Anime & Manga > Sailor Moon
Segui la storia  |       
Autore: ellephedre    06/01/2019    11 recensioni
Serenity, principessa della Luna. Figlia di sua maestà la Regina Serenity e di... La storia di una regina al termine della sua vita, una sovrana che imparò di nuovo a vivere.
Indossava i colori del roseto terrestre - verde intenso e rosso vivo - quando si sentiva come una ragazza, il suo corpo un fusto di rami che ancora non aveva messo radici, pronto a cercare gioia nel terreno più adatto.
Lei era come le rose terrestri: ritrosa a svelarsi, bella solo quando curata, da ammirare in segreto.
La Serenity dei momenti successivi al riposo era una donna sola, in pace con se stessa. Reclinava il capo sul letto di pensiero, godendosi il vento che richiamava su se stessa, la brezza che si insinuava sotto la veste accarezzandole il corpo.
Sorrideva, Serenity.
Genere: Drammatico, Generale, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: non specificato | Personaggi: Altro Personaggio
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Nessuna serie
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Reny 3

Reny

Autore: ellephedre

Disclaimer: i personaggi di Sailor Moon non mi appartengono. I relativi diritti sono di proprietà di Naoko Takeuchi e della Toei Animation.

 


 

Nella lunaria successiva allo svelamento del suo volto, Sian di Aven si alzò e cominciò a camminare. Con le guance ancora deturpate dalle ferite, superò le stele di marmo che stavano limando insieme e procedette verso l'interno dei giardini, senza indugiare.

Serenity posò gli strumenti di lavoro e lo seguì a distanza, domandandosi se in lui vi fosse desiderio di esplorazione o fuga. Senza saperlo il suo ospite si stava dirigendo verso il cuore del territorio che lei aveva riservato a se stessa sul pianeta - una larga e vasta area che custodiva ricordi pregnanti per la sua stirpe.

Sian avanzava incurante dell'ambiente che lo circondava, come se il suo unico fine fosse quello di far lavorare le gambe. 

Serenity lo accompagnò nel suo viaggio fuori dal palazzo, all'interno della Valle Eterna. L'orizzonte era sgombro di monti o rilievi. I prati sterminati ondeggiavano alla brezza del vento, accogliendo il calore della fase eliosa del pianeta. Serenity non pensava nemmeno più al fenomeno che aveva dovuto imparare a controllare: ormai il rilascio delle particelle di luce solare concentrata, raccolta durante il viaggio della Luna nel cosmo, avveniva in maniera indipendente dalla sua volontà, come il semplice atto di respirare.

Sian procedeva nella sua scoperta della Luna al medesimo ritmo, senza perdersi nella contemplazione di un albero, di un fiore, di un masso. Solo qualche animale catturava la sua attenzione, guadagnandosi un movimento della sua testa, non sufficientemente deciso perché il resto del corpo lo seguisse.

Dopo una lunga camminata giunsero in vista della Depressione di Reitan, un cratere profondo quanto cento esseri umani nella sua parte iniziale. Secondo le sue antenate, gli effetti della battaglia che si era combattuta in quel luogo lo avevano reso oscuro per cento generazioni. In seguito, lentamente, la vita era tornata anche in quello scampolo di Luna. Ora, nel suo punto più profondo, vi era un vasto lago in cui abitavano minuscole creature estranee al loro intero sistema stellare. Serenity proteggeva quell'ecosistema con una cupola di potere atta a preservarne l'unicità.

Era l'impronta di una lontana galassia, nel centro della sua amata Luna.

Dal bordo del cratere Sian non poteva vedere il lago. Immobile, non avanzava più.

Serenity era sicura che avesse la tentazione di farlo. Con un solo passo sarebbe caduto nel vuoto, ponendo fine alle proprie sofferenze.

All'orizzonte comparve una lunga striscia azzurra, il primo segno del loro satellite madre.

L'esplosione di colori distolse l'attenzione di Sian dal cratere.

Lentamente, Serenity lo raggiunse. Pronunciò due sillabe. «Luna.» Con un braccio indicò la vastità del mondo su cui posavano i piedi. Continuò a disegnare una curva con le dita, in direzione del corpo celeste che li dominava. «Terra.»

L'arco terrestre ebbe il tempo di levarsi alto nel cielo prima che Sian aprisse bocca.

«Terra» disse. Poi, stremato dalle energie mentali profuse nel viaggio, si voltò e tornò indietro, verso il palazzo.

    

Grazie alla sua pazienza e ostinazione, Serenity aveva convinto il suo ospite a non protestare più quando lei decideva di parlargli. Opporsi alle sue parole non sarebbe servito a Sian per ricevere in dono il silenzio.

«In principio fu... il caos. Poi esplose l'energia e vi fu un nuovo ordine.»

Aveva sempre desiderato raccontare ad alta voce quella storia. Poteva allenarsi con un uomo che non comprendeva ciò che diceva, in attesa di narrare dell'inizio dei tempi alla prossima Serenity.

«L'ordine aveva come scopo iniziale la formazione. Nebulose, galassie, stelle, pianeti. L'ordine è luce che viaggia - in attesa di trasformarsi, dopo un tempo infinito, in caos. All'alba del nostro 
universo, la luce lavorò per costruire una struttura. Il suo consolidarsi in stabilità fu il principio della coscienza. Con la coscienza nacque la necessità di vita.»

Disteso sul suo giaciglio, Sian teneva gli occhi fissi sulla volta oscura del cielo. Il lieve movimento delle sue palpebre le permetteva di capire che la stava ascoltando.

«La culla della vita era una fornace che conservava un'impronta. Essa veniva... neppure io so da dove.» Lo immaginava, ma non ne aveva la certezza. Per lei non saperlo era liberatorio, la rendeva una creatura meno assoluta. «Fummo uno» sussurrò. «Poi due. E per non avere ricordo delle nostre origini fummo lanciati in un punto lontano del nostro nuovo universo, verso la nostra prima casa.»

Gea.

«Arrivando non diventammo subito noi. Ci dividemmo ulteriormente, espandendoci nell'universo. I semi originali rimasero qui, alla luce dell'Helios. Col passare delle ere acquisirono la forma umana a cui eravamo destinati. Non conosco il nome della prima Serenity, ella non aveva coscienza di sé. Lei e l'uomo che per primo nacque come tale insieme a lei diedero origine a una stirpe comune. All'interno di questa linea sorse alla vita una giovane - Alam - che portava in sé la conoscenza di ciò che fummo e di cosa saremmo diventati. Fu l'inizio della Storia di Gea. E la sua fine.»

Udendo la reverenza nel suo tono, Sian voltò la testa. 

«Il pianeta non era destinato a durare» proseguì con mestizia Serenity. «Per lo scopo che avremmo avuto per l'universo, dovevamo dividerci. Fu un cataclisma a farlo per noi, rompendoci in quattro parti. Fu la nostra prima estinzione.»

A quel tempo l'ingranaggio umano era ormai rodato e conosceva il suo percorso. Trovò una strada più veloce per la propria formazione.

«Quando rinvenimmo, molte e molte ere dopo, la linea delle Serenity si era stabilita su questo corpo celeste, la Luna. Gea si era ridimensionata fino alla metà di ciò che era, diventando la Terra. Due parti più piccole di Gea avevano viaggiato lontano, associandosi ad altri corpi celesti fino ad acquisire massa. Venere, si fecero chiamare. E Nemesis. Sulla Luna nacque una nuova voce dell'universo - Teia - che fece incontrare le nostre quattro stirpi. Il sovrano terrestre fu molto contrariato quando venne a sapere che il potere originale del Cosmo - che portavamo in noi come primi depositari della Vita - si era racchiuso unicamente in me, ovvero in Serenity. Teia spiegò alle quattro stirpi che avevamo tutte una funzione, proprio perché un tempo eravamo stati una cosa sola. La Terra, Venere e Nemesis erano parti di me. Avevano la capacità di fermarmi, ci raccontò Teia. Avrebbero protetto l'universo da ciò che ero destinata a fare - in un tempo troppo lontano perché ce ne preoccupassimo in quel momento. Teia ci diede dei nomi. Così fummo Scudi - il primo, la Terra, il secondo, Venere e l'ultimo, Nemesis. Poi ci fui io, a cui il nome non venne assegnato, bensì rivelato: Cosmo.»

Il sussurro aleggiò nell'aria, vibrando di potenza.

«La Serenity di quel tempo decise di non assumere Cosmo come nome, sapendo cosa significava. Se ne diede un altro - il nostro, per simboleggiare la pace. E il tempo passò, così a lungo che questa lunga storia che ho raccontato perse qualunque significato.»

Fece silenzio mentre Sian la guardava, cercando di capire se volesse continuare a parlare.

Serenity si sdraiò sulla schiena e rese opaco il soffitto della stanza, facendo sparire la vista del cosmo stellato che aveva fatto da cornice al suo racconto.

«Quando mia madre mi raccontò questa leggenda» proseguì infine, «fui molto contrariata. Come mai a noi non era spettata la porzione di Gea più grande, la Terra?» Sorrise, ricordando l'ingenuità della propria domanda. «Suppongo che la nostra Luna sia più evoluta. Quando riapparimmo qui come specie lo facemmo con grande difficoltà, in un ambiente non più grande del cratere della Valle Eterna.» Quello infatti era il ricordo di un altro cataclisma, lontano nelle ere ma molto più recente. «Sulla Terra noi esseri umani siamo riapparsi insieme a una vastità di curiosissime specie. La causa è il clima, il terreno, l'atmosfera. La Terra è ciò che Gea fu, la casa originaria della nostra umanità e di tutta la vita che ha coscienza di sé. Sulla Luna siamo rivissuti artificialmente, grazie alla Serenity che, separandosi da Gea, non lasciò morire la propria chiave vitale. Ordinò al suo potere di preservarla, riproducendo l'ambiente di Gea in una piccola cupola che si impiantò sulla Luna. Suppongo sia accaduto lo stesso su Venere e Nemesis. Quando rinacque la prima erede lunare, pensò lei ad allargare il nostro spazio vitale sul pianeta, conquistandolo nella sua interezza. Così, un tempo lei e oggi io, regoliamo la creazione di acqua e di aria su questa Luna. Ogni cosa dipende da noi. Sulla Terra» sorrise, «il sovrano ha altri problemi. Oggi consideriamo il suo pianeta il più rozzo. Il re terrestre non crea la vita sulla Terra: la controlla, la doma. Sarebbe nata a prescindere da lui o da qualunque essere umano che ne avesse deciso l'apparizione.»

Il concetto la riempieva di meraviglia. «Avrei voluto vedere cos'era Gea. Ancora di più, vorrei sapere dove si trova la fornace di energia che ci formò e da cui poi partimmo nell'universo. Prima Alam e poi Teia ne sapevano più di me.»

Sempre più spesso ascoltava una paura antica nel proprio animo. «La confusione che percepisco nel nostro sistema stellare significa che stiamo arrivando a un nuovo grande cambiamento.» Aveva il terrore che potesse essere quello finale. «Immagino che in quel caso arriverà una nuova voce dell'universo a guidarci.»

Che cos'era quell'entità?

Poiché avevano acquisito tutte le loro informazioni da lei, non avevamo modo di verificare quanto vi fosse di vero in ciò che diceva di se stessa. Serenity sapeva solo che la forza di quella creatura stava unicamente nella conoscenza, poiché - sia nella forma di Alam che di Teia - ella non aveva avuto in sé un millesimo della potenza di un sovrano planetario.

Con la guancia adagiata sul cuscino, Sian la contemplava, muto e annoiato.

«Comprendi cosa significa ciò che ti ho raccontato? Ovunque tu sia nato, discendi da una stirpe successiva alla nostra. Sei uno di quei semi che dopo essere stati su Gea hanno cercato una casa nel resto del cosmo, aiutandoci ad occuparlo fino a recessi che mi sono ignoti.»

Ebbe un'idea. Si sedette sul suo giaciglio e aprì i palmi delle mani, concentrandosi per la creazione di un'immagine.

Percepì la tensione di Sian, ma non gli diede importanza. Lui aveva imparato ad accettare che non poteva impedirle in toto di usare il suo potere. Ormai pretendeva solo che non lo usasse su di lui. 

Serenity lo aveva accontentato, ma l'oggetto a cui stava dando forma richiedeva un contributo attivo da parte dell'uomo che giaceva a pochi passi da lei. Forse sarebbe stato un modo per invogliarlo a una maggiore comunicazione.

Quando ebbe finito, fece aleggiare nel'aria una raffigurazione stilizzata dell'universo che le era conosciuto.

«Non sono stata ovunque. Questa è l'immagine che ho del creato, raffinata dalle informazioni che ci hanno trasmesso Alam e Teia. Neppure loro sapevano fino a quali estremi si fosse spinto l'essere umano.» O più probabilmente, non avevano avuto interesse a rivelarlo. 

Alla base del modello tridimensionale Serenity aveva posto diverse manopole di energia, che sarebbero servite ad allargare il modello e a muoversi al suo interno, sondandolo.

Sian non si era mosso, ma osservava con sospetto e astio il nuovo oggetto, sfidandola ad avvicinarlo a lui. Era già pronto a ribellarsi.

Con cautela, Serenity pronunciò una parola. «Aven.»

Sian tirò su il torso, sedendosi. Il nome del suo pianeta lo aveva scosso.

Lei gli indicò la raffigurazione che teneva in una mano. Con due dita manovrò velocemente l'immagine, affinchè si focalizzasse sul loro sistema stellare.

Un piccolo Helios brillò con prepotenza sopra il suo palmo, circondato dai pianeti che omaggiava con la propria luce.

Lei ne pronunciò i nomi, allargando la visuale sulla Luna appena la chiamò. Terminò la lista e restrinse precipitosamente le dimensioni dell'Helios, facendolo diventare un punto sempre più minuscolo, fino a che fu solo un granello di luce che si mischiò a mille altri nella coda della galassia in cui si risiedevano. Rimpicciolì ulteriormente e infinitamente il modello, fino a farlo tornare alla sua forma originaria.

«Aven» ripeté, domandando silenziosamente la collocazione del pianeta da cui lui era venuto.

Rimirò lei stessa il modello dell'universo, rendendosi conto all'improvviso di aver dato vita ad un esercizio sciocco. E se Sian conosceva solo i dintorni dello spazio che circondava il suo pianeta? Forse non aveva nemmeno idea di dove si trovasse nell'insieme che lei gli stava mostrando. Magari era la prima volta che vedeva un'immagine così raffinata del cosmo.

Di sfuggita, notò una luce di interesse negli occhi di lui, subito mascherata dall'indifferenza.

Sian si girò su un fianco, dandole le spalle.

Aveva intenzioni di dormire e la loro conversazione a senso unico era terminata.

Serenity abbassò la luce dell'oggetto, soddisfatta.

Non sapeva quanto tempo ci sarebbe voluto, ma voleva credere che in futuro il suo ospite avrebbe adoperato quel modello. 

A parte il roseto, null'altro lo aveva interessato nello stesso modo.

In quella lunaria lontana lei avrebbe ricevuto le prime risposte su Sian di Aven, dipanando il suo mistero.

 


 

Dopo un lungo lavoro e molte lunarie, terminarono la loro opera sul pavimento dei giardini. Nonostante si fosse rifiutata di tagliare il marmo col potere, Serenity aveva deciso che il riquadro di terra in cui avrebbe piantato il suo nuovo arbusto non sarebbe stato meno perfetto degli altri a cui aveva dato vita. Perciò, insieme a Sian, si era adoperata con alacrità e precisione per rendere levigato e liscio il materiale del pavimento. Il lavoro era stato rallentato da un suo errore nel momento in cui aveva inavvertitamente aperto una crepa su una lastra. Era stata costretta a prenderne una nuova, ricominciando daccapo. In ragione dei molti sforzi e delle tecniche apprese durante la realizzazione manuale dell'aiuola, vedere i magnifici fiori lillà dello Lloygan svettare nel suo giardino la riempì di una soddisfazione sconosciuta. 

Era l'opera più umana che avesse mai creato con le mani, pregna di sudore e volontà.

Seduto sul pavimento, Sian posò a terra lo strumento che aveva usato per costruire una dimora alla nuova pianta. Riposò col mento sulle ginocchia, contemplando i petali.

«Bànsei» mormorò.

Sì, penso Serenity. Era un fiore meraviglioso.

  

Aveva sperato che Sian acquisisse interesse nel mondo che lo circondava, una volta terminato il lavoro nei giardini. Invece il suo ospite si chiuse in se stesso, smettendo persino di uscire dalle loro stanze. Serenity cercò di essere paziente e di non forzarlo. Più trascorreva del tempo con lui, maggiormente percepiva il suo dolore.

La notte, quando dormivano a poca distanza l'uno dall'altra, udiva il modo in cui si spezzava il suo respiro. Le sembrava di vedere coi propri occhi il mondo di cui lui provava nostalgia.

Era peculiare che quella sensazione le permettesse di non sentirsi più sola come un tempo.

In sua presenza, iniziò a giocare col modello tridimensionale del cosmo, muovendosi lontano, verso i confini dell'universo conosciuto, dove regnava il caos.

Egli veniva da quelle oscurità?

Avrebbe potuto spiegare la sua mancanza di potere e la sua capacità di opporsi all'energia che era luce.

Se solo lui fosse stato in grado di dirle come era apparso nel suo palazzo, superando tutte le barriere di protezione.

Ma Sian osservava le immagini del cosmo sbattendo a stento le palpebre. Le luci delle stelle si riflettevano sulle sue pupille blu senza generare reazioni.

Fu la sua apatia a rendere insopportabile il silenzio per Serenity. Era stata come lui prima che arrivasse, una morta che sopravviveva.

Vedere riflesso in quell'uomo il proprio atteggiamento, dopo aver assistito ai suoi lampi di vita e carattere, la portò all'esasperazione. 

Mentre provvedeva alla cura delle altre piante nel suo giardino, da sola, richiamò a sé il ricordo di un canto. Lo intrappolò nelle mani e fece viaggiare le onde sonore nell'aria.

"La mia luna è grande e bianca

e la terra è blu e stanca!"

Per la letizia increspò le labbra ascoltando la filastrocca di voci infantili, così innocenti e allegre.

"Noi siamo esseri potenti

e i terrestri sono lenti!"

Molto tempo addietro sua madre l'aveva sgridata sentendola cantare quelle parole. Non era degno di una principessa burlarsi degli abitanti di un vicino pianeta.

Obbedendo, Serenity non aveva più cantato quelle strofe ad alta voce in presenza di anima viva, ma la melodia si era stampata nella sua testa. Era ancora molto popolare tra la sua gente e le capitava di risentirla di tanto in tanto. Puntualmente doveva stringere la bocca per non ridere. Come reazione non sarebbe stata regale.

Di buon umore, si pulì le dita sporche di terra e portò con sé la musica, tra le pareti delle sue stanze.

Sian si era seduto sul letto, colpito.

"Siam gelosi di una cosa sola

una tristezza che non ci consola

loro hanno più bambini

molti molti più bambini

ma noi almeno abbiamo questa poesiola!"

Fu straordinario vedere di nuovo un sorriso sul volto del suo ospite.

Serenity spense la musica con un gesto della mano. «I piccoli portano sempre un po' di felicità.»

Sian di Aven fissava lo spazio dietro le sue spalle, concentrato su un pensiero lontano.

Serenity creò accanto a sé l'immagine di un bambino - un minuscolo lunare dalla pelle diafana, già capace di camminare. Con le dita cercò di domandare al suo ospite se lui ne avesse mai avuto uno. Pensò di non essersi fatta capire fino a che lui non scosse piano la testa.

Era una risposta, dopo tanto tempo. Un successo.

«Ci sono molti bambini come lui oltre le mura di questo palazzo.» Ancora una volta, cercò di comunicare il concetto con le mani. «Non penso che potrai mai vederli di persona, ma...»

Lui aveva stretto gli occhi. La indicò. «Ai.» Spostò l'indice sull'immagine del bambino. «Tèi.» Posò la mano su se stesso. «Kon.»

Serenity comprese solo quando lui, con un ampio gesto del braccio, segnalò lo spazio oltre le mura dietro il palazzo con sguardo interrogativo.

«Altre persone» gli disse. «Sì, ci sono.» Contò come lui, seguendo il suo stesso ordine. «Uno.» Si riferì a se stessa. «Due.» Proseguì col bambino. «E tre» terminò con lui. Dietro di sé creò altre immagini di persone, riprendendo a contare.

Sian seguì la lezione. Cambiarono l'ordine del conteggio, per essere certi di intendersi sul fatto che parlavano di cifre.

Serenity capì dove voleva arrivare lui solo quando arrivarono al concetto delle decine e poi delle centinaia. Impiegarono un po' per imparare a vicenda la rispettiva matematica - soprattutto per il fastidio che lui provava nel vederla disegnare per aria, col potere, i segni numerici che voleva mostrargli. Serenity dotò entrambi degli strumenti che venivano assegnati ai bambini per imparare a scrivere. Questo permise loro di procedere più spediti.

Infine Sian lui ripeté la sua domanda iniziale, questa volta a parole.

«Remòn?»

Continuava a segnalare la città che si estendeva nelle vicinanze del palazzo reale.

Quanti?

Lei gli offrì una stima approssimativa. «Trecentomila.»

Scrisse il numero e lo vide rasserenarsi di meraviglia al pensiero delle molte genti che abitavano la città millenaria, la prima mai sorta sul pianeta.

Serenity disegnò un cerchio, dandogli un nome. «Luna.» Di fianco si adoperò per creare l'immagine stilizzata di un piccolo essere umano. Alla sinistra aggiunse un numero. Ottanta milioni, come le anime su cui regnava come sovrana.

Sian di Aven assorbì il concetto con un lungo pensiero.

Serenity su azzardò a chiedere. «E sul tuo pianeta. Su Aven?»

Vinse la ritrosia di lui premendo ripetutamente col dito sull'immagine del piccolo essere umano. «Aven?»

Poiché era rapido ad apprendere, per il suo ospite non fu difficile indicare il numero degli abitanti del pianeta che aveva abbandonato - o da cui era fuggito.

Duecentocinquanta milioni. Quando lui aggiunse uno zero, sul finale, Serenity fu certa che si fosse sbagliato.

Ripassò brevemente con lui i propri concetti matematici per essere sicura che non ci fossero errori. Sian dimostrò di aver compreso le basi a decine dei loro conteggi e ribadì la propria stima.

Serenity restò senza fiato.

Due miliardi e mezzo di anime, su un unico corpo celeste.

ll pianeta da cui lui proveniva era peggiore della Terra. Non c'era un minimo controllo sulle nascite.

Sian fu eloquente nel comunicare che fine avevano fatto quelle persone. Tracciò un segno deciso sopra l'immagine del piccolo omino, rimanendo a guardare la striscia nera con cui lo aveva cancellato.

«Tansir coronè. Carislen riondàs.» La ferocia entrò nella sua voce. «Riondàs carismor to Aven.»

Serenity riconobbe due parole in quel discorso.

Riondàs, potere. Caris, morte. 

Il potere aveva portato la morte su Aven.

Sian si allontanò dal ripiano su cui avevano disegnato e con un lungo sospiro si coricò nuovamente sul proprio giaciglio, devastato dai ricordi.

   

   

CONTINUA

 

   


   

NdA: ehm, non picchiatemi, ma alla faccia delle tre parti. Pensavo di fare di questo il capitolo in cui Serenity e Sian entravano in maggiore confidenza. È successo, ma alla fine è stato più il capitolo di uno scambio di informazioni fondamentale sul mondo di entrambi. In particolare col racconto di Serenity vi ho fornito tanti dettagli utilissimi a comprendere l'universo della mia saga.

Li ho sviscerati ulteriormente in questo post sul gruppo Facebook. 

Intendevo accelerare la ripresa di vitalità di Sian, ma un suo ritorno all'apatia mi è sembrato più veritiero per ciò che gli è successo e che non ho ancora raccontato.

Il prossimo sarà il capitolo in cui lui e Serenity si conosceranno meglio. Uscirà nelle prossime settimane, non dovrete più aspettare anni, promesso. 

È ora di dare un finale a questa storia :)

   

Oh, se state seguendo tutta la saga, dovreste aver capito che Alam e Tèia rappresentano le precedenti incarnazioni di un certo essere che sta di nuovo per rinascere nell'universo dei miei protagonisti :) È tutto legato in ciò che invento.

   

Elle

   

   
 
Leggi le 11 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Anime & Manga > Sailor Moon / Vai alla pagina dell'autore: ellephedre