udiva solo il sibilo affilato della lama, gli uggiolii dei lupi che venivano ammazzati – come faceva, come faceva, erano troppi e lui aveva un’armatura ma era meglio che morisse, sbrigati a morire – e gli occasionali lamenti di Cato che forse un’ora forse mille anni dopo, divennero un vero e proprio pianto di dolore.
Anice si era ficcata le unghie nella carne. Nessuno parlava. Perché nessuno parlava? Perché le facevano ascoltare quei disperati singhiozzi di un ragazzo morente, un ragazzo che in un’altra vita e in un’altra Arena aveva ucciso lei stessa?
Era diventato insopportabile. Anice si alzò di scatto, gli occhi che caddero immediatamente sullo schermo e un singulto la inchiodò lì in piedi al suo posto, tremante e immobile. L’inquadratura era fissa su Katniss, e Katniss puntava la freccia proprio verso di Anice. Come fanno a inquadrarla così…? Poi scoccò la freccia, che trapassò il cuore di Anice e mise fine alla vita di Cato. Il cannone tuonò e nessuna tromba squillò.

«Sbrigatevi!» inveì Johanna, anche lei in piedi.
«Hanno vinto» esclamò allo stesso momento Finnick, e solo allora anche Anice comprese.
«Hanno vinto!» sentì un enorme sorriso distenderle le labbra e abbracciò d’impeto Johanna, che avvolse un braccio attorno a lei ma non staccò gli occhi dallo schermo. «Perché ancora non li proclamano vincitori?»
«…modifica precedente è stata revocata.» Anice non si era nemmeno resa conto che Claudius stesse parlando. «Un esame più accurato del regolamento ha rivelato che può esserci un solo vincitore. Possa la fortuna essere sempre a vostro favore.»
Johanna, forse per la prima volta nella sua vita, era a bocca aperta. Anice si vedeva riflessa nelle sue iridi, ed era lo specchio della sua amica. Scambiò un’occhiata con Cecelia, con Finnick, e vide anche Beetee con la testa poggiata sulla mano, come se fosse stato aggravato da un peso. Brutus ed Enobaria sembravano gli unici divertiti dalla situazione e per qualche assurdo motivo Anice provò l’impulso di picchiarli. Non capivano che gli avevano mentito, che erano die bugiardi, che non lo potevano fare? Che era scorretto, no, peggio, era crudele e non si doveva, non si poteva…

Poi si rese conto in quel momento che la stupida era stata lei. A crederci, a dare per scontato che ciò che le dicevano fosse la verità. Dopo i Giochi, dopo Dyneema, dopo Delaine, Anice ancora non aveva imparato. A non fidarsi. A non aspettarsi la ricompensa promessa. Ebbene, il Distretto 12 avrebbe vinto, questo era certo. Ma Anice, Anice e quella parte di sé che non le era stata ancora strappata via, loro avrebbero perso.
Un solo Vincitore, un solo Vincitore, un solo Vincitore.
La regola base. L’unica regola, in realtà. E loro l’avrebbero veramente cambiata per una spalatrice di carbone e un fornaio?
Le gambe cedettero e Anice crollò di peso sul divano. Katniss sarebbe diventata lei, che avesse abbassato l’arco non contava niente, gli stava offrendo le bacche, le bacche della notte, quelle che uccidevano e lasciavano il colore del sangue sulle mani dell’assassina, no, della… della suicida?
«Fidati di me.»
Fece rotolare un pugno di bacche nella mano di Peeta, del suo innamorato, del suo complice, il suo compagno, e capì.
Capì Peeta, capì Johanna, capì Cecelia che trattenne rumorosamente il fiato. Capì Haymitch, che imprecò senza filtri e capì Finnick, che lo imitò.
Capì Anice, che se avesse potuto, avrebbe alzato al cielo le braccia dei due e li avrebbe incoronati lei stessa.
Anice si fidò.


 
Fatelo, pensava Felix, le nocche sbiancate per la forza con cui si aggrappavano alle sue ginocchia, fatelo, mangiatele, morite, ammazzatevi e uccideteci tutti. Fatelo.
Non sapeva quanto impassibile fosse la propria espressione. Non le importava. Non respirava. Voleva uccidersi proprio come voleva che lo facessero anche loro. E se proprio non fosse riuscita a morire asfissiata per mano sua, avrebbe vissuto abbastanza per vedere Seneca e qualsiasi altro Stratega che le lanciava sguardi languidi morire lentamente proprio davanti a lei, un istante prima di essere uccisa sua volta. Avrebbe vinto in ogni caso.

Nessun Vincitore è meglio di un Vincitore. Perché non ci ho pensato io?
Perché era consumata dalla vendetta ed era stata accecata. Perché non era mai stata in grado di togliersi la vita. Perché in tutta la vita aveva percorso le strade imposte e Katniss invece tracciava un sentiero nuovo. Proprio lì, proprio davanti a lei. Avevano aperto la bocca…
«Fermi!» urlò tutto trafelato Seneca, un microfono in mano. «Fermi!»
Felix voltò la testa verso il suo Capo Stratega, e con gioia lesse il panico nei suoi occhi. Lui non sarebbe sopravvissuto. Loro due – lei stessa – invece sì. Forse la vita poteva essere una vendetta. Contro di loro e senza di loro.
«Signore e signori, sono lieto di annunciare che Katniss Everdeen e Peeta Mellark sono i Vincitori dei Settantaquattresimi Hunger Games!»
La Sala di Comando esplose di gioia, la gioia degli illusi e degli stolti. Non capivano che non era l’amore che aveva trionfato e che quello era stato il canto del cigno del loro amato Seneca, Seneca Crane, che era stato così stupido da fare la storia.
Pensò a Jack. Felix non voleva giustizia. Voleva che Seneca lo sapesse.

Intercettò il suo sguardo fra i coriandoli colorati che planavano dolcemente dall’alto, la musica assordante e il giubilo generale. I terrorizzati occhi azzurri – così sbiaditi in confronto a quelli di Isaac – incontrarono quelli grigi e senza pietà di Felix.
La ragazza mantenne il contatto visivo e poi, implacabile, accennò un sorriso.
Gli uomini morti non parlano.









NdA:
ed eccoci. Questo è l'ultimo capitolo. Un parte breve ma intensissima. Vi assicuro che passare da un pov all'altro con due personaggi così diversi fra loro, che non solo vivono le proprie emozioni in un modo praticamente opposto ma che hanno reazioni e pensieri tanto distanti l'una dall'altra non è facile, ma è anche divertente e stimolante. E comunque, alla fine, qualcosa che le accomuna entrambe ce l'hanno.
Il banner è sempre opera di Marta <3
Ci vediamo fra un po' - sicuramente dopo la sessione - con la terza parte di Vittima della mia Vittoria, quando le nostre eroine vivranno sulla loro pelle la nascita della rivoluzione.
Lasciateci un parere, mi raccomando, e buon inizio anno a tutti!
- Superkattiveh <3








 
   
 
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